http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/luigi-nicolais/costruire-ogni-giorno-pezzi-di-futuro/dicembre-2013

Costruire ogni giorno pezzi di futuro

Il 18 novembre 1923 veniva fondato il Consiglio Nazionale delle Ricerche. In quegli anni, sebbene affascinati dalle possibilità della scienza e della tecnica, molti non colsero pienamente il significato di quella decisione.
Nel sentire comune il Consiglio Nazionale delle Ricerche sarebbe stata un’istituzione pubblica al pari di tante altre, probabilmente con un’attenzione in più all’industria dominante e alla comunità scientifica internazionale.
Tanto che, istituito come ente morale, il CNR, sebbene andasse configurandosi secondo i contemporanei modelli organizzativi della ricerca, da essi se ne differenziava per la modestia del bilancio assegnato e la limitata autonomia riconosciuta. Nel corso degli anni, però, grazie al talento, all’autorevolezza, alla sagacia e ai sacrifici della comunità scientifica, il CNR avrebbe dimostrato la sua centralità e importanza nell’avanzamento delle conoscenze, nello sviluppo di tecnologie, nell’innovazione del tessuto imprenditoriale e nella nascita di nuova impresa.

Gli anni del boom economico e delle grandi sfide della ricerca scientifica trovano nel CNR un forte alleato.
Protagonista e artefice del cambiamento del Paese, il CNR si candida a esserne, attraverso i Comitati, gli Istituti, i laboratori, la dorsale delle competenze e dei saperi, tradizionali ed emergenti, faro per i giovani e le comunità scientifiche, interlocutore privilegiato dei settori produttivi più avanzati e competitivi. 
Negli anni, al pari di tante altre istituzioni scientifiche, il CNR è stato coinvolto in processi di radicali – e spesso fin troppe ravvicinate – trasformazioni. Ciò è dovuto all’apertura di nuovi scenari scientifici e tecnologici, alla crescita dimensionale della rete e degli operatori, alle mutate esigenze gestionali, di autonomia e di sviluppo ma anche a interventi del legislatore dettati da più generali condizioni economiche, politiche sociali nazionali e internazionali.
Oggi il Consiglio Nazionale delle Ricerche è il più grande ente di ricerca italiano, investiga e studia su tutti i domini scientifici; dispone di strutture e laboratori sull’intero territorio nazionale e in alcune zone chiave del mondo: dall’Artico all’Antartico, dall’Everest all’Iraq. Vi lavorano oltre ottomila persone che a vario titolo sono impegnate in attività di ricerca, studio, trasferimento e innovazione tecnologica.
Nell’ultima edizione del World Report sulla qualità e produttività scientifica pubblicata nel 2012 dalla Scimago Institutions Rankings, il CNR occupa il ventunesimo posto a livello internazionale, mentre a livello comunitario e nazionale rispettivamente il quinto e il primo.
Durante questi anni il CNR ha dialogato con le imprese, con le istituzioni e le comunità scientifiche, nazionali e internazionali. Tantissime le linee di ricerca e i progetti di cui è ispiratore e attuatore: dalla bio-agricoltura alle energie alternative; dai beni culturali alla prevenzione ambientale; dai nuovi materiali alla linguistica; dalle scienze sociali a quelle matematiche, alle biotecnologie, al clima, alle ICT, alle neuroscienze, alla filosofia, fisica, chimica… e ancora molti altri. Altrettanto numerosi i brevetti depositati, le nuove imprese di cui ha concorso e facilitato la nascita, i progetti di innovazione e sviluppo seguiti con grandi aziende.

