E’ un alimento semplice e speciale allo stesso tempo. Talmente semplice da far sottovalutare l’importanza di andare alla ricerca di un prodotto di qualità.

Nei supermercati ci stanno facendo credere di sfornare pane fresco a tutte le ore: falso!

Molti negozi sono semplici rivendite di pane prodotto industrialmente, ma sono talmente bravi nella sua commercializzazione da farci credere che si tratti di pane artigianale.

Molti ormai se lo fanno in casa, con le apposite macchine: non ha nulla a che vedere con il pane sfornato da un fornaio vero.

Un pane NON vale l’altro, per questo dovremmo imparare a riconoscere il pane fresco artigianale da quello che sempre più diffusamente ci spacciano per tale.

L.D.

http://denaro.it/blog/2013/11/11/come-riconoscere-un-buon-pane/

COME RICONOSCERE UN BUON PANE

DI MICHELE ARMANO EAT DIFFERENT – 11 NOVEMBRE 2013

[…] I tipi e le forme di pane cambiano oggi non solo da un paese a un altro, ma anche da regione a regione nello stesso paese. In Italia si contano oltre trecento tipi di pane diversi per ingredienti, impasti, sistemi di cottura e lievitazione. Come riconoscere un buon pane? 

Analisi visiva: dimensione, forma e  colore del pane. Quest’ultimo è dato dal tipo di farina utilizzata e dal suo livello di raffinazione. La crosta può assumere colorazioni che vanno da quella del grano maturo al marrone più o meno intenso; la mollica (parte interna) deve sfumare dall’avorio verso note più scure, senza mai arrivare a richiami grigiastri. Un pane prodotto con farine buone e sane, convenientemente preparato, si presenterà rigonfio, leggero, con una superficie appena rugosa, sonoro se leggermente percosso, con crosta e mollica ben aderenti l’una all’altra. Nella mollica l’alveolatura dovrà essere fine e abbondante e se alcune cavità un po’ più grosse saranno accettabili, da evitare panini completamente vuoti all’interno, frutto di lievitazioni rapide e spinte. Saggiare al tatto la consistenza della mollica che non dovrà ammassarsi se stretta tra le dita, ma risultare quasi spugnosa, soffice ed elastica, qualità conferite dal lievito acido che sviluppando molto più lentamente l’anidride carbonica, ne facilita l’ assorbimento all’impasto. Un pane con poco sale, se non ben lavorato ha scarsa consistenza, rivelandosi molle e colloso.  Il suo colore e la doratura esterna omogenei  rivelano che la cottura è avvenuta in modo uniforme, senza bruschi o errati sbalzi termici. La base del pane potrebbe risultare più tosta se questo viene cotto in forno a legna, presentando a volte anche i segni dei mattoni su cui è stato appoggiato. Affettando il pane si può osservare se la crosta rimane ben salda al resto della massa oppure no. Quando la crosta si separa facilmente dalla massa del pane, questo è indice di un pane che è stato congelato e poi decongelato. Ugualmente la fetta di pane non deve presentare un distacco tra la crosta e la mollica. Se le due componenti tendono a separarsi, potrebbe voler significare che il composto del pane non è stato sufficientemente impastato, che il forno era troppo caldo o il pane troppo freddo al momento dell’impasto.  La fragranza della crosta, la sua compattezza e/o friabilità mai eccessiva né inesistente. Spezzando a metà la fetta di pane con le mani, si può riscontrare una mollica umida o asciutta. Una mollica umida è spesso riconducibile a una dose eccessiva di acqua all’interno dell’impasto, o semplicemente ad un ambiente troppo umido in cui il pane è stato conservato. In questo caso anche la crosta non dovrebbe risultare eccessivamente friabile. stringendola tra due dita, premendo e poi rilasciando si nota se la mollica risulta elastica: un pane ben cotto ha una mollica molto elastica.

