Ecco perché Berlusconi merita di non essere più senatore: perché ci ha sempre ingannati. Che tristezza vedere sia il melodramma messo in scena dal cavaliere sconfitto che i festeggiamenti dei suoi acerrimi nemici che da anni stanno cercando di metterlo fuori gioco. Che amarezza vedere milioni di italiani che pensano ancora “quando c’era Berlusconi si stava bene“: quando c’era Berlusconi non era ancora sopraggiunta la crisi economica e c’era lavoro per tutti, per forza si stava bene. Anche con al governo Topo Gigio saremmo stati tutti bene. Il problema è che durante quegli anni Berlusconi è riuscito a bendare ed anestetizzare cerebralmente milioni di italiani, mentre i suoi governi non hanno mai fatto nulla per migliorare la competitività del sistema-Paese e per renderne efficiente la macchina pubblica. Ha sperperato miliardi di euro facendo lievitare a dismisura il nostro debito pubblico, ha favorito l’evasione fiscale (evadendo il fisco a sua volta, naturalmente), non ha mai messo in atto nessuna forma di liberismo economico, non ha mai ridotto le tasse ai piccoli lavoratori ed alle imprese.  Ecco chi è Berlusconi: un Joker che si è sempre preso gioco di noi.

L.D.

http://www.repubblica.it/politica/2013/11/27/news/voto_senato_decadenza-72093870/

Berlusconi non è più senatore, il Senato approva la decadenza

27 novembre 2013

Libro “Il berlusconismo nella storia d’Italia” di Giovanni Orsina

Questo libro non parla di Silvio Berlusconi. Non si chiede quali obiettivi egli abbia perseguito, non intende giudicarne il comportamento o stabilire se abbia governato bene o male. Scegliendo punti di osservazione e ipotesi interpretative finora trascurate, Giovanni Orsina affronta invece il berlusconismo: la sostanza del discorso pubblico del Cavaliere, come esso è stato accolto dal paese, perché ha avuto successo, perché non ha funzionato. Partendo dall’assunto che si sia trattato di un progetto ideologico e politico sufficientemente coerente, il libro ne analizza il nucleo fondante e l’elettorato di riferimento, in una prospettiva storica di lungo periodo e all’interno di un più generale contesto internazionale, ossia come “manifestazione particolarmente clamorosa, sia per intensità sia per durata, di tendenze che negli ultimi anni hanno caratterizzato pressoché tutte le democrazie”. Se molti sono già stati i tentativi di avviare un discorso su basi storiche per renderne conto, “bisogna scavare di più – sostiene Orsina per comprendere da quali fragilità della nostra storia sia scaturito il berlusconismo, in quale modo esso abbia inteso rimediare a quelle fragilità, perché la sua proposta in quello specifico momento storico sia parsa ragionevole, e come mai infine la democrazia italiana si sia spinta così tanto più avanti delle altre lungo la via del ‘postnovecento'”.

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Aggiornamento del 29 aprile 2014:

http://www.linkiesta.it/berlusconi-italia

3/08/2013 – Marco Alfieri

Vent’anni di niente, passati a parlare di Silvio B.

L’ossessivo e infernale bipolarismo “impunità contro giustizialismo” ha messo in ginocchio l’Italia

Non capisco cos’abbia da festeggiare chi brinda alla condanna di Silvio B., il Caimano finalmente in trappola dopo un lungo e spettacolare inseguimento giudiziario; capisco ancora di meno l’esercito di Silvio che vorrebbe rovesciare tavolo e governo a dispetto di una condanna ormai definitiva ed esecutiva per frode fiscale e tirare per la giacca il presidente Napolitano, chiedendo sguaiatamente la grazia e l’impunità per il proprio capo. In uno stato di diritto le sentenze si possono criticare, ci si può lamentare per l’accanimento vero o supposto, ma si accettano sempre. Su questo punto non si può retrocedere né avrebbe senso mischiare i campi, far cadere un governo come rappresaglia per la condanna in tribunale. […]

Per chi è liberale da sempre e aveva vent’anni quando Silvio B. è sceso in campo, la sentenza di Cassazione di giovedì sera provoca amarezza e qualche breve ragionamento da condividere perché chiude un lungo ciclo politico delle occasioni perse. Il nostro primo, vero, ciclo politico.

