“Incenerire” i pregiudizi

Quelli che comunemente vengono chiamati “inceneritori” si possono anche chiamare “termovalorizzatori” e, se gli impianti sono di nuova generazione e ben gestiti, non danno alcun problema di emissione di inquinanti, come dimostra lo studio Moniter qui di seguito allegato e citato. Nel caso di Hera, inoltre, è possibile monitorare on-line i valori di emissione:

http://www.gruppohera.it/gruppo/attivita_servizi/business_ambiente/termovalorizzatori/

Lo studio Moniter:

Le emissioni degli inceneritori di ultima generazione” (pdf)

Analisi dell’impianto del Frullo di Bologna – Ottobre 2011

Nel 2007 la Regione Emilia-Romagna decise di investire oltre tre milioni di Euro in una serie di indagini intese a chiarire – nei limiti degli strumenti di ricerca disponibili – gli effetti ambientali e sanitari degli inceneritori di rifiuti urbani presenti in regione (otto attivi in quel momento e uno dismesso da qualche tempo). La complessa serie di indagini ha preso il nome di Moniter (Monitoraggio degli inceneritori nel territorio dell’Emilia-Romagna) ed è stata condotta da decine di tecnici e specialisti qualificati, prevalentemente di Arpa Emilia-Romagna e della Regione, affiancati da apporti provenienti da altri centri di ricerca e università. […]

Il progetto si svolge su una vasta ampiezza di temi. Sono cinque le linee di intervento tecnico scientifico esperite: indagine sulle emissioni in atmosfera degli impianti, indagine sulle ricadute e sugli effetti ambientali, individuazione della popolazione esposta nel corso degli scorsi decenni agli inceneritori e indagine epidemiologica sulla loro salute (400.000 persone, circa il 10% della popolazione regionale!), ricerche di laboratorio sugli effetti tossici delle emissioni dagli impianti. […]

La Linea Progettuale 1 si concentra sulla caratterizzazione di quanto viene emesso oggi dai camini di un inceneritore esistente dotato delle migliori tecnologie attualmente disponibili, ed esercito al meglio. Le precisazioni temporali, tecnologiche e sulle modalità di esercizio dell’impianto non sono incidentali, ma essenziali per circostanziare correttamente valore e limiti di questa indagine: detto in altri termini, i risultati non sono quelli di un inceneritore come funzionava quaranta anni fa, né quelli di un inceneritore come funziona oggi ma con tecnologie non all’avanguardia, né quelli di un inceneritore che non sia esercito al meglio. […]

La mole di dati, informazioni e prodotti scaturiti dalle attività della Linea Progettuale 1 è cospicua, e non c’è dubbio che il focus è la caratterizzazione delle polveri (dette anche particolato) emesse al camino da un inceneritore; di queste si sono indagate le dimensioni (PM10, PM2,5, nanopolveri, …), le caratteristiche fisiche e morfologiche, la composizione chimica e la numerosità in un’ottica che, oltre a consentire un raffronto con i limiti alle emissioni imposti dalla normativa, vuole iniziare a dare delle risposte a quesiti e problemi che si sono oramai stabilmente affacciati all’attenzione non solo del mondo della ricerca ma anche presso l’opinione pubblica e i mass media. […]

Per quanto riguarda il raffronto con i limiti di legge, i risultati delle misure effettuate evidenziano con chiarezza quanto già noto agli addetti ai lavori, ma forse meno al pubblico in generale, e che cioè un inceneritore dotato delle migliori tecnologie ad oggi disponibili ed esercito al meglio – di nuovo il richiamo alle tecnologie e alla modalità di gestione non è incidentale – emette particolato, diossine, furani, idrocarburi policiclici aromatici e metalli in misura di molto inferiore agli attuali valori limite di emissione. Dalle misure effettuate risulta che la stragrande maggioranza in numero delle polveri emesse dall’inceneritore sono particelle ultrafini (nanopolveri). Utile l’analisi comparativa dei risultati delle misure fatte con dati disponibili su caldaie per riscaldamento: a parità di fumi prodotti, il numero specifico di particelle emesse dall’inceneritore è inferiore, anche di molto (da 100 a 10mila volte), rispetto a quello di caldaie a pellet di legna e a gasolio, e superiore di circa dieci volte a quello di caldaie a gas naturale. […]

La Linea Progettuale 2 si concentra sulla discriminazione del contributo dell’inceneritore all’inquinamento dell’aria rispetto alle altre fonti di emissione. […] I risultati delle indagini sperimentali confermano l’impossibilità di discriminare attualmente, con misure di concentrazioni in massa di particolato, una “traccia” dell’inceneritore: in altre parole i punti sul territorio circostante l’inceneritore dove si è stimato modellisticamente che l’impatto dell’inceneritore è massimo e quelli dove si è stimato essere minimo non differiscono significativamente tra loro sulla base delle misure effettuate.