Analisi olfattiva: una prima inspirazione diretta sarà seguita da un’attenta dinamica degli odori per via retronasale. Mantenendo l’alimento in bocca, inspirate dalla stessa ed espirate attraverso il naso, per percepire anche i sentori più fuggevoli. Un pane fatto seguendo procedure tradizionali (lievito madre, farine integrali ecc.) offre profumi ampi e intensi, facilmente collegabili ai cereali di partenza, con richiami di grano, di farina appena setacciata, di miele. Viceversa la quantità degli aromi di un pane attenuto mediante l’esclusivo utilizzo del lievito di birra è piuttosto limitata, specialmente se fatto con farine molto raffinate.

Analisi gustativa: L’assaggio termina con la masticazione della pagnotta. Il pane in bocca dovrò rivelarsi friabile, lievemente elastico e non tendere alla formazione di grumi. Il sapore dovrò combinare: i sentori vagamente dolci della farina, con il tostato della crosta e la sensazione acidula del lievito, e a meno che non si tratti di pane toscano, una nota di sapidità; naturalmente il tutto dovrà essere armonicamente fuso.

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http://www.aamterranuova.it/article6409.htm

Dacci oggi il “nostro” pane quotidiano!

02/11/2011
Il pane che acquistiamo nei supermercati prevalentemente proviene dalla Romania. Un prodotto standard precotto e surgelato. Di cui nessuno sa l’origine esatta, ne la qualità degli ingredienti
Un’inchiesta di Repubblica afferma che il 20% del pane consumato nei supermercati proviene da Paesi come Romania e Bulgaria. Il pane quotidiano, alimento base di generazioni e generazioni fin dalla notte dei tempi è diventato un prodotto globalizzato, su cui esistono pochi controlli e di cui sappiamo ben poco. Altro che grani nazionali e saperi antichi: la Coldiretti conferma che le importazioni dalla Romania di prodotti a base di farine  e cereali sono più che raddoppiate nell’ultimo anno. Qua si producono ogni anno 4 milioni di kg di pane ogni anno con una conservazione lunga di 24 mesi e viene esportato soprattutto in Italia.
Baguette, rosette e filoni, arrivano già precotti e surgelati: ai dipendenti del supermercato basta solo dare un ultimo riscaldamento nel forno elettrico: ecco fatto! Ovviamente viene meno la tracciabilità del prodotto, insieme a sicurezza sul lavoro e controlli di qualità. Un fenomeno che secondo il presidente di Federpanificatori sta mettendo in difficoltà i fornai italiani. Al danno si associa anche la beffa: mentre il pane prodotto nelle varie ragioni italiane deve venire indicato in etichetta, l’indicazione sparisce per il pane importato da paesi lontani.

http://www.ilcambiamento.it/dietro_etichetta/pane_supermercati_paesi_est.html

Pane, nei supermercati quasi un quarto proviene dai Paesi dell’est

15 Novembre 2011

Qualcuno lo prepara in casa, altri si rivolgono al panettiere di fiducia, in tantissimi lo acquistano al supermercato. Nei punti vendita della grande distribuzione il prezzo del pane è infatti inferiore rispetto a quello dei panini artigianali che si trovano nelle panetterie.

Ma a cosa è dovuta questa differenza (in molti casi considerevole) di costo? Quasi un quarto del pane confezionato venduto nei supermercati italiani proviene dai Paesi dell’est ed in particolare dalla Romania. Essendo preimpastati e surgelati, i panini rumeni costano meno della metà di quelli nostrani e durano di più, anche fino a due anni. È sufficiente una rapida cottura e il pane precotto è pronto per essere mangiato.

Ogni anno vengono prodotti 4 milioni di chili di pane surgelato a lunghissima conservazione (24 mesi) nella sola Romania. Qui il fabbisogno nazionale è basso e quindi più della metà del pane prodotto viene esportato, in particolare in Italia. E in tempi di crisi, il pane rumeno venduto a prezzi altamente concorrenziali viene acquistato da molti cittadini italiani.

