Abbiamo già trattato il tema dell’industria italiana nell’articolo “Il declino dell’industria tecnologica italiana e lo sviluppo economico mancato“, mentre spesso e volentieri citiamo casi in cui la ricerca e la tecnologia rappresentano pilastri fondamentali del rilancio economico. Così c’è chi va aventi e c’è chi (come l’Italia, tanto per cambiare) rimane indietro, perde il passo e probabilmente il treno dello sviluppo e dell’uscita dalla crisi, se non si cambierà velocemente il modello industriale ed economico…

L.D.

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/sergio-ferrari/economia-e-ricerca-nella-societa-della-conoscenza/agosto-2013

Economia e ricerca nella Società della Conoscenza

[…] sono opportune alcune considerazioni in materia di crisi del nostro paese che, come già anticipato, ha contenuti e cause che non si esauriscono nei dati della crisi economica internazionale. La questione appare di particolare rilevanza, in quanto mentre la crisi internazionale deve trovare degli interpreti e delle terapie analogamente internazionali, i problemi e i deficit specifici del nostro paese non solo non possono pretendere un analogo trattamento, ma difficilmente possono essere affrontati al di fuori della nostra partecipazione. Il superamento della crisi internazionale non implica, quindi, il superamento della nostra condizione di crisi, ma potrebbe anche voler dire esattamente il contrario. In questo scenario è, dunque, di un qualche interesse porsi la domanda: come si colloca il nostro paese? Venendo da un dopoguerra dove era molto evidente la condizione di paese agricolo con un forte ritardo nelle strutture industriali e sociali, oltre che con il lascito delle rovine di una guerra sbagliata, il ritrovarsi nel giro di alcuni lustri tra i primi paesi industriali è stato certamente una prestazione che giustifica quel miracolo economico che, con pareri unanimi, ci venne riconosciuto. I nostri indicatori dello sviluppo economico segnavano, infatti, ritmi di crescita non solo elevati, ma mediamente superiori a quelli dei paesi nostri partner a livello internazionale. Verso la metà degli anni ottanta queste tendenze mostrano un arretramento progressivo e pressoché costante, sino ad incrociare la crisi finanziaria ed economica internazionale di questi anni. Questo nostro declino, come si vede, non ha perciò nulla a che fare con la crisi finanziaria ed economica internazionale, se non per il fatto che ha offerto un terreno già indebolito.

[…] Tutti i dati confermano come i provvedimenti presi per entrare in Europa hanno rappresentato un appesantimento della nostra situazione. Ma appare difficile attribuire a queste cause anche le difficoltà che preesistevano da non pochi anni: per essere convincente questa ipotesi dovrebbe assumere che sino agli anni precedenti al 1992 il sistema economico nazionale non aveva da affrontare quegli stessi vincoli resi evidenti dai processi di unificazione europei. Ma questa assunzione è indimostrabile per il semplice motivo che da tempo il nostro sistema produttivo perdeva competitività e capacità di sviluppo. 

In definitiva il nostro declino economico era precedente agli anni ’90 e sin dalla fine degli anni ‘70 la nostra competitività si reggeva su forti interventi di svalutazioni competitive e con questa copertura potevamo anche illuderci che il sistema delle nostre PMI, del made in Italy, che pur avevano rappresentato, compreso i Distretti Industriali, il nostro fattore di successo, potesse continuare ad esserlo anche quando le cose a livello internazionale e comunitario sarebbero cambiate. Ma questa ipotesi, già di per sé poco ragionevole, non si basava su alcuna analisi e valutazione di un qualche spessore. A conferma di tutto ciò si può ricordare uno studio condotto da Momigliano e Siniscalco e pubblicato nel 1985. A un certo punto di quella pubblicazione si dice: “ Anche se l’interpretazione è stata puramente descrittiva, i risultati ottenuti, insieme ad altre indagini più dettagliate soltanto per prodotti ( che hanno posti in luce una persistente e crescente inferiorità dell’Italia nell’export dei prodotti ad elevato contenuto tecnologico), hanno tuttavia indotto una nota e diffusa preoccupazione: quella di un paese specializzato in prodotti maturi, a basso contenuto tecnologico e domanda scarsamente dinamica, sottoposti , per la legge di imitabilità delle tecnologie, alla crescente competizione dei paesi di nuova industrializzazione ed in via di sviluppo”.  Da allora ad oggi quelle preoccupazioni si sono trasformate in certezze, avendo trovato conferma prima di tutto negli andamenti negativi dei nostri saldi commerciali nei prodotti ad alta tecnologia, mentre, come appare dai dati sulla percentuale di prodotti ad alta tecnologia esportate dai paesi dell’Unione è proprio su questo fronte che ogni paese difende il proprio equilibrio negli scambi commerciali.