Il passo successivo è stato l’esame sperimentale delle singole specie chimiche del particolato misurato nell’aria e la successiva elaborazione dei dati, nella speranza di trovare uno o più marker delle emissioni dell’inceneritore: anche questa strada, peraltro condotta a fondo facendo uso di analisi statistiche multivariate, ha confermato la non discernibilità di una traccia “chiara e distinta” dell’impatto dell’inceneritore sulla qualità dell’aria. […] Campionamenti effettuati nell’arco di due anni evidenziano che il fenomeno della ricaduta di inquinanti al suolo è tuttora in atto, e va ascritto principalmente all’azione inquinante del traffico veicolare a cui si vanno sovrapponendo localmente fenomeni di contaminazione di differente origine. Le analisi di diossine e furani hanno messo in evidenza che non esistono emergenze di accumulo di tali microinquinanti. […]

L’elemento che emerge da queste attività di Moniter è inequivoco: l’impatto di un inceneritore dotato delle migliori tecnologie disponibili ed esercito al meglio sulla qualità dell’aria è talmente basso da essere indiscernibile.

Eppure gli inceneritori sono tra gli impianti più avversati dall’opinione pubblica. Esiste dunque un forte disallineamento tra quanto emerge dalle indagini quali quelle qui presentate e le percezioni di significative parti della pubblica opinione. Perché?

Forse si pensa che gli inceneritori sono ancora quelli di quarant’anni fa? Oppure c’è il sospetto che – per motivi meramente economici o per inefficienza o altro – vengano eserciti male? O forse ci si chiede, dovendo chi “vende” il servizio di uno o più inceneritori massimizzarne l’utilizzo e quindi indurre i propri “clienti” a bruciare più rifiuti possibile, come questo si sposi con una razionalizzazione e ottimizzazione dell’intero ciclo dei rifiuti? […]

Come sono smaltiti i rifiuti in Europa?

Nonostante gli sforzi nel recupero e nel riciclaggio e la riduzione della produzione, guardando ancora all’Europa a 27 stati, nell’anno 2009 il 38% dei rifiuti urbani è smaltito in discarica, il 20% avviato ad incenerimento, mentre il 24% ed il 18% sono avviati a riciclaggio e compostaggio. Riguardo alla discarica, si osserva che gli stati membri dei paesi dell’area nord del continente (Germania, Austria, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca e Belgio, per oltre un quarto dell’intera popolazione dell’UE 27) riescono a contenere lo smaltimento in discarica a meno del 10% della propria produzione di rifiuti urbani.

Nel 2009 inoltre oltre 50 milioni di tonnellate di rifiuti urbani sono stati smaltiti mediante incenerimento, di cui il 98% negli stati membri dell’UE 15. L’incenerimento viene principalmente utilizzato in Svezia, Lussemburgo, Danimarca (con quote di rifiuto urbano incenerito pro capite di oltre 200 kg/abitante all’anno).

Questa sommaria rassegna introduce il concetto fondamentale che la gestione dei rifiuti, oggi e per ancora qualche lustro, non può fare a meno di infrastrutture impiantistiche di smaltimento (ovvero discariche ed inceneritori) ma nessuna di queste, da sola, può rappresentare la prospettiva per la soluzione del problema dello smaltimento dei rifiuti nelle società moderne.

Ecco quindi che la problematica dei rifiuti necessita di approcci integrati in cui si punti decisamente su tutte le opzioni ponendo al primo posto la riduzione della produzione, il riuso, il riutilizzo ed il riciclaggio, ma ponendosi l’obiettivo di migliorare sempre di più le performance ambientali e impiantistiche di discariche ed inceneritori.

In questa strategia ha un ruolo l’inceneritore che correttamente deve essere considerato una macchina intermedia rispetto allo smaltimento dei rifiuti, nel senso che dalla combustione di 1 tonnellata di rifiuti si generano rifiuti secondari (solidi, costituiti da scorie e ceneri in misura complessivamente di circa 250÷300 kg; liquidi, aeriformi nella misura di circa 6.000 Nmc di fumi al camino); una analoga puntuale stima degli impatti e delle esternalità ambientali dovrebbe essere fatta – ed oggi da questo punto di vista non sono disponibili valutazioni condotte con analoga precisione – ad esempio per il recupero di materia dai rifiuti. In assenza di queste conoscenze i bilanci risultano spesso illusori.

