Quella dei finti sforamenti delle quote latte da parte dell’Italia, che ci ha costretti a pagare fior di multe in sede europea (vorrei sottolineare l’utilizzo della seconda persona plurale: CI ha costretti, tutti quanti abbiamo pagato), è una vicenda complicata, ma vale davvero la pena di capire come sono andate più o meno le cose. Sembra tutto talmente assurdo da rimanerci male, nell’incredulità che uno Stato possa autolesionarsi in questo modo.

Ne parla Oscar Giannino nella puntata del 4/12/2013 del programma “La versione di Oscar” (Radio24).

Si sono verificate sia delle vere e proprie truffe che degli “errori” contabili (non si sa ancora se in buona fede o in malafede): in pratica la produttività media del bovino da latte italiano è stata calcolata su 999 mesi, ovvero circa 82 anni di età, determinando un elevatissimo eccesso di produttività ed il conseguente sforamento delle quote assegnate all’Italia, che ha costretto gli allevatori e lo Stato italiano a pagare all’Europa diversi miliardi di euro di multe (più precisamente sono stati procurati 4,7 miliardi di danno erariale a carico dell’Italia, nell’arco di tempo che va dal 1995 al 2008).

Nel ’95-’96 iniziarono le prime manifestazioni degli agricoltori. In quegli anni, in Italia c’erano circa 110000 allevamenti da latte. Oggi, 18 anni dopo (2013), siamo rimasti con meno di 40000 allevamenti, quindi hanno chiuso circa 2 allevamenti su 3.

L’esistenza di un ricco e complesso sistema di truffe fu accertato già nel ’97: stalle fantasma (di cui una era situata addirittura in piazza Navona a Roma!), quote “di carta” (assegnate ad aziende che non avevano vacche), stalle senza vacche che misteriosamente producevano e fatturavano latte etc. La produzione nazionale di latte, dichiarata dall’Italia presso gli organi europei competenti, risultava di fatto essere superiore alla quota nazionale assegnata, ma incompatibile con il patrimonio bovino italiano. Come nei migliori thriller polizieschi, il rapporto che denunciava tutto ciò fu insabbiato e la colpa dello sforamento delle quote fu data agli incolpevoli allevatori. Le gravissime conseguenze sono quelle che già abbiamo citato:

–        4,7 miliardi di euro di multe;

–        Circa 70000 allevamenti di bovini da latte chiusi.

Questa è una storia molto triste, che fa rendere conto di quanta ignoranza e stupidità vi sia da parte di chi, ricoprendo posizioni amministrative, dovrebbe agire per la nostra tutela, ed invece agisce sempre e solo per i propri miserevoli interessi…

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http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/versioneoscar/2013-12-04/quote-latte-multe-gonfiate-162513.php?idpuntata=gSLAwbQDZ&date=2013-12-04

“Quote latte, multe gonfiate”

Puntata del 4 dicembre 2013 de “La versione di Oscar”, di Oscar Giannino.

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http://www.nuovavicenza.it/2012/05/allevatori-in-lotta-quote-latte-truffa-di-stato/

Allevatori in lotta: “Quote latte? Truffa di Stato” 

