Per scoprire tutte le eccellenze e i punti di forza del Made in Italy, vi consigliamo questo bellissimo quaderno:

I.T.A.L.I.A. – Geografie del nuovo made in Italy” – 2011 (pdf)

1. Industria

2. Turismo

3. Agroalimentare

4. Localismo e Sussidiarietà

5. Innovazione

6. Arte e cultura

 

“Non conosciamo mai la nostra altezza – ha scritto – finché non siamo chiamati ad alzarci”.

Emily Dickinson

C’è chi dice che l’Italia sia un Paese senza futuro. Che dietro l’angolo ci aspetti un ineluttabile declino, la perdita di posizioni nella competizione internazionale, il definitivo declassamento, dopo le glorie remote e recenti, a nazione satellite. Tesi che trova il sostegno di fonti autorevoli, nazionali e internazionali: “Il modello di specializzazione dell’Italia è molto simile a quello di Paesi emergenti come la Cina – dice l’ultimo rapporto, datato 4 aprile 2013, dedicato al nostro Paese dalla Commissione Europea – con la maggior parte del valore aggiunto in settori tradizionali a bassa tecnologia, principalmente a causa della limitata capacità innovativa delle imprese italiane”. Ma l’Italia è davvero questa: scarsamente innovativa, in competizione al ribasso con i Paesi emergenti? Forse sì, se usiamo le lenti del pregiudizio, se ci accontentiamo di griglie di valutazione inadeguate, che magari inducono a sposare tesi come quella, tutta ideologica, che la ripresa passa per la modifica dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Ma se al nostro Paese guardiamo con un po’ di simpatia e di affetto, e con un pizzico di curiosità e attenzione in più, la risposta è no, decisamente no. […]

L’Italia deve affrontare e risolvere tante questioni, non solo legate al pesante debito pubblico, che aggravano la crisi: le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, l’economia in nero e la criminalità, una macchina burocratica elefantiaca e spesso inefficace, gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, il ritardo di tante aree del Sud. Guai a sottovalutare, ma è un errore confondere tutto questo col posizionamento del Paese nel mondo. Dietro i foschi pronostici internazionali e le lamentazioni delle prefiche nazionali c’è altro, c’è una questione culturale: la pervasività di certi stereotipi disfattisti che, anche a non voler considerare gli effetti negativi sui mercati, non giovano certo a ridare speranza al Paese. E c’è anche una questione più tecnica, che ne è il riflesso: manca la capacità, la curiosità e la voglia di superare strumenti interpretativi inadeguati a cogliere quanto si agita nei nostri distretti, nei territori, nelle nuove realtà creative. Se, ad esempio, continuiamo a pretendere di misurare la competitività italiana con la quota di mercato detenuta nell’export mondiale – indicatore sempre meno rappresentativo, ma ancora oggi ritenuto erroneamente il principale parametro di riferimento – vedremo solo un’Italia in discesa libera. E saremo fuori strada. Se adottiamo invece come metro la bilancia commerciale dei prodotti, le cose cambiano:

l’Italia è uno dei soli 5 Paesi del G-20 (con Cina, Germania, Giappone e Corea) ad avere un surplus strutturale con l’estero nei prodotti manufatti non alimentari. Vantiamo quasi 1000 prodotti in cui siamo tra i primi tre posti al mondo per saldo commerciale attivo con l’estero. Vuol dire che se pensiamo al mercato globale come a un’olimpiade, ai prodotti come discipline sportive in cui vince chi ha un export di gran lunga superiore all’import, l’Italia arriva a medaglia quasi mille volte. Meglio di noi solo Cina, Germania e Stati Uniti. Può essere questo l’identikit di un Paese dalla “limitata capacità innovativa”?

[…] L’Italia è la culla della cultura. Ma, con paradosso tipicamente tricolore, è un Paese che alla cultura dà scarso credito. Non c’è nessuno che neghi quanto questo settore sia importante ma, prima, sentiamo ripetere, dobbiamo risolvere problemi più seri. E invece proprio la cultura è una delle soluzioni. Mentre il tessuto imprenditoriale del Paese, nel 2012, resta sostanzialmente immobile, le attività del sistema produttivo culturale (tra industrie culturali propriamente dette, industrie creative – attività produttive ad alto valore creativo ma ulteriori rispetto alla creazione culturale in quanto tale – patrimonio storico artistico, performing arts e arti visive) crescono del

3,3%, arrivando ad essere quasi 460 mila, il 7,5% del totale nazionale. Danno lavoro a quasi 1,4 milioni di persone, il 5,7% del totale degli occupati. Creano, direttamente, 75,4 miliardi di euro di valore aggiunto. E ne attivano nel resto dell’economia altri 133. In tutto fa 214 miliardi: il 15% circa del totale. Si può forse lasciare a tempi migliori la cura di questo fattore trainante del sistema Paese?

