Sarebbe importante, per la nostra società, che si instaurasse un dibattito costruttivo tra il mondo della ricerca e quello degli animalisti che sono contro la cosiddetta “vivisezione”. Sarebbe importante per far capire a questi ultimi, che vivono nel loro piccolo mondo ottuso ed ipocrita, quanto sia indispensabile la ricerca scientifica, fatta anche con gli animali, quando è necessario.

I ricercatori non massacrano gli animali per cattiveria e sadismo, anzi: gli animali utilizzati (che comunque sono costituiti principalmente da roditori di piccola taglia) sono preziosi per il loro lavoro, vengono tenuti come l’oro, come si suol dire, e in condizioni di massimo benessere possibile. Ma il loro sacrificio si rende, purtroppo, indispensabile per poter tentare di salvare la vita a milioni di persone malate.

Gli antivivisezionisti si dimostrano ottusi poiché non conoscono e non vogliono conoscere il mondo della ricerca, ed ipocriti perché gridano tanto ma poi vorrei vedere quanti di loro si rifiutano di assumere farmaci, di ricevere cure mediche o di subire operazioni chirurgiche. Senza l’utilizzo di animali da laboratorio, tutto ciò oggi non sarebbe possibile.

Noi stiamo con la ricerca, e voi?

L.D.

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/francesco-aiello-emanuela-clavarino-giuseppe-nucera/voci-sulla-sperimentazione

Voci sulla sperimentazione animale

Sabato 30 novembre presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri si è svolto l’incontro Io sto con la Ricerca, un atto di testimonianza e un approfondimento dei temi della sperimentazione animale in risposta alla manifestazione organizzata in contemporanea da “Animal Amnesty”.

Io sto con la Ricerca ha visto la partecipazione di 800 ricercatori provenienti da tutta Italia.

In contemporanea circa 200 persone hanno sfilato nel centro di Milano al grido di “assassini”.

Con questo filmati, scienzainrete – che ieri ha trasmesso in diretta streaming l’importante convegno all’istituto Mario Negri – ha voluto documentare questi momenti raccogliendo le voci dei protagonisti. Significativa la risposta off-the-record di un manifestante: “Si può sempre sperimentare sugli esserei umani: Tipo Priebke. O i galeotti…”.

Voci sulla sperimentazione animale (video)

La comunicazione in tema di sperimentazione animale (video)

3 dicembre, 2013
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Dieci domande e dieci risposte dal mondo della ricerca

Si è svolto a Roma presso il CNR il convegno SPERA – Sperimentare per curare. Il convegno ha l’obiettivo di far conoscere ai cittadini e presentare alle associazioni dei malati le ragioni della ricerca scientifica a sostegno della sperimentazione animale.

SPERA: Dieci Risposte Dal Mondo Della Ricerca Italiana Alla Comunita’ Amimalista (pdf)

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Aggiornamento del 27 dicembre 2013:

I più estremisti sono stati, giustamente, definiti “nazimalisti”: attenzione quindi a non confondere un punto di vista apparentemente innocuo e anzi benevolo, come l’eccesso di amore per gli animali, con idee che si possono rivelare, al contrario, molto pericolose per la nostra democrazia!!!

http://www.tempi.it/blog/nazimalisti-augurano-la-morte-a-caterina-malata-di-cancro-perche-e-a-favore-della-ricerca-meglio-lasciar-vivere-i-topi#.Ur2OB9LuI4V

Nazimalisti augurano la morte a Caterina, gravemente malata, perché è a favore della ricerca. «Meglio lasciar vivere i topi»

Su internet sono ormai noti come “nazimalisti”. La categoria comprende quegli animalisti così spinti nelle loro idee da disprezzare gli esseri umani, tanto da preferire la morte di questi ultimi piuttosto che sacrificare i primi. La maggior parte sono incoerenti, mangiano comunque carne e derivati, indossano abiti in pelle, utilizzano le medicine sperimentate nel passato per sé e per gli animali domestici. Invocano l’uso di sistemi alternativi, e quando gli si risponde che non esistono (ad esempio, dato che non si possono riprodurre le funzioni vitali in piastra), ripiegano sull’uso degli umani. Gli umani scelti naturalmente devono far presa sul pubblico, e quindi appartenere a quelle categorie comunemente definite come “cattivi”.

I più gettonati, ovviamente, sono criminali e malati mentali, ma c’è ovviamente chi si spinge oltre, arrivando ad includere chiunque la pensi diversamente. Questi non sono commenti raccolti negli anni, sono tutte reazioni delle ultime ore ad una foto pubblicata su Facebook ed in poche ore ricondivisa da migliaia di persone. La foto narra più storie. Una è quella di Elena Cattaneo, querelata per diffamazione dal Partito Animalista Europeo per aver affermato che loro “mentono sapendo di mentire”. Non le è mancato l’appoggio del web, che si è fatto sentire con gli hashtag #iostoconelena e #denunciateancheme.