di Luca Matteazzi il 25 mag 2012
[…] L’Italia non sarebbe penalizzata da una sottostima della sua produzione, con tutto il corollario di multe che ne consegue, ma dall’esatto contrario: in realtà la produzione sarebbe di gran lunga inferiore ai quantitativi fissati dalla Ue. E attorno al meccanismo delle sanzioni sarebbe fiorito un mercato delle quote, e un giro di nero, dai confini inquietanti. «Siamo un paese colombiano, nel senso del narcotraffico – si sfoga Rigodanzo -. C’è una manica di intrallazzatori che hanno sconquassato il paese, e i risultati li stiamo vedendo. Qui c’è sotto c’è una mastodontica truffa, in mano ad enti istituzionali e sotto il controllo del ministero».
In effetti, se la loro posizione risultasse corretta, i 4,5 miliardi di euro (un bel pezzo di finanziaria) che l’Italia ha versato all’Europa per le quote latte dovrebbero tornare indietro. E tutte le multe di cui si discute da ormai vent’anni sarebbero da buttare nel cestino. […]
Il quadro ricostruito dai carabinieri dipinge una situazione di estrema confusione. Per quanto possa sembrare impossibile, infatti, in Italia non si riesce ad avere una stima precisa di quanto latte si produce, né del numero di mucche effettivamente presenti nelle nostre stalle. L’Agea (l’Agenzia ministeriale per le erogazioni in agricoltura, che è uno dei bersagli principali delle accuse di Rigodanzo, insieme ai funzionari stessi del ministero, a cominciare dal direttore generale Giuseppe Ambrosio) tiene il conto delle produzione, ma lo fa in base ad un algoritmo a dir poco discutibile, in cui le mucche da latte possono fittiziamente arrivare ad avere fino a 999 mesi (più di 80 anni, quando la vita media difficilmente supera i 10 anni). «Noi comunichiamo ogni mese la produzione reale dei nostri allevamenti – commentano Rigodanzo e Scandola – basterebbe fare la somma, ma non lo fanno». La Banca dati nazionale bovina con sede a Teramo, invece, tiene l’anagrafe di tutti i bovini presenti in Italia. Ma incrociare i dati delle due banche dati per vedere se tutto corrisponde o se ci sono incongruenze è impossibile, perché l’Agea classifica gli allevatori con un particolare codice aziendale, Teramo con il codice fiscale.
«È emersa l’assoluta mancanza di un quadro esaustivo dell’effettiva produzione e commercializzazione del latte italiano – si legge nella presentazione dell’inchiesta dei carabinieri -. Si evince il carattere assolutamente deficitario del sistema operante in Italia in materia di quote latte». E ancora: «Sebbene Agea abbia replicato ai rilievi del Comando tentando di dimostrare l’affidabilità del sistema, le ulteriori indagini, oltre a confermare l’esistenza di gravi anomalie, hanno alimentato nuovi e complessi profili di irregolarità, riconducibili addirittura a fattispecie di reato (corruzione, frode, falso)».
Insomma, il sistema fa acqua da tutte le parti. Perché i dati non sono attendibili. Perché le banche dati non possono essere confrontate. E anche perché, aggiungono i carabinieri, mancano ispezioni e verifiche sul territorio. Così succede che ci siano migliaia di allevamenti che non hanno un’autorizzazione per la produzione di latte; o che siano calcolati come produttori di latte centri a cui non è associato alcun allevamento. Come dimostrato recentemente anche da Report, che sui monti della Lombardia ha scovato stalle classificate come produttive che non vedono una mucca in carne ed ossa da vent’anni.
Il risultato di questo caos organizzato, secondo Rigodanzo&Co., è che l’Italia dichiara più di quanto  produce. Una procedura un po’ strana, dato che è come dire che il paese si autodenuncia per farsi multare. Ma che si può spiegare con i margini di guadagno che si aprono nelle zone grigie di una sistema in cui abbondano stalle fantasma e quote fittizie. «Hanno dato un valore alle quote latte. E come sempre, c’è qualcuno che si ricama sopra».
Grazie alla produzione gonfiata, grosse aziende e grandi gruppi industriali potrebbero importare a prezzi stracciati latte straniero (10-15 centesimo contro i circa 35 del latte italiano), e poi farlo magicamente diventare italiano, per venderlo in bottiglia o destinarlo alla produzione di formaggi, anche dop. Con tutti i rischi che ne conseguono, visto che si tratta di latte che in realtà circola in nero, senza controlli e senza verifiche. Mentre chi dichiara al fisco tutto quello che esce dalla propria stalla, magari, si ritrova con una sanzione da centinaia di migliaia di euro sul collo. Rigodanzo ha ricevuto una cartella esattoriale da 203 mila euro. Ma non intende pagare. «Se i dati sono sbagliati, e se non c’è mai stato eccesso di produzione, come puoi chiedermi di pagare? Con poche decine di migliaia di euro avrei potuto comprare anch’io delle quote ed essere a posto. Ma è una questione di principio». Il prossimo 10 ottobre c’è la prima udienza per l’esposto presentato un anno fa. La battaglia sarà ancora molto lunga.
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http://www.primadanoi.it/news/italia/544746/Archiviato-il-grande-scandalo-delle-quote.html