C’è poi la green economy. Mentre i governi faticano ancora a capirne la portata epocale, quasi una impresa italiana su quattro investe in tecnologie o prodotti “verdi”: di queste, il 37,9% ha introdotto innovazioni di prodotto o di servizio, contro il 18,3% delle imprese che non investono nell’ambiente. […]

Questa Italia che ce la fa, che resiste alla crisi, che in qualche caso se la sta lasciando alle spalle, è quella che si ostina, nonostante le sirene del declino, a fare l’Italia. Che sa innovare senza perdere la propria anima. Che ha capito che nel mondo del XXI secolo, se uno spazio c’è per il nostro Paese è quello della qualità. È l’Italia che scommette sull’attitudine ai prodotti taylor-made, sulle competenze radicate nei territori e mantenute salde con la coesione sociale e la cura del capitale umano. Che presidia la nuova frontiera della qualità ambientale. Che sa dare valore alla propria bellezza (quella dei paesaggi, dell’arte, della cultura, dell’ospitalità, degli stili di vita) intercettando la grande, e crescente, domanda di Italia che viene da ogni angolo del pianeta.

Questa Italia non può più attendere. Va riconosciuta, guardata con attenzione, raccontata con passione. È l’ambizione del rapporto I.T.A.L.I.A. di Symbola, Fondazione Edison e Unioncamere, giunto alla sua seconda edizione: la stessa scelta del nome del nostro Paese, usato come acronimo, segnala già dal titolo la voglia di percorrere le geografie del nuovo made in Italy, dall’Industria al Turismo, dall’Agroalimentare al Localismo e alla sussidiarietà, dall’Innovazione, la tecnologia e l’ambiente all’Arte e la cultura. […]

Industria

Godersi in pace una ricca eredità, passata di padre in figlio,

è sempre una bella cosa: ma per i giovani,

l’industria, l’abilità e la svegliatezza d’ingegno

valgono più d’ogni altra fortuna ereditata. 

Carlo Collodi, Il gatto con gli stivali

  • L’evoluzione del nostro sistema imprenditoriale
  • I risultati dell’evoluzione manifatturiera

[…] Il sistema delle eccellenze italiane ha trovato nella piccola e media dimensione il giusto compromesso che ha permesso di coniugare gli aspetti culturali, tradizionali e territoriali e di incorporarli all’interno dei prodotti venduti in tutto il mondo. Elementi che ovviamente si ripercuotono sul territorio anche in termini di valore aggiunto prodotto, considerando come oltre il 65% della ricchezza prodotta dal sistema manifatturiero sia in Italia prodotta imprese con meno di duecentocinquanta addetti (per i grandi Paesi comunitari il medesimo valore si colloca su una percentuale di gran lunga inferiore e pari precisamente al 45,5%). […]

  • Un nuovo indice per misurare la competitività dell’Italia

[…] La forza del made in Italy sta nell’elevata diversificazione delle sue specializzazioni, imperniate soprattutto sui macrosettori delle “4 A” (Alimentari-vini, Abbigliamento-moda, Arredo-casa e Automazione-meccanica-gomma-plastica), ma anche su altri comparti importanti come la metallurgia, la carta e la chimica-farmaceutica. Migliaia di imprese, soprattutto medie e piccole, sono le protagoniste di questo successo e permettono all’Italia di competere con Paesi che possono schierare molti più gruppi di grandi dimensioni e di rilievo multinazionale, ma che non possiedono la capacità tipica delle imprese italiane di essere flessibili ed operative in centinaia di tipologie di prodotti dalle caratteristiche “quasi sartoriali”. È in questi ambiti di attività che emergono come fattori vincenti del made in Italy la creatività, l’innovazione, la qualità, il design e una spiccata “artigianalità industriale”, cioè la capacità di realizzare beni “su misura” per i clienti, anche in tipologie produttive hi-tech come la meccanica o i mezzi di trasporto.

  • I prodotti in cui l’Italia detiene il primo posto al mondo per surplus commerciale
  • I prodotti in cui l’Italia detiene il secondo posto al mondo per surplus commerciale
  • I prodotti in cui l’Italia detiene il terzo posto al mondo per surplus commerciale
  • Il “medagliere” del commercio internazionale
  • La flessibilità fa vincere sui mercati esteri: il caso dell’industria dei mobili
  • L’industria che vive e quella che soffoca

I dati della produzione industriale italiana stanno oggi precipitando non per una mancanza di competitività delle nostre aziende sui mercati mondiali ma perché il rigore finanziario a senso unico e il calo dei consumi e degli investimenti interni stanno mettendo in ginocchio le imprese che non esportano o che hanno il mercato domestico come meta principale delle proprie vendite. Chi vende soprattutto all’estero, invece, miete risultati positivi, come dimostrano i dati analizzati in precedenza. E, come abbiamo visto, c’è tutta un’Italia manifatturiera, non solo come si potrebbe pensare nei tradizionali prodotti della moda, dell’arredo o dell’alimentare, ma anche nella metallurgia, nella meccanica e nei mezzi di trasporto, che batte regolarmente persino la super-competitiva Germania sui mercati internazionali, facendo registrare in molti prodotti appartenenti anche a questi altri settori avanzi commerciali ben superiori a quelli delle aziende tedesche. […] Le nostre imprese, come mostrano i dati, hanno già cominciato da tempo a comportarsi come quelle tedesche, se non a far meglio di loro, esportando ed internazionalizzandosi. È la nostra politica economica che non ha ancora imparato nulla dalla Germania.

Turismo

Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove

terre, ma avere nuovi occhi.