Lungo questa riflessione occorre aggiungere che da parte di molti si è cercato – e tutt’ora si pretenderebbe – di semplificare il tema delle politiche industriali da mettere in opera, riducendole ad un problema di aiuti ed incentivi alle spese in Ricerca a favore delle imprese. Si assume, cioè, che la scarsa spesa in ricerca sia il frutto di un atteggiamento un po’ avaro dei nostri imprenditori nei confronti degli investimenti in R&S. Può sembrare strano ma l’ovvia considerazione che la spesa in ricerca delle imprese dipende in prima e in seconda battuta dalla dimensione dell’impresa e dalla specializzazione produttiva e che, quindi, i raffronti internazionali dovevano essere condotti “ a parità “ di condizioni, ha rappresentato uno strano vuoto metodologico. […]

Tentare di spiegare questo “vuoto” vorrebbe dire andare su un terreno molto differente da quello sin qui affrontato ma non ancora concluso. Occorre, infatti, rilevare come nel frattempo la crisi italiana si stia avvitando e i ritardi accumulati dalla mancanza di opportune politiche industriali non vengano recuperati, ma, ovviamente, tendano ad allargarsi: il numero di persone addette ad attività di R&S è meno della metà di quello presente in quasi tutti gli altri paesi europei,  e tuttavia questo divario tende ad aumentare, in parallelo con la minore spesa relativa da parte delle imprese italiane in R&S, dove si notano anche agli apporti negativi delle politiche di privatizzazioni degli anni ’90.

Ma le politiche pubbliche in materia di finanziamenti alla R&S appaiono ancora più miopi di quelle del sistema delle imprese dal momento che tendono a penalizzare anche il sistema della ricerca pubblica. […]

Là dove si manifesta un ritardo culturale-tecnologico si creano le condizioni non solo perché si sviluppi un divario economico ma anche un abbassamento del livello civile e democratico con una prevalenza delle visioni soggettive dei problemi e delle soluzioni. 

Sergio Ferrari – 2 agosto 2013

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http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/scienza-e-industria-come-superare-collo-di-bottiglia/novembre-2013

Scienza e industria: come superare il collo di bottiglia

[…] Il rapporto tra scienza e industria è un tema importante, probabilmente decisivo per il nostro paese. Perché viviamo nell’economia della conoscenza, in cui una parte sempre più rilevante dei servizi e dei beni che vengono scambiati ha un alto tasso di conoscenza aggiunta. In particolare di conoscenza scientifica. Si calcola, per esempio, che poco meno di un terzo dell’economia mondiale sia costituita dalla produzione e dallo scambio di beni e servizi hi-tech, ad alto tasso di conoscenza scientifica aggiunta. Si calcola, ancora, che il 75% della crescita economica degli Stati Uniti dal dopoguerra a oggi sia dovuto alla conoscenza scientifica che si è trasformata in beni e servizi innovativi. L’Italia ha difficoltà evidenti a competere nella nuova economia della conoscenza. Per tre motivi strutturali. 

  • Primo: il paese nel suo complesso non è abbastanza attrezzato per svolgere un ruolo da protagonista nella società globale della conoscenza.
  • Secondo: l’Italia ha una specializzazione produttiva nella media e bassa tecnologia. Si dice che ha, da oltre mezzo secolo, adottato un “modello di sviluppo senza ricerca”. 
  • Terzo: il trasferimento del sapere dai luoghi di produzione della conoscenza scientifica (università, enti pubblici) fa fatica a raggiungere i luoghi dello sviluppo tecnologico (le imprese).

L’Italia è un paese poco attrezzato per l’economia della conoscenza. In particolare per quella componente, peraltro maggioritaria, dell’economia della conoscenza che si fonda sulla scienza. Ce lo dicono, in particolare, due indicatori generali: quello relativo agli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) e quello relativo al numero di laureati. Ci sono alcuni paesi, come Israele e la Corea del Sud, che ogni anno investono oltre il 4%  del Prodotto Interno Lordo (Pil) in R&S. Ci sono altri paesi (Giappone, Svezia, Finlandia) che investono in R&S intorno al 3,5% del Pil. Ci sono, infine, altre paesi che si avvicinano quasi al 3% (Usa, Germania). Lo scorso 22 ottobre il governo di Pechino ha annunciato, con soddisfazione, che la Cina ha raggiunto il 2,0% del Pil negli investimenti in R&S.
La media mondiale è, per l’appunto, il 2,0%. La media europea è intorno all’1,9%. Le ultime statistiche dell’Unione Europea e dell’OCSE ci dicono che l’Italia è a poco meno dell’1,3%: un terzo in meno della media mondiale; meno della metà della Germania e degli Stati Uniti; circa un terzo di Corea del Sud o Israele. Il dato italiano, peraltro, è “drogato” dalla recessione, particolarmente acuta nel nostro paese, che negli ultimi anni ha visto diminuire il denominatore (il Pil) molto più velocemente del numeratore (gli investimenti in R&S). In termini assoluti i nostri investimenti in ricerca e sviluppo continuano a ridursi, mentre quelli di gran parte del mondo continuano a crescere. […]

