In Gran Bretagna successe verso la fine del 2011 (articolo “Gran Bretagna: il disagio sociale è un campanello d’allarme“), in Italia sta succedendo proprio in questi giorni: le rivolte di piazza rappresentano lo sfogo di persone che non ce la fanno più a sopportare la crisi e l’incapacità della classe politica di porvi rimedio.

E’ iniziata la rivoluzione? Dal nostro punto di vista no: chi sta protestando è una piccola minoranza della popolazione, le cui idee sono un po’ troppo generiche: contro la globalizzazione, contro l’Europa, contro il governo, contro l’austerità. Ma cosa significa tutto ciò?!? E’ come essere contro l’inverno o contro la pioggia: non possiamo non volere la globalizzazione, non possiamo non volere l’Europa (anzi, da una parte meno male che c’è l’Europa!). Possiamo anche non volere questo governo, ma allora dobbiamo avere le idee ben chiare su chi vogliamo che ci governi. Certo possiamo protestare contro l’austerità, ma tanto il debito da pagare ce l’abbiamo e dovremo ripagarcelo, dunque sarebbe meglio protestare contro l’inefficienza del nostro Stato, che butta via letteralmente miliardi di euro senza riuscire né a frenare l’aumento del debito pubblico (vedi l’indicatore sulla home page) e né a ridurre la tassazione sul lavoro e le imprese, cosa che consentirebbe alla nostra economia di tirare qualche respiro di sollievo (nel blog sono presenti numerosi articoli in merito).

Le proteste sono un sintomo, un segnale, arrivato in ritardo e soprattutto senza obiettivi realistici. Per questo, molto probabilmente, non serviranno a cambiare questo Paese…

L.D.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-12-10/-forconi-chi-c-e-dietro-rivolta-ecco-cinque-ragioni-cui-sono-scesi-piazza-172156.shtml?uuid=ABnBcEj

Forconi, chi c’è dietro la rivolta? Ecco le cinque ragioni per cui sono scesi in piazza

di Silvia Sperandio – 11 dicembre 2013

In due giorni, dalle 22 di domenica scorsa, l’Italia si è bloccata a causa della mobilitazione dei «Forconi». Guerriglia urbana a Torino, paralisi dei treni in Liguria, caos a Milano, tensioni in Triveneto e Emilia-Romagna, disagi al Sud, soprattutto in Puglia, Campania e Sicilia. Ma chi c’è dietro questa rivolta di piazza, e quali sono le rivendicazioni portate avanti? Non è facile rispondere, anche perché in piazza sono scesi agricoltori e alcune sigle degli autotrasportatori, ma la rivolta si è estesa anche ad artigiani e commercianti, piccoli imprenditori, disoccupati, studenti, semplici cittadini e simpatizzanti di estrema destra. […]

http://www.forexinfo.it/Chi-sono-i-Forconi-e-che-cosa

Chi sono i Forconi e che cosa chiedono?

di Valentina Pennacchio | 11 Dicembre 2013
[…]

“Fermiamo l’Italia”

Il Movimento dei Forconi ha generato non pochi disagi in questi giorni: blocchi stradali e ferroviari, presidi, cortei, caos.

Dire cosa vogliono di preciso è davvero cosa ardua, possiamo riassumere in pochi punti ciò che, almeno fino ad ora, è emerso. I Forconi protestano:

  • contro la globalizzazione;
  • contro l’attuale “modello Europa”, al fine di riaffermare la propria sovranità monetaria (magari con un referendum per decidere se uscire dall’euro o creare, accanto alla moneta unica comunitaria, una moneta locale complementare);
  • contro il governo, non eletto dai cittadini, e per tornare a votare con una nuova legge elettorale;
  • per difendersi dalle politiche di austerità e riappropriarsi della democrazia.

Imminente pare essere lo sciopero fiscale e contro Equitalia.

Ma davvero non c’è politica?

Davvero non c’è politica dietro il Movimento dei Forconi? Se davvero si trattasse di un movimento eterogeneo, che unifica identità regionali, forze politiche e categorie sociali, sarebbe una cosa meravigliosa, sarebbe, forse, la prima volta dopo il Risorgimento italiano, eppure qualcuno, a ragione o torto, avanza l’ipotesi di forze politiche che si muovono dentro il movimento per “dargli una direzione”. Lo stesso Mariano Ferro, leader del Movi­mento sici­liano dei For­coni, ha paventato questo rischio:

“Saremo noi per primi a difen­derci da even­tuali infil­trati. Io per primo ho paura perché le infil­tra­zioni (…) non ci fanno bene, fanno un favore al sistema. Pur­troppo, però, ci sono”.