Quali sono però le conseguenze di questa tendenza? Il problema è che in Italia non c’è l’obbligo di scrivere sull’etichetta la provenienza del prodotto pane; il consumatore non sa dunque che quello che compra non è un prodotto italiano. A lanciare l’allarme è stato Luca Vecchiato, presidente nazionale di Federpanificatori, che sottolinea come l’ingiustizia stia nel fatto che il consumatore non sa cosa acquista: sull’etichetta della grande distribuzione viene indicato il luogo in cui pagnotte e sfilatini sono stati riscaldati, ma non dove sono stati sfornati. Secondo Vecchiato dunque è necessario controllare la filiera come accade per la carne o il latte.

“Oggi spesso i consumatori masticano qualcosa che assomiglia ad un prodotto gommoso e privo di sapore”, spiega l’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori. Secondo Aduc la bontà del pane è data dalla qualità del prodotto base, cioè la farina, dall’acqua e dal lievito, nonché dalla macinazione, dalla lievitazione e dalla cottura.

“Una farina con scarso glutine è di minore qualità, il lievito può essere chimico e può lasciare un sapore sgradevole al pane, l’acqua di pianura può contenere residui chimici che interferiscono con il gusto, il macinato dovrebbe essere lasciato maturare per un mese ma viene trattato con ‘maturanti’ chimici che ne diminuiscono la qualità, la lievitazione forzata dà luogo a odori sgradevoli, una cattiva cottura produce un pane di color chiaro decisamente meno saporito di uno scuro. Insomma tutti questi elementi contribuiscono o meno alla qualità del nostro ‘pane quotidiano’”.

Secondo l’associazione sarebbe indispensabile fornire al consumatore le informazioni per scegliere. Aduc spiega ad esempio che con W si indica la qualità della farina che per un buon pane dovrebbe essere superiore al numero 350. “Per un Paese che mira alla valorizzazione dei prodotti tipici queste notizie dovrebbero essere del tutto normali. Purtroppo ancora non lo sono”.

[…]

A.P.

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http://italiaatavola.eu/articoli.asp?t=&cod=13938

Alleanza tra panificatori e Città del pane: petizione popolare in 25mila forni

Mariella Morosi – 27/01/2010

Nei 25mila forni italiani prende il via petizione popolare, indirizzata ai presidenti di Camera e Senato, per chiedere la tutela del vero prodotto artigianale e della cultura dell’arte bianca. È il primo passo dell’alleanza siglata a Roma tra le Città del pane e la Federazione italiana panificatori

ROMA – Compriamo pane fresco e fragrante, sfornato ogni giorno, o pane conservato, surgelato o prodotto chissà dove? Sono tipologie e gusti completamente diversi ma sullo scafale portano lo stesso nome. Dopo anni di incertezza normativa – il decreto previsto dalla legge n. 248/2006 nella parte che ha disciplinato la produzione del prodotto tradizionale denominato “pane fresco” non è ancora stato emanato – ora la parola passa ai consumatori: saranno loro a chiedere chiarezza con una raccolta di firme che prenderà il via nei 25mila forni italiani a tutela del vero prodotto artigianale e della cultura dell’arte bianca. Questa petizione popolare è il primo passo dell’alleanza siglata a Roma tra le Città del pane, che promuovono il riconoscimento e la valorizzazione dei pani di tipologie specifiche legate a 47 territori, e la Federazione italiana panificatori (Fippa), l’organizzazione rappresentativa della categoria attiva da mezzo secolo.

La petizione, indirizzata ai presidenti di Camera e Senato insieme a una lettera al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, chiederà l’immediata emanazione del decreto, atteso da oltre tre anni. «Ad oggi il consumatore non ha ancora gli elementi per riconoscere il pane fresco artigianale da quello conservato – ha detto il presidente della Fippa, Luca Vecchiato (a destra nella foto a sinistra) – e la distinzione doveva essere applicata già dal 2007 dopo le liberalizzazioni del Decreto Bersani. Ma il regolamento, nonostante le nostre ripetute richieste, non è stato mai emanato. Applicarlo è ora più che mai necessario non solo per i panificatori ma anche per il consumatore. Pochi sanno che solo il 10% del prodotto venduto nella Grande distribuzione organizzata è fresco e che meno del 3% dei supermercati hanno forni dove si prepara artigianalmente il pane. Spesso il consumatore ha l’illusione di comprare pane fresco perché appena sfornato, ma in molti casi può essere surgelato o prodotto altrove, anche fuori dall’Ue, ad esempio in Ucraina». 

