Biodiversità e ricerca scientifica, green economy e turismo: ecco le ragioni per le quali i nostri Parchi Nazionali rappresentano una risorsa preziosissima, che dobbiamo sforzarci a tutti i costi di preservare e tutelare.

http://www.scienzainrete.it/contenuto/news/parchi-incontrano-scienza-e-leccellenza-della-ricerca/dicembre-2013

I parchi incontrano la scienza e l’eccellenza della ricerca

Orsi, camosci, foche, ma anche grifoni e falchi pescatori. Sono questi i ‘big five’ che hanno fatto il loro ritorno in grande stile nelle nostre montagne, sulle nostre coste, nei nostri mari, grazie alla ricerca scientifica e alle conoscenze sul campo acquisite e applicate nelle aree protette italiane. Dalla reintroduzione del leggendario grifone dall’apertura alare di quasi tre metri nel Parco dei Nebrodi in Sicilia, alla quinta colonia stabile di camoscio appenninico nel Parco del Sirente Velino, passando per il falco pescatore, che nidifica in Maremma ormai da tre anni. E poi ancora gli orsi dell’Adamello Brenta, la foca monaca che fa sempre più spesso capolino dalle grotte dell’isola siciliana di Marettimo.

Sono oltre 1.700 le ricerche selezionate, tra i 4.000 studi scientifici realizzati nel grande laboratorio open air offerto dal sistema delle aree protette italiane: 6.000 chilometri percorsi, 54 esperti e tecnici coinvolti e 23 persone di riferimento sul territorio. Numeri e storie importanti legati all’eccellenza scientifica italiana che sono stati presentati oggi durante il Convegno “I Parchi incontrano la scienza”: otto sessioni sulla ricerca (mare, geologia, foreste, specie aliene, ambienti acquatici, anfibi e rettili, uccelli, mammiferi) a cui è seguita tavola rotonda con il Ministro dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare Andrea Orlando, il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri, l’economista dell’Università LUISS Stefano Landi, il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, coordinati dallo zoologo Luigi Boitani.

I parchi non sono conservazione statica, ma anche ricerca scientifica applicata al ritorno della massima biodiversità possibile nella penisola“, spiega il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri. “La ricerca è parte essenziale dell’innovazione legata al territorio che è il ‘marchio di fabbrica’ della green economy. E la ricerca italiana in campo ambientale ed ecologico è tra le più interessanti, dal punto di vista dei risultati gestionali delle aree protette e in generale della biodiversità. Non dimentichiamo che il nostro è il Paese europeo più ricco di specie animali e vegetali: se c’è un patrimonio di cui dobbiamo andar fieri è proprio quello naturale”.

“Le aree protette hanno dimostrato una notevole capacità di realizzare progetti e azioni per proteggere la natura”, ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza presidente nazionale di Legambiente. “E’ merito dei parchi se oggi alcune di queste specie prioritarie non sono più a rischio e altre sono state reintrodotte con successo, e soprattutto se il nostro è tra i Paesi più ricchi di biodiversità in Europa“.

Durante il convegno sono stati presentati alcuni esempi di eccellenza, a testimoniare il successo di tutela e ricerca. Tra questi, il ritorno del Grifone in Sicilia, dove era considerato ormai estinto dagli anni sessanta. Scomparso a causa dei bocconi avvelenati disseminati all’epoca legalmente sul territorio, è oggi possibile di nuovo osservarlo mentre sorvola i Nebrodi, la più grande area protetta della Sicilia. Risiedono ormai sull’isola 30 coppie, originarie da alcuni esemplari reintrodotti dalla Spagna.

Dopo le colonie del Parco Nazionale d’Abruzzo, del Gran Sasso, della Majella e dei Monti Sibillini, il camoscio appenninico è tornato a correre anche nelle valli del Parco Naturale del Sirente Velino. Il risultato di un sofisticato progetto di ripopolamento che ha compreso la cattura e il rilascio di gruppi di esemplari da un territorio all’altro, dopo aver condotto studi importanti sia sul possibile adattamento di questi grandi mammiferi al territorio e l’applicazione di metodi di cattura e spostamento che non danneggiassero né l’animale né il branco.