Sul versante internazionale il CNR è tra gli ispiratori e promotori del Global Research Network, la rete delle più grandi istituzioni di ricerca scientifica mondiale e della omologa Rete Europea. Ma la sua grandezza e il suo valore più che dalla conta dei risultati, dei progetti e delle relazioni internazionali e industriali, si devono alle persone che quotidianamente affrontano la sfida della conoscenza: dai ricercatori dei tempi di Vito Volterra ai giovani precari della ricerca di oggi. Sebbene negli anni siano cambiate, e spesso in peggio, le norme di riferimento, le opportunità e le modalità di accesso, le sicurezze e, spesso, anche le aspettative, restano immutate la passione, la voglia di studiare, capire, mettersi in gioco, farsi carico dei problemi che quotidianamente deve affrontare chi si occupa di scienze nel nostro Paese. Resta immutato l’orgoglio di appartenere a una comunità che si adopera per il bene e l’interesse comune, che costruisce quotidianamente pezzi di futuro, che sa di fare uno tra i mestieri più affascinanti e interessanti, dove creatività e rigore, metodo e libertà portano sempre a nuovi interessi e sfide.
Abbiamo, perciò, interpretato e proposto la ricorrenza del Novantennale come un periodo di riflessione e di confronto sui valori della ricerca scientifica, sulla sua importanza per la vita economica e sociale, ma anche sulle difficoltà da superare affinché essa venga sempre più percepita come investimento ineludibile e necessario per il futuro.

Nel 2012 la priorità del nostro Paese è stata la gestione della crisi finanziaria e di conseguenza è stato, ancora una volta, rinviato il lancio di un modello di sviluppo basato sulla conoscenza. Continuare in tale direzione sarebbe, però, un grave errore con effetti devastanti sul piano della competitività e della tenuta occupazionale in ogni settore. Per svoltare, oltre a rendere disponibili le necessarie risorse, andranno semplificate e meglio caratterizzate le norme per e sulla ricerca riconoscendo a tutte le strutture – Università, enti, istituzioni – pari autonomia di indirizzo, gestione, accesso e valutazione all’interno di un unico sistema nazionale integrato e coeso della ricerca scientifica e tecnologica. Il futuro dipende sia dalle infrastrutture e attrezzature sia, principalmente, dalla qualità e numerosità del capitale umano.
Attualmente l’età media del personale strutturato nelle istituzioni pubbliche di ricerca è fra le più alte d’Europa mentre il loro numero è decisamente inferiore a quello di omologhe realtà; di conseguenza, e inevitabilmente, tra le priorità dei prossimi anni dovrà rientrare un piano straordinario di assunzioni senza il quale il Paese rischierà di perdere il ruolo conquistato nei diversi settori scientifico-disciplinari, di non poterne assicurare continuità e crescita, né di poterne sanare le debolezze. A tal fine sarebbe auspicabile, sin da subito, affrontare alcuni problemi strutturali dell’organizzazione del lavoro scientifico affinché vengano riconosciute le particolarità e le specificità delle attività del personale della ricerca e si possano riconoscere agli enti preposti autonomia e agibilità tali da semplificare, modernizzare e innovare la gestione, il reclutamento, l’organizzazione nonché a incentivare la valorizzazione del merito, la formazione di nuovi profili professionali, il miglioramento delle prestazioni.

Se, nei prossimi mesi, come Paese, saremo in grado di assumere e sostenere almeno qualcuna di queste iniziative davvero sarà un bel modo di ricordare i novanta anni del CNR.

Tratto da Scienza & società – Novant’anni di CNR 1923-2013

22 dicembre, 2013
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Un’idea strategica per il Paese