Marcel Proust

  • L’offerta e la domanda turistica italiana

Il nostro Paese è caratterizzato da un patrimonio storico-artistico e da una ricchezza di aree costiere e montane che la rendono unica al mondo. L’importanza delle risorse naturali, delle mete e dei luoghi culturali, inseriscono l’Italia ai primi posti fra i vari paesi per il numero di siti già dichiarati dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”. Possiamo tranquillamente affermare che il turismo rappresenta una delle risorse principali dell’economia italiana. […]

  • Lo scenario internazionale

[…] Con riferimento a questi temi non si può prescindere dalle ambizioni del recente Piano per il turismo varato dal Governo Monti poco prima della conclusione del suo mandato. Ferma restando la convinzione che parte delle preoccupazioni circa i problemi strutturali della nostra industria turistica siano fondati e che il nuovo Piano nazionale del turismo possa costituire una base per far decollare finalmente una organica politica industriale del settore, riteniamo comunque che l’Italia turistica, non diversamente da quella manifatturiera, abbia saputo difendersi relativamente bene nel quadro della nuova competizione globale rispetto sia ai suoi vecchi diretti concorrenti europei sia a quelli emergenti. […]

  • I pernottamenti di turisti in Europa
  • L’Italia batte la Spagna per pernottamenti di turisti extra UE
  • Le performance di vendita e le strategie delle imprese ricettive nel 2012

[…] La possibilità di prenotare on line si traduce, per le imprese ricettive, in un vantaggio nelle quote di camere vendute lungo l’intero arco dell’anno, specialmente in primavera (+11% ad aprile, +9% a maggio e giugno) e tra settembre (+12%) ed ottobre (11%). Ma tali performance rimandano alla necessità di una diffusione capillare della rete Wi-Fi sul territorio, come strumento indispensabile per rendere fruibili i luoghi e le risorse turistiche e (inter)attiva la vacanza dei turisti. […] Il riposizionamento strategico in atto è un importante volano per la ripresa del turismo, ma è necessaria anche, come si vedrà fra poco, una riorganizzazione della promozione nazionale per non disperdere energie: senza trascurare il lavoro fin qui fatto localmente dalle istituzioni e dalle piccole e medie imprese turistiche, ma facilitandone l’attività con interventi quali il miglioramento infrastrutturale al servizio del settore, l’alleggerimento della pressione fiscale, lo sviluppo di incentivi e/o premi per le imprese che investono e si aggregano, l’alleggerimento degli oneri burocratici.

  • Il potenziale del turismo per l’economia italiana: il nuovo Piano nazionale

Il Piano nazionale per il turismo elaborato dal Governo Monti con il ministro Piero Gnudi a fine 2012 punta a generare 500.000 nuovi posti di lavoro (da 2,2 a 2,7 milioni) e incrementare il Pil di 30 miliardi di euro (da 134 a 164) entro il 2020. Si tratta di un piano ambizioso, che attraverso una sessantina di azioni specifiche punta a ridurre i principali punti di vulnerabilità dell’industria turistica italiana. Questi ultimi sono stati così identificati: governance del settore (debolezza del coordinamento centrale; eccessiva frammentazione delle politiche di sviluppo e di promozione all’estero); risorse insufficienti per l’Enit; nanismo delle imprese turistiche; vantaggio competitivo unicamente basato su rendite di posizione e incapacità di costruire nuovi prodotti turistici; infrastrutture insufficienti; risorse umane non adeguatamente formate; difficoltà ad attrarre investimenti internazionali (incertezza del contesto soprattutto dal punto di vista burocratico e amministrativo). […] Considerando il potenziale dell’Italia nel turismo e la forza trainante che esso può esercitare sull’intera economia, è indubbiamente giunto il momento che la politica economica italiana si approcci a questo settore in modo più lungimirante, dando esecuzione concreta al Piano testé illustrato. Non cogliere l’opportunità della domanda mondiale in crescita, alla luce delle capacità ricettive e del patrimonio artistico culturale e naturalistico italiano, significherebbe rinunciare anche a una parte importante di Pil potenziale, che l’Italia ora ha esigenza di sfruttare vista la crisi della domanda interna.

  • Le proposte turistiche dei territori vanno integrate e coordinate nella strategia nazionale

Agroalimentare

Dio non ha fatto che l’acqua, ma l’uomo ha fatto il vino.

Victor Hugo

  • I vantaggi strutturali dell’agroalimentare nell’equilibrio geo-economico attuale
  • Una filiera di primati in un mondo in via di sviluppo
  • La sfida della qualità per competere sui mercati internazionali

[…] Un modello produttivo, soprattutto nell’agricoltura, ispirato alla qualità, offre potenzialità occupazionali di notevole portata per il futuro. Non a caso, secondo gli scenari del Cnel, il ricambio generazionale agricolo potrebbe offrire posti di lavoro qualificati per 165mila lavoratori, contribuendo con incisività alla risoluzione del problema della disoccupazione giovanile. Posti di lavoro che, in molti casi, non hanno nulla a che fare con lo stereotipo del bracciante dequalificato di un tempo che trovava nell’auto-impiego agricolo l’unica fonte di sostentamento e sopravvivenza, ma che invece fa riferimento ad agronomi, tecnici, product manager, ingegneri, ricercatori ed impieghi ad alto profilo. […]