Secondo la Fippa, basterebbe applicare per il pane quanto accade già per il latte, chiamando fresco il prodotto che non ha subito congelazione o altri metodi di conservazione e conservato tutti gli altri tipi, indicando anche il metodo di produzione e le modalità di conservazione e consumo. Per la legge ancora inapplicata, solo i forni che produrranno pane senza usare semilavorati o precotti già lievitati, con un processo di produzione continuo, potranno chiamarsi panifici, mentre gli altri dovranno cambiare insegna. Solo il decreto consentirà al consumatore di riconoscere già dall’insegna i forni che fanno il pane come si è fatto sempre.

Ma che differenza c’è tra i due tipi di pane, al di là del piano gustativo? Tra le due tipologie c’è un abisso, sempre secondo la Fippe: per l’artigianale occorrono acqua, farina, sale e la lievitazione di una notte, per quello industriale si possono avere tempi di preparazione molto ridotti e numerosi ingredienti aggiuntivi. Per mantenere la morbidezza e una più lunga resistenza all’invecchiamento, ad esempio, il prodotto industriale conservato può venire addizionato con conservanti (E282 proprionato di calcio), antiossidanti (E300, acido ascorbico), emulsionanti (E472 esteri acetil tartarici). Inoltre il metodo più usato per produrre il conservato richiede grandi quantità di lievito: il risultato è un pane pieno d’aria e acqua con l’aggiunta di grassi e sale per compensare la mancanza di sapore. 

Soddisfazione per l’intesa raggiunta è stata espressa dal presidente delle Città del pane Maurizio Marchetti. «Abbiamo siglato un patto importante per tutelare tipicità e specificità del pane artigianale italiano. Un patrimonio inestimabile, che conta circa 200 specialità, di cui 95 già iscritte nell’elenco del Mipaaf. Non si possono danneggiare milioni di consumatori ogni giorno e mettere a rischio migliaia di piccole imprese, solo perché alcune società della Gdo non vogliono esporre un’etichetta veritiera sul pane congelato».

Un danno che continua a mettere in crisi un settore del valore di 7 miliardi di euro per 400mila addetti, con 25mila imprese che sfornano in media 100 kg di pane al giorno ciascuna. La battaglia continua: i prossimi passi previsti dall’intesa saranno programmi di educazione alimentare nelle scuole, rassegne nelle piazze italiane per valorizzare i pani regionali e tutto ciò che potrà far riscoprire la bontà del pane appena sfornato. 

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La Geografia del Pane Italiano:

www.assopanificatori.it

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Aggiornamento del 23 marzo 2014:

Vi segnaliamo questa interessante iniziativa per la tutela del pane fresco, organizzata dall’Associazione panificatori di Pordenone in collaborazione con Molino di Pordenone: si tratta di due incontri per imparare e riconoscere il pane fresco e distinguerlo da quello prodotto industrialmente. Ci auguriamo che altre associazioni locali possano prendere spunto ed organizzare altre iniziative interessanti ed educative come questa:

Due incontri per imparare a riconoscere il vero pane fresco” (doc)

“Ricordate il profumo del pane? Quello che sentivate da bambini quando andavate dal panettiere o quando la nonna lo sfornava appena fatto in casa la domenica mattina? Quel profumo era la garanzia che sulla tavola sarebbe arrivato un prodotto semplice e genuino, dalla crosta croccante e dalla mollica leggera. Purtroppo con il passare degli anni questo profumo rischiava di andare perduto: sempre più spesso infatti il pane che arriva sulle nostre tavole è tutt’altro che fresco. Pani che vengono prodotti all’estero, surgelati, spediti e poi riscaldati una o più volte. Sembrano freschi, ma non lo sono.