La discarica controllata costituisce un sistema sostanzialmente di smaltimento, che presenta naturalmente anch’essa importanti effetti e rilasci ambientali ed occupazione di territorio non destinabile per lungo tempo ad altri usi, ma non produce ulteriori rifiuti solidi da gestire e smaltire a

valle. Per discariche ed inceneritori le prescrizioni normative, le tecnologie e gli investimenti effettuati sono andati decisamente nella direzione di contenere gli impatti sulla salute e sull’ambiente, ognuno dei due sistemi per le proprie specificità. Su tutto questo si è molto lavorato in questi ultimi tre decenni integrando il miglioramento delle tecnologie e del controllo degli impianti di smaltimento e di “prevalente smaltimento”, con le citate strategie di riduzione della produzione (più enunciata come principio che effettivamente praticata), recupero di materia, riuso, riutilizzo e riciclaggio. […]

Quello sopra accennato è un confronto che per esigenze di sintesi è molto semplificato – un confronto andrebbe fatto con riferimento anche all’intervallo temporale cui riferire la misura – ma che dà comunque la misura del livello del miglioramento introdotto mediante le nuove tecnologie di combustione e di depurazione dei fumi. In realtà quello che ci dà ancora di più e meglio la misura dell’impatto positivo della tecnologia sono le concentrazioni medie effettive dei nostri impianti, che rispettano mediamente non solo le norme più restrittive che abbiamo elencato ma anche i valori limite previsti nelle autorizzazioni, valori che le Autorità competenti hanno voluto ancora più bassi di quelli della più recente normativa nazionale. Il beneficio rispetto allo scenario del recente passato diventa così ancora più rilevante. […]

Questa evoluzione in forte riduzione delle concentrazioni della maggior parte degli inquinanti presenti nelle emissioni degli impianti di incenerimento ha determinato analoga evoluzione nella strumentazione e nel know how di rilevazione ed analisi da parte degli Enti di controllo e tra questi di Arpa Emilia-Romagna. Un esempio per tutti è costituito dalle diossine per le quali bisogna riuscire a misurare al camino concentrazioni di qualche millesimo di nanogrammi al metro cubo.

[…] siccome in questo ambito l’evoluzione continua, per adeguarsi ai livelli sempre più bassi di analita da ricercare Arpa Emilia-Romagna sta provvedendo, con specifico e rilevante finanziamento per investimento da parte della Regione – particolarmente rilevante se rapportato alle attuali disponibilità di investimenti estremamente ridotta – a dotarsi della strumentazione adeguata per utilizzare anche la tecnica della spettrometria di massa ad alta risoluzione (HRGCHRMS) che è a tutt’oggi la tecnica analitica elettiva che viene utilizzata dai laboratori per analizzare matrici complesse sia di origine ambientale che biologica. Il progetto Moniter, di cui oggi pubblichiamo i primi Quaderni, ed il progetto Super-Sito oggi in fase di piena realizzazione, costituiscono il terreno più significativo in cui il know how di Arpa, le performance strumentali e le procedure di cui è fornita stanno esprimendosi al massimo delle proprie possibilità. Di questo siamo molto grati ai nostri ricercatori impegnati in tutte le fasi, dal campionamento all’analisi di laboratorio, alla elaborazione dei dati, alla simulazione mediante modellistica matematica; questo solo per quanto riguarda i temi direttamente trattati in questo Quaderno. Questo segno di gratitudine reale e non formale va anche a tutti quei ricercatori, colleghi di Arpa o afferenti ad altre Istituzioni di Ricerca coinvolte, che hanno lavorato nei settori della Tossicologia, della Valutazione del Rischio, dell’Epidemiologia, i quali con pari impegno, competenza e passione stanno sviluppando le parti di Moniter loro assegnate. Il tutto con la guida rigorosa, indipendente e di altissima qualità scientifica del Comitato Scientifico che la Regione ha voluto prevedere per il progetto Moniter ed al quale va un grazie sentito per come ha indirizzato, supervisionato e validato i lavori. […]

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“Differenziare” le abitudini

Ma se non riusciamo nemmeno a mettere la spazzatura nei cestini indifferenziati (come dimostra tutta l’immondizia che c’è sulle strade e ai loro margini), come possiamo pretendere di imparare a fare la raccolta differenziata?!? Purtroppo siamo ancora indietro, molto indietro: a me piacerebbe buttare le bottiglie di plastica o la carta nei bidoni differenziati quando mi trovo in città o nei centri commerciali o in qualunque altro luogo pubblico, peccato che i bidoni non ci siano!!!!

CENTRO DI RICERCA RIFIUTIZERO:

www.rifiutizerocapannori.it/rifiutizero/

Dieci passi verso Rifiuti Zero

1.separazione alla fonte: organizzare la raccolta differenziata. La gestione dei rifiuti non e’ un problema tecnologico, ma organizzativo, dove il valore aggiunto non e’ quindi la tecnologia, ma il coinvolgimento della comunità chiamata a collaborare in un passaggio chiave per attuare la sostenibilità ambientale.

2.raccolta porta a porta: organizzare una raccolta differenziata “porta a porta”, che appare l’unico sistema efficace di RD in grado di raggiungere in poco tempo e su larga scala quote percentuali superiori al 70%. Quattro contenitori per organico, carta, multi materiale e residuo, il cui ritiro e’ previsto secondo un calendario settimanale prestabilito.

3.compostaggio: realizzazione di un impianto di compostaggio da prevedere prevalentemente in aree rurali e quindi vicine ai luoghi di utilizzo da parte degli agricoltori.

4.riciclaggio: realizzazione di piattaforme impiantistiche per il riciclaggio e il recupero dei materiali, finalizzato al reinserimento nella filiera produttiva.