Un’ottima riuscita anche per il progetto sul falco pescatore, un raro rapace presente in Corsica che da tre anni viene osservato nidificare anche nel Parco della Maremma. Assenti in Italia a partire dagli anni sessanta, questi affascinanti uccelli che si procurano il cibo in mare sono studiati e tutelati grazie a sofisticate tecnologie di ripresa a distanza, che permettono di seguire la vita dei nidiacei fin dalle prime ore di nascita.

Altra specie considerata pressoché estinta in Italia è la foca monaca: mammifero marino estremamente elusivo e sensibile che, grazie a politiche di tutela e gestione della pesca artigianale nell’area marina protetta delle Egadi è stato nuovamente osservato nelle grotte della piccola isola siciliana di Marettimo, oltre ad alcuni sorprendenti avvistamenti in Alto Adriatico.

Alla fine degli anni 90 solo 3-4 orsi bruni erano rimasti sulle montagne del Gruppo Adamello Brenta. Dopo un intervento di rilascio di 10 esemplari, la popolazione è cresciuta fino ad arrivare a una trentina di animali e si registrano nuove cucciolate ogni anno. L’obiettivo della tutela è ripristinare l’equilibrio che già esisteva sulle Alpi: la presenza di predatori è indice quindi di un ambiente sano, di una catena alimentare ricca e di varietà nel numero di specie presenti (biodiversità). Prosegue, inoltre, il fenomeno di migrazione spontanea di orsi che provengono principalmente dalla Slovenia.

Ma la ricerca scientifica sulla natura italiana non registra solo i casi di successo e le reintroduzioni. Meno rassicurante è infatti la situazione che viene disegnata dagli esperti per quanto riguardal’invasione di specie animali e vegetali provenienti da altri territori, ma che ben si adattano ai climi mediterranei. Gli scienziati sono all’opera per censire e arginare nell’isola di Montecristo e nel Parco Regionale dell’Adda Nord. La bioinvasione di specie alloctone, ossia non originarie, è infatti considerata oggi la seconda causa di perdita di biodiversità, dopo la distruzione degli habitat. Basta pensare che è stata stimata per questo motivo la scomparsa del 50% delle specie di uccelli dal 1500 a oggi.

Ufficio Stampa SilverBack – 3 dicembre, 2013

Libro “Per il rilancio dei parchi”

I parchi italiani sono in crisi. Molte e diverse le idee per cambiarli, gestirli, rilanciarli. Sconfortanti, troppo spesso, gli interventi della politica. Qualcuno, però, non si rassegna. E fa delle proposte. Concrete. Informale lo è già dal nome. Il “Gruppo di San Rossore” è semplicemente il risultato di un incontro tra volenterosi, che all’interno di un parco toscano hanno voluto confrontarsi, reagire, proporre. Da lì, il primo balzo nazionale, a Firenze, nel 2011, con risultati di partecipazione sorprendenti e incoraggianti.

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http://www.greenreport.it/_archivio2011/?page=default&id=18167