Per far chiarezza e far capire alle persone la differenza tra questi prodotti e il vero pane fresco, impastato, fatto lievitare e cotto al momento, l’Associazione Panificatori di Pordenone in collaborazione con Molino di Pordenone ha pensato a due incontri per fare buona informazione sul buon pane fresco.”

C’è una bella differenza tra il pane che spesso vediamo sugli scaffali dei rivenditori o della grande distribuzione e il pane fresco che si compra in panetteria – spiega con decisione Pierluigi Orlandi, vice Presidente dell’Unione Panificatori del Friuli Venezia Giulia – Il Friuli Venezia Giulia è stata la prima regione italiana ad approvare un Regolamento che sancisce quando un pane può essere chiamato “fresco”. Può “meritare” questo aggettivo solo il pane che è stato impastato, fatto lievitare e cotto entro massimo 24-48 ore. Un tempo molto ristretto e ben definito che non dà spazi a nessun tipo di conservazione. Il buon esempio è stato colto al volo da altre regioni, come la Lombardia e il Veneto, e speriamo che presto tutte le regioni d’Italia possano seguire questa strada. Scrivere nero su bianco quando un pane può essere definito davvero “fresco” è l’unico modo per proteggere il lavoro dei panificatori e fare in modo che l’utente sappia davvero cosa sta mangiando”.

“Fare il panificatore è un lavoro molto bello, ma anche estremamente faticoso – spiega Enrico Bellotto, presidente dell’Associazione Panificatori di Pordenone -. Lavoriamo tutta la notte perché la mattina i nostri clienti possano avere un pane fragrante e appena fatto. In quel pane c’è il nostro amore, la forza delle nostre braccia, l’attenzione che abbiamo messo nel controllare le farine e la lievitazione. Certo, questo pane può costare qualcosa in più, ma penso che ne valga la pena. Nei supermercati si trova pane a poco prezzo, esposto sotto grandi cartelli con la scritta “fresco”. Ma non è così. Magari quel pane viene dall’estero, congelato o surgelato e poi riscaldato una o più volte per far credere che sia stato appena sfornato, ma evidentemente fresco non è… potrebbe essere stato conservato per mesi. Siamo contenti che sia stato approvato questo Regolamento perché difende la nostra dignità di lavoratori e fa del bene alle persone, che finalmente avranno i mezzi per distinguere il vero “pane fresco” dal semplice “pane” comune”.

A fianco dell’Associazione Panificatori di Pordenone si schiera Valentino Zuzzi, Amministratore delegato del Molino di Pordenone. “Produciamo farine da più di 90 anni e per noi il pane non è solo il naturale sbocco del nostro prodotto: il pane è il simbolo di una tradizione italiana a cui non vogliamo rinunciare – spiega Zuzzi -. Rispettiamo il duro lavoro dei panificatori, coloro che permettono di trasformare la farina in un alimento sano che da sempre unisce le famiglie intorno ad una tavola”. […]

Che il pane faccia ingrassare è un falso mito. Nessun alimento fa ingrassare in sé e per sé, dipende tutto da quanto ne mangiamo e dal nostro stile di vita. E’ evidente che se siamo sedentari non possiamo mangiare nello stesso modo di uno sportivo che si allena più volte alla settimana. Fatta questa premessa, il pane è un alimento che può essere inserito tranquillamente nella dieta quotidiana di qualunque persona sana. La porzione “classica” è di 40-50 grammi a pasto, ma si può “bilanciare” e mangiarne un po’ di più, se si diminuisce la quantità di carboidrati, ad esempio della pasta. Ancora meglio se si sceglie un pane fatto con farine integrali perché le fibre aiutano il benessere intestinale e rallentano l’assorbimento di grassi e zuccheri. Bene quindi il pane fresco tutti i giorni: gli altri tipi di pane – addizionati con  conservanti perché durino più a lungo – devono essere considerati una soluzione “di emergenza.” […]

