http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=271

Bebè e politiche per la famiglia: la Francia in testa alla classifica della “vecchia” europa

5/02/2009 – Alessandra Cicali

[…] La Francia guida il gruppo …

Da tempo i francesi si attestano su livelli di fecondità non troppo lontani dalla soglia del rimpiazzo generazionale e il dato è in crescita nell’ultimo decennio: 1,79 figli per donna nel 1998, 2,00 nel 2006, 1,98 nel 2007 e 2,02 nel 2008. È così che la Francia si discosta dai Paesi dell’Europa continentale e meridionale, caratterizzati da tassi di fecondità molto bassi (1,30 figli per donna in Italia e Spagna, 1,36 in Grecia, 1,41 in Germania), e si pone in testa alla classifica dei Paesi con più figli, tra cui spiccano quelli nordici e anglosassoni: Irlanda (1,85), Norvegia (1,78), Danimarca (1,74), Finlandia (1,73), Svezia, Olanda e Gran Bretagna (1,66)  Come mostra la tabella 1, fatta eccezione per Regno Unito da un lato e per la Germania dall’altro, la linea di demarcazione, tra il primo e il secondo gruppo di Paesi, sembra essere data dalla presenza di ben salde politiche a sostegno della famiglia. In particolare, nel 2005, la Francia ha destinato alle politiche familiari risorse pari 2,5% del PIL nazionale mentre, in Italia ci si fermava all’1,1%.

Proprio nel campo delle politiche per la famiglia, del resto, la Francia vanta una lunga tradizione. Avviata già dai primi anni del secolo scorso, la politica familiare francese si è modificata nel tempo per far fronte ai cambiamenti economici e sociali. Svolte importanti si sono verificate negli anni ottanta, quando l’attenzione si è rivolta alle facilitazioni per la cura dei bambini a sostegno delle madri lavoratrici, e durante la stagione 1997-2002, quando l’impegno pubblico si è concentrato sulla riduzione delle differenze di genere e sul benessere e l’educazione dei piccoli. É attraverso questo continuo percorso evolutivo che il welfare francese è giunto al complesso sistema di interventi che attualmente opera a sostegno delle famiglie.

Una politica per la famiglia, tante misure di sostegno

Innanzitutto esistono contributi economici per le famiglie con figli. Ne sono esempio le allocations familiales: somme pagate alle famiglie con almeno due figli, elargite per i ragazzi in età scolare (fino a 16 anni), che possono essere conferite per l’intero periodo degli studi e aumentano al crescere del numero dei figli. Nel 1997, un tentativo di escludere le famiglie più ricche dal diritto al contributo è stato fortemente osteggiato, e la copertura è rimasta universale. Altre forme di sostegno sono rivolte alle famiglie più povere. Si tratta di contributi per gli affitti, del RMI (Revenu minimum d’insertion) e dell’API (Allocation de parent isolé) destinato alle famiglie monoparentali con difficoltà economiche, pagato nell’arco del primo anno di vita del figlio, e rinnovabile fino al terzo anno di età.

Per favorire l’occupazione femminile, inoltre, sono state create forme di sostegno economico orientate direttamente a coprire i costi per la cura dei figli. Fanno parte di questi provvedimenti l’APE (allocation parentale d’éducation), elargito al padre o alla madre per i bambini fino a tre anni, l’AGED (allocation de garde d’enfant à domicile) e l’AFEAMA (Aide aux familles pour l’emploi d’une assistante maternelle agréée), destinati alle famiglie che assumono baby sitter. Una fetta importante delle politiche familiari riguarda i sostanziosi sgravi fiscali e il sistema pensionistico che conteggia parte del tempo dedicato ai figli. Mentre, la presenza dei genitori durante il periodo di crescita dei piccoli è garantita secondo un sistema non troppo diverso da quello italiano: congedo parentale, maternità e paternità retribuite sono diritti per i genitori francesi. A questi si aggiungono particolari permessi di assenza dal lavoro per accudire i figli malati in età scolare. Permessi retribuiti o lavoro part-time, infine, sono consentiti ai genitori che devono accudire figli portatori di handicap o colpiti da gravi malattie.

