Fratelli d’Italia o Furbetti d’Italia?!?!?

Giochi di parole a parte, in questo post vi segnaliamo tre bei film che parlano proprio di noi italiani…

Film “Il figlio più piccolo” di Pupi Avati, con Christian De Sica

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/02/09/news/avati_furbetti-2234979/

L’Italia dei furbetti del quartierino. Avati: “Racconto l’indecenza di oggi”

di CLAUDIA MORGOGLIONE – 09 febbraio 2010

ROMA – Stavolta Pupi Avati cambia davvero registro. E col suo Il figlio più piccolo, dal 19 febbraio nelle sale, lascia le atmosfere passatiste o nostalgiche a favore di una vena più cinica, più cattiva. Per raccontare la desolante Italia di oggi: quella dei furbetti del quartierino, delle regole civili e morali che saltano, del gossip mediatico, dei cialtroni che arrivano (quasi) ai vertici del potere finanziario. E a incarnare tutto questo, un Christian De Sica che lascia la tranquilla tradizione cinepanettonica per misurarsi con un ruolo difficile. Un immobiliarista rampante e senza scrupoli: simbolo devastante del Belpaese attuale.

Ed è lo stesso regista, alla presentazione ufficiale della pellicola, a confermare questa chiave di lettura: “Il mio cinema non è mai stato di denuncia – spiega – ma il presente in questi ultimi anni è diventato davvero indecente, anche per una persona moderata come me. E non parlo solo della politica: la volgarità, la scorrettezza praticata con indifferenza totale, l’assioma che si è quel che si ha”. […]

Una storia che, come si vede, ha molti agganci con personaggi e situazioni reali. “E’ esplicito, evidente – ammette Avati – che per tutte le vicende che ruotano attorno ai personaggi di Christian e Luca ho attinto a mani basse nella cronaca degli ultimi anni: furbetti del quartierino e simili. Dalla vicenda di Parretti, il finanziere che comprò la Mgm, a oggi, ci sono storie fantastiche da raccontare. Non abbiamo inventato niente: tutte le spericolate operazioni che vedete nel film sono state create grazie a consulenti che abbiamo preso nel settore finanziario”. […] “Quello che è singolare nei personaggi – dichiara invece Zingaretti – non è l’immoralità, ma l’amoralità: più disperati che cattivi tout court, fanno ancora più male proprio per la loro mancanza di coscienza”. […]
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Film “Benvenuto Presidente!” di Riccardo Milani, con Claudio Bisio

Il film inizia così:

“C’è una Nazione, da qualche parte nel mondo, che non si sa mai dove mettere. E’ la più a sud tra le nazioni del nord o la più a nord tra quelle del sud. E’ la più povera tra le ricche o la più ricca tra le povere. E’ moderna e arretrata… a volte MOLTO arretrata. Ha mare e montagna, sole e nebbia. Forse non esiste… o forse devono ancora finire di inventarla…”

Questa un’altra citazione:

“Senza sprechi, come le mantieni le clientele?!? Senza disastri da risolvere, cosa possiamo promettere all’elettorato?!?”

Questa la conclusione:

Per cambiare davvero il nostro Paese serve gente preparata, gente che conosce le leggi, […] guardate come so firmare bene le mie dimissioni. Non si deve dimettere più nessuno? O forse tu, tu che punti il dito e dici “i politici sono ladri!” e poi magari evadi le tasse, parcheggi in doppia fila, paghi in nero convinto di risparmiare un po’. Tu che non fai il politico ma ti piacerebbe farlo, per piazzare i parenti, arraffare qualche cosa anche tu. Tu che riesci a fare la TAC in due giorni perché conosci il primario, tu che timbri il cartellino e poi ti imboschi, tu che magari sei anche onesto, ma se vedi qualche amico che fa qualche abuso non dici niente, tanto sono inezie. Tu non ti puoi dimettere, perché non sei rappresentante di niente, ma dovresti dimettere la tua furbizia, se no i prossimi saranno peggio di questi [rivolto ai politici in Parlamento]. Perché questi qua sono figli nostri, di un paese dove le regole non le rispetta più nessuno. Diciamo che i disonesti sono sempre gli altri, ma gli altri chi?!? Gli altri chi?!? GLI ALTRI CHI?!?”