5.riduzione dei rifiuti: diffusione del compostaggio domestico, sostituzione delle stoviglie e bottiglie in plastica, utilizzo dell’acqua del rubinetto (più sana e controllata di quella in bottiglia), utilizzo dei pannolini lavabili, acquisto alla spina di latte, bevande, detergenti, prodotti alimentari, sostituzione degli shoppers in plastica con sporte riutilizzabili.

6.riuso e riparazione: realizzazione di centri per la riparazione, il riuso e la decostruzione degli edifici, in cui beni durevoli, mobili, vestiti, infissi, sanitari, elettrodomestici, vengono riparati, riutilizzati e venduti. Questa tipologia di materiali, che costituisce circa il 3% del totale degli scarti, riveste però un grande valore economico, che può arricchire le imprese locali, con un’ottima resa occupazionale dimostrata da molte esperienze in Nord America e in Australia.

7. tariffazione puntuale: introduzione di sistemi di tariffazione che facciano pagare le utenze sulla base della produzione effettiva di rifiuti non riciclabili da raccogliere. Questo meccanismo premia il comportamento virtuoso dei cittadini e li incoraggia ad acquisti piu’ consapevoli.

8. recupero dei rifiuti: realizzazione di un impianto di recupero e selezione dei rifiuti, in modo da recuperare altri materiali riciclabili sfuggiti alla RD, impedire che rifiuti tossici possano essere inviati nella discarica pubblica transitoria e stabilizzare la frazione organica residua.

9. centro di ricerca e riprogettazione: chiusura del ciclo e analisi del residuo a valle di RD, recupero, riutilizzo, riparazione, riciclaggio, finalizzata alla riprogettazione industriale degli oggetti non riciclabili, e alla fornitura di un feedback alle imprese (realizzando la Responsabilità Estesa del Produttore) e alla promozione di buone pratiche di acquisto, produzione e consumo.

10. azzeramento rifiuti: raggiungimento entro il 2020 dell’ azzeramento dei rifiuti, ricordando che la strategia Rifiuti Zero si situa oltre il riciclaggio. In questo modo Rifiuti Zero, innescato dal “trampolino” del porta a porta, diviene a sua volta “trampolino” per un vasto percorso di sostenibilità, che in modo concreto ci permette di mettere a segno scelte a difesa del pianeta.

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“Digerire” la realtà

Digerire la realtà nel senso di “conoscere e comprendere” la realtà.

La raccolta differenziata dell’umido può essere utile anche perchè proprio la cosiddetta FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano) può essere utilizzata come biomassa all’interno di impianti di digestione anaerobica per la produzione di biogas.

Fate attenzione a questa cosa: negli slogan propagandistici dei movimenti ambientalisti viene elogiato il trattamento bio-meccanico (TBM) dei rifiuti e la conseguente produzione di CDR (Combustibile Derivato dai Rifiuti) o CSS (Combustibile Solido Secondario) come alternativa agli inceneritori. Ma indovinate un po? Anche il CDR/CSS, essendo per definizione un combustibile, viene comunque bruciato. Una combustione è sempre una combustione: come abbiamo visto per gli inceneritori, anche per questi impianti è necessario tenere sotto controllo i limiti di emissione, al pari degli stessi tanto demonizzati inceneritori.

http://it.wikipedia.org/wiki/Combustibile_solido_secondario

[…]

Utilizzo del CSS combustibile (Classe I e Classe II)

Il CSS combustibile viene utilizzato per l’incenerimento in appositi impianti inceneritori (tutti con temperature oltre i 1.000°C per evitare la formazione didiossina) che, essendo dotati di sistemi di recupero dell’energia prodotta dalla combustione, producono elettricità e/o calore (cogenerazione). Il CSS può essere bruciato anche in forni industriali di diverso genere non specificamente progettati a questo scopo, come quelli dei cementifici (comunque le temperatura dovranno evitare la produzione di diossina), per i quali può essere un combustibile economicamente vantaggioso. Attualmente è utilizzato in co-combustione col carbone per diminuirne gli effetti inquinanti. […]

http://it.wikipedia.org/wiki/Trattamento_meccanico-biologico

Trattamento meccanico-biologico

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Nella gestione dei rifiuti il trattamento meccanico-biologico (TMB) è una tecnologia di trattamento a freddo dei rifiuti indifferenziati (e/o residuali dopo la raccolta differenziata) che sfrutta l’abbinamento di processi meccanici a processi biologici quali la digestione anaerobica e il compostaggio. Appositi macchinari separano la frazione umida (l’organico da bioessicare) dalla frazione secca (carta, plastica, vetro, inerti ecc.); quest’ultima frazione può essere in parte riciclata oppure usata per produrre combustibile derivato dai rifiuti (CDR) rimuovendo i materiali incombustibili.

[…]

Parte biologica

La parte biologica del TMB è riferita ai processi di compostaggio e di digestione anaerobica.