Punto di forza delle politiche familiari francesi sono, inoltre, i provvedimenti che combinano il sostegno alla famiglia con quello all’occupazione femminile. In questo ambito, l’offerta di servizi di cura per i più piccoli appare ampia. Ai già citati aiuti di carattere economico, destinati a coloro che decidono di affidare i piccoli a baby sitter all’interno della propria abitazione, si aggiunge l’offerta delle strutture pubbliche, potenziata con un investimento da 228 milioni di euro tra il 2000 il 2001, e in ulteriore fase di espansione. Con il PAIPPE (Plan d’Aide à l’Investissement Pour la Petite Enfance), un programma di investimento da 44 milioni di euro varato nel 2007, è prevista la realizzazione di 4.000 nuovi asili entro il 2010.

Tutto questo è garantito dalla CNAF (Caisse Nationale des Allocations familiales), un ente pubblico che finanzia l’insieme delle prestazioni familiari e definisce le strategie di azione delle politiche sociali per la famiglia. La CNAF è coadiuvata nel suo lavoro da 123 CAF (Caisse d’Allocations familiales), organismi di diritto privato distribuiti sul territorio. Nel 2007, la spesa complessiva della Cassa ha superato i 66 miliardi di euro, di cui oltre 46 destinati alle prestazioni per le famiglie e 20 di sostegno alla precarietà. […]

http://www.irefricerche.it/news.interna.php?notizia=19

Le politiche familiari in Francia e in Italia: una ricerca comparativa

Raccolta e confronto di dati secondari sulle attuali politiche familiari in Italia e in Francia (considerata all’avanguardia sulle politiche di sostegno alla famiglia), con riferimento alle medie europee.

L’Italia presenta uno dei tassi di fecondità più bassi d’Europa; inoltre tra il numero dei figli desiderati e quelli effettivamente nati esiste uno scostamento notevole. I figli rappresentano nel nostro paese un’insormontabile barriera d’accesso all’occupazione, soprattutto per le donne, infatti il tasso d’occupazione femminile è tra i più bassi in Europa. Quali fattori impediscono alle famiglie di far coincidere le aspettative di maternità/paternità con l’effettivo comportamento riproduttivo? Come incentivare la natalità in un paese che sembra destinato ad un progressivo invecchiamento della popolazione? E ancora, sul versante dell’occupazione, del fisco e dei servizi, quali strumenti porre in essere per il raggiungimento degli obiettivi fissati nell’Agenda di Lisbona?
A partire dall’esempio positivo della Francia (dove il tasso di natalità è effettivamente aumentato nell’ultimo decennio) questa ricognizione ha l’obiettivo di far conoscere e lanciare un dibattito coi decisori politici sui problemi che le famiglie italiane affrontano.

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http://virtualblognews.altervista.org/perche-i-bambini-finlandesi-dormono-nelle-scatole-di-cartone

Perché i bambini finlandesi dormono nelle scatole di cartone?

BY PATTINANDO – 4 GIUGNO 2013

Il governo finlandese da settantacinque anni dona una scatola di cartone alle donne in attesa di un bambino. La scatola contiene il necessario per il bambino e può essere utilizzata come letto. Molti dicono che ha contribuito a far raggiungere alla Finlandia uno dei tassi di mortalità infantile più bassi del mondo. La scatola di cartone in Finlandia è una tradizione che risale al 1930, è stata progettata per dare a tutti i bambini, non importa il loro ceto sociale, un uguale inizio nella vita.

La scatola di cartone (“il pacco maternità”), un regalo del governo
Il pacco maternità – un regalo del governo – è a disposizione di tutte le donne incinte, contiene:

– Materasso, coprimaterasso, sottolenzuolo, copripiumino, coperta, sacca / trapunta con imbottitura in pelo naturale (pelo di cammello o lana di pecora naturale);
– scatola che può essere utilizzata come lettino;
– tuta, cappello, guanti e stivaletti coibentati;
– abito con cappuccio e una tuta leggera lavorata a maglia;
– calze e guanti, cappello lavorato a maglia e passamontagna;
– body, tutine, calzini in modelli e colori unisex;
– accappatoio, asciugamani, forbicine per le unghie, spazzola per capelli, spazzolino da denti, termometro da bagno, tubetto di crema, salviette;
– libro illustrato e giocattoli per la dentizione.

La scatola con il materassino diventa il primo letto di un bambino. Molti bambini, di ogni estrazione sociale, hanno i loro primi sonnellini in sicurezza all’interno delle quattro pareti di cartone della scatola.