[…] Per uno scherzo della storia il CNR nacque il 18 novembre 1923 (trent’anni prima della NSF), mentre al governo era già andato Benito Mussolini, il capo del fascismo che in termini di autonomia, internazionalità e modello di sviluppo aveva progetti affatto diversi. Oggi il CNR compie novant’anni. Lo riteniamo un compleanno importante. Per certi versi decisivo. E, infatti, al passato, al presente e al futuro del Consiglio Nazionale delle Ricerche dedichiamo un intero fascicolo. È importante ricordarlo, il compleanno, perché in questi novant’anni il CNR ha realizzato tre dei quattro obiettivi di Volterra. Obiettivi che restano di straordinaria attualità.
È diventato la più grande struttura di ricerca italiana. Con una capacità di lavoro, sia in termini di quantità che di qualità, che, a dispetto di tanti critici poco informati, è tra le maggiori d’Europa e del mondo.
Ha modificato la sua natura (non ha più le funzioni di agenzia) ma è stato un ottimo incubatore di nuove idee e di nuove strutture. Sono nati nel CNR, o grazie al CNR, altri enti sia nell’ambito della scienza di base, come l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), sia nell’ambito della scienza applicata, come il Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN poi diventato ENEA). Il CNR ha incubato la Biologia molecolare italiana (con il LIGB di Napoli) così come la ricerca aerospaziale (è grazie al CNR che l’Italia è stato il terzo paese a inviare nello spazio un satellite artificiale). Ma ancora oggi i ricercatori e gli istituti del CNR partecipano a grandi progetti internazionali.
E, infine, ha avuto una marcata vocazione per l’internazionalità. È anche grazie all’aiuto del CNR che Edoardo Amaldi ha potuto dare un formidabile contributo a realizzare il CERN di Ginevra, il più grande laboratorio di Fisica al mondo e la prima espressione tangibile dell’Europa finalmente unita dopo la tragedia della guerra. Dunque il bilancio è largamente positivo. E in futuro il CNR continuerà ad avere un ruolo primario nell’ambito della ricerca italiana se saprà continuare lungo il percorso indicato da Volterra di ente generalista e interdisciplinare, capace di realizzare buona scienza e promuovere nuove idee, con una forte tensione internazionale.
Tuttavia bisogna dire che la seconda parte del progetto di Volterra – quella di un Paese che persegue un modello di sviluppo economico (ma anche sociale e civile) fondato sulla ricerca – non si è realizzato. Il sistema Paese non ha saputo rispondere al progetto di Vito Volterra così come gli Stati Uniti (e, ormai, una costellazione di altri Paesi distribuiti in tutti i continenti) hanno risposto al progetto di Vannevar Bush.

L’Italia resta ai margini della società della conoscenza. E da trent’anni ne paga un prezzo salatissimo. Quello del sostanziale declino. La colpa del mancato ingresso dell’Italia nella società della conoscenza non è certo del CNR.
Al contrario, è proprio questa condizione di marginalità che assegna al CNR un ruolo decisivo per il futuro del Paese: aiutare l’Italia a recuperare il tempo perduto.

Tratto da Scienza & società – Novant’anni di CNR 1923-2013

22 dicembre, 2013
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Aggiornamento del 13 febbraio 2014:

Come riprendere il dialogo interrotto con l’industria

UNA PREMESSA DISORDINATA

Oggi riconoscono quasi tutti che il nostro Paese è in declino, tanto che nelle scorse elezioni una lista si richiamava proprio a un attivo “FARE per fermare il declino” (prima di declinare anch’essa, ancor prima delle elezioni e per ragioni abbastanza imbarazzanti). Ho scritto prima “quasi tutti” e la precisazione è necessaria perché fino a poco tempo fa c’era chi negava il declino con l’argomentazione che i ristoranti erano pieni e, oggi, c’è chi collega la crisi che stiamo attraversando esclusivamente alla situazione internazionale e alle politiche deflattive dell’ultimo anno. Fortunatamente qualcuno parla della necessità di rivedere il ruolo che scuola, cultura, formazione e università devono avere nello sviluppo di una società avanzata collegando innovazione tecnologica e ricerca. 
Ricordiamo, tra questi, il documentatissimo ed efficace libro di Bruno Arpaia e Pietro Greco (La cultura si mangia, Guanda 2013) uscito recentemente e anche il fatto che, molto più di prima e più diffusamente, si riconosce che i nostri problemi attuali nascono anche dal fatto che il nostro mondo produttivo ha innovato poco, anche se poi si sorvola sul perché questo sia accaduto e su che cosa si intende per innovazione. Qual è l’innovazione che sarebbe servita? E quella che potrebbe servire ancora?
Queste domande non sono poste neanche da coloro che oggi cominciano a porsi e a porre a un più ampio uditorio il problema. Il declino italiano non trae origine solo dalla situazione economica internazionale e dalle politiche restrittive recenti. Queste si sovrappongono a un dato specifico dell’economia italiana che ha fatto suo un modello di sviluppo senza ricerca e che è entrato in crisi quando con l’euro non ha più potuto avvalersi dello strumento della svalutazione. Volendo fare un paragone di tipo medico, se il contesto internazionale e la recessione sono una grave malattia infettiva, presa per contagio, il nostro non essere attrezzati sul fronte dell’alta tecnologia rappresenta un grave difetto cardiaco preesistente. Non solo la malattia cardiaca ci pone maggiori problemi per guarire dalla malattia infettiva ma le cure per quest’ultima non risolveranno i problemi cardiaci.
Dai problemi creati al nostro Paese dalla crisi mondiale e dalla recessione non ne usciremo se non affrontiamo l’altro problema che abbiamo. Dovremmo prendere occasione della malattia infettiva per impostare anche la cura dei nostri problemi cardiaci. Ma che cosa c’entra tutto questo con la ricerca scientifica e con il CNR?
Noi possiamo tornare a essere un Paese competitivo se cominciamo a produrre anche beni con alto contenuto di conoscenza incorporato, ma questo può avvenire solo se riusciamo a costruire (e rendere permanente) una vera e propria filiera che vada dalla ricerca di base a imprese innovative che producano beni di alta tecnologia. 
Questa filiera si dovrà fondare da un lato su un tessuto forte e robusto di scambi reali tra mondo della ricerca e mondo produttivo (più veri di quanto non sia avvenuto fino a ora) e dall’altro su una ricerca di base, di punta e competitiva. Solo un motore che genera nuova conoscenza può dare stabilità e unicità a questa nuova capacità produttiva e competitiva.