Tra i sostenitori troviamo la ragazza della foto, Caterina Simonsen. Ha 25 anni e coraggio da vendere, Caterina. Nonostante una vita minata da diverse malattie rare, non si arrende, studia all’università ed è attivissima sul web. Ha trovato anche l’entusiasmo per postare un video a sostegno della ricerca scientifica, registrato con la voce rotta dall’uso del respiratore. Sostiene la sperimentazione animale, ma è anche animalista. Ama cani, gatti, furetti e topolini, è vegetariana, studia Veterinaria, ma è consapevole che non ci siano alternative all’utilizzo degli animali nello sviluppo e nella produzione di farmaci sicuri.

Come può reagire un nazimalista di fronte ad un tale affronto? Comprensione? Appoggio? Non illudiamoci! Allo scopo, segue una collezione di commenti alla foto di Caterina gentilmente fornita dalla pagina “A favore della sperimentazione animale” e già cancellate dagli amministratori della stessa. Ci sono i più gentili, che la comparano solo ad un escremento, quelli che non rimpiangono sia già morta e quelli che le augurano di morire presto.

[…]

21 dicembre 2013

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Aggiornamento dell’8 gennaio 2014:

http://www.chefuturo.it/2014/01/se-siamo-con-caterina-ritiriamo-la-legge-sulla-sperimentazione-animale/

Se davvero stiamo con Caterina, dimostriamolo. Adesso

7 gennaio 2014 – Ilaria Capua

[…] Voglio partire da un dato di fatto, e fare un ragionamento pragmatico che riguarda il posizionamento strategico del nostro Paese rispetto alla competitività internazionale ed all’orgoglio di poter dire “ricercatori italiani hanno scoperto che…”.

E’ universalmente riconosciuto che la ricerca biomedica necessita di fasi di lavoro che prevedono l’uso di animali da esperimento. Che sia giusto o sbagliato dal punto di vista etico ha poca importanza. E’ così.

Tutti i Paesi all’avanguardia nel campo della ricerca riconoscono l’importanza di questo passaggio per ottenere risultati validati, accettati dal resto della comunità scientifica e quindi paragonabili fra di loro. […]

I ricercatori italiani fanno parte dell’area Europea della ricerca che prevede una competizione interna per i fondi europei ed una competizione esterna con le altre grandi potenze della ricerca, gli Stati Uniti, la Cina ed altri paesi asiatici e più recentemente i paesi della penisola arabica. Per essere competitivi bisogna combattere ad armi pari, bisogna avere strumenti, infrastrutture, flessibilità e ovviamente soprattutto in questo campo “oro grigio” ovvero testa.

L’Italia ha pochi strumenti, infrastrutture perlopiù vecchiotte, zero flessibilità e finché non emigreranno tutti, alcuni buoni cervelli. Quindi già parte svantaggiata.

Quando parlavo di combattere ad armi pari, intendevo anche di poter usufruire delle stesse metodologie per arrivare all’obiettivo. 15 Paesi europei hanno già recepito pedissequamente la direttiva 2010/63/UE sulla protezione degli animali a fini scientifici e quindi si sono dotati di regole condivise e metodologie sovrapponibili a per accedere ai finanziamenti di ricerca.

Il governo italiano propone il recepimento della direttiva con un decreto legislativo che contiene dei divieti derivanti da un emendamento alla Direttiva stessa (AC 1326/XVII° legislatura) – secondo alcuni, condivisibili, secondo altri no – ma ripeto non ha importanza), che di fatto ci limitano nella competizione.

Sarà quindi possibile, nel nostro paese svolgere le prime fasi di un progetto – esempio mettere a punto un nuovo vaccino, ma poi non potremmo verificare se funziona veramente per proteggere l’organismo. Ne consegue, quindi, che non avendo armi pari, saremo automaticamente tagliati fuori dai finanziamenti, o al massimo potremo avere un ruolo marginale. Per questo il 31 luglio ho presentato l’OdG 9/01326/015 (che è stato accolto) che impegna il governo a rispettare la normativa europea nella sua versione originale.

Il governo ha predisposto uno schema di decreto legislativo (N.50) che recepisce la direttiva 2010/63, che risulta essere più restrittivo della norma originale. Il DL è stato assegnato alla XIIa Commissione Affari Sociali e Sanità che deve esprimersi entro il 13 gennaio. E’ chiaro che se rimanesse in questa forma ci sarebbero delle ricadute devastanti sulla ricerca ovviamente in termini di capacità competitiva, e quindi anche per l’economia. Non scopriremo più niente di veramente importante da soli, e quindi ogni eventuale provento fruttuoso della nostra attività scomparirebbe.

