Dopo la bocciatura del decreto Digitalia (vedi gli articoli “Decreto sviluppo bis alias DIGITALIA: ma quante belle novità!” e “Decreto Digitalia: la rivoluzione digitale richiede “dati aperti” e gestione centralizzata“), che ci aveva dato qualche speranza, ecco cos’hanno combinato adesso con Destinazione Italia:

http://www.pmi.it/economia/mercati/articolo/72345/destinazione-italia-luci-e-ombre-per-lindustria-digitale.html

Destinazione Italia: luci e ombre per l’Industria Digitale

Alessandro Longo – 

«Bene i voucher e gli incentivi alle PMI che investono in innovazione, ma non bastano per dare una svolta». E per il resto tutto male nelle ultime trovate normative che arrivano dal Governo: «Web Tax e aumento dell’equo compenso sono un grosso pericolo per lo sviluppo del mercato digitale». La pensa così Stefano Parisi, presidente di Confindustria Digitale, in un’intervista a PMI.it sull’onda delle ultime novità che stanno prendendo forma di decreto. […]

Almeno queste misure di Destinazione Italia arrivano al momento giusto…

Sì, è il resto che non è positivo. Per esempio la norma – sempre di quel decreto – che esclude i libri non cartacei dagli incentivi fiscali. Già gli e-book soffrono di un’IVA più alta, adesso il Governo pensa di penalizzarli ulteriormente. Mi sembra assurdo, probabilmente il ministero dei Beni Culturali non comprende quanto la tecnologia digitale possa aiutare a diffondere la cultura.

E la Web Tax?  la nuova versione – alleggerita dalla commissione Bilancio della Camera – ha eliminato l’obbligo di partita IVA per i servizi di eCommerce lasciandolo per pubblicità e diritto d’autore, ndr)

Questa è un’altra cosa incredibile. Davvero negativa. L’ho già detto in altre sedi, ma ora lo spiego meglio. Questa norma andrà incontro sicuramente a una procedura d’infrazione europea, perché il diritto comunitario prevede armonizzazione sulle materie fiscali… quindi è impensabile imporre una partita IVA italiana a chi vuol fare business nel nostro Paese. C’è già un Comitato a livello OCSE per affrontare il tema dell’armonizzazione fiscale sul web, per affrontare il tema della tassazione di giganti come Google. Sono questioni che vanno gestite a livello internazionale. In Italia, invece, dobbiamo pensare a come la normativa fiscale possa aiutare lo sviluppo dell’Industria Digitale. Mi sarebbe piaciuta una Web Tax a favore del web…e invece così com’è è contro il Web. E contro la stessa Italia. Se vogliamo metter mano alla normativa fiscale, invece che aumentare le tasse dovremmo pensare a incentivi per sostenere lo sviluppo delle piattaforme digitali europee e non solo italiane.

La Web Tax è nell’attuale testo della Legge di Stabilità, dove troviamo anche un aumento dell’equo compenso SIAE sui dispositivi elettronici.

Un’altra cosa negativa per industria e consumatori. E non solo perché è un aumento del 500% che peserà sui prezzi dei prodotti. È una norma negativa anche perché è nata dal concetto di copia privata di un cd. Cosa che però gli utenti non fanno più. Fanno streaming, piuttosto. Assurdo che debbano pagare di più i dispositivi elettronici per qualcosa – la copia privata – che poi comunque non utilizzeranno. […]

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http://www.formiche.net/2013/12/15/web-tasse-ebook-smartphone/

Vi spiego quanto sono folli le tasse su web, ebook e smartphone

15-12-2013 – Stefano Parisi

[…] LE PREMESSE INCORAGGIANTI E LA REALTÀ

Solo poche settimane fa il governo era impegnato a far propri gli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea. La nomina di Caio a Commissario del governo per l’Agenda Digitale, il nostro Digital Champion, la partecipazione di ministri e, soprattutto, del primo ministro al nostro Forum Annuale, ci davano la certezza che in Italia, finalmente, avremmo avuto a Palazzo Chigi una guida forte e decisa per recuperare i gravi ritardi che abbiamo nello sviluppo dell’economia digitale. Enrico Letta è stato convincente e decisivo per muovere i primi passi in questa direzione. Purtroppo i soliti rigurgiti populisti e l’arretratezza delle burocrazie di alcuni ministeri, in poche ore, hanno dato un colpo drammatico alla credibilità del nostro Paese.