Gli enti di ricerca in generale, dunque, e il CNR in particolare – data la sua complessa struttura interdisciplinare che trae origine dalla sua storia e dalle sue dimensioni – dovrebbero (e potrebbero) svolgere un ruolo cruciale nel complesso sistema dell’alta formazione e di quello che a essa è connesso (dallo sviluppo produttivo al vivere civile). […] Tutto questo indurrebbe a credere che nel corso del tempo si sia intervenuti per favorire e potenziare le attività di ricerca visti i loro risvolti positivi sia per lo sviluppo economico sia per quello di una formazione culturale e civile. Purtroppo dobbiamo prendere atto che invece molti degli interventi sugli enti di ricerca sono stati frutto di considerazioni diverse di quello a cui si è fatto riferimento prima, interventi che hanno messo in forse la loro stessa sopravvivenza oltre a depotenziare il loro ruolo strategico. 
Negli ultimi pochi anni c’è stata una inversione di tendenza, ma a partire da una devastazione precedente. Che gli interventi pensati e attuati dal 2002 al 2010 avrebbero devastato il CNR era facilissimo da prevedere per cui potremmo parlare, rubando un titolo a Garcia Marquez, di cronache di una devastazione annunziata.

Andiamo con più ordine.
Torniamo adesso allo scopo principale di queste brevi note: ci proponiamo di sottolineare quali siano i compiti cruciali e centrali che il CNR può svolgere nel contesto dei problemi che ha un Paese culturalmente ed economicamente avanzato. Fondamentalmente i problemi sono due: permettere l’avanzamento delle frontiere della conoscenza e favorire lo sviluppo economico del Paese.
Forse potremmo riassumere questi due compiti nella frase seguente: “contribuire allo sviluppo economico e culturale del Paese”.
Sembrano solo parole ma non è così. Il declino dell’Italia – come abbiamo già scritto – è dovuto principalmente per quanto riguarda l’aspetto economico a un modello di sviluppo senza ricerca che, dopo l’introduzione dell’euro, non ha più potuto contare sulla ripetuta svalutazione “competitiva” usata dai vari governi italiani nei decenni precedenti. Segnali di attenzione a questo aspetto sono stati da sempre avanzati da menti lucide come quelle di Marcello De CeccoSergio Ferrari Luciano Gallino, solo per fare – in ordine alfabetico – qualche esempio, ma non sono state ascoltate. Il problema importante e cruciale di fare interloquire e dialogare mondo della ricerca e mondo della produzione è stato ridicolizzato riducendolo nel migliore dei casi allo slogan che – in situazioni di difficoltà – la ricerca deve essere “subordinata” alle esigenze immediate del mondo produttivo. Ora, il punto cruciale e difficile da attuare più che di discutere in astratto è proprio quello di programmare e progettare un dialogo nuovo tra mondo della ricerca e mondo della produzione. 
Non si tratta quindi di subordinare il mondo della ricerca alle esigenze del mondo della produzione di oggi ma di individuare insieme quei settori nei quali vi può essere un interesse specifico del mondo produttivo legato ad aspetti che sono di frontiera per il mondo della ricerca.