  • Un percorso ad ostacoli tra contraffazione, imitazione e concorrenza sleale

[…] Eppure, nonostante la tenuta della filiera “food”, il peso dell’export settoriale dell’Italia sembra navigare su valori fortemente al di sotto di quanto auspicabile. La causa della perdita strutturale del potenziale competitivo dell’agroalimentare italiano è da ricercare nel problema della contraffazione e dell’imitazione scorretta. Per quanto riguarda la contraffazione, o peggio ancora la pirateria, la portata del fenomeno può essere sintetizzata dal ruolo che in Italia assume, oscillando in termini di giro d’affari, tra i 3,5 ed i 7 miliardi, ovvero quasi il mezzo punto percentuale del Prodotto Interno Lordo. Altri 3 miliardi circa, poi, provengono dai Paesi dell’America centro-settentrionale. Il fenomeno è particolarmente in crescita anche nell’Unione Europea, dove nel solo 2009 si sono registrati circa 1,2 milioni di pezzi contraffatti, più che doppi rispetto a quanto registrato nel 2006. Oltre alla perdita che ne deriva in termini di fatturato per le aziende, occupazione per la popolazione, valore per i territori, anche sul fronte fiscale la contraffazione genera disagi, producendo un gettito fiscale mancato pari a 5,2 miliardi di euro, ovvero circa il 2,5% delle tasse che in Italia si pagano.

Ma oltre alla contraffazione e alla pirateria, c’è un altro fenomeno collegato, le cui distinzioni con le precedenti spesso sembrano incerte, nel confine tra lo scorretto e l’illegale: si tratta dell’Italian Sounding, ovvero la vendita di prodotti che chiaramente alludono alle tipicità del Bel Paese, senza tuttavia rappresentarne le caratteristiche di origine e organolettiche. Un fenomeno che in Italia assume i contorni di una vera e propria piaga, limitando potenzialmente le nostre esportazioni agroalimentari per circa 50-60 miliardi di euro annui, ovvero più di due volte e mezza le vendite all’estero già attivate dalle imprese localizzate entro i nostri confini. Un quadro normativo che scarsamente tutela l’origine delle produzioni agroalimentari ha prodotto una moltitudine di imitazioni del made in Italy: si stima, secondo uno studio recentemente sviluppato da SWG, che un prodotto tipico italiano su due presenti sui scaffali francesi sia di imitazione; la quota sale leggermente in Germania e nei Paesi Bassi (circa uno su tre), raggiungendo però proporzioni ancora più allarmanti nel Regno Unito, dove trovare un prodotto made in Italy è cosa rara nel paragone con l’innumerevole presenza di prodotti imitativi. Il fenomeno non riguarda però solo i Paesi comunitari: l’eco della qualità agroalimentare italiana si muove in tutto il Pianeta e, sotto l’egida di un sistema di regole fin troppo permissivo, favorisce la nascita di imprese locali che sfruttano l’immagine italiana per vendere prodotti spesso a basso contenuto qualitativo. Anche negli Stati uniti, nel Canada e nei paesi del Centro-America, il problema dell’Italian Sounding è molto evidente, incidendo per quasi la metà dell’importo stimato a livello globale. La domanda rilevante di Italia che in quest’area insiste è infatti contenuta dalla presenza di una numerosa schiera di prodotti imitativi (circa uno su otto), che producono una serie di effetti che più in generale vale la pena ricordare. Oltre alle perdite già menzionate in termini di esportazioni e, quindi, di fatturato per le aziende coinvolte, occupazione per le famiglie di lavoratori e gettito fiscale per lo Sato e le Amministrazioni Pubbliche, il fenomeno dell’Italian Sounding determina ulteriori aggravi di natura monetaria. In primis, un peggioramento della bilancia commerciale, che comprime la crescita e limita quindi la competitività del Paese. Basti pensare come, risolvendo per intero il problema, l’Italia si troverebbe con un gettito potenziale che garantirebbe una crescita del prodotto Interno lordo di almeno due o tre punti percentuali in più, dando vita così a un processo di graduale ripresa economica. L’aspetto rilevante da tenere a mente, poi, è che i riflessi negativi del fenomeno si concentrano esclusivamente sulle imprese di qualità, e quindi sulle produzioni certificate (Dop, Igt, etc.). L’ammontare prodotto sottratto dall’Italian Sounding ammonta, secondo le stime, a quasi 3 miliardi di euro di produzione agricola, a cui si aggiungono ulteriori miliardi in termini di filiera. Se questi sono gli effetti diretti della contraffazione e dell’italian sounding, altri effetti, indiretti ma ancora più incisivi, riguardano invece l’organizzazione delle imprese italiane. La concorrenza sleale proveniente dai Paesi in cui la domanda di cibo italiano proviene, genera per le nostre imprese l’impossibilità di perseguire la strada della qualità, come visto unico driver per favorire un futuro ruolo dell’agroalimentare nello scacchiere globale. Sempre più imprese sono costrette a ridurre i costi di produzione imitando a loro volta i contraffattori e coloro che navigano nel mare torbido della concorrenza sleale. Accade così che alcune aziende importino latte dai Paesi dell’Est per produrre formaggi o olive dalla Spagna o dai paesi del Nord Africa per produrre olio. Tutto ciò ha ovviamente anche pesanti riflessi sui territori. Tornando all’esempio precedente, produrre olive o latte sul territorio nazionale, secondo i requisiti e le modalità che i secoli e la nostra cultura ci hanno consegnato, diventa svantaggioso in un contesto che scarsamente tutela il made in Italy, perché parte della domanda crescente è di fatto disorientata dai fenomeni qui analizzati. Si stravolgono così i naturali equilibri tra città e campagna, in termini di assorbimento spaziale così come di valore economico della terra. Il parziale recupero dell’attività agricola che nasce in questi anni, troverebbe certo maggior linfa se non vi fossero problemi di contraffazione. Anche i salari di chi si occupa dei processi produttivi e aziendali sarebbero maggiori, perché l’immagine che l’Italia nel settore manifesta garantirebbe certo di generare ingenti extraprofitti, garantendo benessere per tutti e una più rapida e decisa conversione da processi produttivi orientati alla quantità ad altri specializzati in qualità. L’altro soggetto economico che dalla concorrenza sleale viene inficiato è senza dubbio il consumatore. L’apertura dei mercati internazionali, infatti, nasce proprio per garantire ai consumatori una più ampia scelta, così da favorire un innalzamento dell’efficienza degli stessi, in termini di costo certo, ma anche di qualità. La concorrenza sleale, invece, produce l’effetto contrario. Commercializzando prodotti locali per italiani, si omogeneizzano rapidamente gli idealtipi consumistici, generando stereotipi che non trovano riscontro nella realtà delle cose. È così che si acquistano cibi etnici che in realtà seguono i sapori locali, per soddisfare rapidamente una domanda locale quanto più ampia possibile. Le imprese che esportano si trovano così a dover rispondere all’immagine sbagliata che sul territorio ospitante si viene a creare, orientando le produzioni verso una maggior contaminazione della cultura alimentare del luogo di importazione.