WEB TAX, RIDICOLA E ODIOSA TASSA
La Web tax, così com’è stata approvata in Commissione Bilancio della Camera, è una norma inutile e inefficace. Nonostante il parere contrario del Mef e l’evidente contrasto con la normativa comunitaria, il populismo anti “Lobby delle Multinazionali” persiste nei suoi obiettivi e ci renderà ridicoli a livello europeo. Una tassa che allontana investimenti esteri e non aiuta a crescere le piccole e medie imprese italiane. Altro che “Destinazione Italia”! Ma non è meglio entrare nel percorso europeo e approfittare della presidenza Italiana per definire una normativa europea?

LA FOLLIA FISCALE SUGLI E-BOOK 
Ma non ci si limita alla web tax. Il governo ha approvato un disegno di legge che prevede detrazioni fiscali per l’acquisto di libri… ma esclude gli e-book! Sembra un accanimento. Da tempo chiediamo che l’IVA sugli e-book passi dal 22% all’aliquota del 4% applicata ai libri fisici.  Invece di dare una risposta positiva a questa elementare richiesta, si è pensato di penalizzare ulteriormente i libri digitali.

LE PESSIME TROVATE SUGLI SMARTPHONE
E l’atteggiamento di ostilità di un certo mondo della cultura non si limita qui. Ora c’è anche la determinata volontà di aumentare del 500% il prelievo su ogni smartphone, tablet, pc, smart tv ecc. quale “equo compenso” per la copia privata, senza tener conto che ormai la copia privata è in disuso, in un mondo nel quale i contenuti musicali e video sono sempre più goduti in streaming.

AMARA CONCLUSIONE
La strada per allineare l’Italia ai target europei è ancora molto lunga. Ed è resa sempre più impervia da precise scelte politiche.

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http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2013-12-20/ecco-citta-piu-mature-utilizzo-tecnologie-ict-svettano-stoccolma-londra-e-singapore-italiane-nessuna-114951.shtml?uuid=ABUVgFl

Ecco le città più mature per utilizzo delle tecnologie Ict. Svettano Stoccolma, Londra e Singapore. Italiane? Nessuna

di G. Rus – 20 dicembre 2013

[…] Nella lista non c’è nessuna presenza italiana, ed è forse un segno inequivocabile del gap che il Belpaese paga in fatto di informatizzazione e digitalizzazione a livello pubblico. L’indice in questione misura la capacità di fare leva sugli investimenti in software, hardware e servizi per lo sviluppo economico, sociale e ambientale. […]

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Aggiornamento dell’8 gennaio 2014:

http://firmiamo.it/ritirate-la-webtax

PETIZIONE: Ritirate la webtax

Creata il 15 Dicembre alle 11:12 da Marco Giori

Raccolta firme contro la web tax, la nuova imposta che colpisce chiunque acquisti servizi o prodotti sul web SOLO nel nostro Paese.

Al Parlamento Italiano,

al Presidente della Repubblica e alla Commissione Europea

La web tax è la nuova imposta, introdotta dall’emendamento alla legge di stabilità.
La tassa prevede che i giganti del Web realizzino le vendite in Italia (dalla pubblicità all’e-commerce, incluso il gioco on line) e che quindi fatturino nel nostro Paese, mentre oggi fatturano in altri Paesi con regimi fiscali agevolati.

L’acquisto delle pubblicità su Internet sarà così effettuato esclusivamente mediante bonifico bancario o postale dal quale dovranno risultare anche i dati identificativi del beneficiario.

Ecco il testo completo delle norme:

<<1. I soggetti passivi che intendano acquistare servizi online, sia come commercio elettronico diretto che indiretto, anche attraverso centri media ed operatori terzi, sono obbligati ad acquistarli da soggetti titolari di una partita IVA italiana.