Questo non vuol dire soltanto che sono aspetti che interessano il mondo della ricerca ma che sono di estremo interesse per il mondo produttivo perché permettono di stabilire una presenza in settori nuovi dove non solo all’inizio c’è meno competizione ma nei quali noi avremmo un enorme vantaggio iniziale (da potere sfruttare per un tempo non breve) potendo maneggiare noi il know-how, più e meglio di chiunque altro, avendolo costruito noi stessi. È qualcosa che, tra l’altro, anche in Italia è già avvenuta in un passato più o meno recente, all’epoca di Giulio Natta e di Adriano Olivetti, quando il primo collaborava con la Montecatini e il secondo spingeva Mario Tchou a progettare il primo computer portatile (si veda il libro di Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi 2003). […]

BREVI CRONACHE DI UN DISASTRO ANNUNCIATO

Come detto, desidero brevemente esaminare un periodo recente che ritengo abbia molto a che fare con problemi presenti e pressanti ancora oggi, quelli del cambiamento di modello produttivo, a cui ho accennato prima, e anche alcuni nuovi che coinvolgono nuovi attacchi alla ricerca scientifica e all’Università.
Sono gli anni delle due ultime riforme. Quella che è stata pensata nel corso di tutti gli anni Novanta del secolo scorso e poi ha iniziato a diventare operativa a partire dal 2002 e che – anche se si collega a tante altre discussioni precedenti – possiamo chiamare riforma Berlinguer o riforma Berlinguer-Bianco (dal momento che Lucio Bianco è stato il presidente che l’ha accompagnata nei suoi primi passi).
La seconda – che in realtà non sarebbe corretto chiamare riforma (e neanche controriforma ma devastazione, tentativo – parafrasando Francesco Rosi – di mettere “le mani sulla città” della ricerca) è, invece, dovuta al ministro Letizia Brichetto Moratti e al suo esecutore materiale Fabio Pistella. […]

SUPERFICIALITÀ E IMPROVVISAZIONE, OPPURE LUCIDO PROGETTO?

Il racconto precedente è solo una sintesi parziale di quello che è successo negli anni indicati. Spero si riesca a cogliere un’idea sia pur vaga della gravità di quanto è accaduto perché dovremmo cercare di capire perché è accaduto (e se cose analoghe potrebbero di nuovo ripresentarsi). In base a quanto abbiamo affermato all’inizio, c’è sicuramente bisogno che la ricerca scientifica dialoghi con tutte le richieste della società. Ma il problema di spingere a una collaborazione maggiore tra mondo della ricerca e mondo produttivo è stato preso come spunto per compiere una devastazione dell’ente. Questo è avvenuto solo per improvvisazione e incapacità? Le due cose sono senz’altro presenti. Ma c’è dell’altro. Credo sia evidente – sia pure in modo rozzo e informe – che dietro queste azioni ci sia un piano e un progetto. Anche perché successivamente devastazioni analoghe sono state compiute nell’Università. Il piano è veramente mostruoso. C’è l’idea di una centralizzazione e di un controllo ferreo e questo spesso anche al di fuori delle istituzioni preposte come mostra – tra l’altro – l’istituzione dell’IIT di Genova che non dipende dal Ministero della Ricerca ma da quello del Tesoro. E un’altra idea è che se la ricerca serve (e molti dubitano che serva) solo in quanto può dare risposte alle esigenze immediate del mondo della produzione. Potremmo stracciarci le vesti, dicendo che siamo di fronte a una concezione strumentale della conoscenza, ma non c’è bisogno di farlo.
Se parlassimo a interlocutori ragionevoli, potremmo limitarci a osservare che (paradossalmente, forse, per questi grandi strateghi) questa concezione è fallimentare anche dal punto di vista strumentale. In base alla banale constatazione che, oggi, un Paese è all’avanguardia se ha un sistema produttivo basato sull’alta tecnologia questa visione miope è inefficace proprio dal punto di vista dello sviluppo produttivo a medio e lungo termine. Ed è proprio il prezzo che la nostra Italia sta pagando oggi. Il prezzo aggiuntivo rispetto alle conseguenze della crisi internazionale, quello che non ha pagato la Germania che ha utilizzato gli anni successivi alla costruzione dell’euro – investendo ancora di più in ricerca e potenziando la rete di Istituti extra universitari ma in stretto contatto con l’Università e il mondo produttivo (la rete degli Istituti Fraunhofer è dedicata a questo in modo specifico) per modificare il suo modello produttivo in direzione ancora più marcata verso l’alta tecnologia.
Il fatto è che i nostri grandi strateghi che hanno programmato tali attacchi devastanti non erano e non sono interessati allo sviluppo produttivo, ma l’attacco al CNR e all’Università è motivato da ragioni che sono ben chiarite in un recente libro di Luciano Gallino (La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza). Credo che sia importante avere presente un quadro complessivo degli avvenimenti e non solo di quelli italiani. Questo tra l’altro ci permette di cogliere anche gli elementi di stupidità aggiuntiva presente nelle azioni compiute negli ultimi anni da una classe dirigente inadeguata. Adesso cominciano a emergere un po’ di anticorpi, ma sono pochi e arrivano in ritardo.