Se il pane fresco avanza ci sono tante soluzioni per riutilizzarlo – spiega Francesca D’Orazio, vice presidente dell’Associazione Insegnanti di Cucina italiana. – Ad esempio la rosetta può essere riempita con prosciutto, formaggio e verdure e poi fatta scaldare in forno: diventerà così  un contenitore goloso tutto da scoprire che piacerà anche ai bambini. Anche il pane in cassetta, se steso con un mattarello e messo in uno stampo da muffin, può diventare un piccolo scrigno per contenere tutto ciò che più vi piace. Un’altra soluzione buonissima è il pan perdu francese: si prende la fetta di pane, la si passa nell’uovo battuto e poi si fa saltare in padella con un po’ di burro. Una volta pronta si può arricchire con un pizzico di zucchero semolato. Ma per restare in Italia voglio suggerirvi una ricetta che mi faceva la mia mamma quando ero piccola: si prendono delle fette di pane casereccio, si imbevono in un po’ di uovo battuto e latte per renderle più saporite e poi si dispongono in una pirofila imburrata. Si arricchiscono con passata di pomodoro, mozzarella e basilico. Si mettono in forno caldo fino a che la mozzarella non si sarà sciolta. Questa ricetta è una delle preferite di mia figlio che l’ha ribattezzata “la pizza finta”. Quante belle cose si possono fare con un po’ di pane fresco avanzato!”. […]

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Aggiornamento del 5 aprile 2014:

Non potevamo non segnalarvi la Festa del Pane Fresco:

“A tutto pane”: il 6 aprile a Valvasone

la Festa per il pane fresco

[…] Comprare il pane è facile, è un gesto quotidiano, che spesso si fa senza pensare e senza prestare troppa attenzione. Ma sappiamo davvero cosa mettiamo nella borsa della spesa?

Per rispondere a questa domanda il Gruppo Panificatori della Provincia di Pordenone, la Confcommercio e il Comune di Valvasone, in collaborazione con il Molino di Pordenone, l’Unione Panificatori del Friuli Venezia Giulia e Friulovest Banca hanno organizzato un incontro che si terrà il 6 aprile nel chiostro dell’ex Convento di Valvasone (PN).

La giornata comincerà alle 9.00 con un convegno, dedicato ai professionisti del settore, durante il quale si parlerà del nuovo Regolamento del Friuli Venezia Giulia per tutelare il vero pane fresco.

“Fino a poco tempo fa vedere un cartello con scritto “pane fresco” non era garanzia di qualità – spiega il dott. Edvino Jerian, Presidente Regionale Panificatori Friuli Venezia Giulia -. Quel pane poteva essere stato congelato per mesi e poi riscaldato poco prima della vendita per dare l’impressione che fosse stato impastato e infornato da poco. Oggi finalmente, grazie al nuovo Regolamento regionale, si potrà chiamare “pane fresco” solo quel pane che viene impastato, cotto e venduto entro massimo 48 ore. Una tutela importante per la nostra professione e per la salute delle persone”.

Il Friuli Venezia Giulia, infatti, è la prima regione italiana ad aver approvato un Regolamento che sancisce quando un pane può essere chiamato “fresco”. Può “meritare” questo aggettivo solo il pane che è stato impastato, fatto lievitare e cotto entro massimo 24-48 ore. Un tempo molto ristretto e ben definito, che non dà spazi a nessun tipo di conservazione. (*)

Pierluigi Orlandi, vice Presidente dell’Unione Panificatori del Friuli Venezia Giulia ed Enrico Bellotto, presidente del Gruppo Panificatori di Pordenone, spiegano: “Scrivere nero su bianco quando un pane può essere definito davvero “fresco” è l’unico modo per proteggere il lavoro dei panificatori e fare in modo che l’utente sappia davvero cosa sta mangiando”.

A sostegno dei panificatori si schiera con decisione Valentino Zuzzi, Amministratore delegato del Molino di Pordenone. “Produciamo farine da più di 90 anni e per noi il pane non è solo il naturale sbocco del nostro prodotto: il pane è il simbolo di una tradizione italiana a cui non vogliamo rinunciare. Rispettiamo il duro lavoro dei panificatori, coloro che permettono di trasformare la farina in un alimento sano che da sempre unisce le famiglie intorno ad una tavola”.