2. Gli spazi pubblicitari online e i link sponsorizzati che appaiono nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca (altrimenti detti servizi di search advertising), visualizzabili sul territorio italiano durante la visita di un sito o la fruizione di un servizio online attraverso rete fissa o rete e dispositivi mobile, devono essere acquistati esclusivamente attraverso soggetti (editori, concessionarie pubblicitarie, motori di ricerca o altro operatore pubblicitario) titolari di partita Iva italiana. La disposizione si applica anche nel caso in cui l’operazione di copravendita sia stata effettuata mediante centri media, operatori terzi e soggetti inserzionisti.

3. Il regolamento finanziario, ovvero il pagamento degli acquisti di servizi e campagne pubblicitarie online deve essere effettuato dal soggetto che ha acquistato servizi o campagne pubblicitarie online esclusivamente tramite lo strumento del bonifico bancario o postale, ovvero con altri strumento di pagamento idonei a consentire la piena tracciabilità delle operazioni ed a veicolare la partita Iva del beneficiario>>.

La tassa è stata studiata per arginare l’acquisto all’estero del traffico pubblicitario italiano da parte di operatori stranieri.

Questo emendamento andrà a colpire chiunque acquisti servizi o prodotti sul web, SOLO nel nostro Paese. Inoltre si fa sempre più concreto il rischio di ritorsioni commerciali da parte di altri Paesi.

Secondo l’American Chamber of Commerce “è evidente la contraddizione tra le finalità di questi emendamenti, dal vago sapore protezionista, rispetto agli scopi di apertura ed incremento dell’attrattività del Paese contenuti nel piano Destinazione Italia. Da un lato si chiede agli investitori internazionali di scommettere sull’Italia, dall’altro, invece, si innalzano nuove barriere per difendere presunti interessi nazionali.

Se anche tu sei contro questa nuova imposta firma subito la petizione.

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Aggiornamento del 27 febbraio 2014:

http://www.pianetacellulare.it/post/Produttori/31185_Web-Tax-Dal-Primo-Marzo-10000-aziende-italiane-saranno-cos.php

Web Tax: Dal Primo Marzo 10.000 aziende italiane saranno costrette a diventare illegali

Scritto da Fabrizio Ventre, il 27/02/14

Il primo marzo entrerà in vigore la famosa Web Tax, prevista dalla Legge 27 dicembre 2013, n. 147, che mira a regolare le modalità fiscali per l’acquisizione di servizi di pubblicità e link sponsorizzati online. Una norma penalizzante per le oltre 10.000 aziende italiane che ogni giorno acquistano pubblicità dai principali network del settore, ovvero da Google, Facebook e Microsoft […].

Una norma in aperto contrasto con la direttiva Europea 2006/123/CEE (“Direttiva Bolkestein”), per la quale l’Italia verrà sicuramente sanzionata, che vorrebbe costringere qualunque soggetto ad acquistare servizi pubblicitari utilizzabili in Italia esclusivamente da partite iva italiane, rendendo di fatto illegale l’acquisto di pubblicità presso i principali operatori del settore come Google e Facebook che solitamente risiedono fiscalmente in Irlanda, paese dell’area Euro.

Una norma che rischia di compromettere pesantemente il mondo digitale italiano, con il rischio di ritorsioni da parte dei principali operatori stranieri, che potrebbero decidere di sospendere i servizi o scaricare sul prezzo gli eventuali costi extra.

Seppur non previste sanzioni dal mancato rispetto di questa norma, dal primo marzo, oltre 10.000 aziende italiane non potrebbero più acquistare pubblicità dai principali network online, un danno enorme in termini di competitività del nostro paese all’estero. Gli investimenti pubblicitari su internet nel 2013 hanno superato i 3 miliardi di euro, con una quota di incidenza pari al 15% delle spese complessive in comunicazione pubblicitaria, come riportato recentemente da Agcom.

Il rischio di un downgrade pesante dell’economia digitale italiana è alle porte, con migliaia di posti di lavori a rischio.