UNA SPERANZA PER IL FUTURO

[…] Ricette che chiedono di modificare il modello produttivo hanno bisogno di tempo per dare i loro frutti. Adesso siamo nel bel mezzo di una situazione dove i risultati non li vedremo prima di alcuni anni. D’altronde questa via – investire in ricerca, “costringere” Università, enti di ricerca e mondo produttivo a dialogare con opportuni incentivi mirati a far nascere nuove aziende innovative basate su brevetti nostri (veramente innovativi) e su prodotti che “incorporano conoscenza di frontiera” è l’unica via per uscire dalla crisi rimanendo nel novero dei Paesi di punta (e forse è l’unico modo in assoluto anche solo per uscire dalla crisi). Se altri hanno altre e più brillanti idee lo comunichino, per favore, all’universo mondo. Però, per favore, non si ripeta per l’ennesima volta il ritornello che l’uscita dalla crisi è il turismo. Non perché anche in questo settore non ci sia tantissimo da fare, tutt’altro. Un turismo bene organizzato è qualcosa di estremamente utile ma il turismo non può essere l’asse portante del rilancio del Paese.
Il CNR – in questo contesto – può svolgere un ruolo centrale e cruciale.
Deve tornare a essere più snello, più agile; deve avere più controlli sostanziali su quello che fa (i controlli dovrebbero tendere anche al fine di aiutare a superare i problemi che si presentano) e meno impacci burocratico-verticistici.
Questo deve essere ottenuto non con nuove riforme, per carità, ma lavorando a semplificazioni specifiche (anche, se occorre, con mirati interventi legislativi) e riconoscendo in primo luogo le radici della devastazione che è stata operata su di esso nell’epoca nefasta delle Brichetto Moratti e dei Pistella. […]

Deve essere uno dei punti centrali di un grosso piano di rilancio, di un visionario “progetto Paese”. Un progetto Paese deve essere condiviso e portato avanti, appunto, da tutto il Paese ma devo dire che non ho molti dubbi che l’Italia tutta lo perseguirebbe con dedizione, impegno ed entusiasmo se solo fosse presentato in modo semplice e lineare e portato avanti con chiarezza e determinazione. Storicamente abbiamo visto e sperimentato varie volte che di fronte a grandi sfide l’Italia ha reagito molto bene. Tutte le volte che si è trovata sull’orlo del baratro, e se ne è accorta, inimmaginabili reazioni positive le hanno permesso di salvarsi. Forse è nel quotidiano che emergono i suoi difetti profondi. Certo deve anche essere cosciente di trovarsi sull’orlo del baratro. E non sempre le nostre classi dirigenti si sono comportate correttamente. Si pensi solo con quanta informazione pregressa Mussolini precipitò il Paese in guerra o all’oscuramento sulla reale situazione economica prodotto dal criminale ottimismo propagandato dall’ultimo governo Berlusconi. Il Paese ha bisogno di conoscere per potere impegnarsi e agire. E qui risiede una difficoltà non banale. Prima che il Paese lo accetti, un tale progetto deve essere elaborato e presentato dai suoi reggitori, dalla sua classe dirigente. Esso richiede e implica scelte di fondo: di politica scientifica e di politica industriale, oltre che cooperazione tra attori diversi e investimenti mirati. Sarà in grado la classe dirigente di assumere un tale immane compito storico? […]