I Parchi italiani sono ricchi… di beni comuni e green economy

5 ottobre 2012

[…] Lo studio “L’economia reale del sistema delle aree naturali protette”, del Centro studio Unioncamere,  presentato durante la tavola rotonda, sottolinea che «parlando di valore economico, il valore aggiunto proveniente dalle imprese private che si genera nei 527 comuni dei 24 parchi nazionali italiani ammonta a 34,6 miliardi di euro (al 2011)». I parchi nazionali contano circa 332 mila unità economiche locali, pari al 4,6% degli insediamenti produttivi del Paese. Per Symbola, «Si tratta di realtà dinamiche, cresciute del 12,7% contro l’11,9% nazionale nel decennio 2000/2011. Così come accadeva per la popolazione, anche la distribuzione di unità locali vede in vantaggio il Sud, con oltre 236 mila realtà, contro le oltre 95 mila del Centro Nord. Le realtà imprenditoriali presenti nei parchi nazionali dimostrano una forte vocazione  per le attività agricole e commerciali e una tendenza all’espansione del tessuto produttivo più significativa rispetto alla media nazionale». Domenico Mauriello, responsabile del Centro studio Unioncamere, ha spiegato che «il nostro sistema nazionale delle aree protette dimostra di essere non solo un inestimabile patrimonio naturale e territoriale, ma anche un fattore importante di promozione dello sviluppo locale. Non a caso dai nostri parchi nazionali arriva il 3,2% della ricchezza prodotta nell’intero Paese.  Una ricchezza alla quale contribuisce in modo rilevante l’agricoltura, che fa delle aree protette la propria terra d’elezione dove generare il 6,5% del valore aggiunto nazionale del settore. Ma anche il turismo, che nei territorio “verdi” produce il 5,9% dell’intero valore aggiunto del settore. Una ricchezza che si riflette anche sul benessere delle comunità locali e delle famiglie».

Secondo Fabio Renzi, segretario generale di Symbola, «ormai la società italiana ha riconosciuto alle nostre aree protette il valore di bene comune straordinario, sia per i servizi eco-sistemici che offrono, sia per i valori naturalistici e culturali che custodiscono, e viene altresì riconosciuto loro un ruolo strategico come volano per lo sviluppo in chiave green dei territori. L’incontro di Pescasseroli vuole essere proprio l’occasione per un confronto su come aggiornare l’agenda dei parchi italiani a vent’anni dalla nascita del sistema nazionale delle aree naturali protette, in un contesto politico, istituzionale, sociale ed economico profondamente mutato. Su come ripensare e rilanciare in Italia una politica per i parchi capace di valorizzare il grande patrimonio di esperienze e di buone pratiche accumulato in questi anni e allo stesso tempo di immaginare nuove e più avanzati strumenti e soluzioni per affrontare le sfide future. Partendo da una ridefinizione della ‘missione’ dei parchi, un nuovo patto che metta al centro il valore della biodiversità, della sua conservazione capace di produrre buona economia nei territori e capace di mobilitare le migliori energie economiche, sociali e culturali dei territori».

Alla ricchezza reale dei parchi nazionali da un contributo importante il settore del turismo. Nel 2010 i comuni delle aree nazionali protette hanno registrato un totale di presenze turistiche (pernottamenti) di oltre 22 milioni di unità, pari al 5,9% delle presenze turistiche italiane. «Il sistema delle aree naturali protette dimostra così una maggiore capacità attrattiva turistica – dice Symbola –  con una densità di presenze turistiche di 7,4 contro le 6,2 del totale nazionale». I “campioni” del turismo sono i parchi del Cilento (4,2 milioni di presenze), del Gargano (4,1 milioni), dello Stelvio (4,1 milioni), seguiti dal Parco dell’Arcipelago Toscano (a quota 3,1 milioni) e dal Parco delle Cinque Terre (0,7 milioni).

Ma nei Parchi l’attenzione all’ambiente e al paesaggio si riflette anche sugli interventi in sostegno delle rinnovabili. E i risultati per Symbola si vedono: «I nostri parchi nazionali possono contare su oltre 16 mila impianti fotovoltaici, il 4% del totale nazionale, una rete di piccoli impianti che complessivamente producono 735 Gwh, generando una potenza procapite di 25 kwh. Una rete virtuosa in cui esercita un ruolo di primo piano il Mezzogiorno, con i parchi Asinara, Appennino Lucano e Alta Murgia, seguiti da a Majella e Gran Sasso».