Le mamme possono scegliere tra il pacco maternità, o una sovvenzione diretta in denaro, ora fissata a 140 euro, ma il 95% preferisce la scatola di cartone, vale molto di più.
Heidi Liesivesi lavora al Kela – l’Istituto delle assicurazioni sociali della Finlandia, ha detto:
«La tradizione della scatola di cartone risale al 1938, all’inizio era disponibile solo per le famiglie a basso reddito, dal 1949 è stata cambiata con la nuova legislazione, ora le future mamme per ottenere la sovvenzione in denaro o il pacco maternità prima del quarto mese di gravidanza devono sottoporsi a visita prenatale presso una struttura medica.
La scatola di cartone ha avuto il merito non solo di fornire alle mamme il necessario per prendersi cura del loro bambino ma anche a contribuire a orientare le donne in gravidanza a prendere contatti con medici e infermieri al servizio del nascente stato sociale. La Finlandia nel 1930 era un paese povero con un alto tasso di mortalità infantile (65 su 1.000 bambini morti). Le cifre sono migliorate rapidamente nei decenni successivi».
Mika Gissler, professore presso l’Istituto nazionale per la salute e il benessere a Helsinki, ha detto che nel 1940 tutte le donne ricevevano la scatola di maternità e l’assistenza prenatale. Negli anni ’60 l’assistenza è passata in gestione al sistema nazionale di assicurazione sanitaria, supportato da un sistema centralizzato della rete ospedaliera.
La scatola di cartone dopo settantacinque anni ora fa parte del rito che segna il passaggio verso la maternità e l’unione delle generazioni delle donne finlandesi.
Reija Klemetti, quarantanove anni di Helsinki, ricorda quando andò all’ufficio postale a ritirare un pacco maternità per uno dei suoi sei figli:
«E’ stato bello ed emozionante. La mia mamma, amici e parenti erano tutti ansiosi di vedere che tipo di cose erano dentro il pacco e il colore che avevo scelto. La mia mamma ha settantotto anni, ha fatto affidamento sulla scatola quando nel ’60 ha avuto il primo dei suoi quattro figli». Klemetti Solja la figlia di ventitré anni, ha aggiunto:
«Ho due bambini, ho condiviso il senso di eccitazione sperimentato dalla mia mamma quando prima della nascita del suo primo bambino ha preso possesso di “qualcosa di sostanziale”».
Titta Vayrynen, trentacinque anni, madre di due giovani ragazzi, ha detto:
«E’ facile sapere in quali anni sono nati i bambini perché ogni anno l’abbigliamento contenuto nella scatola varia un po’. E’ bello confrontarlo con parenti e amici e scoprire che quel ragazzo è nato nello stesso anno di mio figlio.
Il contenuto della scatola per alcune famiglie sarebbe insostenibile se non fosse gratuito. Nel mio caso più che una riduzione di spesa, ha significato un risparmio di tempo. Incinta del mio primo figlio, impegnata con il lavoro, sono stata felice di risparmiarmi la fatica di cercare i negozi per confrontare i prezzi per comprare l’abbigliamento meno costoso.
Le mamme finlandesi, come conferma un recente studio, sono le più felici del mondo, siamo ben curate anche adesso che alcuni servizi d’assistenza sono stati ridotti. Io quando è nato il mio secondo bambino al posto del pacco maternità ho preferito la sovvenzione in euro. Ho riutilizzato l’abbigliamento del mio primo figlio. Gli indumenti possono essere riutilizzati e passare da una bambina a un bambino, e viceversa, perché i colori sono volutamente di genere neutro».

Il contenuto della scatola nel corso degli anni
Il contenuto della scatola è cambiato un bel po’ nel corso degli anni, riflette i tempi che cambiano. Negli anni ’30 e ’40, conteneva il tessuto perché le mamme erano abituate a realizzare i vestiti del bambino. Durante la seconda guerra mondiale, la flanella e il cotone necessari al Ministero della Difesa, in parte furono sostituiti da lenzuola di carta e fasce di stoffa.
Negli anni ’50 ha visto un aumento del numero di abiti già pronti, negli anni ’60 e ’70 questi cominciarono a essere prodotti con tessuti elasticizzati.
Nel 1968 nella scatola maternità apparve il sacco a pelo, l’anno successivo i pannolini usa e getta anche se per breve tempo, per motivi ambientali caddero in disgrazia, sostituiti nuovamente dai pannolini di stoffa.
Panu Pulma, docente di Storia finlandese presso l’Università di Helsinki, ha detto:
«Ai genitori si raccomandava di non far dormire i bambini nel loro letto. L’introduzione della scatola di cartone utilizzata come letto ha aiutato molti genitori a lasciare i loro bambini a dormire separati da loro.
Uno degli obiettivi principali di tutto il programma è stato anche quello di far allattare di più le donne. A un certo punto, biberon e ciucci sono stati rimossi per promuovere l’allattamento al seno. E’ stato un successo.
Tra gli oggetti inseriti nella scatola, ha avuto un effetto positivo anche quello del libro illustrato, ha incoraggiato i bambini a maneggiare i libri e un giorno a leggerli.
In Finlandia la scatola di cartone è un simbolo, un simbolo dell’idea di uguaglianza, e dell’importanza dei bambini».