Localismo e Sussidiarietà

Il valore di un uomo dovrebbe essere misurato in base a

quanto dà e non in base a quanto è in grado di ricevere.

Albert Einstein

  • La pluralità dell’universo del Terzo Settore
  • Le peculiarità del Terzo settore italiano

[…] Un esempio concreto della rilevanza, anche in termini economico-imprenditoriali, dell’inserimento lavorativo è quella che ci fornisce l’esperienza di Padova de “I dolci di Giotto”. Il Consorzio “Officina Giotto” coinvolge i detenuti del carcere di Padova in diverse attività di reinserimento sociale. Tra queste spiccano le lavorazioni di pasticceria, che hanno reso il Consorzio un modello d’eccellenza a livello nazionale. Le attività, che coinvolgono circa 120 detenuti, si distinguono per qualità e innovazione. Infatti, raggiungono allo stesso tempo il duplice obiettivo di stimolare la partecipazione e la motivazione dei detenuti, mettendo al centro il valore del lavoro come possibilità di riscatto e di ritorno a una vita sociale serena, e di ottenere un prodotto competitivo, in grado di attestarsi sui più alti standard del mercato, come certificano i numerosi riconoscimenti e i premi conferiti dalle più importanti istituzioni e riviste di settore (dal primo riconoscimento nel 2007 dall’Accademia italiana della cucina, al Bollino Albo d’Oro a tutta la produzione conferita da Gambero Rosso nel 2011).

[…] In questo panorama, la creazione di reti e la diffusione di fiducia generalizzata diventano sempre più rilevanti per il buon funzionamento dei mercati e, più in generale, della società. È proprio sulla costruzione di tali network virtuosi che si fonda l’associazione “Libera”, un coordinamento di oltre1.500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, che dal 1995 sono territorialmente impegnate nella lotta alle mafie e per promuovere la cultura della legalità. Negli anni “Libera” ha avviato 104 progetti, tra nazionali e locali, che hanno permesso di formare 5 mila adulti e incontrare 5 milioni di persone. Con oltre 10 mila soci individuali, Libera si batte per realizzare impegni concreti, tra cui la legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l’educazione alla legalità democratica, l’impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti sul lavoro e lo sviluppo, le attività antiusura. Dal 1996, sono oltre 7.000 i beni immobili confiscati e destinati per fini istituzionali e sociali, 1.500 ettari di terreno confiscati e coltivati, che creano circa 150 posti di lavoro e generano un fatturato di oltre 5 milioni di euro. Nel 2008 Libera è stata inserita dall’Eurispes tra le eccellenze italiane e nel 2012 dal The Global Journal nella classifica delle cento migliori Ong del mondo: è l’unica organizzazione italiana di “community empowerment” presente in questa lista ed è la prima dedicata al settore nonprofit.

[…] A fronte dell’emergenza senza più stringente in tema di – nuove e “vecchie” – povertà nel nostro paese, si stanno cercando risposte che aiutino le comunità ad affrontare tali sfide. Un esempio in tal senso ci è fornito dall’“Emporio di Parma”. Nato nel 2009 dall’idea di 24 associazioni di volontariato consorziatesi nella “CentoperUnoOnlus”, il progetto si pone l’obiettivo di contrastare le vecchie e nuove povertà attraverso le competenze, gli strumenti e le sensibilità proprie del volontariato, in sinergia con le realtà del pubblico e del privato. Concretamente si tratta di un supermercato gratuito per famiglie disagiate, che attualmente rifornisce di generi di prima necessità oltre 700 famiglie, ma è anche e soprattutto un luogo di condivisione e socializzazione. Molto più di un market solidale, l’Emporio è un nuovo modello di welfare, che vede profit e non profit al servizio dei cittadini maggiormente bisognosi con il duplice obiettivo di estrarre valore sociale dalla povertà e di favorire l’integrazione sociale e lavorativa.