La digestione anaerobica provoca la scissione biochimica della componente biodegradabile dei rifiuti tramite l’azione di microrganismi in condizione di anaerobiosi. Vengono prodotti biogas utilizzabili quale combustibile e un digestato solido che può essere sfruttato per migliorare le proprietà agricole del suolo. Alcuni processi condotti in mezzo acquoso permettono di ottenere un alto rendimento in biogas.

Il compostaggio implica invece il trattamento della componente organica con microrganismi aerobici. In queste condizioni ossidative si ha formazione di anidride carbonica e compost. Utilizzando il solo compostaggio quindi non si ha il vantaggio di produrre energia verde (biogas) dalla frazione biodegradabile dei rifiuti.

Alcuni sistemi, come quello UR-3R, utilizzano invece sia una fase di digestione anaerobica parziale che una fase secondaria di compostaggio.

Sfruttando la digestione anaerobica o il compostaggio della frazione biodegradabile, il trattamento dei rifiuti tramite TMB permette di ridurre le emissioni di gas serra. […]

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Aggiornamento del 10 gennaio 2014:

Ecco un’ulteriore potenziale vantaggio derivante dall’utilizzo degli inceneritori, almeno fintanto che non saremo diventati davvero bravi a recuperare le materie prime attraverso il differenziamento dei rifiuti: la bonifica delle discariche. Ci stiamo dimenticando infatti di un “problemuccio”: quanto terreno occupano attualmente le discariche, che ancora stiamo riempiendo? Quanti rifiuti abbiamo sotterrato, facendo finta che sparissero (d’altronde, occhio non vede…), e stiamo continuando a sotterrare, quando potremmo sfruttare l’incenerimento per bonificare e recuperare, almeno per quanto possibile, questi terreni, o comunque per evitare di occupare ulteriori terreni?!?

http://www.liberambiente.com/index.php/rifiuti/119-bonifica-di-discariche-mediante-qlandfill-minningq.html

BONIFICA DI DISCARICHE MEDIANTE “LANDFILL MINING”

Il concetto di Landfill Mining consiste nel trattamento di bonifica di vecchie discariche mediante asportazione per escavazione dei rifiuti in esse depositati.

Questo tipo di intervento, abbinato al parallelo trattamento biologico in biopile, viene applicato in tutti quei siti che, a causa di gravi problematiche ambientali, richiedono un intervento in tempi brevi, con lo scopo di: recuperare i vecchi volumi della discarica, adeguandoli ai nuovi criteri di sicurezza, oltre ad operazioni meccaniche volte alla separazione di frazioni specifiche dei rifiuti; materiali inorganici riciclabili (metalli), frazione organica e frazione residua ad elevato potere calorifico.

Obiettivi della procedura di bonifica

Le operazioni di bonifica sono generalmente inquadrate nell’ottica di:

* Salvaguardare l’ambiente dove insiste la discarica (emissioni di biogas, contaminazione della falda per mezzo delle acque di percolazione,..);

* Recuperare risorse finanziarie, per mezzo della valorizzazione dei materiali recuperabili o riciclabili;

* Recuperare energia dai rifiuti, per mezzo dell’utilizzo alla termovalorizzazione della frazione secca ad alto potere calorifico, ottenuta dopo la biostabilizzazione in biopile;

* Recuperare volumi in discarica, separando il materiale inerte a suo tempo utilizzato;

* Creare nuova occupazione.

Come si opera la bonifica

Gli interventi di bonifica e recupero delle vecchie discariche incontrollate avviene mediante l’escavazione ed esumazione dei rifiuti (indifferenziati) per mezzo di escavatori o mezzi a pala frontale. A questo punto il rifiuto viene inviato ad un trattamento meccanico (vagliatura) per separare immediatamente tutti quei materiali che non necessitano di un trattamento biologico di mineralizzazione (es. vetro, metalli, sassi).

Il prodotto derivante, a principale componente organica, è quello che deve essere sottoposto ad intervento di biostabilizzazione, al fine di ottenerne la mineralizzazione e l’abbattimento del suo potenziale inquinante. (Lo stesso tipo di rifiuto è quello che, depositato in discarica, subisce un processo di decomposizione anaerobica, con emissione di biogas e percolato, che rappresentano una seria minaccia per l’atmosfera e la falda acquifera sotterranea.)

A questo punto inizia la fase di degradazione per mezzo di un processo aerobico in biopile statiche (senza rivoltamento) dove, per mezzo di un’adeguata tecnologia, viene insufflata normale aria ambiente tramite ventilatori e canaline a raso pavimentazione. Il processo viene altresì gestito per mezzo di dispositivi atti a controllarne il livello di saturazione di ossigeno ed i valori della temperatura di processo nel cumulo (biopila).

E’ indispensabile un efficace e continuo controllo dei parametri di processo, al fine di ottimizzare ed accelerare i tempi di trattamento ed ottenere al termine del processo un materiale mineralizzato e stabile dal punto di vista chimico-fisico.