Per Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi, «gli interventi hanno evidenziato una visione più moderna dei parchi, con una forte aggancio tra gestione, conservazione ed economia. Sono stati presentati molti dati interessanti sull’impatto che hanno i parchi sui territori e sull’economia dei territori, soprattutto dal punto di vista turistico, ma non solo. Dal mio punto di vista la cosa importante sarebbe riuscire a informare l’opinione pubblica e far si che i cittadini e i  decisori politici siano a conoscenza di tutte queste cose, che noi conosciamo bene, ma che la maggioranza degli italiani conosce poco».  […]

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Questo il portale dei parchi italiani:

www.parks.it

Oggi nel nostro paese vi sono 22 parchi nazionali istituiti e 2 in attesa dei provvedimenti attuativi. Complessivamente coprono oltre un milione e mezzo di ettari, pari al 5 % circa del territorio nazionale.

Il parco nazionale integra e completa la salvaguardia operata dai parchi regionali, e viceversa, occupandosi di territori alquanto vasti (almeno per la realtà italiana) e coinvolgendo diverse decine di Comuni.

Accanto ad una differenza amministrativa dunque (in quanto è istituito e dipende dal Ministero dell’Ambiente) il parco nazionale presenta una differenza dalle altre forme di protezione anche per la gestione di un territorio ampio, variegato, con una significativa presenza umana. Oltre alla pianificazione e alla vigilanza dunque, il parco nazionale deve esaltare la sua missione di strumento di collegamento e valorizzazione delle realtà locali che devono trovare nella bellezza (e delicatezza) del territorio su cui abitano l’elemento di coesione, la risorsa chiave del loro sviluppo.

Un ruolo importante nell’intervento statale di tutela stanno assumendo i parchi marini, destinati a proteggere in modo integrato tratti di mare e di costa (spesso intere isole o arcipelaghi) che presentano componenti ambientali e paesaggistiche ad un tempo eccezionali e caratteristiche del Mediterraneo.

La lista aggiornata dei Parchi Nazionali è disponibile su questa pagina e ulteriori informazioni sono disponibili sul nostro database delle aree protette.

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SITO DEL MINISTERO DELL’AMBIENTE:

www.naturaitalia.it

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Aggiornamento del 3 marzo 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/news/habitat-sotto-stress-italia-specie-su-due-rischio/febbraio-2014

Habitat sotto stress in Italia: una specie su due a rischio

Il 50% delle specie vegetali, il 51% degli animali e il 67% degli habitat (tra quelli di interesse europeo presenti in Italia) sono in uno stato di conservazione cattivo o inadeguato. Tante le specie in forte declino o a rischio di estinzione, molti gli habitat in cattivo stato di conservazione. Una perdita di biodiversità non dovuta a cause naturali, ma soprattutto all’azione dell’uomo e alle modifiche apportate agli ecosistemi in modo non controllato. Tuttavia le prospettive future per la maggioranza delle specie animali appaiono abbastanza positive e circa la metà delle specie vegetali e degli habitat sembrano essere stabili o in miglioramento.

[…] La situazione italiana è di interesse strategico per l’Europa: l’eventuale scomparsa nel nostro paese della ricchezza di biodiversità corrisponderebbe ad un’estinzione a livello globale.

Poco più della metà delle specie animali descritte nel Rapporto sono in sofferenza. In Italia sono rimasti solo 40-50 esemplari di orso bruno marsicano, una soglia limite per assicurarne la persistenza nel medio-lungo periodo. Minacciate dall’estinzione varie specie di pipistrelli, a causa dell’alterazione delle aree agricole e dell’uso di pesticidi. Tra gli anfibi, circa il 40% è in uno stato non favorevole: molto colpiti l’euprotto sardo (famiglia delle salamandre) e il discoglosso sardo (simile ad un rospo), entrambi diffusi in Sardegna e legati ad ambienti acquatici particolarmente attaccati dall’azione dell’uomo. Situazione critica per le tartarughe palustri, in conseguenza dell’introduzione di specie esotiche.

La situazione più critica, tuttavia, è quella dei pesci di fiume e di lago, quasi tutti a rischio e minacciati dall’introduzione di altre specie a fini di pesca. In pericolo, tra gli altri, sono lo storione cobice (due specie di storioni si sono già estinte in Italia) e l’alosa.