[…] rilevante è l’esempio di “Made in Carcere”, marchio nato nel 1997 dalla cooperativa sociale “Officina Creativa”. Nella casa circondariale di Borgo San Nicola, a Lecce, su 1.600 detenuti 100 sono donne e una ventina di queste lavorano per “Officina Creativa”. Hanno da 30 a 60 anni e sono senza esperienza, ma lavorando 6 ore al giorno percepiscono uno stipendio che arriva a 600 euro al mese: molte riescono così a mantenere la famiglia, a crescere i figli, a farli studiare. L’attività principale consiste nel confezionamento di manufatti attraverso l’utilizzo di materiali e tessuti esclusivamente di scarto. Oggi la cooperativa lavora con la grande distribuzione, è presente allo shop di Eataly a New York e vorrebbe aumentare la capacità produttiva coinvolgendo altre 40 donne del carcere di Bari. Sarebbe un forte impulso per un progetto che è un’eccellenza italiana e per la filosofia e il messaggio che diffonde, ovvero la “seconda opportunità” per le detenute e della “doppia vita” per i tessuti, un’idea di speranza, concretezza e solidarietà ma anche di libertà e rispetto per l’ambiente.

[…] Percorsi di inclusione sociale attraverso dinamiche di tipo occupazionale stanno sempre più prendendo piede, dando vita a numerose esperienze all’interno di quell’attività che va sotto il nome di agricoltura sociale. “Cavoli Nostri, ad esempio, è una cooperativa sociale agricola di tipo B che opera nel territorio torinese e costituita da 14 soci con profili personali e professionali in ambito agricolo, sociale, psicologico, educativo, giuridico, economico. Fanno parte di questo gruppo due fratelli cottolenghini che coordinano le attività agricole e quelle socioeducative e tre persone svantaggiate ospiti della “Piccola Casa Cottolengo di Feletto”. L’eccellenza di questa esperienza riguarda la creazione simultanea di valore ambientale e valore sociale, l’uno strumentale all’altro e allo stesso tempo entrambi fini ultimi. Infatti, recuperando terreni agricoli a rischio di abbandono, la cooperativa crea opportunità di inserimento sociolavorativo per persone svantaggiate e compie una grande opera di sensibilizzazione locale per favorire l’accoglienza della diversità e il consumo alimentare consapevole. […]

  • Qualità nell’imprenditorialità sociale

[…] Una modalità attraverso cui è possibile accelerare i processi di innovazione da parte di imprese sociali consiste nel creare forme strutturate di collaborazione e partnership con imprese che sviluppano l’altro grande versante dell’innovazione, ovvero quello tecnologica e, in specifico, nell’ambito delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). Quest’ultimo ambito, in particolare, sta generando supporti e piattaforme fortemente orientate in senso “social”, la cui funzione d’uso ed efficacia si basa sulla disponibilità di tessuti relazionali densi e strutturati in forma di community.

[…] Tre sono, infine, le categorie di “beneficiari” del valore aggiunto creato dall’azione dei soggetti del Terzo settore. In primo luogo, il mercato, in quanto il loro agire contribuisce ad un pluralismo istituzionale che permette di formulare un nuovo modello economico, più inclusivo e diversificato, in grado anche di accrescere i livelli di occupazione, oggi più che mai problema della nostra epoca di sviluppo. In secondo luogo, lo Stato che nelle istituzioni del Terzo settore trova un alleato per l’ideazione e l’implementazione di politiche sociali volte alla costruzione di un welfare capacitante, ovvero in grado di garantire alle persone tutti i gradi di libertà di cui necessitano per il proprio sviluppo e quello della comunità in cui sono inseriti. Attraverso un aumento del perimetro di azione delle politiche pubbliche, l’operato del Terzo settore viene, così, orientato alla riduzione delle disuguaglianze drammaticamente presenti nelle nostre comunità, disuguaglianze che minano la libertà di azione delle persone e lo sviluppo dei territori. Terza e ultima categoria di beneficiari è, infine, la società civile, la quale attraverso l’agire dei soggetti del Terzo settore vede alimentata la rete di relazioni necessarie per lo sviluppo di beni relazionali, governati dal principio di reciprocità, fondamentali nella costruzione di coesione sociale delle comunità.

Innovazione

La difficoltà non sta nel credere nelle nuove idee,

ma nel fuggire dalle vecchie.

John Maynard Keynes

[…] A partire dai punteggi conseguiti da ogni Paese con riferimento ai 25 parametri considerati, l’Innovation Scoreboard suddivide i Paesi europei in quattro gruppi:

Leader dell’innovazione (innovation leaders): Svezia, Germania, Danimarca e Finlandia sono caratterizzati tutti da una performance che supera di almeno il 20% la media UE.

Paesi che tengono il passo (innovation followers): Paesi Bassi, Lussemburgo, Belgio, Regno Unito, Austria, Irlanda, Francia, Slovenia, Cipro ed Estonia hanno risultati vicini alla media UE.

Innovatori moderati (moderate innovators): Italia, Spagna, Portogallo, Repubblica ceca, Grecia, Slovacchia, Ungheria, Malta e Lituania hanno risultati inferiori alla media UE di almeno il 10% ma non più del 50%.

Paesi in ritardo (modest innovators): il rendimento di Polonia, Lettonia, Romania e Bulgaria è nettamente al di sotto della media UE.