Insomma il rischio del coinvolgimento di un estremismo politico di destra potrebbe esserci. A Roma sono scesi anche in piazza i mili­tanti di Casa Pound e Forza Nuova.

Questa protesta, dettata dalla disperazione per le difficoltà economiche, è anche un chiaro monito al mondo della politica: basta, non vi crediamo più. Molti italiani davvero non sono più divisi ideologicamente, perchè vedono nei partiti, destra, sinistra, centro, l’opportunismo di una classe politica pronta a tutto per…governare, ma non per salvare le sorti di questo Paese, che uccide. Uccide metaforicamente, le speranze di una generazione, e concretamente: quanti imprenditori o persone che avevano raggiunto uno stato di reale povertà si sono suicidate in questi anni di crisi?

Mariano Ferro in un’intervista ha dichiarato:

“Ci siamo abituati a tutto: manifestazioni, sit in, sciopero, raccolte firme: cose che riguardano una democrazia moderna ma che il nostro Governo non guarda più e non bada più a come intervenire per alleggerire le imprese e creare occupazione. Questo paese è preda di tutto ciò che arriva dai paesi emergenti e dal far west della globalizzazione. Un paese allo sbando. Senza regole, senza un programma politico vero. Perché ormai regnano solo gli affari personali, l’autoreferenzialitá, ed è abbandonato questo povero popolo italiano a se stesso. Chi si vuole suicidare lo faccia pure, chi vuole andare all’estero altrettanto. Siamo liberi di fare ciò che vogliamo anche se, a distanza di 60 anni siamo tornati sotto una dittatura moderna, finanziaria e fatta da un’oligarchia di potere e nulla deve toccare ciò che credono sia loro”.

E’ arrivata l’ora della rivoluzione di cui si parla da tanto tempo?

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http://thewalkingdebt.wordpress.com/tag/episodi-di-riduzione-del-debito-pubblico/

Vivere con un debito di guerra in tempo di guerra

27/09/2013 – Scritto da Maurizio Sgroi

[…] Fin dal 1980 (ossia da quando il debito lordo è cominciato a crescere senza sosta) ci sono stati 26 episodi di riduzione di debito pubblico che hanno interessato 20 paesi.

Anche stavolta primeggiamo.

Fra il 1994 e il 2003 l’Italia riuscì ad abbattere il proprio debito pubblico dal 122 al 104%, ma salta all’occhio anche il caso del Belgio, che fra il 1997 e il 2003 passò dal 134 all’84% o, fuori dall’eurozona, quello di Israele, che fra il 1989 e il 2000 è passato dal 147 all’84%. Notevole anche il risultato dell’Irlanda, che nei vent’anni fra il 1987 e il 2007 (quando poi è riesploso) ha portato il debito dal 109 al 25%.

Cosa hanno in comune questi casi? Che c’è voluto parecchio tempo e un contesto internazionale di crescita robusta, per diminuire il debito.

Quindi, se la storia insegna qualcosa, è che comunque servirà parecchio tempo prima di uscire da questa situazione. La media, calcolata dal Fondo, è di otto anni.

Se la crescita sarà lenta questa media è destinata ad allungarsi.

Rischiamo di invecchiare con questo debito sulle spalle. Che poi significa sotto l’ipoteca dei nostri creditori e col costante fardello della minaccia di un default.

Ma come si fa a sfuggire da questa prigione?

Anche qui la storia è maestra di contabilità.

Nei casi monitorati dal Fondo il grande protagonista di questo risanamento è l’avanzo primario, che gareggia con la crescita nel ruolo di fattore determinante per il calo del debito. Ma anche l’inflazione fa la sua parte. Nel caso di Israele, ad esempio, i tassi medi reali furono negativi per il 4% nel periodo.

Tuttavia il cavallo di battaglia è l’avanzo primario, che appare sia nei casi in cui ci sia stata forte crescita, sia in quelli contrari. Anzi, paradossalmente, scrive il Fondo “sembra che i paesi generino un più alto avanzo primario quando l’economia è debole, forse per compensare la bassa crescita”.

Avanzo primario, perciò, rima con consolidamento fiscale, anche se non sembra.

E questo è il primo indizio di quello che ci aspetta.

Un secondo indizio lo traiamo dall’analisi del Fondo sul caso Italiano.

La nostra riduzione di debito, nota il Fondo, si è consumata nonostante una crescita modesta dello 0,7% medio nei tre anni precedenti la riduzione e dell’1,5% durante la riduzione. “Ciò suggerisce che la riduzione del debito può verificarsi anche in un ambiente di bassa crescita”.

