Abbiamo avuto il piacere di fare un’interessantissima chiacchierata con un’attrice italiana che, ormai da alcuni anni, vive e lavora a New York. Ve la presentiamo: si chiama Ilaria Amadasi e sul suo sito www.ilariaamadasi.com, che vi consigliamo di visitare, potrete leggere la sua storia.

Con Ilaria abbiamo parlato del suo lavoro e dei suoi progetti, ma anche di alcune differenze tra Italia e Stati Uniti a livello di approccio con il pubblico e di finanziamenti.

Domandiamo ad Ilaria come sia nata in lei l’idea di andare a lavorare oltreoceano: “Sono andata a New York dopo essere stata scartata ad un’audizione tenuta al Teatro Stabile di Napoli in collaborazione con una compagnia teatrale britannica, perché non parlavo correntemente l’inglese. Così sono partita, inizialmente solo tre mesi, per imparare la lingua. Ma, mentre ero là, sono rimasta affascinata dalla loro curiosità nei confronti della mia cultura e dalla loro mancanza di freni inibitori. Cosi`, spinta dalla ricerca di uno scambio interculturale, decisi di fermarmi per un po’ di tempo”.

A NY Ilaria ci racconta di aver potuto lavorare in teatro a 360 gradi, arrivando a conoscere ogni aspetto (anche tecnico, non solo artistico) della messa in scena di uno spettacolo, cosa che in Italia molto difficilmente avrebbe potuto fare: ha lavorato dietro le quinte come disegnatrice di luci e suoni, come set designer e come regista, per arrivare solo in seguito ad entrare in scena come attrice. In Italia è quasi impossibile fare tutto ciò, c’e` molta piu` suddivisione dei ruoli, mentre negli Stati Uniti c’è molta più flessibilità: naturalmente non ti regala niente nessuno, ma quando vedono il talento e la voglia di fare ti buttano nella mischia, ti danno la possibilità di metterti alla prova. Si prendono sicuramente dei rischi, ma investono sulle persone quando vedono in loro del talento e desiderio d’imparare, anche se non hanno un curriculum formativo strettamente inerente.

Ilaria attualmente collabora con diverse compagnie teatrali: Frog & Peach Theatre Company con cui porta in scena Shakespeare  in chiave piu` moderna; Horse Trade Theater Group, che si concentra piu` su teatro contemporaneo e di sperimentazione; Kayros Italy Theatre (kitheater.com), che si occupa di portare il teatro Italiano  a New York e che ha portato in scena lo spettacolo “No escape” costituito da quattro monologhi di Dino Buzzati (Ilaria interpretava “La Telefonista”), recitati sia in inglese che in italiano per far si` che avvenisse un vero e proprio scambio culturale.

Tra le varie cose Ilaria, collabora anche con il gruppo “Tres Artists” con il quale realizza laboratori teatrali sia bilingue che solo in inglese, dove insegna tecniche di teatro tradizionale italiano, Commedia dell’Arte e creazione ed uso di maschere per bambini e ragazzi e con i quali mette poi in scena lavori realizzati attraverso improvvisazioni e giochi teatrali.

Ilaria è per la filosofia del teatro interattivo, che mira a coinvolgere il pubblico in maniera diretta. Ci racconta infatti, con entusiasmo, della sua esperienza fatta in Italia con il Teatro Stabile di Genova, la cui filosofia è sempre stata quella di cercare di abbattere la cosiddetta “quarta parete”, quella che, idealmente, si trova tra il palcoscenico ed il pubblico. In Italia infatti tende un po’ a sfuggire il fatto che, su quel palcoscenico, l’attore è vivo, che non è un pupazzo.

Per tenere fede a questa sua visione del teatro, Ilaria lavora con Frog & Peach Theatre Company con la quale porta in scena esclusivamente opere di Shakespeare con un approccio decisamente interattivo: in un copione anche il 60-70% delle battute viene rivolto direttamente al pubblico, ai loro occhi, anche alle singole persone. Si parla con il pubblico, a volte quasi li si tocca, e gli spettatori, in modo molto spontaneo, rispondono. Questo è anche molto naturale che declamare un monologo, perché nessuno (o quasi) parla da solo, ha molto più senso parlare con il pubblico che, alla fine, e` anche complice!