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Aggiornamento del 28 febbraio 2014:

http://www.agi.it/economia/notizie/201402281806-eco-rt10223-fisco_cdm_abroga_norma_su_web_tax

Fisco: CdM abroga norma su web tax

28 FEB 2014

(AGI) – Roma, 28 feb. – Il consiglio dei Ministri ha abrogato la norma sulla web tax. E’ quanto si legge nel comunicato finale del CdM. “Rispetto alla norma precedentemente prevista, viene abrogata la norma della legge di stabilita’ che prevedeva la web tax”, si spiega.

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Aggiornamento del 4 maggio 2014:

http://blog.rubbettinoeditore.it/davide-giacalone/telefono-cassa/

Telefono cassa

Davide Giacalone – 25 aprile 2014

Le tasse che tartassano rispondono a una legge: più le mandi su e più ti buttano giù. Non solo perché hanno effetti depressivi, ma anche perché le si aggira. Così da una parte cresce quel che si dovrebbe pagare e dall’altra scende quel che lo Stato incassa. Esempio: le tasse sui telefoni cellulari e i tablet. Leggo che il ministro della cultura, Dario Franceschini, starebbe studiando l’ipotesi di farla crescere. Sarebbe un provvedimento vagamente contraddittorio con l’idea di digitalizzare l’Italia. Una specie di balzello sul progresso. Ma visto che sta studiando suggerisco che osservi quel che già capita, in quel settore, e si faccia raccontare di quanto il gettito crolla e crollerà.
Sulle sim, quelle carte, sempre più piccole, che contengono la nostra identità telefonica, grava già una tassa di concessione governativa. Una cosa grottesca, introdotta perché i telefoni cellulari erano considerati beni di lusso, e che riguarda solo chi ha un abbonamento, ma non chi ha carte ricaricabili. L’ammontare della tassa, mensilmente, è di 5.16 euro per i singoli e 12.91 per i contratti aziendali (nel qual caso è scaricabile all’80%). Sulla tassa si mette anche l’iva. In questo modo il fisco ha distorto il mercato, sicché l’Italia, che nella telefonia cellulare fu mercato all’avanguardia, è anche il Paese con più ricaricabili. Distorcendo il mercato, come sempre, ha danneggiato il consumatore, perché il traffico ricaricato era più costoso di quello per gli abbonati e le compagnie telefoniche potevano permettersi tale prelievo eccessivo proprio perché non gravato da tassa di concessione. Ora, però, con il livellamento verso il basso delle tariffe e il diffondersi di quelle flat (paghi un fisso e puoi consumare il pattuito, sia in voce che in dati), la frittata s’è girata: per grattare margini le compagnie propongono alle aziende di trasformare le loro sim da abbonamenti in prepagate, chiedendo qualche euro in più, ma assicurando uno sconto di 25 euro a bimestre. Morale: il gettito cadrà, la tassa viene aggirata, ma i consumatori pagano sempre qualche cosa in più per il solo fatto che esiste e consente di parametrare la convenienza verso un livello più alto. Un preclaro esempio di scempiaggine.
Già un paio di giudici tributari hanno considerato illegittima quella tassa, ma i governi, sempre alla disperata ricerca di gettito, hanno fatto orecchi da mercante. Invece di cancellarla del tutto, come si dovrebbe, provano a traslocarla dalla carta al terminale. Una specie di canone Rai, che picchia sui televisori. Solo che creerà le stesse distorsioni: se metto la sim in un diffusore wi-fi e mi connetto con il computer (con il quale posso anche telefonare) pago o no? Io dico di no. Ma questo è il Paese in cui volevano i soldi del canore Rai perché il mio computer è “atto o adattabile” a ricevere immagini televisive. E li volevano da tabaccai e ricevitorie perché ci sono teleschermi per il “10 e lotto”. Un’olimpiade dell’arretratezza tecnologica e dell’arroganza fiscale.
Dal digitale si può trarre molta ricchezza, ma non tassandolo, bensì diffondendolo. Deve trovarsi nelle scuole, nella sanità, nei tribunali, nei musei. Deve non affiancare, ma sostituire il vecchio, cambiando procedure e burocrazie. Supporre di tassarlo maggiormente è l’esatto opposto di quel che serve. Tassare creerà costi e farà perdere risparmi. Il guaio dei sacerdoti del satanismo fiscale è che non pagano neanche la loro bolletta, messa in conto al contribuente, altrimenti queste cose le saprebbero.