Non c’è bisogno di essere berlusconiani (o esserlo stati) per riconoscere cosa si agitasse intorno al Cavaliere in quei mesi a cavallo del 1993-94: il programma economico di Antonio Martino, una ventata liberal-liberista in un Paese ingessato da caste, corporazioni, veti, inefficienze, corruttele e uno sterminato apparato pubblico; “l’impresa al centro” e la scoperta mediatica delle Pmi, per anni culturalmente neglette o riassunte esclusivamente nella grande impresa pubblica ammanicata con la politica o privata (spesso sussidiata); una grande infornata di esponenti della società civile che entrano in Parlamento e nei parlamentini di tutta Italia dopo la cesura di tangentopoli; la batteria dei Martino, Urbani, Rebuffa, Colletti e Melograni che decisero di appoggiarlo, professori così diversi dall’universo snob dell’accademia italiana; un linguaggio chiaro finalmente all’altezza della gente, capace di superare la lingua di legno e il dissimulare continuo della Prima repubblica; e lo straordinario consenso di una borghesia più minuta e sfrangiata, esplosa coi consumi degli anni Ottanta, di quella a cui erano abituati i vecchi partiti: partite iva, ceti produttivi e professionali, piccoli e medi imprenditori, artigiani che decidono di dargli fiducia. Il blocco di una Italia moderata che avrebbe dovuto, specularmente, dare una sferzata salutare all’intero sistema politico e a una sinistra ex Pci vecchia e bolsa, miracolata dalla storia terribile del Novecento. Una specie di effetto Thatcher, in attesa del riformismo di un nostro Tony Blair.

Questi in breve sono i tratti del ciclone Berlusconi che ricorda un ragazzo liberale di vent’anni, vent’anni fa. Eravamo una piccola minoranza, certo, dentro un Paese che si stava per spaccare intorno alla figura del presidente del Milan, ma le discussioni di allora con gli amici riconoscevano comunque questo tratto alla rivoluzione del Cavaliere, spesso senza approvarla o votarla (come nel caso del sottoscritto). Stavamo in mezzo, prendendo botte a destra e a sinistra: rifuggivamo la vulgata dominante a sinistra che la storia di Silvio potesse semplicemente liquidarsi nel romanzo criminale di un personaggio che entra in politica per sfangarla dalla giustizia comprando il consenso della gente attraverso l’imbonimento del piccolo schermo, e insieme rifuggivamo l’enorme conflitto di interessi che macchiava la sua avventura (inimmaginabile in un altro Paese Occidentale e colpevolmente rimosso a destra), il suo essere esageratemente tycoon con le mani in pasta. Anche se a quel tempo era così forte l’anomalia e l’emergenza italiana (Tangentopoli, la scomparsa delle famiglie politiche della Prima Repubblica tranne l’ex partito comunista) da concedergli i tempi supplementari per stemperarlo e risolverlo (cosa che per primo il centrosinistra al governo del Paese fece mai). […]

Tutto questo piccolo mondo effervescente, inconsueto e ostracizzato a sinistra ma non solo, vide nella fregola berlusconiana di sfondamento dentro al paludato conformismo italiano dei primi anni Novanta una possibile testa di ariete, pur vedendone tutti i limiti e i provincialismi. Potevi essere o meno dalla parte del Cavaliere, ma è indubbio che in quegli anni si aprì una finestra. Invece…

…Invece vent’anni dopo la sentenza della Cassazione suggella simbolicamente tutta l’impotenza di una rivoluzione tradita e una lunga stagione di immobilismo e disastri. Silvio B. che non ha mai voluto né saputo risolvere il proprio gigantesco conflitto di interessi (la Cassazione lo ha confermato definitivamente); il centrosinistra che non si è mai davvero rinnovato e continua a trovare il suo collante esclusivo nell’ammucchiata anti Caimano, salvo poi piegarsi (pur di sbarrare la strada a Matteo Renzi) al governo riluttante con l’arcinemico; una magistratura che resta un colabrodo corporativo troppo spesso inefficiente; un Paese di nuovo sul baratro che ha fatto la cicala per 15 anni al posto delle riforme di struttura; uno stallo politico che dura da quasi due anni e ha obbligato un vecchio presidente agli straordinari del bis al Quirinale; e un Paese che non riesce mai a chiudere in modo ordinato e naturale le proprie stagioni politiche: quella liberale del primo Novecento sfociò nel fascismo, il fascismo in piazzale Loreto, la Prima Repubblica in Tangentopoli e nella fuga di Craxi, la Seconda nella condanna di Silvio B.

Per questo non riusciamo davvero a capire chi festeggia per il Cavaliere finito in trappola perché è un festeggiare sulle macerie, e non riusciamo a capire chi immagina un ritorno mitico a Forza Italia, l’ordalia elettorale che lava via condanne passate in giudicato con la spallata populista, roba da Paese sudamericano. L’Italia che sta in mezzo a queste beghe non capisce più da tempo, vorrebbe si parlasse d’altro: di tasse, di burocrazia, di debito pubblico, di impresa, di scuola e di cultura. Dei mille problemi che abbiamo e del Paese al futuro, tra 10 anni, uscendo dal bipolarismo infernale «impunità contro giustizialismo». […]

In fondo, nelle ultime elezioni, il Cavaliere ha perso milioni di voti e se resta ancora decisivo lo si deve all’insipienza di una sinistra impalpabile e litigiosa e all’immobilismo di una casta autoreferenziale che ha fatto nascere Grillo. Tri-polarizzando il voto degli italiani e regalandoci lo stallo del pareggione elettorale.