Ma c’è un aspetto di cui nessuno parla: il lavoro. Il lavoro è la priorità assoluta per il nostro paese – ogni esponente politico ne rivendica l’importanza e ogni famiglia italiana è preoccupata su questo fronte.
E, nel frattempo, l’Italia sforna migliaia di professionisti (a carico dello Stato) che già hanno grosse difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro– ma se passasse una legge che ci limita nella competizione – non lo troveranno mai.

Perché? Semplicemente perché le aziende biotech e del farmaceutico non investiranno in Italia perché una parte del processo di ricerca non si potrà svolgere da noi.

Inoltre, vinceremo meno bandi internazionali (e quindi avremo meno finanziamenti) e non potremo neanche offrire un impiego temporaneo ai nostri giovani ricercatori. Senza contare tutte le professionalità che girano intorno all’allevamento, manutenzione e gestione di uno stabulario che perderebbero il lavoro.

Migliaia di ragazzi laureati in biologia, biotecnologie, medicina e chirurgia, medicina veterinaria, scienze delle produzioni animali – che magari sono dei talenti della ricerca non troverebbero un impiego in questo Paese e dovranno emigrare altrove oppure ripiegare su un lavoro che non gli permette di esprimere il loro talento.

Ma se la ricerca è così importante e strategica ed il tema del lavoro è realmente prioritario, possiamo permetterci un autogol del genere? Se il resto d’Europa gioca la partita della ricerca con le scarpette chiodate, possiamo noi imporre all’Italia di giocare con gli scarponi da sci?

Allora, siamo realisti. Nel contesto attuale, rendere più restrittive le norme sulla sperimentazione animale (che già sono severissime e sviluppate il collaborazione con le lobby animaliste europee a tutela del benessere degli animali da esperimento) porrebbe la parola fine alla ricerca biomedica italiana, e offenderebbe tutti coloro si sono impegnati per anni nell’investire il loro tempo per migliorare la vita di tutti noi e dei nostri familiari, delegando questo nobile compito ai nostri competitor stranieri o ai cervelli che, nel frattempo, avremo obbligato a fuggire.

Oltre il dibattito sulla sperimentazione animale si annidano delle ricadute sul nostro futuro come Paese, e sul futuro dei nostri figli che hanno soltanto il sogno e l’ambizione di usare il talento italiano per trovare soluzioni per le persone sofferenti come Caterina, e purtroppo molti altri. Chiudo questa riflessione con un’altra domanda. Siamo sicuri di voler rifiutare gli standard europei e giocare una partita difficile come questa con gli scarponi ai piedi – sapendo di disperdere energie ed uscirne perdenti, e quindi facendo retrocedere tutto il Paese?

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Aggiornamento del 13 gennaio 2014:

Facciamo i complimenti a Pia Locatelli per la sua ottima proposta di legge “anti-ipocrisia” sul tema della sperimentazione animale:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pia-locatelli/testato-sugli-animali-scriviamolo-sul-farmaco/gennaio-2014

Testato sugli animali, scriviamolo sul farmaco

[…] Di fronte alle aggressioni verbali e ai macabri auguri di morte, lanciati su Internet da persone inqualificabili che si fanno forti dell’anonimato, la politica può fare ben poco se non esprimere una dura condanna per gli aggressori e vicinanza e solidarietà alla loro vittima. Qualcosa invece la politica può fare per cercare di far fronte all’offensiva di coloro che io chiamo “fondamentalisti animalisti”, senza bloccare la ricerca; per questo lo scorso 23 dicembre ho presentato un progetto di legge che prevede l’obbligo per le aziende farmaceutiche di specificare sulla confezione se il farmaco è derivato dalla sperimentazione sugli animali. 
[…] Compito della politica è dunque non solo quello di legiferare salvaguardando il giusto compromesso tra le necessità della ricerca e il benessere animale, così come è previsto dalla Direttiva europea del 2010 che regola la materia, ma anche informare i cittadini del fatto che la maggior parte dei farmaci oggi in commercio, dal più banale antidolorifico ai sofisticati antitumorali, è il frutto di una sperimentazione sugli animali.
Dobbiamo farlo da un lato sperando che questa consapevolezza serva a evitare, ad esempio, che vengano rigidamente recepite le norme approvate dal Parlamento che pongono ulteriori vincoli rispetto alla Direttiva europea, dall’altro per far sì che chi la pensa diversamente possa scegliere se curarsi usando  o meno questi farmaci.
Io tra rendere possibile la vita a mille Caterine e proteggere un ratto non ho alcun dubbio, così come non ne ha quasi nessuno quando si tratta di disinfestare le proprie case da un’invasione di topi, ma è giusto che ciascuno di noi abbia le proprie idee in materia e comprendo che persone particolarmente “sensibili” possano non accettare di usare tali medicinali.
Scriviamo dunque chiaramente sulle etichette dei farmaci “testato su animali”, ma non fermiamo la ricerca, perché senza ricerca non c’è speranza, non c’è crescita, non c’è futuro.

11 gennaio, 2014 – Pia Locatelli

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