https://www.change.org/it/petizioni/no-alla-tassa-sul-telefonino-l-ennesimo-regalo-alla-siae

PETIZIONE: No alla tassa sul telefonino, l’ennesimo regalo alla Siae

Il nuovo Ministro per i Beni e le Attività Culturali Franceschini ha intenzione di firmare il decreto che aumenta l’equo compenso, un sovrapprezzo su svariati dispositivi tecnologici.

Eppure dallo studio voluto dallo stesso Ministero emerge che solo 13 consumatori su 100 usano dispositivi tecnologici per archiviare copie private di musica e film. Quindi, il balzello di 3 e 4 euro chiesto dalla Siae sul prezzo di smartphone e tablet non è giustificato e si tratta solo di una tassa. Ma il ministro Franceschini sembra voler comunque approvare il provvedimento. 

Il precedente Ministro, Bray, aveva bloccato il tutto in attesa di sviluppare un’indagine ad hoc sulle abitudini dei consumatori per verificare se davvero le copie private di opere musicali e cinematografiche siano cresciute negli ultimi tre anni tanto da legittimare addirittura un aumento di ben 5 volte l’equo compenso, come pretenderebbe la Siae.
Finalmente l’indagine è stata resa pubblica e dimostra la fondatezza delle nostre tesi: solo il 13% dei consumatori infatti fa effettivamente copie private e di questi solo 1 terzo usa smartphone e tablet. Se proprio dovesse essere aggiornato, l’equo compenso andrebbe sensibilmente ridotto. 

Il decreto non farebbe altro che innalzare le quote già imposte dal precedente decreto Bondi, portando i precedenti 80 milioni di prelievo annuo a oltre 200 milioni. L’equo compenso, destinato ad arricchire di fatto solo le casse della Siae, in alcuni Paesi europei non esiste. In Italia viene soprattutto distribuito tra gli artisti più noti e importanti. Chi acquista musica e film legalmente da piattaforme online, paga già i diritti d’autore per poterne fruire. Con il decreto queste persone si troverebbero a dover dunque pagare due volte. 

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Aggiornamento del 24 giugno 2014:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/21/copia-privata-la-sconfitta-della-legalita-e-della-trasparenza/1035223/

Copia privata: la sconfitta della legalità e della trasparenza

di Guido Scorza | 21 giugno 2014

La notizia è ormai nota: Dario Franceschini, ministro per i Beni e delle attività Culturali ieri ha firmato il decreto per l’aggiornamento delle tariffe del cosiddetto “equo compenso per copia privata”ovvero dell’importo che ogni consumatore italiano deve pagare quando acquista un cd, un dvd, una pendrive usb, un pc, un tablet o uno smartphone, sul presupposto che potrebbe usarlo per registrarci una copia di una canzone o di un film, legittimamente acquistati.

Da domani, pagheremo, tra l’altro, quasi 5 euro all’acquisto di uno smartphone o di un tablet da 32 Gb, 5,20 per un PC, 0,36 centesimi di euro all’acquisto di una pendrive usb da 4 Gb e tanto di più se maggiore ne sarà la capacità di memorizzazione.

Sono oltre cento milioni di euro all’anno che usciranno dalle nostre tasche e andranno ad ingrassare i conti dell’industria dei contenuti, degli autori – specie di quelli più ricchi giacché il riparto degli importi raccolti avviene secondo oscuri criteri che premiano pochi e sacrificano molti – e, soprattutto, della Siae che trattiene una cospicua percentuale, da diversi milioni di euro, a titolo di “costi di gestione”.