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Film “L’ultima ruota del carro” di Giovanni Veronesi

http://cinerepublic.filmtv.it/l-ultima-ruota-del-carro-recensione-di-alan-smithe/25469/

Probabilmente ci fossero state solo “ultime ruote del carro” nell’ultimo cinquantennio di questo tormentato paese, in questa funestata e depredata repubblica,  non saremmo ridotti ai livelli in cui ci troviamo oggi: disoccupazione dilagante, forza lavoro considerata più un costo fisso da calmierare che una risorsa da avvalorare e stimolare,  precarietà , generalizzazione delle mansioni, e, più in generale, debito pubblico alle stelle, politici e manager che portano a casa lo stipendio di cento, mille, diecimila operai grazie a incarichi e posizioni di facciata che assicurano loro molti benefici e pochi oneri; tutto ciò nel contesto di un’Europa che ci guarda dall’alto al basso con un sentimento che assomiglia più alla commiserazione che all’indulgenza. Nel suo film più ambizioso e “politico” Giovanni Veronesi riesce, attraverso l’esperienza personale (e vera, liberamente ispirata da una vita reale come tante) del suo ostinatatamente-onesto-Ernesto (una bella guerra di sillabe che in qualche modo rende il nervosismo e l’isteria tenace del protagonista) a tratteggiare con una certa abilità i tratti essenziali di un’Italia facilona, gretta e predisposta alla corruzione, che predilige il guadagno facile senza sudore o “stridor di denti”, di un paese che si rovina con le proprie mani, abbagliato dai riflessi seducenti del successo semplice e immediato, quasi senza fatica, che gli imbonitori (politici o imprenditori che siano) ci hanno fatto mandar giù e digerire, annientando ogni nostro residuo di capacità critica o anche solo di osservazione ed impedendoci alla fine di riconoscere e delimitare quel confine oltre il quale è inammissibile andare avanti. I nomi dei maghi della truffa sono noti, molto noti, e resi palesi da un film orgoglioso, scritto con efficacia da Chiti e Veronesi ancor meglio di come è stato poi diretto dal solo Veronesi […]

21 novembre 2013 – di Alan Smithee

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CONCLUDIAMO CON UN ELOGIO AI FILM ITALIANI…

http://saela.eu/lastampa/articolo.php?sessione=BA4AE9E740AE28D70E76544C49E414FC&url=%22http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=10932050

Gianni Canova, critico cinematografico e docente universitario:”I film italiani? Tra i migliori al mondo”