Tratto da Scienza & società – Novant’anni di CNR 1923-2013

12 febbraio, 2014 – Settimo Termini
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Aggiornamento del 28 aprile 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/rino-falcone/cnr-paradigma-italiano-della-ricerca/aprile-2014

CNR: il paradigma italiano della ricerca

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche è il più grande ente di ricerca pubblico nazionale, ossia è la più importante organizzazione di ricerca del Paese. Rappresenta il massimo sforzo di concentrazione che l’Italia esprime nello sviluppo di nuova conoscenza:

  • per numero di personale (con i suoi circa 8.000 dipendenti e con oltre 4.000 unità in formazione o fattivamente operanti anche se in situazioni contrattuali instabili);
  • per distribuzione sul territorio (il CNR è presente in tutte le regioni italiane, esclusa la Val d’Aosta);
  • per ampiezza del campo d’indagine (ente cosiddetto generalista in quanto, per missione, orientato sull’intero spettro della conoscenza);
  • per intensità di ruoli e relazioni nel settore ricerca a livello nazionale, europeo e internazionale;
  • per impatto di produzione scientifica (diciottesima nel 2011 per produttività tra tutte le istituzioni di ricerca e Università nel mondo).

[…] oltre alla diretta attività di ricerca, le altre azioni che possono essere individuate, sono: 

  • la promozione dell’innovazione e della competitività del sistema produttivo nazionale;
  • l’individuazione di soluzioni per i bisogni individuali e collettivi dei cittadini;
  • la promozione dell’internazionalizzazione del sistema nazionale della ricerca scientifica e tecnologica;
  • la possibilità di fornire consulenze altamente qualificate agli organi dello Stato, della pubblica amministrazione, degli enti locali;
  • la capacità di contribuire significativamente alla qualificazione e valorizzazione delle risorse umane.

[…] Spesso l’aggressione al CNR si è manifestata con argomenti del tutto falsi e comunque aprioristici e non fondati sui fatti: come nel caso dell’accusa di essere una sorta di “carrozzone” burocratico e inefficiente. I dati sulla produttività del CNR (vedi Scimago), hanno sempre smentito clamorosamente queste accuse, tanto in termini di prodotti scientifici e di risultati acquisiti quanto di finanziamento recuperato nel mercato della ricerca sia pubblico che privato, sia nazionale che europeo (dove il CNR risulta l’istituzione italiana più efficiente nel procacciarsi risorse). In effetti, l’attacco aveva come obiettivo l’indebolimento dell’immagine dell’ente, così da poter più facilmente affermare una sua trasformazione in ente di servizio per le aziende. 
Protagonista di prima fila di questa alquanto semplificatoria e miope proposizione, seppur legittima nelle aspirazioni finali (individuare forme di utilizzazione più efficaci della ricerca pubblica), è stato il mondo privato delle aziende e industrie nazionali attraverso le sue variegate espressioni rappresentative (Confindustria in primis).
Sappiamo bene come il settore privato italiano sia gravemente deficitario rispetto agli investimenti in ricerca, che in tutto il mondo sviluppato vedono i due terzi del totale a carico delle imprese e solo un terzo a carico del pubblico. In Italia, invece, i rapporti d’investimento sono di fatto invertiti e quasi i due terzi del finanziamento totale, tra l’altro ben al di sotto del valore medio di analoghi paesi sviluppati, sono a carico del pubblico. Ritenere che questo deficit possa essere colmato attraverso uno stravolgimento della funzione del CNR è allo stesso tempo illusorio e dannoso. L’illusione consiste nell’ipotizzare che si possa piegare una struttura articolata e complessa con un’importante tradizione di attività e competenze ad ampio spettro, innestata nel sistema di ricerca internazionale ed europeo, orientandola in modo forzoso su un segmento ristretto di applicazione. […]