[…] ha disposto gli aumenti in questione, in particolare su smartphone e tablet – pur disponendo di una ricerca di mercato, commissionata dal suo predecessore, Massimo Bray, nella quale si mette nero su bianco che la percentuale di italiani che utilizzano tali dispositivi per fare, davvero, una copia privata non arriva al dieci per cento. E’ curioso, al riguardo, osservare che la ricerca in questione, dopo essere stata, per qualche giorno, pubblicata sul sito del Ministero dei Beni e delle Attività culturali nella sezione nella quale secondo lo stesso Mibac sarebbe “pubblicata la documentazione esaminata ai fini dell’aggiornamento dell’equo compenso”, oggi non vi compare più. Un errore provvidenziale o un puerile tentativo di nascondere agli occhi dei curiosi una scomoda verità [per chi fosse interessato il testo della ricerca è disponibile qui]? […]

[…] E’ l’ennesima brutta storia italiana ed è un peccato che si consumi proprio nel ministro che dovrebbe garantire la promozione e tutela della nostra cultura. Non ha vinto nessuno ma abbiamo perso tutti perché hanno perso la legalità e la trasparenza.

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Aggiornamento del 6 luglio 2014:

http://it.ibtimes.com/articles/67610/20140621/equo-compenso-siae-franceschini.htm

“Equo compenso”, più tasse per tutti: la SIAE ringrazia, Franceschini prende in giro gli italiani

Di Giovanni De Mizio | 21.06.2014 

[…] Dopo diversi mesi (anni) di querelle e pressioni da parte della SIAE guidata da Gino Paoli, il ministro Franceschini ha approvato il decreto che adegua le tariffe per la riproduzione privata di fonogrammi e di videogrammi previste dalla legge sul diritto d’autore, il cosiddetto equo compenso (che per la cronaca non è né equo né compenso). Detto altrimenti, se un supporto elettronico può immagazzinare un brano musicale, un film o altro, la legge sul diritto d’autore sottintende che tale supporto verrà utilizzato per scopi per i quali non si è pagato, pertanto è obbligatorio corrispondere qualcosa all’inefficiente (e talvolta assurdo) monopolista SIAE, la quale poi redistribuisce il ricavato agli autori (in modo tra l’altro molto iniquo).

Insomma, anche se compro una penna USB per metterci esclusivamente le foto dei miei alluci, dovrò comunque pagare come se ci copiassi sopra una canzone di Gino Paoli. Entrambe le situazioni sono estremamente improbabili, ma immagino che a Paoli non interessi granché: basta che sul suo conto in banca arrivino i miei soldi e quelli degli altri contribuenti.

Si tratta di aumenti che arrivano anche al 500 per cento, e che farà aumentare il costo dei dispositivi elettronici, dagli smartphone ai tablet agli hard-disk. Ad esempio sugli smartphone il balzello salirà da 0,9 a 4 euro, in totale la SIAE incasserà cento milioni di euro in più. […] 

La cosa peggiore di tutta questa storia è il tentativo di Franceschini di turlupinare gli italiani, stipandoli come polli di un ripieno di menzogne spudorate. Due in particolare sono le frasi del ministro che denotano questa volontà.

La prima è una frase tecnicamente corretta, una delle tante che la neolingua del governo Renzi ha già utilizzato per evitare di chiamare le cose col proprio nome, che però tenta di nascondere la sostanza: Franceschini ha ragione a dire che non si tratta di una nuova tassa (perché si tratta di una tassa prevista da una legge vecchia di un decennio, per cui, tecnicamente, non è nuova), tuttavia le tasse aumentano, eccome, a beneficio di un istituto (la SIAE), il cui monopolio si sta rivelando sempre più inefficiente, come a più riprese evidenziato dall’avvocato Guido Scorza (e non solo). Il ministro usi pure tutte le locuzioni retoriche che vuole, ma si tratta di un aumento delle tasse.