Ad ulteriore presidio ambientale e con il fine di poter lavorare in ambiente aperto, senza necessità di biofiltro, considerati anche gli enormi volumi da trattare, è opportuno utilizzare un mezzo di confinamento del materiale disposto nella biopila di trattamento. Questo avviene per mezzo di teloni con membrana impermeabile all’acqua piovana ed alle molecole odorigene, mentre è permeabile al vapore d’acqua ed alla CO2, entrambi inodori. L’utilizzo di questi teloni garantisce altresì agli operatori migliori condizioni negli ambienti di lavoro, in quanto la membrana funge da barriera a germi e spore batteriche presenti in notevole quantità nel materiale organco da trattare.

Una volta terminato il processo di biostabilizzazione in cumulo statico insufflato e coperto con la membrana, il materiale subisce un ulteriore processo meccanico di raffinazione mediante vaglio rotante, al termine del quale si ottengono due frazioni: il sottovaglio, composto dalla frazione più fine e dal materiale ex organico ed ormai stabile e mineralizzato, che verrà utilizzato per ricuperi ambientali o come materiale di ricopertura giornaliera dei rifiuti conferiti in discarica, come ammesso dalla legge, ed in sostituzione di ghiaia od argilla, che venivano utilizzati un tempo, a discapito dei volumi della discarica e dell’economicità del sistema in quanto venivano comperati.  L’altro materiale derivante dalla vagliatura è composto dal sovvallo, principalmente composto da materiale secco e con elevato potere calorifico, che viene pressato, imballato ed inviato allo stoccaggio o termovalorizzazione, con produzione di calore e di energia elettrica.

Il progetto di landfill mining e biostabilizzazione in biopile coperte in Italia

In Italia il primo progetto di landfill mining con trattamento biologico in cumuli statici coperti è stato attuato con successo presso la discarica ASVO di Portogruaro (VE). L’impianto in questione, situato in località Centa Taglio, presentava rilevanti problemi di inquinamento dell’acqua di falda, in quanto la parte inferiore dei rifiuti, depositati circa 20 anni prima nel lotto1 della discarica, erano venuti in contatto con l’acqua di falda. Per evitare ulteriori problemi di inquinamento alle locali reti di acquedotto si trattava quindi di intervenire con la massima urgenza e rimuovere una massa di circa 250.000 m3 di materiale di rifiuto interrato.

Il progetto ha previsto quindi la realizzazione di una platea di cemento suddivisa in 12 “zone”, ovvero 12 cumuli di trattamento di ca. 40 x 8 m ed altezza media di 3 m, ciascuno dei quali dotato di relativo telo di copertura, canalizzazioni a raso, idonee a distribuire l’aria soffiata dai ventilatori e raccogliere anche eventuali rilasci di percolazioni liquide.

Le operazioni di bonifica si sono concluse dopo circa 2 anni di lavoro, permettendo il recupero dei volumi esistenti della vecchia discarica, il loro adeguamento ai nuovi standard di legge per accogliere di nuovo rifiuti pretrattati, oltre, come detto in precedenza, al recupero di materiali riciclabili e/o utilizzabili per il loro uso nei termovalorizzatori.

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Aggiornamento del 16 aprile 2014:

http://www.scienzainrete.it/blog/luca-carra-e-margherita-fronte/studenti-non-visitate-linceneritore-di-acerra/aprile-2014

Studenti, non visitate l’inceneritore di Acerra!

Segnalano gli Amici della Terra nella loro Newsletter una iniziativa delle “Donne del 29 agosto”, che insieme ai “Volontari per Francesco” hanno raccolto delle firme contro gli sforamenti delle polveri sottili ad Acerra, e fra le altre cose invitano studenti e insegnanti a non partecipare a visite guidate all’inceneritore. Ne ha parlato il quotidiano Roma il 31 marzo 2014.
Animati immagino da buone intenzioni ecologiste, le donne e i volontari hanno però scelto l’obiettivo sbagliato, visto che l’inceneritore di Acerra – come ha recentemente ricordato con un bello e appassionato (e scorato) intervento Giuseppe Viviano, già responsabile dello studio dell’inquinamento dell’aria all’Istituto superiore di sanità – è un inceneritore all’avanguardia in Italia, sottoposto, proprio per evitare attacchi, a monitoraggio anche nei cicli di accensione e spegnimento. Probabilmente l’impianto più controllato in Italia, e pure presidiato dalle forze di sicurezza viste le numerose manifestazioni che hanno periodicamente portato in processione antinceneritore donne bambini capipopolo e parroci infervorati per le battaglie sbagliate e altre folcloristiche maschere dell’ecologismo sanfedista nostrano.
Da segnalare anche la lunga lettera al direttore del quotidiano da parte del gestore dell’impianto (la A2A), che spiega fra l’altro che la “diossina emessa dai petardi esplosi a Napoli nel capodanno del 2005 è stata pari a quella emessa da 120 termovalorizzatori per un intero anno di funzionamento”.