La maggior parte delle specie vegetali a rischio si trova in Sardegna, regione ricchissima di piante endemicheAd esempio, l’Astralago marittimo, esclusivo dell’isola di S. Pietro, il cosiddetto “Cardo del Gennargentu” e l’eufrasia che vivono solo sul massiccio sardo, sono a rischio a causa di fenomeni di degrado della qualità dell’habitat e di dinamiche naturali. Infatti, ad essere minacciate sono soprattutto le specie degli ambienti costieri, dove la pressione turistica è particolarmente impattante: a rischio la granata rupicola, pianta endemica del settore costiero tirrenico meridionale, sottoposta a raccolta indiscriminata.

In sofferenza, tuttavia, anche la flora delle zone umide: in forte declino il quadrifoglio acquatico, una felce che vive negli stagni e si è già estinta in molte regioni.

Per quanto riguarda gli habitat, il quadro generale attuale classifica il 27% degli habitat in stato di conservazione cattivo e il 40% in stato di conservazione inadeguato. Gli habitat per i quali si rileva lo stato di conservazione peggiore in Italia sono le dune e le torbiere (acquitrini e paludi). Attività turistiche e urbanizzazione non controllata giocano un ruolo negativo sugli ambienti dunali e solo in poche aree del nostro Paese è possibile osservare dune pressoché intatte. Cruciale il problema della conservazione delle torbiere: dalla conservazione di aree paludose dipende la sopravvivenza di specie rarissime e uniche in Europa.

Il lavoro, coordinato dall’ISPRA, è frutto della sinergia tra Ministero dell’Ambiente, Regioni e Province Autonome italiane e le principali Società Scientifiche nazionali, in ottemperanza alla Direttiva Habitat, che impone ai Paesi europei di inviare un rapporto ogni 6 anni sullo stato di conservazione delle specie e degli habitat di interesse comunitario e sulle misure intraprese per la loro salvaguardia. […]

Il Rapporto, disponibile da oggi online sul sito dell’ISPRA (www.isprambiente.gov.it) e consegnato all’Unione Europea a dicembre 2013, ha prodotto 802 schede di valutazione, di cui 113 per le specie vegetali, 225 per quelle animali e 132 schede di habitat.

27 febbraio, 2014

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Aggiornamento del 12 giugno 2014:

http://www.unipi.it/index.php/tutte-le-news/item/4273-realizzato-il-primo-censimento-di-tutte-le-piante-che-crescono-solo-in-italia

Realizzato il primo censimento di tutte le piante che crescono solo in Italia

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista internazionale Phytotaxa

Sono in tutto 1.371 le piante che oggi crescono spontanee esclusivamente in Italia. È questo il risultato del primo censimento delle specie e sottospecie endemiche del nostro Paese realizzato da Lorenzo Peruzzi, ricercatore del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, in collaborazione con Fabrizio Bartolucci e Fabio Conti, botanici del Centro Ricerche Floristiche dell’Appennino, ente co-gestito dal Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga e dall’Università di Camerino. La ricerca, durata quattro anni, è stata appena pubblicata sulla rivista internazionale “Phytotaxa“.“Il nostro studio ha messo in evidenza che quasi il 19% della flora nazionale è costituito da piante endemiche – ha spiegato Lorenzo Peruzzi – e oltre la metà delle specie e sottospecie si trova nelle due principali isole, Sardegna e Sicilia, seguite in classifica da Calabria, Toscana e Abruzzo”.Fra le 1371 piante superiori (come ad esempio felci e affini, conifere, piante a fiore) censite non mancano curiosità o sorprese. Come ad esempio la “Pinguicola di Poldini” tipica dell’Italia nord-orientale, una pianta carnivora (o meglio, insettivora) che cattura le prede grazie alle foglie trasformate in trappole adesive. Oppure il “Lino di Katia”, una specie endemica del Massiccio del Pollino in Calabria che vive in una sola remota località in prossimità della vetta del Monte Manfriana.”La conoscenza delle specie endemiche è indispensabile dato che la loro eventuale estinzione sarebbe sotto la piena responsabilità dell’Italia – ha concluso Lorenzo Peruzzi – questo studio rappresenta quindi un punto di partenza fondamentale da cui partire per approfondire la conoscenza di queste piante sia dal punto di vista evolutivo che conservazionistico“.