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http://www.pianetamamma.it/il-bambino/nido-asilo-e-scuola/nidi-d-infanzia-chiudono-e-perdono-di-qualita.html

Nidi d’infanzia chiudono e perdono di qualità

L’associazione Bolognanidi lancia l’allarme: i nidi d’infanzia stanno chiudendo e perdono in qualità. Lo dimostra il report sui servizi educativi 2013 redatto dall’associazione che confermano, in accellerata, i dati Istat

L’associazione Bolognanidi lancia l’allarme: i nidi d’infanzia stanno chiudendo e perdono in qualità. Lo dimostra il report sui servizi educativi 2013 redatto dall’associazione che confermano, in accellerata, i dati Istat.

Le notizie che riguardano i nidi variano di anno in anno, ma il contenuto è sempre lo stesso: i servizi languono e le liste d’attesa sono lunghissime, sopratutto nei piccoli centri e nel sud Italia. Da qualche tempo poi si aggiunge l’allarme delle rette troppo alte che diventano un gravoso onere per le famiglie. Per il resto dell’anno vige il silenzio o si torna sul tema solo per raccontare qualche fatto clamoroso.

Asilo nido sin da piccoli: i pediatri approvano

L’offerta:

Il nostro paese è indietro rispetto alla copertura d’offerta del 33% che la Comunità Europea ci chiedeva di raggiungere entro il 2010. I nidi sono stati riconosciuti come cruciali per lo sviluppo di un paese sia nel Trattato di Lisbona che in quello di Barcellona, tuttavia la soglia d’investimento in Italia è più basso rispetto ad altri paesi europei e si ferma allo 0,15%.

Il pensiero diffuso:

I nidi sono qualcosa di molto importante per un paese, molto più di quello che siamo portati a credere. Se chiediamo ad un cittadino perché i nidi sono necessari, state certi che la risposta sarà di carattere pratico: “Noi mamme dobbiamo andare a lavorare e come facciamo se i nonni sono lontani? A chi li lasciamo?” Così risponde Lucia V., una giovane mamma trapiantata a Milano e originaria di Palermo. Questa mentalità è radicata. I bambini stanno bene a casa, ma se la mamma è costretta a lavorare il nido diventa una risorsa concreta. Tuttavia è necessario capire cosa sia un buon servizio educativo e quale sia la sua importanza.

Bambini, ecco come affrontare l’inserimento al nido

I bambini:
I pedagogisti indicano i tre anni l’età in cui il piccolo comincia una vera socializzazione. Avvalendoci di questo dato riteniamo che per il bambino non sia importante la frequentazione di una struttura dove si possono incontrare altri bambini perché “…tanto iniziano a giocare dai tre anni…”, ma prima dei tre anni le cose che i bambini possono imparare, vivendo in  comunità, sono davvero molte: non ultima la condivisione. “Imparare la condivisione, condividere giochi, attenzione e spazi è un apprendimento delicato che se affrontato bene aiuta a formare una buona consapevolezza del sé”, racconta Daniela, educatrice di nido da oltre 30 anni. I servizi educativi sono un luogo dove si acquista la consapevolezza dell’altro e si impara l’autonomia: abbandonando il pannolino, lavandosi le manine, indossando i primi indumenti, imparando a gestire la pappa e a condividere un gioco con tanti altri bambini magari molto diversi per razza, cultura e modi. Si tratta di un passaggio impegnativo per tutti, anche per i genitori. Un passaggio che se fatto in modo sano è di grandissima importanza.

I bambini che frequentano un buon servizio ottengono migliori risultati a scuola e abbandonano meno frequentemente gli studi. Il nido risulta essere uno dei migliori luoghi di integrazione per le persone con fragilità sociali, sia in termini di risultati che di efficienza nell’utilizzo delle risorse economiche da parte di chi organizza il servizio.