E questo rende ancor più surreale e pericolosa la vicenda di due fazioni di giapponesi – i falchi contro i manettari – che si scontrano sulla pelle di un Paese che è già terribilmente oltre, preso in mezzo a una crisi epocale, e continuano a sequestrarlo. Tenendoci tutti sospesi. È questa la sensazione che ci resta in bocca, vent’anni dopo la nostra educazione sentimentale. Dal primo al secondo video-messaggio di Silvio B. Dalla prima alla seconda Forza Italia. Dalla prima alla seconda scesa in campo dei tecnici per salvare il Paese. Dal primo all’ultimo centrosinistra così uguale a se stesso. È una sensazione di vuoto, di frastuono, di cose promesse e non mantenute. Un cambiamento che sarebbe potuto essere ma non è stato. Vent’anni di niente, parlando sempre ossessivamente di Silvio.

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Aggiornamento del 27 maggio 2014:

http://noisefromamerika.org/articolo/ricordatevi-alamo

Ricordatevi di Alamo!

8 gennaio 2013  Marco Esposito

Secondo gli storici la frase “Ricordatevi di Alamo” fu pronunciata dal generale Sam Houston alla vigilia della battaglia di San Jacinto, in cui le forze texane schiacciarono in pochi minuti le forze messicane del dittatore Santa Ana e fu il grido di battaglia delle truppe indipendentiste.

Io invece vi invito a ricordare non un singolo episodio, ma ben dieci anni, gli ultimi dieci, ovvero il periodo luglio 2002- novembre 2011 da adesso in poi per brevità denominati E.B. (Era Berlusconi), e lo farò usando alcuni indici molto sintetici. Cominciamo dal PIL (Prodotto Interno Lordo, quello che una nazione produce in un anno) del periodo E.B.:

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 N.B: Grafici relativi al periodo 2001-2011, ovviamente il 2001 è da considerare solo per il secondo semestre

E, per farci del male, facciamo anche un paragone, quello con la Germania, che pagava anche i costi della riunificazione, e anche con l’eurozona nel suo complesso:

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Se avete problemi con i colori (come li ho io: sono discromatico) ve lo dico subito: la linea più in basso è l’Italia.

Veniamo ora al debito (o surplus se esiste) che in ogni anno dell’E.B. si è avuto in percentuale sul PIL. Semplificando a livelli di massaia di Voghera, il PIL è il fatturato dell’aziendina del marito, il – indica se ogni anno per vivere hanno dovuto far debiti, il + indicherebbe che han risparmiato qualcosina per la vecchiaia. Poi nel caso della tabella invece si guarda il Governo nel suo insieme, ovvero se il Governo anno per anno dal fatturato dei suoi dipendenti (noi) ci ha cavato qualcosa oppure no.

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Fonte: Eurostat

Niente da fare: non solo il fatturato nell’E.B. non cresce, ma anno per anno l’Italia (noi) si indebita sempre di più, solo che poi arriva l’oste e chiede di pagare il conto. Adesso vediamo cosa è successo nell’E.B. per quel che riguarda le spese, ovvero quanto E.B. ha speso nella sua era.

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Pare che nella sua era si sia speso molto… addirittura le spese aumentano in percentuale, vediamo il valore assoluto:

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ovvero si è passati da 613 mld di € del 2002 ai 788 mld di € del 2011 (ultimo anno EB), in 10 anni ha fatto + 27 %, solo che c’era una inflazione media del 2,2% annuo, che ricomposto dà un indice 2011=121,63 con base 2002=100, vabbè sarà un caso, allora ci ha abbassato le tasse, vediamo un po’…

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No, non le ha abbassate, le ha aumentate, meno delle spese, ma così facendo ci ha aumentato il debito (beh, da qualche parte i soldi li doveva pur tirare fuori, no?). Ma poiché le percentuali possono essere fuorvianti ecco quanto è uscito dalle nostre tasche, anno per anno, nell’E.B.:

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Leggete bene: nell’E.B. si è passati da 572 mld di € a 728 mld di € di tasse versate ogni anno. Any given year. + 26% sul periodo, inflazione + 2,2, nell’EB le tasse sono cresciute di uno 0,4 % annuo, leggenda dice che le abbassava…

Adesso mi dicono che c’è un simpatico vecchietto che va in giro in televisione (nel senso che oramai sembra far parte dell’elettrodomestico stesso) a dire che nell’E.B. la gente non pagava tasse, le spese erano sotto controllo, i conti erano a posto,che si andava avanti felici e contenti, ed a tutta velocità. Peccato che si andava a tutta velocità contro l’oste voleva che si pagasse il conto, ma questi sembrano dettagli ai molti figli di scarsa memoria di questo disgraziato paese. 

Riassumiamo:

Nell’E.B. le tasse non sono aumentate : FALSO.

Nell’E.B. le spese erano sotto controllo: FALSO.

Nell’E.B.i debiti degli italiani sono aumentati : VERO.

Nell’E.B. gli italiani sono diventati più poveri : VERO.

Nell’E.B. Silvio Berlusconi ha aumentato la sua ricchezza di 18 volte : VERO.

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