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Aggiornamento del 2 agosto 2014:

http://oggiscienza.wordpress.com/2014/07/30/il-turismo-sostenibile-nei-parchi-italiani/

Il turismo sostenibile nei Parchi italiani

In Italia sono quasi 3 milioni gli ettari di superficie che fanno parte di aree protette. Parchi, riserve, aree naturali sono mete turistiche sempre più ambite nel nostro Paese, con milioni di visitatori l’anno. Si tratta di un turismo all’aria aperta, a contatto con la natura, ma non sempre questo è sinonimo di sostenibilità. Ed è proprio per incoraggiare un turismo che sia sostenibile per le aree protette ma anche favorevole per l’economia locale che nasce la Carta Europea per il Turismo Sostenibile (CETS) nelle aree protette. Si tratta di uno strumento metodologico che coglie le sfide lanciate dal Summit della Terra di Rio del 1992 e che rientra tra le priorità del programma “Parks for life” dell’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura.

In cosa consiste e come è stata applicata in Italia? Ne abbiamo parlato con Valentina Castellani, ricercatrice del GRISS, Gruppo di Ricerca sullo Sviluppo Sostenibile del Dipartimento di Scienze ambientali dell’Università Milano-Bicocca.

[…] Il parco deve innanzitutto aderire a dieci principi (qui l’elenco) e deve elaborare, coinvolgendo tutti i soggetti interessati nel territorio del parco, un piano d’azione della durata di cinque anni che descriva le attività previste per favorire il turismo sostenibile, e i finanziamenti previsti per attuarli. Federparchi, che gestisce le certificazione per l’Italia, valuta il piano d’azione e conferisce il “bollino” per i successivi cinque anni, durante i quali il parco si deve impegnare a realizzare quanto pianificato. Passato questo tempo, ci sarà una nuova verifica, non più su quanto pianificato ma su quanto attuato e la certificazione potrà essere rinnovata o meno.

Perchè proprio i parchi, notoriamente già virtuosi, e non le località del turismo di massa?

Questa in realtà è una percezione abbastanza comune ma che non è così vera. Rimini, ad esempio, la destinazione italiana del turismo di massa per eccellenza, dal 2001 è impegnata in un programma di sostenibilità del proprio turismo. Esiste una carta che è stata firmata a Rimini nel 2001, chiamata appunto Carta di Rimini, nella quale molte destinazioni molto gettonate, come ad esempio località di mare, si impegnano a diminuire il proprio impatto ambientale. La provincia di Rimini, inoltre, ha finanziato negli anni diverse azioni rivolte alle sostenibilità dei propri alberghi e delle strutture balneari, come ad esempio il progetto “bagnino eco-sostenibile. Se invece si considerano alcune destinazione delle prealpi italiane, anche se il problema apparentemente sembra non esistere in realtà c’è. I piccoli paesini di montagna, infatti, hanno come unico modo per aumentare le entrare quello di puntare sugli oneri di urbanizzazione e quindi costruire nuove strutture. L’idea della regione Lombardia di estendere la Carta Europea anche a parchi che non fossero solo i parchi nazionali ma anche le piccole riserve nasce proprio da qui.

Pianificazioni certificate, quindi, verso il turismo sostenibile che si sono tradotte in azioni concrete?

L’aspetto positivo della Carta Europea del Turismo Sostenibile è quella di aver portato alla stesura di questi piani di azioni molto articolati, che, essendo appunto strutturati molto bene con linee guida e progettazione ben definite, hanno attirato molti finanziamenti regionali e internazionali. […]

Se siete interessati ad una vacanza tutta all’insegna della natura e della sostenibilità, potete cosultare l’elenco dei parchi che hanno ottenuto la certificazione CEST e delle strutture ricettive segnalate dalle diverse aree protette. Buone vacanze!