La seconda menzogna, più grave, riguarda il destinatario dell’aumento della tassa, ovvero chi dovrà materialmente pagarla. […] anche se la tassa deve essere materialmente pagata dal produttore, nulla vieta a quest’ultimo di traslarla in tutto o in parte al consumatore. Un aumento delle tasse comporta una diminuzione del margine per il produttore, il quale, in alcuni, non rari, casi, potrebbe non essere disposto ad accettarlo (potrebbe rischiare di finire in perdita, chiudere, licenziare), e decidere quindi di aumentare il prezzo di vendita. […] Insomma, è falso che la tassa gravi sui produttori e non sui consumatori. Un altro esempio renderà ancora più chiaro il busillis: anche le varie accise su benzina, alcool e sigarette sono tecnicamente a carico dei produttori, ma chissà come mai a sentire il dolore sono i portafogli di automobilisti, bevitori e fumatori. […]

Detto altrimenti, gli effetti di un intervento statale in un mercato non sono esattamente prevedibili (anzi, spesso è il contrario). Insomma, delle due l’una: o il ministro Franceschini è profondamente ignorante di come funzioni l’economia nelle sue più elementari forme, oppure lo sa ma ha deciso di mentire spudoratamente ai suoi cari elettori e amministrati. Quale che sia il caso, il sempreterno ministro Franceschini ha dimostrato di non essere degno di essere un ministro di un governo vagamente serio.

Purtroppo non è il caso di questo governo: il ministro dell’economia Padoan, poche ore dopo la firma del suo collega Franceschini che aumentava del 500 per cento la tassa sul copyright (così la definisce Apple, ad esempio), ribadiva l’urgenza di abbassare le tasse. Forse era il caso che i due si parlassero per evitare di sembrare degli imbecilli ipocriti. […]

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/05/copia-privata-ecco-le-nuove-tasse-su-pc-e-smartphone-fino-a-20-euro-per-un-hard-disk/1050722/

Copia privata, ecco le nuove “tasse” su pc e smartphone. Venti euro per un hard disk

di Guido Scorza | 5 luglio 2014

5,20 euro per un Pc – quali che ne siano le caratteristiche – e 5,20 per uno smartphone o un tablet se dotati di capacità di memoria superiore a 32 Giga [rispettivamente 3,4 o 4,80 euro se la capacità è inferiore ovvero fino a 8 giga, da 8 a 16 giga o da 16 a 32 giga]. Quattro euro, invece, per televisori dotati di capacità di registrazione, cui, peraltro, dovranno aggiungersi quelli dovuti per il supporto di registrazione che si tratti di una pendrive Usb o di un hard disk. Fino a 20 euro per un hard disk e fino 9 per una pendrive Usb. […]

Sono […] aumenti tariffari da capogiro che costeranno ai consumatori italiani oltre 150 milioni di euro l’anno e porteranno nelle casse della Siae– solo a titolo di rimborsi di costi di gestione – oltre 10 milioni di euro cui andranno ad aggiungersi importi egualmente esorbitanti grazie agli interessi bancari ed ai proventi finanziari che la Società maturerà avendo in deposito la montagna di denaro in questione.

[…] E’ un fatto inaccettabile che, probabilmente, in un Paese normale giustificherebbe le immediate dimissioni di chi ha consentito che un’amministrazione apicale dello Stato venisse asservita agli interessi di parte di un soggetto come la Siae. Ma non basta. C’è un altro passaggio del Decreto firmato da Franceschini e in attesa di pubblicazione che getta sconforto in chiunque creda che la macchina dello Stato dovrebbe operare nell’interesse di tutti e secondo principi di obiettività e ragionevolezza. […] Un modo come un altro per dire che le decisioni del Ministro in termini di aumenti tariffari – almeno secondo il Ministro – non dovrebbero necessariamente avere solide basi obiettive, matematiche o statistiche. Per capire l’importanza e, a un tempo, la gravità del passaggio contenuto nel Decreto, bisogna tornare indietro con la memoria di qualche mese a quando, l’ex Ministro dei Beni e delle attività culturali Massimo Bray – che, evidentemente, la pensava diversamente – commissionò una ricerca di mercato che accertò come gli italiani fanno sempre meno “copie private” e, comunque, è raro che usino per farne tablet e smartphone. […]

 

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