8 aprile, 2014 – luca carra
[…]

Replica di A2A

Alla cortese attenzione del
Dott. Antonio Sasso
Direttore Responsabile Roma

Milano, 01 aprile 2014

Gentile Direttore,
in merito all’articolo “Attiviste in piazza: basta con le visite all’inceneritore di Acerra”, pubblicato il 31 marzo dal Roma, desideriamo precisare alcuni elementi utili a correggere le informazioni errate contenute nel testo.

1. Tutti i dati sulle emissioni dell’impianto di Acerra, monitorati in continuo 24 ore su 24, sono pubblicati sul sito www.a2a.eu e sul sito dell’osservatorio ambientale.

2. Il termovalorizzatore di Acerra è dotato dei più efficienti sistemi di trattamento dei fumi, che permettono all’impianto di mantenere le emissioni molto al di sotto di quanto stabilito dai severi limiti imposti dall’Autorizzazione Integrata Ambientale che ne disciplina il funzionamento; L’A.I.A. in vigore ad Acerra ha fissato limiti massimi sulle emissioni sensibilmente inferiori, fino al 75% in meno, rispetto ai limiti previsti dalla legge italiana (decreto legislativo n.133/2005) ed europea (direttiva 2010/75/UE).

3. Al termovalorizzatore di Acerra viene conferita la frazione secca dei rifiuti prodotti ogni giorno dalle famiglie, che non sono raccolti separatamente. E’ bene ricordare che in materia di raccolta differenziata le decisioni spettano ai singoli comuni, che possono decidere come effettuare la raccolta e come differenziare i rifiuti; nei paesi del nord Europa considerati più virtuosi nella gestione dei rifiuti, grazie ai termovalorizzatori e alla raccolta differenziata spinta è stato possibile eliminare quasi del tutto il ricorso alla discarica; in questi Paesi il rapporto tra la quantità di rifiuti avviati alla termovalorizzazione e numero di abitanti è molto superiore alla media italiana e campana. A Milano, città in cui A2A è responsabile della gestione dell’intero ciclo dei rifiuti e in cui è presente un termovalorizzatore dalle dimensioni analoghe a quello di Acerra, la raccolta differenziata è arrivata al 50%.

4. Il contributo del termovalorizzatore di Acerra alla produzione di diossina e polveri è assolutamente trascurabile. Come dimostrano i dati delle emissioni, infatti, rispetto a quanto autorizzato dall’Autorizzazione Integrata Ambientale, il termovalorizzatore di Acerra garantisce valori inferiori del 90% per quanto riguarda le polveri e del 99,6% per quanto riguarda le diossine. Per fare una comparazione, gli esperti del Cewep (Confederetion of European Waste to Energy Plants) hanno calcolato che nella sola notte di capodanno del 2005, a Napoli, la diossina emessa dai petardi esplosi è stata pari a quella emessa da 120 termovalorizzatori per un intero anno di funzionamento.

5. Nel solo 2013, il termovalorizzatore di Acerra ha prodotto energia elettrica per oltre 200 mila famiglie, smaltendo oltre 600 mila tonnellate di rifiuti, che diversamente sarebbero finiti in discariche o in altri impianti, e contestualmente ha evitato l’emissione in atmosfera di 146 mila tonnellate di Co2 e il ricorso a 111 mila tonnellate di petrolio equivalente e altri combustibili fossili.

6. Le ceneri pesanti prodotte dal termovalorizzatore di Acerra vengono trattate da aziende specializzate che separano le varie frazioni metalliche per avviarle alle fonderie. Gli inerti sono utilizzati come materiali per produrre cemento; quindi anche questi materiali vengono recuperati.

7. Gli otto termovalorizzatori dell’Emilia (regione che ha oltre un milione di abitanti in meno della Campania) hanno complessivamente una capacità di  rattamento pari a oltre 1,1 milioni di tonnellate di rifiuti. In Lombardia sono presenti 13 termovalorizzatori per una capacità di trattamento complessiva di oltre 2,5 milioni di tonnellate.

8. Le direttive europee in tema di rifiuti non “prevedono la fine degli inceneritori entro il 2020″. La direttiva europea 2008/98/CE stabilisce che:” Per proteggere maggiormente l’ambiente, gli Stati membri devono adottare delle misure per il trattamento dei loro rifiuti conformemente alla seguente gerarchia, che si applica per ordine di priorità:

a) prevenzione;

b) preparazione per il riutilizzo;

c) riciclaggio;

d) recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia;

e) smaltimento.

Infine, desideriamo ricordare che nel solo 2013 sono stati oltre 3600 gli studenti accompagnati dai propri insegnanti che hanno voluto visitare il termovalorizzatore di Acerra, oltre ai rappresentanti di tanti comitati e associazioni cittadine; persone che, pur avendo a volte idee differenti, hanno comunque visitato l’impianto verificando di persona le modalità con cui viene gestito e dando vita a importanti momenti di confronto, dialogo e trasparenza.