Dalle 10.30 porte aperte al pubblico per ascoltare il prof. Piergiorgio Pietta, docente di Tecnologie Biodinamiche del CNR di Milano, che parlerà di un argomento interessante quanto delicato: la nutrizione come prevenzione e promozione della salute.

Non mancherà un momento di degustazione: grazie alla Proloco di Valvasone con una piccola spesa (5 euro) sarà possibile assaggiare un menù completo tutto a base di pane: bruschetta agli gnocchi di pane, dal pane imbottito alle torte di pane. Un “viaggio” dall’antipasto al dolce, per ricordare che il pane è un alimento prezioso ma che può essere reinterpretato con creatività, anche quando diventa meno morbido. A volte, infatti, dimentichiamo che è normale che il pane che non contiene conservanti o miglioratori – dopo uno o due giorni – perda la sua fragranza, ma non per questo deve essere buttato, anzi, può diventare il protagonista di molti piatti, e le nostre nonne lo sapevano bene.

Alle 15.30 spazio ai giovani, con la presentazione del progetto “Per i sentieri del Pane – Dal pane alla farina, dalla farina al pane”, che ha coinvolto i bambini della scuola materna “Giovanni XXIII” di Valvasone. “E’ importante che i bambini mangino in modo sano e che siano guidati da noi adulti a scelte alimentari corrette e consapevoli – spiega Sara Cocetta, panificatrice friulana e promotrice del progetto “Per i Sentieri del Pane” -. E cosa c’è di più sano di una buona fetta di pane fresco? Se insegnassimo ai bambini a fare merenda con un cibo semplice e sano come il pane, magari accompagnato da frutta o verdure di stagione, potremmo abituarli sin da ad piccoli a un pasto sano e gustoso, che li aiuterà a crescere sani e soddisfatti. Il pane fresco ha un gusto speciale, ed è bene che sia riconosciuto fin dall’infanzia. Oggi la vita è frenetica ed è difficile avere il tempo di preparare il pane fresco in casa tutti i giorni, ma basta rivolgersi al fornaio di fiducia per avere sempre in casa un prodotto sano e di qualità”.  

Il progetto “Per i sentieri del pane” verrà realizzato nell’arco di un triennio. L’esperienza permetterà ai piccoli di “conoscere e fare il pane”, stimolando la loro curiosità. “Vogliamo che i bambini sviluppino qualità motorie imparando ad impastare il pane e conoscano tutte le tradizioni e i racconti legati a questo straordinario alimento – continua Cocetta -. Vogliamo sensibilizzare e rafforzare nei bambini il legame con il territorio e con le loro radici, recuperando, attraverso il “gioco del pane” usanze legate a specifici momenti di vita sociale. Inoltre vogliamo diffondere la conoscenza di un lavoro artigianale di antica tradizione che permette di far vivere nel tempo i sapori tipici e genuini del nostro territorio. E poi impastare il pane stimola la fantasia, è divertente e aiuterà i bambini ad apprendere con semplicità i principi di una sana alimentazione. E poi chissà, magari questo antico mestiere, così bello e gratificante, potrà diventare per alcuni di loro il lavoro del futuro!”. […]

(*) Il regolamento per l’attività di panificazione – in vigore dal 14 novembre 2013 – prevede disposizioni in materia di produzione di pane che colmano il vuoto normativo nazionale e danno una corretta informazione al consumatore finale (Decreto del Presidente della Regione del 31 ottobre 2013, n. 208/Pres., pubblicato sul Bollettino ufficiale della Regione n. 46 del 13 novembre 2013). Il regolamento dà disposizioni in materia di pane fresco e conservato, panifici, impianti di panificazione e cottura, e modalità di vendita.

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Aggiornamento del 30 settembre 2015:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-bfbb6e95-3491-4c8b-a6be-bb68936b70a2.html

La crisi dei panifici, di Stefano Mencherini – 2Next Economia e Futuro del 26/05/2015

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