Come nell’edizione precedente del rapporto, l’Italia si conferma al primo posto nel gruppo dei moderate innovators, scontando il basso livello d’investimenti per la modernizzazione dei settori pubblico ed industriale, in particolare quello ad alto contenuto tecnologico, e la bassa incidenza percentuale della spesa in ricerca e sviluppo sul Pil, che nel nostro Paese è pari all’1,3% a fronte del 2% della media Ue e del 3% dei leader innovators. Si osserva, inoltre, un forte calo degli investimenti in Venture Capital (–8,2%), delle spese per l’innovazione diverse da quelle per attività di ricerca e sviluppo (–15 %), e del livello di occupazione per profili ad alto valore aggiunto (–0,4%).

[…] molte piccole e medie imprese italiane non contabilizzano nei loro bilanci tutta la ricerca e l’innovazione che realmente fanno, realizzando un rapporto di spesa in R&S/PIL tra i più bassi nell’elenco dei Paesi avanzati. La conseguenza di questo comportamento è che la mera lettura dei dati mostra una maggiore ricerca ed innovazione in Finlandia (dove la quota di R&S sul PIL è tre volte più alta della nostra) piuttosto che in Italia. Ma non è così. […]

In sostanza, in campo manifatturiero, e soprattutto nei vari ambiti della meccanica, siamo ben lungi dall’essere così in ritardo nell’innovazione rispetto a come ci rappresentano gli indicatori statistici convenzionali, specialmente se evitiamo di guardarli solo in termini aggregati ma li analizziamo per singoli settori. Non si capirebbe altrimenti come l’Italia occupi il secondo posto per competitività dopo la Germania (secondo l’indice Unctad-Wto) nel commercio internazionale dei beni della meccanica non elettronica, settore in cui il nostro Paese vanta il terzo saldo commerciale con l’estero più alto al mondo dopo Giappone e Germania, pari a 66 miliardi di dollari nel 2011.

La consapevolezza della situazione non deve tuttavia rallentare l’impegno per un rafforzamento del nostro sistema tecnologico-innovativo in campo industriale. Le imprese devono intensificare le collaborazioni con i centri di ricerca e le Università. Molti nuovi spazi possono aprirsi attraverso una maggiore capacità di intersezione da parte dei settori vincenti, come la meccanica appunto, con eccellenze trasversali che pure esistono in Italia in campi come i materiali avanzati, le nanotecnologie, la fotonica, l’elettronica, la robotica e i droni. Risulta essenziale, a tal proposito, un maggiore intervento dello Stato, attraverso iniziative quali il credito di imposta sulle spese in R&S, per supportare lo slancio innovativo che è già presente in vari settori vincenti del made in Italy ed in particolare in quello meccanico. Nel dibattito sul rilancio della politica industriale italiana, l’innovazione occupa un posto significativo, essendo considerata una delle leve competitive indispensabili per far ripartire il sistema Italia e favorire la riconversione dell’intero tessuto di industrie e servizi. La ripresa economica non può prescindere da una modernizzazione della base produttiva e dalla definizione di una politica basata sull’innovazione e su più forti investimenti nelle nuove tecnologie. […] la forza dell’Italia sul fronte dell’innovazione è largamente sottovalutata e non tiene conto della presenza sul nostro territorio di migliaia di aziende di nicchia, che sono spesso leader mondiali nei loro settori e che si caratterizzano per forti innovazioni nelle tecnologie e per la qualità dei prodotti, che si riflettono nella crescita dei valori medi unitari delle produzioni nazionali. Si è così affermata una capacità innovativa all’italiana: poco misurabile dalle statistiche, incrementale, informale. […]

Per l’Italia è fondamentale non disperdere il potenziale delle start-up tecnologiche: è necessario che queste aziende si inseriscano nel tessuto produttivo italiano sia per consolidarsi e crescere, sia per consentire alle nostre PMI di fare un salto in avanti sul fronte dell’innovazione tecnologica. Oggi le aziende italiane hanno, infatti, bisogno di fornitori di componenti e accessori smart e le start up possono quindi diventare partner strategici nelle supply chain. Come visto, nel nostro Paese, fra tante difficoltà e ritardi, si è sviluppato un ecosistema dell’innovazione costituito da diversi attori: start-up, imprese, investitori, incubatori, università, parchi scientifici che concorrono alla trasformazione di idee innovative in aziende o prodotti capaci di creare valore. Ora è necessario un maggiore impegno per rafforzarlo. Le imprese devono intensificare le collaborazioni con i centri di ricerca e le Università. Molti nuovi spazi possono aprirsi attraverso una maggiore capacità di intersezione da parte dei settori vincenti, come la meccanica, con eccellenze trasversali che pure esistono in Italia in campi come i materiali avanzati, le nanotecnologie, la robotica. Nello stesso tempo, è essenziale che lo Stato supporti di più, attraverso iniziative quali il credito di imposta sulle spese in R&S, lo slancio innovativo che è già presente in vari settori vincenti del made in Italy e nelle start up.

  • La manifattura hi-tech
  • Meccanica
  • Aerospazio
    • Il nuovo che avanza
    • Robotica
    • Biotecnologie
    • Nanotecnologie e nuovi materiali
    • ICT
    • Fisica
    • Neuroscienze
    • Conclusioni

Arte e cultura

“Considerate la vostra semenza: fatti

non foste a viver come bruti, ma per

seguir virtute e conoscenza.”