I servizi e le donne

Secondo un documento del Cnel a cura dell’economista Daniela Del Boca, la nascita di un figlio nella vita di una donna è una delle prime cause d’abbandono del lavoro. Le donne italiane sono le meno produttive nel campo del lavoro, e anche le meno feconde. Siamo una nazione che non cresce. Una donna su cinque esce dal mondo del lavoro dopo la nascita del primo figlio, la media aumenta a una su tre dopo il terzo figlio.

L’importanza dei nidi

In quest’ottica crediamo si possa e si debba prestare molta attenzione alla salute dei nidi in quanto importanti equalizzatori sociali, capaci di sostenere le donne, la crescita demografica, quella economica, e sopratutto capaci di migliorare il benessere del bambino.

Quanto dovrebbe costare veramente frequentare l’asilo nido?

La normativa

Fin dalla nascita i nidi sono stati servizi a domanda individuale normati dalle Regioni e gestiti dai Comuni. Il quadro normativo non aiuta, sia perché i Comuni stanno attraversando un momento di forte crisi, dovuto anche i limiti che impongono il patto di stabilità, sia perché il federalismo fiscale che potrebbe aiutare a trovare risorse, presenta molti problemi di attuazione e per il momento non consente di valutare e programmare gli investimenti.

I costi

Oltre l’80% della spesa per i servizi la fanno i lavoratori. Negli ultimi anni i Comuni hanno adottato sempre più la pratica della convenzione e della concessione a privati. I servizi rimangono così di responsabilità del pubblico che li governa, mentre la gestione passa ad altri: cooperative, associazioni aziende speciali ecc. In tal modo è stato possibile produrre ad una contrazione dei costi derivati però quasi totalmente dall’abbassamento degli stipendi dei lavoratori (fino al 20% della busta paga). […]

In giro per l’Italia

L’altra tendenza che avevamo solo tratteggiato in apertura è l’aumento delle rette. Nel 2010 il Comune di Lecco, secondo un’indagine dell’associazione CittadinanzAttiva, è risulto il più caro in termini di tariffazione: quasi seicento euro al mese di retta. Questa impennata delle rette a carico dei genitori ha creato un abbassamento della domanda e conseguente chiusura delle strutture. Attualmente i nidi comunali sono sufficienti e hanno azzerato le liste d’attesa. La retta mensile (nelle fasce Isee più alte), va oltre i seicento euro, contro le ottocento dei privati, e il lavoro sta diminuendo. La stessa storia si è ripetuto curiosamente nel comune di Portofino, dove il nido ha chiuso per mancanza di iscritti. In provincia di Macerata, una della zone più colpita dalla crisi, si sono avviati corsi per le mamme disoccupate, che dopo la frequentazione di un corso di qualche ora possono ospitare bambini dai tre mesi fino ai tre anni nei loro appartamenti. Un modo, secondo le politiche territoriali della zona, di incentivare l’occupazione. Un modo, aggiungiamo noi, di offrire un servizio di minor qualità a costi inferiori. Esempi di questo tipo ce ne sono molti. Anche Bologna, da sempre  attenta ai servizi e città riconosciuta a livello nazionale, ha chiuso in un anno tre nidi privati in convenzione per le stesse problematiche di spesa. Eppure, se la tendenza è questa, ci sono comunque Comuni che sembrano investire. E’ il caso di Trieste, che a settembre ha aperto una nuova struttura in città. Se al nord si chiude e si abbassa la qualità, al sud dove fino ad ora non c’è stata molta offerta ­ si va anche in direzione di nuove aperture con lo slancio dovuto anche ad un recente finanziamento (governo Monti). La Regione Abruzzo quest’anno ha reso pubblico l’avviso “Nido Anch’io” che prevede quasi un milione e mezzo a favore di circa 23 comuni per sostenere i costi dei servizi nel tentativo di contenere le liste d’attesa. Le liste d’attesa nella capitale sembrano fisiologiche, tanto che a settembre non trovano posto 996 bambini al nido (dati di agosto) e 1262 alle scuole d’infanzia. Sul sito dell’Associazione Bolognanidi potrete trovare in dettaglio la situazione nelle diverse regioni.