2/01/2011 di Alain Elkann

Professor Gianni Canova, nella collana «I Nodi» di Marsilio è uscito il suo libro «Cinemania». Lei esamina dieci anni di cinema italiano attraverso 100 film, quali sono le sue conclusioni? «Che il cinema italiano sta molto meglio di quanto si creda. Nel primo decennio del nuovo millennio e’ uno dei piu’ interessanti al mondo». Perche’? «Hollywood e’ creativa come non accadeva dagli Anni Sessanta. La spinta propulsiva della cinematografia dell’Estremo Oriente e’ un po’ esaurita. Il cinema inglese e certo cinema francese spesso sono prigionieri di un narcisismo senza ricerca. In questo quadro l’Italia mi sembra invece un Paese che ha prodotto un cinema spesso coraggioso, capace di inventare e sperimentare nuove forme di comunicazione. Spesso orgogliosamente indipendente fuori dal clan e dalle tribu’». Il nostro e’ un cinema molto assistito dallo Stato? «Si’, troppo, ma secondo modalita’ vecchie di contributo pubblico. Ci sono elementi di debolezza, una debolezza industriale, dovuta a una mancanza di figure professionali capaci di coniugare competenza manageriale e competenza creativa come succede con i producers americani. Adesso, grazie anche alla scuola e all’universita’, si sta formando una nuova leva di produttori che mi auguro dia una spinta al cinema italiano». Questa eccellenza di cui parla nel libro ci e’ riconosciuta nel mondo? «In parte no. Ma solo due anni fa due film italiani, ”Il Divo” di Sorrentino e ”Gomorra” di Garrone, hanno vinto ex aequo il gran premio della giuria del Festival di Cannes. Non ci e’ riconosciuto come potrebbe e dovrebbe, perche’ siamo dei provinciali, non siamo capaci di valorizzare i talenti e le eccellenze. Uno sputacchio a Chiasso per la maggior parte dei giornalisti italiani vale di piu’ di un capolavoro a Lodi o a Cremona». Ma c’e’ poi questo capolavoro? «Io indico su 10 anni 100 film e credo che poche altre cinematografie possano vantare titoli cosi’». Ma il neorealismo amato in tutto il mondo, non era provinciale? «No, quando parlava di risaie e di mondine nel Vercellese parlava a tutto il mondo. Quello che voglio dire e’ che se francesi e spagnoli avessero avuto prodotti di questa qualita’ avrebbero avuto Palme e Leoni d’Oro, Orsi d’Argento e Oscar. E noi non vinciamo a Venezia dal ’98 e i film italiani presentati vengono regolarmente accolti nelle proiezioni per la stampa da ondate di fischi e i registi non ci vogliono piu’ andare». Questo pero’ non dipende dal direttore del festival o dalla giuria? «Dipende da una discutibile composizione della giuria e da discutibili selezioni dei film in concorso e da un atteggiamento pregiudizialmente ostile al cinema italiano da parte della critica». All’estero come siamo visti? «Abbastanza bene. Ma manca una scelta politica di investire sulla promozione all’estero. Negli Stati Uniti se un film costa cento, si investe altrettanto su comunicazione e promozione. Da noi se un film costa cento, si investe lo zero cinque. Puoi avere il migliore prodotto del mondo, ma, se non riesci a comunicarlo nel modo giusto, non vai lontano». Ma ci sono oggi grandi registi? «Almeno due grandi vecchi che sono mostri indiscussi del cinema mondiale: Ermanno Olmi e Marco Bellocchio. Ci sono due registi della generazione di mezzo, Sorrentino e Garrone, i grandi eredi del cinema degli Anni Sessanta. Ci sono stati alcuni esordi potentissimi che sono Giorgio Diritti e Saverio Costanzo. Penso che ”Private” di Costanzo sia uno dei capolavori del decennio e la cosa interessante e’ che in questo decennio c’e’ un ritorno del cinema popolare di qualita’ e penso soprattutto a ”Notte prima degli Esami” di Brizzi e a ”Benvenuti al Sud” di Miniero che in Francia si chiamava ”Giu’ al Nord”. Il film e’ interpretato da Claudio Bisio ed e’ il secondo incasso piu’ importante di tutti i tempi in Italia dopo ”Avatar”». E i registi piu’ famosi? «Ci sono tutti nel mio libro ma Amelio e Moretti non hanno dato il meglio di se’ in questo decennio, mentre altri grandi maestri come Giordana, con i ”Cento passi” e ”La meglio gioventu”’ si’. Salvatores con ”Io non ho paura” o Tornatore con ”La sconosciuta” o ”Baari’a” hanno realizzato alcuni dei loro capolavori. Bertolucci ha fatto un solo film, ”The dreamers”, che amo molto perche’ e’ un omaggio alle nouvelle vague francese di cui Bertolucci con Bellocchio e’ stato l’unico vero erede italiano». E Benigni dove lo mette? «Dopo l’Oscar per ”La vita e’ bella” mi sembra abbia pagato un prezzo salato a questo tsunami di successo e popolarita’ che gli e’ venuto addosso. Mentre ”Pinocchio” e’ un film capace di sorprendere, la ”Tigre e la neve” secondo me e’ un film presuntuoso, ma anche privo di quella sanguigna ironia che Benigni aveva nei suoi film del secolo scorso».

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…NONCHE’ CON UNA BELLA TIRATA DI ORECCHIE A TUTTI I FURBETTI D’ITALIA!!!

