In molti casi le materie prime Made in Italy non sono sufficienti a coprire il nostro fabbisogno, per questo le industrie alimentari di trasformazione presenti sul nostro territorio sono costrette ad importare materie prime dall’estero.

Le bufale (non stiamo naturalmente parlando di mozzarelle, magari!!!) da sfatare sono in realtà due:

  1. che le materie prime Made in Italy siano di qualità superiore rispetto a quelle importate;
  2. che l’Italia sia in grado di produrre autonomamente tutte le materie prime di cui ha bisogno, per rispondere alle esigenze sia del mercato interno che di quello estero. Infatti, le uniche filiere di autosufficienti in Italia sono quelle del riso, del vino, della frutta fresca, del pomodoro e derivati, delle uova e del pollo. In tutte le altre filiere vengono necessariamente utilizzate, in tutto o in parte, materie prime importate da altri paesi.

Noi abbiamo bisogno di importare materie prime, che poi andiamo ad esportare sotto forma di prodotti trasformati a più elevato valore aggiunto, grazie alla qualità delle nostre attività industriali agroalimentari. L’export agroalimentare è importantissimo e vitale per il nostro Paese, soprattutto in un momento difficile come quello attuale, in cui è evidente la crisi della domanda interna.

I problemi da risolvere sarebbero ben altri:

L.D.

http://www.ilfattoalimentare.it/coldiretti-il-brennero-e-la-farsa-del-made-in-italy-la-difesa-del-prodotto-nazionale-diventa-una-sceneggiata-napoletana.html

Coldiretti il Brennero e la farsa del “made in Italy”. La difesa del prodotto nazionale diventa una sceneggiata napoletana

Pubblicato da Roberto La Pira il 6 dicembre 2013

Coldiretti ha colpito ancora, i servizi sulla manifestazione di ieri al Brennero hanno raccontato alla gente che in Italia arrivano cosce di maiale destinate all’Emilia Romagna,  mozzarelle da vendere alle pizzerie del Veneto, latte da imbottigliare a Brescia, maiali che verranno macellati in Sicilia, grano che dovrà trasformarsi in spaghetti. La maggior parte dei quotidiani e delle tv ha ripreso queste notizie lasciando intendere che i prodotti attraversano la frontiera e vengono trasformati in alimenti made in Italy. Tutto ciò sarebbe  possibile perché sull’etichetta non è indicata l’origine. Lo schema di Coldiretti è sempre lo stesso, il prodotto straniero è di qualità mediocre mentre i nostri prosciutti, la nostra pasta, il nostro latte, la nostra mozzarella, il nostro olio, il nostro pomodoro sono eccellenti.

[…] Di fronte alle tesi di Coldiretti ha preso posizione Federalimentare, che ritiene inopportuna la campagna mediatica. Gli industriali sanno che diversi settori di eccellenza alimentare usano per oltre il 50%  materie prime importate. In alcuni casi l’import arriva al 100% come per il caffè e per la bresaola della Valtellina. E per restare in tema natalizio diciamo pure che buona parte dei panettoni non si potrebbe produrre senza farina ricca di glutine importata da Canada, Ucraina … Queste cose le sanno gli italiani?

L’abitudine di criminalizzare le materie prime importate è assurda. Prendiamo per esempio le mozzarelle. […] Dov’è l’inganno? Stabilire a priori che quella ottenuta con latte nostrano è più buona è difficile perché nella valutazione del prodotto l’origine delle materie prime conta poco. I fattori importanti sono la qualità del latte, la scelta del caglio, degli additivi e il sistema di produzione e distribuzione. […] Il discorso per la pasta è ancora più critico perchè senza semola importata Barilla, De Cecco e gli altri marchi dovrebbero chiudere bottega o dimezzare la produzione. Per altri settori una parte rilevante delle materie prime proviene dall’estero. Qual è il problema? […] La stessa cosa si può dire per le cosce di maiale destinate a diventare prosciutto cotto, la qualità non dipende da dove sono stati allevati gli animali, ma da cosa hanno mangiato, dall’età  dell’animale, dal tipo di lavorazione industriale e dalla presenza o meno di additivi. Indurre la gente a pensare che l’olio 100% made in Italy sia per definizione migliore o che  la pasta preparata solo con grano duro italiano sia buona o  che il latte italiano sia più buono è sbagliato. Non si possono prendere in giro così i consumatori. Coldiretti riesce spesso confondere le carte in tavola e i giornalisti ci cascano spesso.