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Aggiornamento del 7 marzo 2014:

https://www.leoniblog.it/2014/03/06/non-e-una-buona-idea-lo-stipendio-di-stato-alle-casalinghe/

NON È UNA BUONA IDEA LO STIPENDIO DI STATO ALLE CASALINGHE

di Oscar Giannino – 6 marzo 2014

Da Panorama in edicola

Uno stipendio antiviolenza contro le donne. A carico del coniuge, del compagno, o dello Stato. L’hanno messa giù dura, l’avvocato Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker. Prima di liquidarla come una provocazione, ragioniamone.

Esiste una correlazione, tra maggior reddito e minor violenza sulle donne? Se s’intende causa-effetto, si direbbe di no. Uno studio dell’osservatorio sul gender gap di Harvard attesta che negli anni ’90 negli Usa ogni 15 secondi avveniva un’aggressione contro una donna, e in Svezia ogni 10 giorni ne moriva una per violenze. Se per correlazione s’intende un’inferenza, questa c’è: lo dimostrano le spaventevoli percentuali di violenza sulle donne nei Paesi meno sviluppati. Ma è un’inferenza pesantemente condizionata da fattori antropologico-culturali, non solo dal reddito.

Il reddito femminile abbatte il gender gap? Sì. La Banca Mondiale aggiorna nel tempo un rapporto dedicato al tema, esaminando le diverse politiche per diminuire la “dipendenza” femminile. Sono tre i maggiori fattori che concorrono al fine. La partecipazione femminile al mercato del lavoro. Le misure di conciliazione lavoro-famiglia. Gli effetti del sistema fiscale. Inevitabilmente, gli economisti si concentrano su misure che ottengano l’effetto della maggior autonomia femminile accrescendo insieme lo sviluppo complessivo. Cioè alzando l’output “ufficiale”, rispetto a quello “sommerso” del lavoro casalingo. Quest’ultimo è stato stimato dall’Istat in circa 405 miliardi di euro per i 4,8 milioni di casalinghe italiane, a tutti gli effetti non occupate ma attive per una media di 54-59 ore a settimana, e in altri 50 miliardi circa se si tiene conto della componente “sommersa” prestata a casa dalle donne lavoratrici. E’ più di un quarto del Pil italiano. Il che spiega perché tra i Paesi avanzati siamo in testa alla graduatoria giornaliera di “lavoro sommerso” familiare e parentale a solo carico femminile.

In Italia la vera priorità è innalzare il tasso di occupazione femminile, al 50% rispetto a una media Ue del 62% e di oltre il 70% nel Nordeuropa. Per far questo c’è chi pensa – il team di economisti della Voce.info – a sgravi contributivi per sole donne. Non mi convince, sono per sgravi universali e non a tempo, su impresa-lavoro. E’ più importante riorientare il welfare alla conciliazione dei tempi lavoro-famiglia – visto che abbiamo una curva demografica tra le peggiori al mondo – con più asili nido non solo pubblici ma incentivati fiscalmente nelle aziende, congedi parentali più lunghi come in Francia e Danimarca, flessibilità oraria e telelavoro nei contratti. E attenuare l’eccessivo onere che l’IRPEF esercita sulle famiglie: i modelli sono diversi, tra le detrazioni superiori tra il 20 e il 40% per numerosità familiare a parità di reddito in Francia, e la scelta libera del contribuente a favore del cumulo dei redditi negli Usa. Bisogna iniziare a farlo innanzitutto al Sud, dove dal 2011 le casalighe sono tornate a superare le donne ufficialmente occupate.

Ma un reddito minimo per le donne? Nessun Paese al mondo in quanto tale lo prevede, ma è vero che la stragrande maggioranza dei Paesi europei offrono – con metodologie diverse – redditi minimi sociali universali, nel Nordeuropa anche con un riguardo a donne giovani e anziane. Qui la domanda diventa: ha più senso, rispetto alla finanza pubblica italiana e agli effetti da ottenere per aumentare la crescita a breve, un maxi trasferimento annuo aggiuntivo da un punto di Pil in reddito minimo, o riorientare dalla spea pubblica esistente risorse di ammontare analogo su conciliazione e fisco? Per la crescita, meglio la seconda cosa. Il trasferimento monetario alle donne Hunziker-Bongiorno avrebbe un effetto di crescita assai limitato, contribuendo solo marginalmente a consumi aggiuntivi rispetto alla domanda pubblica – se fosse lo Stato a pagare – o privata – se fosse il compagno. Sarebbe un costo, non una leva. Inevitabilmente pubblico, visto che con un reddito medio ormai inferiore ai 20mila euro annui e con un Sud di poco superiore alla metà, i “maschi” davvero avrebbero generalmente poca capienza. Ma una cosa è sicura: o il riorientamento del welfare a favore di donne e famiglia avviene, e in quel caso la violenza speriamo diminuisca sia per maggior indipendenza sia per una diversa cultura, oppure ne parleremo come di un’occasione persa per evitare di diventare tutti in media molto anziani sì, ma non si sa da chi mantenuti.