Ma come abbiamo fatto?

“Alcuni fattori – scrive il Fondo – hanno contribuito, in particolare la domanda estera e il calo dei tassi d’interesse”.

L’episodio italiano fu caratterizzato da una graduale svalutazione del tasso di cambio e da un crescente export tre anni prima che il debito iniziasse a scendere. Il tasso di cambio poi si stabilizzò, una volta che il debito scese, ma l’export continuò a tirare per altri due anni.

Quanto ai tassi, la riduzione del tasso a breve cominciò quattro anni prima della riduzione del debito e continuò, pur moderandosi, per tutto il periodo. “Le analisi del Fondo – sottolinea – hanno mostrato quanto sia determinante una politica accomodante per la riduzione dei debiti”.

C’è arrivata anche la Bce, infatti.

Ma è un altro il dato interessante: la riduzione del debito si è innescata con la partenza della crescita, seguita all’aumento della domanda estera e al calo dei tassi, che poi ha fatto partire anche la domanda interna.

Questo per quelli che dicono che la svalutazione fa male.

Nel caso italiano, poi, l’inflazione non ebbe alcun ruolo, “anzi diminuì in quel periodo”.

Rimane la domanda: che fare oggi?

Col consolidamento fiscale bisogna andarci piano, visti la quota raggiunta dalla montagna del debito, poiché si rischia di far più danno che bene. E tuttavia, dice il Fondo, bisogna metterlo in campo. Perché sennò c’è il rischio di generare sfiducia, costi crescenti per il debito e ulteriore crisi. Un contesto istituzionale robusto – nota – può aiutare. Perciò la spesa pubblica dovrà diminuire, in un modo o nell’altro.

Quindi dobbiamo aspettarci un robusto dimagrimento della spesa pubblica o un aumento delle tasse.

Sul lato monetario serve una politica accomodante, anzi di stimolo monetario, “specie nei paesi dove il gap della produzione rimane notevole”. Nel nostro caso, non potendo fare politica monetaria indipendente, dobbiamo sperare nel buon cuore della Bce.

Poi c’è il capitolo delle privatizzazioni. Ma anche il Fondo si deve essere accorto che ormai fa un po’ ridere quest’argomento. Perché, scrive “possono aiutare”, ma poi in realtà “bisogna considerarle con realismo e attenzione”, anche perché in un contesto di crescita debole possono generare incassi poco significativi.

Il Fondo prende in esame anche il caso inflazione. “Un’alta inflazione può aiutare a ridurre il debito pubblico erodendo il valore reale del debito”. Per non parlare di salari e pensioni. E tuttavia un’alta inflazione porta con sé diversi rischi, primo fra tutti quello di disancorare le prospettive di inflazione e far passare agi investitori la voglia di comprare debito destinato a inflazionarsi chissà quanto.

Dulcis in fundo, le riforme strutturali. Che però prima bisogna riuscire a farle, e poi aspettare che facciano effetto “nel lungo termine”, ossia quando saremo, keynesianamente parlando, tutti morti.

Chiaramente più un paese ha debiti, più dovrà vedersela con tutte queste opzioni. E poiché noi primeggiamo in Europa per debito pubblico, più degli altri dovremo farci i conti.

A questo punto dovrebbe esser chiaro a tutti come si vive con un debito di guerra in tempo di guerra. E d’altronde bastava chiederlo ai nostri nonni.

Si mangia poco e si dimagrisce.

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Aggiornamento del 14 dicembre 2013:

Le infiltrazioni ci sono eccome…

http://www.giornalettismo.com/archives/1263347/le-minacce-di-morte-che-inneggiano-ai-forconi-e-alla-mafia/

Le minacce di morte che inneggiano ai forconi e alla mafia

12.12.2013

Cinzia Franchini, presidente del sindacato degli autotrasportatori Cna Fita, annuncia di aver ricevuto un’altra lettera minatoria dopo le pesante minacce ricevute in questi giorni di protesta da parte del movimento dei Forconi. Nella missiva sarebbero contenute minacce di morte e si chiuderebbe con «Viva la mafia, viva i forconi». […] «Ovviamente non so chi l’abbia mandata ma mi aspetto una presa di posizione pubblica del movimento dei forconi e di Ferro in primo luogo. Sono molto preoccupata –  ha aggiunto poi Franchini – anche perchè il tono del volantino è molto, molto violento».

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Aggiornamento del 3 luglio 2014:

http://oggiscienza.wordpress.com/2014/07/02/se-leconomia-va-male-aumenta-il-razzismo/

Se l’economia va male aumenta il razzismo

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