http://www.ilfattoalimentare.it/100-italiano-materie-prime-grano.html

Il falso mito del cibo “100% italiano”. Il nostro Paese non è autosufficiente e importiamo grandi quantità di grano, legumi, latte e carni bovine

Pubblicato da Eleonora Viganò il 3 dicembre 2013

L’Italia nel settore alimentare non è autosufficiente e deve importare grandi quantità di materie prime dall’estero. Una situazione ben conosciuta dagli addetti ai lavori, ma meno nota al grande pubblico, che vorrebbe sempre comprare cibo “made in Italy”. Questa mancanza si traduce nella necessità di importare ingredienti da trasformare in prodotti finiti destinati sia al consumo interno sia all’esportazione. […] Il nostro Paese non riesce a produrre tutte le risorse di cui ha bisogno, sia a causa di politiche restrittive dell’Unione Europea, sia per la diminuzione dei terreni destinati all’agricoltura. […] L’importazione è  indispensabile per produrre molti altri alimenti tipici del made in Italy.

L’esempio della pasta è istruttivo: il grano duro italiano copre solo il 65 % del fabbisogno […]. Anche per il grano tenero vale la stessa cosa poiché il prodotto interno copre solo il 38% di ciò che richiede il settore […]. Non cambia la situazione per altre categorie merceologiche: le carni bovine italiane rappresentano il 76% dei consumi e per il latte si scende addirittura al 44%, anche per lo zucchero e il pesce fresco dobbiamo rivolgerci ad altri mercati poiché riusciamo a coprire solo il 24% e il 40% del consumo interno. […] Anche la maggior parte dei legumi non sono italiani, a causa di drastiche riduzioni delle coltivazioni a partire dagli anni ’50. […]

La situazione per il cibo trasformato è opposta: produciamo il 220% della pasta rispetto al fabbisogno interno,  che viene esportata, 4 volte la quantità di spumante  consumato, mentre per i formaggi questa percentuale è pari al 134% […].

Alcuni esempi rischiano anche di sorprendere: alcuni prodotti correlati al territorio come quelli IGP (Indicazione Geografica Protetta), sono in realtà il risultato eccellente della lavorazione di materie prime non italiane. La bresaola proveniente dalla Valtellina viene preparata con carne argentina o del sud america. La Valtellina offre un ambiente ottimo per la stagionatura e la lavorazione del prodotto, ma non dispone di allevamenti in grado di fornire l’ingrediente di base (17 mila tonnellate l’anno di cui 11 mila di prodotti Igp).

Alla luce di questi dati, la ricerca insistente dell’alimento fatto solo con materie prime italiane ha poco senso, tranne per alcune categorie merceologiche dove siamo autosufficienti. […] 

Eleonora M. Viganò

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Aggiornamento del 30 marzo 2014:

http://www.ilfattoalimentare.it/coldiretti-moncalvo-made-in-italy.html

Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, denuncia il falso made in Italy in un’intervista al Corriere della Sera. Le risposte rivelano confusione e scarsa informazione. La realtà del supermercato è diversa. Forse sarebbe utile un giro tra gli scaffali

Che monotonia leggere l’intervista rilasciata dal presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo al Corriere della sera domenica 23 marzo. Il giovane presidente snocciola il solito repertorio generalista sul made in Italy violato. […]

Varrebbe la pena di ricordare che:

  • senza l’importazione di grano duro e di latte non si potrebbero produrre le quantità di pasta italiana e di latte Uht richieste dai mercati internazionali;
  • senza gli zebù brasiliani la bresaola della valtellina sarebbe scomparsa da anni;
  • senza il caffè dei paesi tropicali il nostro espresso non sarebbe mai esistito;
  • fino a quando in Italia non si coltiverà il luppolo sarà impossibile realizzare una birra 100% made in italy.

[…] L’ultima nota riguarda la vicenda – ripresa nell’intervista –  della legge approvata nel 2011 da un parlamento di onorevoli distratti e poco informati. La norma prevedeva l’obbligo di indicare in etichetta l’origine delle materie prime dei prodotti alimentari venduti in Italia. Il provvedimento è stato salutato con soddisfazione da Coldiretti e altre associazioni con una salsiccia lunga 100 metri portata a Montecitorio per festeggiare il “trionfo”. Qualsiasi studente di giurisprudenza in regola con gli esami del primo anno, sa che una legge contraria alla normativa europea – come quella approvata – è destinata  ad  essere bocciata dopo qualche mese. Il “trionfo” è infatti durato poco, visto che il provvedimento non è mai entrato in vigore. Il motivo è semplice: l’entrata in vigore avrebbe significato il blocco alle frontiere di tutti i prodotti alimentari che – in regola con la legge UE, ma senza l’indicazione in etichetta dell’origine delle materie prime decisa in modo unilaterale dagli italiani – sarebbero stati rispediti al mittente. È triste vedere Moncalvo –  ingegnere del Politecnico con  poca dimestichezza in materia di  diritto – esaltare un provvedimento che ha dimostrato la scarsa conoscenza di molti  onorevoli e senatori quando si tratta di tematiche  o normative collegate all’UE.