Archiviato il grande scandalo delle quote latte e delle vacche di 83 anni

ROMA. Il giudice ha archiviato il procedimento sulla presunta maxi truffa delle quote latte che rischia di far pagare all’Italia una multa salatissima all’Europa.
Per il giudice ci sono condotte gravissime ed una serie di incongruenze che dipingono un quadro più che fosco ma manca l’elemento soggettivo, cioè la prova che tutto sia stato fatto con la piena consapevolezza e volontà. Dunque l’inchiesta è stata archiviata.
Delle quote latte se ne sono occupate oltre 70 procure italiane che hanno cercato di guardare dentro una delle più grosse macchinazioni ai danni dello Stato e degli agricoltori per lucrare sui finanziamenti europei. 
La vicenda è scaturita dalle relazioni di una commissione d’indagine finalizzata a verificare le quote latte, nominata il 25 luglio 2009 dall’allora ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia. Molto probabilmente nessuno avrebbe potuto ipotizzare quello che poi sarebbe finito nelle relazioni dei carabinieri che hanno indagato. Nell’inchiesta era coinvolto anche l’Istituto Zooprofilattico di Teramo “Giuseppe Caporale”.
I carabinieri hanno accertato ingenti quantitativi di quote latte non revocate da parte delle Regioni a causa della mancata segnalazione dell’ente responsabile: l’Agea. Le quote revocate annualmente devono essere ridistribuite gratuitamente tra produttori in base a disposizioni regionali, ma questo non avveniva. Qualcuno, non autorizzato, si accaparrava quella quote latte e poteva quindi importare latte dall’estero, quindi di mucche non presenti sul territorio italiano.
In pratica anche dopo il periodo della “lattazione” sulla carta le mucche continuavano a produrre giungendo all’assurdo di capi di 82 anni, il che non esiste in natura.
Sono state scoperte, inoltre, migliaia di aziende presenti nella Banca Dati Nazionale, detenuta dall’Istituto Zooprofilattico di Teramo, prive di autorizzazione alla produzione del latte, il cui prodotto quindi non sarebbe stato commerciabile. Secondo la normativa invece per ogni azienda dovrebbe essere indicata la presenza o meno dell’autorizzazione. […]

«CONDOTTE PER MERO ERRORE»
[…] Quanto alla non corretta quantificazione delle quote latte che ha cagionato ingenti danni sia ai produttori che allo Stato italiano a causa della comminazione di sanzioni per aver sforato la singola quota latte attribuita, il giudice concorda con il pm che parla di «mero errore di natura contabile» per gli anni in cui ancora la questione non era all’attenzione dei media e prima che venissero comminate le sanzioni.
Secondo il giudice non può infatti ipotizzarsi il reato di truffa poiché a fronte del danno cagionato mancherebbe l’ingiusto profitto in favore dei soggetti agenti, cioè dei funzionari della Agea, e pertanto non avrebbero avuto interesse a falsificare il dato con conseguente impossibilità di ravvisare l’elemento psicologico del reato.
In sostanza secondo il pm ed il giudice le indagini non avendo scoperto quale sarebbe stato l’ingiusto profitto per i soggetti che hanno immesso i dati errati nel sistema non si può nemmeno individuare il perché e dunque la volontà di tale condotta.

ASPETTI DA APPROFONDIRE
Ci sono tuttavia, secondo il giudice, aspetti da approfondire come per esempio la condotta tenuta successivamente dei funzionari dell’agenzia i quali per giustificare l’errore commesso – e quindi evitare la responsabilità contabile- hanno chiesto la modifica dell’algoritmo ossia dei criteri di calcolo del numero dei capi potenzialmente da latte.
Le indagini hanno evidenziato come attraverso la costruzione dell’algoritmo si potesse favorire poi il risultato sballato che forniva le pezze d’appoggio per ottenere i finanziamenti.
Ed, infatti, successivamente dopo che l’inchiesta ha creato scalpore, sono stati modificati i criteri che compongono l’algoritmo come il limite massimo di età dei capi da latte che da 120 mesi è passato a 999 mesi, ossia 82 anni di età.
Le indagini hanno sempre accertato che questo è avvenuto per espressa richiesta dei funzionari di Agea con l’evidente fine di giustificare il dato in eccesso che aveva determinato le sanzioni. La sola manomissione di questo dato ha determinato le differenze nel calcolo della produzione nazionale di latte con il conseguente sforamento delle quote.
Dunque tutto confermato dalle indagini compresa la volontà dei funzionari dell’agenzia di intervenire in questa manomissione; funzionari che non potevano certo ignorare la inverosimiglianza del dato che poi generava risultati non rispondenti al vero. Tali calcoli tuttavia vengono inseriti in atti il cui contenuto deve pertanto ritenersi «ideologicamente falso».
Pertanto se è vero che non può ipotizzarsi il reato di truffa non altrettanto può dirsi in ordine al reato di falso.
Il giudice pertanto sollecita il pm all’iscrizione nel registro degli indagati dei funzionari che dovranno rispondere di quest’ultimo reato.
L’ inchiesta tuttavia deve essere archiviata. […]

16/11/2013

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