QUALE CNR PER IL FUTURO DEL PAESE

Guardare al futuro della ricerca nazionale e a quello del CNR, alle loro strutture organizzative e alle articolate funzioni che devono svolgere, significa misurarsi con la crescente complessità delle società globalizzate e con il perdurante fabbisogno di evoluzione tecnologica, in un circuito in cui la domanda-offerta di nuova conoscenza assume forme continuamente aggiornate.
Per ottimizzare il nostro sistema ricerca serve allora che tutti gli attori protagonisti di questa impresa si sentano coinvolti e giochino con determinazione il proprio ruolo. Sarà essenziale che il governo faccia la propria parte, riducendo gli interventi normativi e destinando piuttosto le necessarie risorse affinché il CNR possa rifinanziare decentemente le sue attività ordinarie e straordinarie. Sarà fondamentale che le strutture di ricerca e tutti i suoi attori nei differenti ruoli e responsabilità, si impegnino per rendere il settore massimamente efficiente. In primis: ripristinando il ruolo che uno statuto autonomo implica. Sarà utile infine che i media e l’opinione pubblica svolgano il proprio compito, collocando il protagonismo della ricerca di sapere nella giusta dimensione di fattore chiave per il progresso e lo sviluppo del Paese. 
Molti ostacoli continueranno a frapporsi per uno sviluppo ordinato del CNR e della ricerca pubblica in Italia. È necessario per questo prevedere e anticipare soluzioni organizzative capaci di competere con complessi contesti politico-finanziari ed economici, con le problematiche sociali di natura sempre più interconnessa e reciprocamente influenti, con gli sviluppi e le tendenze scientifiche in rapidissima evoluzione, con le articolate domande di sapere e di tecnologia.

Al CNR spetterà quindi di attrezzare la propria organizzazione. Dovrà trovare il giusto equilibrio tra l’orientamento dall’alto delle sue attività, su obiettivi scelti e condivisi in ambito nazionale ed europeo, e lo sviluppo del lavoro d’indagine, nel basso, sugli specifici campi di ricerca capaci di far emergere soluzioni imprevedibili e non pianificate rispetto a problemi irrisolti di natura locale o globale. In questo equilibrio tra il top-down e il bottom-up si giocherà la partita della futura ricerca. Ed è per conservare questo equilibrio che servirà selezionare le giuste strategie organizzative rafforzando il ruolo della ricerca interdisciplinare e dei settori di frontiera, valorizzando il senso delle autonomie, sviluppando attenzione alla formazione e all’internazionalizzazione e vivificando i fondamentali impatti socio-economici.

Tratto da Scienza & società – Novant’anni di CNR 1923-2013

27 aprile, 2014 – Rino Falcone
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Aggiornamento del 10 maggio 2015:

Libro “La ricerca e il Belpaese. La storia del Cnr raccontata da un protagonista” di Lucio Bianco 

«La forza del Cnr oggi è nella sua rete di istituti. Ma bisogna liberarlo dai condizionamenti che derivano dalle varie “riforme della riforma”: occorre delegificare, proporre pochi indirizzi, recuperare l’autonomia dell’ente e soprattutto l’autonomia degli istituti. Il fatto di avere competenze diversificate è ancora la carta che il Cnr deve giocare per costruire il suo futuro».

La storia del più grande ente scientifico italiano, il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), viene narrata e interpretata in queste pagine da uno dei suoi protagonisti, Lucio Bianco. È una storia lunga novant’anni che non guarda al passato, ma al futuro: i caratteri fondanti del Cnr – ricerca d’avanguardia, proiezione internazionale, interdisciplinarità –, infatti, sono tuttora attuali e forse, come scrive Raffaella Simili nella sua prefazione, a novant’anni si può ancora sognare. Il volume, snello e intenso, svela alcuni dei motivi di fondo che ostacolano l’ingresso dell’Italia nella «società della conoscenza» e stanno determinando il declino, economico e non solo, del nostro paese. Questo libro racconta anche un pezzo importante di storia della cultura italiana. E, soprattutto, di storia del rapporto tra scienza e politica, che in Italia è stato spesso burrascoso, fino a diventare conflittuale in due momenti precisi: quando il governo Mussolini, negli anni venti del secolo scorso, mandò via il fondatore e presidente del Cnr, Vito Volterra, e quando, nei primi anni di questo secolo, il governo Berlusconi cercò di mandare via il presidente del Cnr, Lucio Bianco. Le vicende sono ovviamente molto diverse tra loro. Tuttavia, in entrambi i casi, i due uomini di scienza sono usciti di scena con grande dignità, lanciando un messaggio di speranza: la scienza italiana non è disposta a subire l’arroganza gratuita del potere politico.

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