Certi di aver contribuito a ristabilire la verità circa il funzionamento del termovalorizzatore di Acerra e nell’attesa di veder pubblicata questa lettera, porgiamo cordiali saluti.

Ufficio stampa A2A

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Aggiornamento del 20 agosto 2014:

L’ennesimo caso di paura e terrorismo nei confronti di una tecnologia necessaria ed utilizzata senza timori nel resto d’Europa. Signore e signori, non stiamo parlando di centrali nucleari (vedi l’articolo “Energia nucleare: chi è ancora a favore?“), ma di impianti di incenerimento che vengono tenuti rigorosamente sotto controllo, per i quali un eventuale guasto accidentale non può provocare danni alla salute comparabili con quelli che verrebbero provocati  appunto dalle centrali nucleari:

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/si-inaugura-il-Termovalorizzatore-del-Gerbido-a-Torino-0f7f1499-25f6-4d9b-8206-1cbce3f74023.html

Termovalorizzatore sì, termovalorizzatore no. Si inaugura l’impianto del Gerbido a Torino

di Carlotta Macerollo – 
Chi lo considera un’avanguardia per raggiungere gli standard europei di smaltimento rifiuti e per chi, invece, è solo una minaccia. Al centro del dibattito il termovalorizzatore del Gerbido (prima cintura di Torino) che viene inaugurato venerdì 20 giugno, gestito da Trm, società controllata da Iren e F2i. “Nel resto dell’Europa, finiscono in discarica appena il 10 per cento dei rifiuti, in Italia il 50”, sottolinea il direttore generale di Trm Mauro Pergetti.

Le proteste
Ma i comitati No Inceneritore-Rifiuti Zero non ci stanno e organizzano una manifestazione alla vigilia dell’inaugurazione dell’impianto, chiamandola “veglia funebre per la nostra salute” perché, dicono, sarà “inaugurata la tomba nella quale verrà seppellito il nostro futuro”. Dall’Arpa (l’agenzia regionale per la protezione ambientale) arrivano rassicurazioni: “La situazione è sotto controllo, l’opera non deve impensierire la popolazione”

L’impianto inizia l’attività nel 2013, esercizio provvisorio
“L’impianto ha già iniziato le attività nell’aprile 2013 ed è nel cosiddetto periodo, previsto dal contratto, di esercizio provvisorio. Abbiamo già prodotto energia da più di un anno: dall’inizio 2014 abbiamo smaltito 170mila tonnellate di rifiuti e per la fine dell’anno arriveremo ad un regime di 421mila tonnellate”, ci spiega il direttore generale di Trm, Pergetti.

Nel Nord Italia situazione più simile al Nord Europa
In Italia i grossi termovalorizzatori sono a Brescia, impianto che brucia circa 750mila tonnellate autorizzate, Milano, Torino, Acerra (400-500mila tonnellate). Poi ce ne sono di medi sulle 250mila tonnellate a Trieste e a Padova. “Diciamo che nel Nord Italia la situazione è più simile a quella nel Nord Europa, ma anche in Europa si corre a due velocità: nell’Est, ad esempio, ci sono più discariche mentre in Paesi del Nord come Danimarca, Svezia o Norvegia viene recuperato tutto”. I dati Eurostat evidenziano che nel Paesi nordici appena il 10 per cento dei rifiuti va in discarica, il restante 90 per cento si divide tra compostaggio e incenerimento. “La Germania incenerisce il 40 per cento, la Danimarca il 60. In Italia, mandiamo in discarica oltre il 50 per cento dei rifiuti e l’incenerimento non raggiunge il 20”.

Problema costi
“Di sicuro c’è anche un problema di costi: la differenziata non può superare il 50-60 per cento per limiti tecnico-economici. L’inceneritore deve coprire questa quota che è residuale: quindi, ciò che non è recuperabile come raccolta differenziata va in inceneritore e poi si produce energia”, spiega Pergetti.

Problema ambiente, l’Arpa
“Ci sono stati degli sforamenti di monossido di carbonio nell’aria quando sono state attivate le tre linee del termovalorizzatore – chiarisce Antonella Pannocchia, responsabile Arpa Torino – Non vi sono pericoli per la salute e l’ambiente: le ‘anomalie’ verificatesi nel funzionamento dell’inceneritore non hanno comportato ripercussioni sulla qualità dell’aria”. E ancora: “L’impianto non deve impensierire la popolazione. L’allarme è comprensibile: generalmente tutti pensano agli inceneritori di prima generazione, una tecnologia di 25-30 anni fa, che erano effettivamente molto inquinanti. In Italia ce n’erano parecchi, in Emilia Romagna ad esempio, ma adesso li stanno risettando tutti”.

https://secure.avaaz.org/it/petition/Comune_Di_torino_Provincia_di_Torino_Regione_Piemonte_Governo_Italiano_FERMIAMO_Subito_LINCENERITORE_del_GERBIDO/?pv=36

Governo Italiano: FERMIAMO Subito L’INCENERITORE del Gerbido di Torino

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