Attualmente Ilaria sta scrivendo un testo teatrale intitolato “Seeds”, spettacolo sperimentale, per cui, inizialmente, aveva pensato di usare un linguaggio inventato (“grammelot” o “gramelot” – strumento recitativo che assembla suoni, onomatopee, parole e foni privi di significato), come fece anche Dario Fo. Linguaggio che ora si e` evoluto in dialetto parmigiano (di cui Ilaria e` originaria) perche` ancora contiene quella visceralita` e gestualità` che gli permette di essere considerato un liguaggio piu` fisico che verbale; un linguaggio corporeo anziché letterale. Allo stesso tempo il testo consiste in una critica verso il mondo moderno, che non sa comunicare se non tramite la lingua di base.

Purtroppo, secondo Ilaria, il pubblico italiano non è molto sensibilizzato alle interpretazioni in chiave moderna, sia nella prosa che nell’opera: sembra che in Italia si preferiscano sempre le versioni più classiche. Ecco perché gli attori e i registi in Italia si sentono un po’ frustrati: perché noi, come pubblico, non gli lasciamo la piena libertà di esprimersi. Il pubblico statunitense sembra essere invece meno legato al classico e più disposto a sperimentare: gli americani, in generale, provano tutto ciò che di nuovo si può provare, noi italiani invece siamo forse ancora un po’ troppo intrappolati nel nostro passato: è come se fossimo ancorati ad una storia che abbiamo paura di utilizzare, è come se avessimo paura di rompere il nostro passato, paura di osare, paura di sbagliare.

Domandiamo ad Ilaria se avrebbe voglia di tornare in Italia: “la voglia di tornare in Italia c’è. Vorrei riuscire a portare nuova energia, vorrei riuscire a lavorare in Italia con un approccio nuovo, diverso e più creativo.”

Siamo molto curiosi di sapere se, ed eventualmente in che modo, viene insegnata l’arte teatrale nelle scuole (la didattica e l’insegnamento sono infatti argomenti che ci stanno particolarmente a cuore). E’ infatti proprio la scuola che dovrebbe, tra le altre cose, anche insegnare ai giovani ad andare a teatro. Purtroppo l’approccio della scuola, qui in Italia, non sembra essere molto redditizio: ad esempio, secondo il maestro Muti, l’insegnamento del flauto dolce rovina l’interesse per la musica classica nei giovani, mentre secondo la nostra Ilaria spesso succede che, a quei pochi alunni che vengono portati a teatro, vengono fatte vedere cose tutt’altro che leggere come la Tosca o l’Amleto. E’ come se a un bambino, anziché far leggere Winnie the Pooh, venisse fatta leggere la Divina Commedia. I giovani non si appassionano non perche` sono svogliati, ma perché gli manca un percorso introduttivo, un’approccio conoscitivo che gli permetta di conoscere l’arte, in questo caso il teatro, poco per volta. Spesso invece vengono buttati nell’arena senza essere educati, così vengono traumatizzati e solo pochi poi riescono ad appassionarsi veramente.

Negli USA l’educazione all’arte viene fatta in modo piu` serio, a volte anche fin dalle scuole elementari: in molte scuole ci sono tantissimi corsi extrascolastici, dallo sport (football, rugby…) all’arte (teatro, musica…), ciascuno può seguire quello che vuole. Inoltre il loro approccio è quasi professionale (alle scuole superiori) non è l’insegnante di lettere che s’ improvvisa insegnante di musica o di teatro, ma solitamente c’è un docente specializzato che insegna musica ed un altro docente altrettanto specializzato che insegna teatro, e così per tutto il resto.

Questa e` una cosa che ancora si fatica a vedere in Italia, anche se pero` devo dire che ci sono diversi miei colleghi attori che hanno iniziato a collaborare con alcune scuole ed a fare seminari di teatro per bambini, quindi confido che qualcosa presto cambiera`.

E il pubblico adulto, invece, come viene convinto ad andare a teatro e, soprattutto, a finanziare il teatro, visto che non vi sono fondi pubblici destinati ad esso?