 

http://www.corriere.it/economia/13_dicembre_01/denunciati-5-mila-dipendenti-pubblici-ecco-chi-sono-nuovi-falsi-poveri-04a008b6-5a58-11e3-97bf-d821047c7ece.shtml

Denunciati 5 mila dipendenti pubblici. Ecco chi sono i nuovi falsi poveri

La Guardia di Finanza: la corruzione costa all’Italia tre miliardi di euro

[…] E a confermare come i «furbetti» – dai falsi poveri ai finti consulenti – abbiano avuto ancora una volta vita facile. Bastano due cifre per mostrare l’entità del fenomeno: i danni erariali provocati da funzionari e impiegati infedeli fino allo scorso ottobre ammontano a 2 miliardi e 22 milioni di euro; quelli per le truffe sono pari a un miliardo e 358 milioni di euro. I dipendenti pubblici denunciati nei primi dieci mesi dell’anno sono stati 5.073, ma numerose indagini sono tuttora in corso. […]

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Aggiornamento del 9 dicembre 2013:

http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=120937

Le «Considerazioni generali» del 47° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2013

Una società sciapa e infelice in cerca di connettività

Roma, 6 dicembre 2013 

[…] Una società sciapa e infelice. Quale realtà sociale abbiamo di fronte dopo la sopravvivenza? Oggi siamo una società più «sciapa»: senza fermento, circola troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale, disinteresse per le tematiche di governo del sistema, passiva accettazione della impressiva comunicazione di massa. E siamo «malcontenti», quasi infelici, perché viviamo un grande, inatteso ampliamento delle diseguaglianze sociali. Si è rotto il «grande lago della cetomedizzazione», storico perno della agiatezza e della coesione sociale. Troppa gente non cresce, ma declina nella scala sociale. Da ciò nasce uno scontento rancoroso, che non viene da motivi identitari, ma dalla crisi delle precedenti collocazioni sociali di individui e ceti.

Dov’è oggi il «sale alchemico»? Quel fervore che ha fatto da «sale alchemico» ai tanti mondi vitali che hanno operato come motori dello sviluppo degli ultimi decenni si intravede, tuttavia, nella lenta emersione di processi e soggetti di sviluppo che consentirebbero di andare oltre la sopravvivenza. Si registra una sempre più attiva responsabilità imprenditoriale femminile (nell’agroalimentare, nel turismo, nel terziario di relazione), l’iniziativa degli stranieri, la presa in carico di impulsi imprenditoriali da parte del territorio, la dinamicità delle centinaia di migliaia di italiani che studiano e/o lavorano all’estero (sono più di un milione le famiglie che hanno almeno un proprio componente in tale condizione) e che possono contribuire al formarsi di una Italia attiva nella grande platea della globalizzazione. […]

In cerca di connettività. Il filo rosso che può fare da nuovo motore dello sviluppo è la connettività (non banalmente la connessione tecnica) fra i soggetti coinvolti in questi processi. È vero che restiamo una società caratterizzata da individualismo, egoismo particolaristico, resistenza a mettere insieme esistenze e obiettivi, gusto per la contrapposizione emotiva, scarsa immedesimazione nell’interesse collettivo e nelle istituzioni. Eppure la crisi antropologica prodotta da queste propensioni sembra aver raggiunto il suo apice ed è destinata a un progressivo superamento. Oggi le istituzioni non possono fare connettività, perché sono autoreferenziali, avvitate su se stesse, condizionate dagli interessi delle categorie, avulse dalle dinamiche che dovrebbero regolare, pericolosamente politicizzate, con il conseguente declino della terzietà necessaria per gestire la dimensione intermedia fra potere e popolo. E la connettività non può lievitare nemmeno nella dimensione politica, che è più propensa all’enfasi della mobilitazione che al paziente lavoro di discernimento e mediazione necessario per fare connettività, scivolando di conseguenza verso l’antagonismo, la personalizzazione del potere, la vocazione maggioritaria, la strumentalizzazione delle istituzioni, la prigionia decisionale in logiche semplificate e rigide (dalla selva dei decreti legge all’uso continuato dei voti di fiducia). Se istituzioni e politica non sembrano in grado di valorizzarla, la spinta alla connettività sarà in orizzontale, nei vari sottosistemi della vita collettiva. A riprova del fatto che questa società, se lasciata al suo respiro più spontaneo, produce frutti più positivi di quanto si pensi. Sarebbe cosa buona e giusta fargli «tirar fuori il fiato».

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