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Aggiornamento del 5 aprile 2014:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/02/ministra-lorenzin-io-sono-maleducata-alla-maternita/934649/

Ministra Lorenzin, io sono maleducata alla maternità

di Manuela Campitelli | 2 aprile 2014

Sono proprio una maleducata. Lo sono perché all’ “educazione alla maternità” per fronteggiare il calo demografico, paventata dalla ministra Lorenzin sulle pagine di Avvenire, preferisco la maleducazione di chi si sente libera di scegliere se diventare madre o meno.

Lo sono perché penso che la vera decadenza non sia la denatalità, come affermato dalla ministra, ma che questa sia solo la conseguenza di una decadenza più vera: quella del welfare e del sistema di protezione sociale. Lo sono perché all’invettiva contro le madri 35enni, antepongo l’invettiva contro chi non vuole le madri 35enni, tanto da metterlo nero su bianco in un contratto di lavoro. Lo sono perché penso che il calo delle nascite non vada “frenato con politiche di comunicazione, di educazione e di scelte sanitarie”, ma che la libera scelta genitoriale vada affrontata in tutta sicurezza.

Sono una maleducata perché penso che non si debbano “prendere decisioni per aiutare la fertilità” ma si debbano assumere politiche per ridurre il tasso di disoccupazione, la precarietà, per incentivare la spesa sociale. Lo sono perché i corpi delle donne non sono macchine per fare figli, sulla base dei quali misurare il redditometro di un paese.

Il piano nazionale per la fertilità, che la ministra Lorenzin dice di avere in mente, non solo cancella con un colpo di spugna ogni conquista legata alla parola autodeterminazione (libertà di scelta) ma getta fumo negli occhi sviando dal cuore del problema. Il punto non è che in Italia le donne (o le coppie?) non fanno figli, ma che in Italia non ci sono le condizioni per fare figli. Affrontare la questione delle nascite solo dal punto di vista riproduttivo non solo svilisce il corpo delle donne ma significa parlare del crollo demografico senza capirne le cause. E le cause, la ministra, si guarda bene dal citarle. Non fa cenno, ad esempio, al fenomeno delle dimissioni in bianco, all’indice di povertà neo natale e ai dati del rapporto “mamme nella crisi”di Save the children, secondo cui “il 22,6 per cento dei minori in Italia è a rischio povertà e la difficile condizione delle madri nel nostro Paese è uno dei fattori che incidono maggiormente su questo fattore”.

[…] Il piano nazionale per la fertilità non dovrebbe essere “sulla maternità” ma sul lavoro, sul welfare, sul reddito di cittadinanza, sulla dignità umana, sul diritto all’esistenza.

Secondo la ministra Lorenzin “un paese che non fa figli è destinato a scomparire”. E un paese con il tasso di disoccupazione giovanile record al 42,3% , invece, che destino ha?

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Aggiornamento del 22 maggio 2015:

http://www.greenme.it/vivere/speciale-bambini/16435-state-of-mother-2015

I migliori e i peggiori paesi per essere mamme. La nuova classifica 2015 di Save the children

Francesca Mancuso – 06 Maggio 2015

L’Italia? Non è un paese per mamme. Se davvero si desidera crescere i propri figli in uno stato a misura di madre occorre andare in Norvegia, e anche in Finlandia, Islanda, Danimarca, Svezia e Paesi Bassi.

Non basterà il bonus bebè a trasformarci in un paese a misura di mamme e di bambini. A confermarlo è il nuovo rapporto di Save the Children sullo Stato delle Madri del Mondo. L’analisi ha esaminato il benessere materno-infantile di 179 paesi. L’Italia si è piazzata 12esima, in calo di una posizione rispetto alla classifica dello scorso anno. […]

 

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Vedi gli articoli “Welfare all’italiana: siamo il paese più anti-famiglia d’Europa!” e “Quanto si sta diffondendo la povertà durante questa crisi?

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