“Negli USA ogni mezzo è concesso, per cercare di coinvolgere ed attirare il pubblico, non ci sono regole: brochures e libretti, ma anche mailing list, siti internet, social network (Twitter, Facebook ed anche Instagram, per condividere le foto dello spettacolo) etc., il tutto realizzato spesso e volentieri con un linguaggio non formale ma, al contrario, piuttosto fresco e moderno, semplice, ironico, giovanile. Quando c’è il bar, all’interno del teatro si puo` bere anche mentre si assiste allo spettacolo: non hanno problemi ad avere gente che mangia o beve in teatro”.

Nel teatro indipendente in particolar modo, spesso il regista o il produttore salgono sul palco per presentare al pubblico la compagnia e lo spettacolo, cercando di coinvolgere gli spettatori già prima dell’inizio della messa in scena e a volte anche invitando le persone a partecipare alla raccolta fondi.

Sempre per coinvolgere e rendere lo spettacolo piu` comprensibile allo spettatore si usa anche il “Talkback”, che consiste in un incontro con gli attori  (sempre all’interno del teatro) subito dopo la fine dello spettacolo visto, durante il quale gli attori rispondono a  domande poste dagli spettatori e discutono con il pubblico il processo creativo che avviene durante uno spettacolo.

E’ una cosa che si fa sia con i bambini che con gli adulti e che avvicina moltissimo la gente al teatro. Cosa che potrebbe essere fatta anche in Italia e che forse spingerebbe il pubblico italiano ad andare a teatro.

Spesso certe cose non le si fa non perche` non piacciono ma perche` non ci si sente a proprio agio, o si ha paura di non capirle, o di non essere in grado di apprezzarle. Ma la colpa, in tal caso, non è degli spettatori, ma bensì del “sistema-teatro” che non sa comunicare efficacemente con il suo pubblico.

Là si presta anche molta attenzione alle politiche di vendita dei biglietti: ci sono tante possibilità di offerte a bassissimo costo (con TDF il prezzo di uno spettacolo può essere anche di soli 5-10 $), ed alcuni show scelgono addirittura di fare uno spettacolo gratuito alla settimana.

Infine, un forte incentivo alla donazione di fondi deriva anche dalle consistenti detrazioni fiscali di cui spesso possono beneficiare i finanziatori (non solo banche e imprese, ma anche privati cittadini).

Passiamo ora a parlare un po’ dei finanziamenti al teatro e alla cultura in generale.

Negli USA il finanziamento pubblico non c’è o e` rarissimo ed altamente limitato, qui in Italia invece i finanziamenti sono prevalentemente pubblici. Ora ci si lamenta del fatto che questi finanziamenti pubblici sono troppo scarsi, ma il problema in realtà è a monte: abbiamo vissuto nella bambagia per troppo tempo, dando per scontato che i fondi sarebbero sempre arrivati. Adesso invece i fondi scarseggiano, ma non siamo in grado di ribaltare il sistema e di fare in modo che vengano reperiti autonomamente.

Non siamo in grado di vedere l’arte come un’industria, l’industria della cultura, non riusciamo a capire che l’arte non è un peso per la società, ma è al contrario un settore economico come qualunque altro, che può generare profitti.

Questa mentalità deve cambiare, se non vogliamo che l’arte muoia nel nostro Paese: dovremmo tutti quanti fare un esame di coscienza e domandarci “che cosa vogliamo dare ai nostri figli?”. Vogliamo dargli delle fiction e dei reality show oppure del teatro di qualità? Questo vale per l’arte ed il teatro come per tutto il resto: vogliamo dargli un Paese pieno di spazzatura e discariche oppure un sistema basato sul riciclo ed il riutilizzo dei rifiuti? E’ la coscienza comune quello che ci manca…

Ilaria, nonostante tutto, è positiva e non perde la speranza (e noi con lei): “Confido molto nella memoria storica e continuo confidare nell’Italia e negli italiani. Siamo un popolo capace di grandi cose. Basta guardare a ciò che siamo stati capaci di fare in passato. Dobbiamo prendere in mano il destino del Paese e scegliere la direzione in cui vogliono andare, anziché farsi spingere nella direzione in cui altri li vogliono mandare!

La speranza di Ilaria coincide comunque con la nostra: nella capacità dell’Italia di riuscire a risollevarsi, meno che tutti noi non ci accontentiamo semplicemente di tirare a campare…

Ciò che sarà il nostro futuro, sostanzialmente, dipende solo da noi.

Tags: ,