Roberto La Pira e Dario Dongo – 24 marzo 2014

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Aggiornamento del 4 giugno 2014:

http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/06/04/la-battaglia-del-grano-saraceno/

La battaglia del grano saraceno

di Marco Cattaneo – 4 giugno 2014

Ok, ragazzi, la ricreazione è finita. Lo sfondone del grano saraceno ha fatto il giro d’Italia, e i simpatici parlamentari pagati con le nostre tasse che scrivono una proposta di legge copiando e incollando da un documento presbagliato sono stati additati a sufficienza al pubblico ludibrio. Ma per la ragione sbagliata. […] E va bene, è stato fatto un copia-incolla da un documento parlamentare precedente senza notare l’errore. Tutto ci può stare.

Ma parlare del grano saraceno è guardare il dito e non vedere la luna. Perché nella premessa di quella proposta di legge ci sono elementi ben più seri per dubitare della sua sensatezza. L’esempio del grano di importazione, infatti, è portato per parlare di contraffazione agroalimentare e inganni ai danni dei consumatori che “si illudono di comprare prodotti made in Italy ignorando l’effettivo contenuto e la reale provenienza di quei prodotti”. Mescolando importazioni, contraffazioni e criminalità organizzata in un’ammucchiata senza capo né coda.

Ora, anche se ormai si è fatta notte ho controllato su tutti i dannatissimi pacchi di pasta che ho in casa, di diverse marche. E dappertutto c’è scritto made in Italy. Naturalmente si riferisce alla pasta, non al grano. Che può venire da dove gli pare, per quanto mi riguarda, purché sia di qualità e duro, perché la legge prescrive che la pasta secca sia fatta con farina di grano duro.

E allora qual è il punto? Semplice. Se vogliamo tutelare i buoni prodotti della nostra tavola non possiamo fare troppo gli schizzinosi sulla provenienza del grano. Il buon grano duro italiano, infatti, copre a malapena due terzi del fabbisogno. Compriamo grano e vendiamo pasta (e mangiamo pane). Ovvero acquistiamo una commodity, un prodotto di basso prezzo, ed esportiamo un prodotto ad alto valore aggiunto. Perché la pasta italiana è unica e inimitabile.

Se poi preferiamo tutelare la provenienza del grano, è un problema nostro. […] D’altra parte nel settore agroalimentare sono anni che tuteliamo prodotti Dop ottenuti da animali nella cui filiera entrano mangimi che contengono, per esempio, soia transgenica. Ma senza quei mangimi addio prodotti tipici. Perché di soia ne importiamo, letteralmente, vagonate.

[…] Per tutelare i nostri prodotti tipici, insomma, sarà meglio farli bene e non mandare in giro fuffa, anziché pretendere che siano fatti con materie prime nazionali, altrimenti è meglio chiuderla qui e uscire con le mani alzate sventolando uno straccio bianco. Perché non abbiamo materia prima a sufficienza, e perché le cose buone possono imparare a farle anche gli altri. E a nulla vale ripetere il mantra per cui una cosa è buona solo se è italiana.

Ma poi, in fondo, pretendereste che la Ferrari costruisse i suoi modelli con materie prime interamente di provenienza italiana? E se non lo fa non è più una bandiera nazionale? O pensate forse di poter copincollare i vostri progetti di legge con computer realizzati con materie prime estratte in Italia, lavorate in Italia, assemblate in Italia? E magari di scrivere con un software tutto italiano? Roba da essere seppelliti con una risata.

La globalizzazione potrà piacere o meno, ma oggi la competizione si gioca su questo terreno. L’altra strada è un’idea del secolo scorso, e faremmo bene a ricordare dove ci ha portato. Si chiama autarchia, e la inventò uno che a proposito di battaglie del grano la sapeva lunga. Tanto da farsi ritrarre a torso nudo nelle campagne di Sabaudia per costruire il mito dell’autosufficienza nella produzione di frumento. Poi però non lamentatevi se vi chiamano fascisti.

 

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