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Aggiornamento del 4 settembre 2014:

http://oggiscienza.wordpress.com/2014/08/29/sugli-appennini-vince-il-turismo-del-camoscio/

Sugli Appennini vince il turismo del camoscio

Un successo internazionale nell’ambito della conservazione che si affianca alla valorizzazione del territorio montano, attirando migliaia di turisti ogni anno: è il caso italiano del “turismo del camoscio”, e parte dagli Appennini.

Il camoscio in questione è una sottospecie italiana, la Rupicapra pyrenaica ornata, e se ne contano a oggi circa 2.000 esemplari. Un numero incoraggiante se consideriamo che agli inizi del secolo scorso ne rimanevano soli 30 individui, principalmente a causa della caccia intensiva, e l’estinzione sembrava prossima. […]

I parchi italiani coinvolti nei piani di conservazione del camoscio appenninico sono il Parco Nazionale della Majella, il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e il Parco regionale del Sirente Velino, che ospita la colonia più recente. C’è motivo di andar fieri di questo successo, che ha visto nascere sul territorio un tipo di turismo molto specifico: il camoscio appenninico ne è diventato protagonista, e in concomitanza con la sua reintroduzione è partito il progetto Hotel del Camoscio. Nelle strutture del Parco dei Monti Sibillini, tra hotel, agriturismi e bed&breakfast, molte hanno infatti aderito all’iniziativa facendo proprio questo marchio, che simboleggia il sostegno al progetto per tutelare questo animale montano.

Il turismo del camoscio prevede anche corsi e laboratori dedicati alle scolaresche, per imparare a conoscere la sottospecie (e rispettarla, nel caso la si incontri durante un’escursione in montagna) e diffondere le buone pratiche di turismo sostenibile. Il percorso di conservazione di questo ungulato non è tra l’altro solo naturalistico, ma ha assunto un’importante impronta economica: il flusso di turisti nei parchi italiani che lo promuovono, anche dall’estero, è decisamente aumentato sotto la bandiera del camoscio, dando rilievo alle aree faunistiche dell’Appennino e valorizzandone la tradizione, dai ristoranti di cucina tipica fino al turismo sportivo, che si tratti di rafting, trekking o cicloturismo.

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Aggiornamento del 30 marzo 2015:

https://www.change.org/p/salviamo-lo-stelvio-uno-dei-pi%C3%B9-antichi-parchi-naturali-italiani

PETIZIONE: Salviamo lo Stelvio, uno dei più antichi parchi naturali italiani

LETTERA A
Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi
Il Parco dello Stelvio – la più grande area protetta nell’arco alpino con lo status di parco nazionale – potrebbe non esistere più già nelle prossime settimane. Il ministero dell’Ambiente, la Regione Lombardia e le Province Autonome di Trento e Bolzano hanno infatti sottoscritto un’intesa che ne modifica radicalmente la governance e le tutele. Il risultato? Se il Consiglio dei ministri dovesse avallare l’accordo, questo meraviglioso patrimonio – una delle storiche esperienze di conservazione della natura, un grande esempio di biodiversità – potrebbe disperdersi per sempre.

Tutto questo alla vigilia di un’importante ricorrenza: gli 80 anni del Parco, istituto nel lontano 1935. Se il governo approverà l’accordo, l’area verrà divisa in tre unità separate e autonome: lo Stelvio, insomma, lascerà il posto a un patchwork di parchi provinciali. Perderà così lo status di parco nazionale e il suo livello di protezione, di conseguenza, verrà ridotto.

Le Alpi rischiano di perdere la loro più grande area protetta. Per mi questo mi rivolgo al governo: Matteo Renzi, non avallare una simile decisione. Stiamo perdendo il più grande parco alpino nazionale, uno dei più amati d’Italia. Caro Matteo, non lo permettere.

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