Divina Commedia

Inferno Canto XXVI

vv. 118-120

Dante Alighieri

  • Cultura è anche economia, soprattutto nel nostro Paese

[…] L’arte e la cultura hanno a che vedere con l’economia e lo sviluppo molto più di quanto ancora oggi spesso si pensi, arrivando ad arricchire tanta della nostra produzione “per consumo” di valori non ritrovabili altrove. In fondo, anche questo è il segreto del made in Italy, del marchio in grado di competere nel mondo con l’immagine di importanti player mondiali che investono capitali in pubblicità.

Non ci dimentichiamo che i termini “artigiano” e “artigianato” derivano da “arte”, eppure costituiscono una nostra forma peculiare d’impresa, che contribuisce per quasi il 13% alla formazione del valore aggiunto. […]

Le categorie di attività economica così scelte sono state a loro volta raggruppate secondo quattro settori che evidenziano le diverse aree di produzione di valore economico a base culturale e creativa e che vogliono rappresentare, complessivamente, tutte le possibili interazioni che esistono tra cultura ed economia. Qui di seguito, viene riportata una breve concettualizzazione delle quattro aree proposte e delle tipologie di imprese in esso contenute:

Industrie culturali: sono ricomprese le attività collegate alla produzione di beni strettamente connessi alle principali attività artistiche ad elevato contenuto creativo, quali ad esempio la cinematografia, la televisione, l’editoria e l’industria musicale;

Industrie creative: sono associate a questo settore tutte quelle attività produttive ad alto contenuto creativo e che, allo stesso tempo, espletano funzioni ulteriori rispetto all’espressione culturale in quanto tale, ad esempio l’ergonomia degli spazi abitati, l’alimentazione, la visibilità dei prodotti e così via. Le principali componenti di tale area sono l’architettura, la comunicazione e il branding (per ciò che riguarda gli aspetti comunicativi e di immagine), le attività più tipiche del made in Italy svolte o in forma artigianale (l’artigianato più creativo e artistico) o su ampia scala, di natura export-oriented, che proprio puntando sul design e lo stile dei propri prodotti (da qui la denominazione del settore Design e produzione di stile) riescono ad essere competitive sui mercati internazionali. Tra le varie attività si ricomprendono anche quelle più espressive dell’enogastronomia italiana, unica ed apprezzata nel mondo, che si manifesta anche attraverso la specifica attività di ristorazione.

Patrimonio storico-artistico e architettonico: vale a dire, le attività − svolte in forma di impresa − che hanno a che fare con la conservazione, la fruizione e la messa a valore del patrimonio, tanto nelle sue dimensioni tangibili che in quelle intangibili (musei, biblioteche, archivi, gestione di luoghi o monumenti, ecc.);

Performing arts e arti visive: le attività che, per loro natura, non si prestano ad un modello di organizzazione di tipo industriale, o perché hanno a che fare con beni intenzionalmente non riproducibili (le arti visive), o perché hanno a che fare con eventi dal vivo che possono essere fruiti soltanto attraverso una partecipazione diretta. In ambedue i casi, queste caratteristiche specifiche possono comportare l’impossibilità di produzioni in attivo e necessitano di un sostegno esterno pubblico o privato. […]

  • Il sistema produttivo culturale: le imprese
  • Il sistema produttivo culturale produce valore aggiunto e occupazione
  • Il sistema produttivo culturale italiano alla conquista dei mercati internazionali
  • Conclusioni

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TECN’È, tecnologie, macchine sistemi per un mondo che cambia, è una rivista cartacea, mensile, rivolta al mondo manifatturiero e all’industria meccanica in particolare, con l’ambizione di promuovere la qualità e l’eccellenza di comparti strategici per l’economia del Paese.

TECN’È tratta delle tematiche dell’innovazione tecnologica e costruisce spazi di racconto delle realtà eccellenti, mettendo in luce prodotti, processi, soluzioni, organizzazione, personaggi che fanno ricerca, manager illuminati, per realizzare un circolo virtuoso tra impresa, accademia e utilizzatori finali.

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Aggiornamento del 3 marzo 2014:

Una triste notizia…

http://www.lettera43.it/economia/industria/industria-federmeccanica-produzione-calata-del-30-in-5-anni_43675123206.htm

Industria, Federmeccanica: «Produzione calata del 30% in 5 anni»

Bene il quarto trimestre 2013 (+0,7%). Ma la domanda è in crisi.

Settore metalmeccanico in difficoltà secondo i dati di Federmeccanica.

Federmeccanica, nella sua indagine congiunturale, ha rilevato che la produzione metalmeccanica nel 2013 è diminuita del 2,7% rispetto al 2012 ed è risultata inferiore del 30,4% rispetto ai livelli del 2008. La federazione ha spiegato che in questi anni si è perso il 25% di ”capacità produttiva istallata” con una riduzione significativa per reparti e impianti produttivi.
CALA LA CAPACITÀ PRODUTTIVA.«Abbiamo perso tessuto industriale», ha spiegato Angelo Megaro, responsabile del centro studi di Federmeccanica, «e un utilizzo più basso degli impianti. Prima della crisi, gli impianti esistenti avevano una saturazione di circa l’80%, adesso abbiamo perso circa il 25% di capacità produttiva e gli stabilimenti rimasti sono saturati appena al 71,6%. Per tornare ai livelli del 2008 bisognerà ricostruire nuovi impianti. Ma finchè non ci sarà una nuova spinta alla domanda», ha spiegato Megaro, «sarà difficile ritrovare i livelli pre crisi». […]

Lunedì, 24 Febbraio 2014

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