Un secondo indicatore che ci ricorda come il nostro paese sia fuori dalla società della conoscenza riguarda il numero dei giovani laureati. In Italia, nella fascia di età compresa tra 25 e 34 anni, sono circa il 20%; contro il 40% della media OCSE; il 60% o quasi di Giappone, Canada e Russia; il 64% della Corea del Sud.

Tutto questo ci parla del sistema paese. Non ancora del rapporto tra ricerca e industria nel nostro paese. In questo ambito i numeri sono ancora più impietosi. Gli investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico nelle imprese non superano lo 0,5% del Pil. Un quarto rispetto agli investimenti delle imprese americane e tedesche; un quinto rispetto alle imprese giapponesi; un sesto rispetto a quella della Corea del Sud.
Se scorporiamo i dati, vediamo che in Italia gli investimenti pubblici in ricerca sono poco meno della media mondiale; mentre gli investimenti in R&S delle imprese sono del 60% in meno della media mondiale. Sono soprattutto le nostre industrie che investono poco in ricerca.
Anche in termini di risorse umane non stiamo meglio. Nelle imprese italiane ci sono 3,5 ricercatori ogni mille addetti, contro la media OCSE di 7,5 ricercatori, la media Usa di 10 ricercatori, la media della Finlandia di 17 ricercatori ogni mille addetti. L’intensità di innovazione, misurata come numero di brevetti per milione di abitanti, vede ancora una volta l’Italia in affanno: nel nostro paese sono 82, contro i 94 degli Usa, i 110 della media europea, i 134 della Francia, i 155 del Giappone, i 295 della Germania.
Questi dati indicano in maniera chiara che il sistema produttivo italiano segue un “modello di sviluppo senza ricerca”. In altri termini, l’Italia produce conoscenza scientifica ma poi questa conoscenza non si trasforma in beni e servizi di qualità. E, infatti, la nostra bilancia tecnologica dei pagamenti è da molti anni in rosso. E la nostra dipendenza dalle tecnologie straniere tende ad aumentare. Ultimo esempio, quello delle fonti rinnovabili. Negli ultimi anni, anche grazie a generosi incentivi, i settori dell’eolico e del fotovoltaico in Italia hanno subito un autentico boom. Ma la gran parte delle tecnologie sono state acquistate all’estero (Germania, Cina). Cosicché la domanda di innovazione nel settore energetico produce ogni anno un deficit commerciale aggiuntivo di 10/12 miliardi di euro.

Come se ne viene fuori? Vannevar Bush, in un testo consegnato al presidente Truman nel 1945 che può essere considerato il manifesto della moderna politica della ricerca, sosteneva che è compito dello stato realizzare il cambiamento di specializzazione produttiva, favorendo il passaggio da un’economia senza ricerca a un’economia fondata sulla ricerca. Lo stato ha due compiti: aumentare gli investimenti pubblici in ricerca di base e in ricerca applicata; favorire lo sviluppo dell’alta formazione, consentendo l’accesso all’università a tutti coloro che lo meritano, a prescindere dal loro reddito. Mentre tocca alle imprese, in piena autonomia, lo sviluppo tecnologico. Ovvero la trasformazione delle nuove conoscenze scientifiche in beni e servizi. Seguendo questa ricetta, gli Stati Uniti sono diventati leader al mondo dell’economia della conoscenza. […]

Anche l’Italia dovrebbe, probabilmente, realizzare in tempi stretti un cambiamento di specializzazione produttiva, sia attraverso un netto incremento dei fondi pubblici per la ricerca e l’alta formazione sia attraverso progetti che evocano la produzione di alta tecnologia. Ma la trasformazione della specializzazione produttiva richiede anche l’emergere di una nuova classe di imprenditori con la formazione e la vocazione adatta. Imprenditori giovani e versati nelle scienze. 
“Vaste programme”, avrebbe detto De Gaulle. Difficile da attuare. Ma non si può uscire da una crisi profonda senza un brusco scossone. Senza un cambiamento radicale. È nel contesto di questo cambiamento che si pone il problema di come migliorare il trasferimento del know how dai luoghi in cui si produce nuova conoscenza (Università, enti pubblici di ricerca) ai luoghi dove si trasforma quella conoscenza in beni e servizi (le imprese). 
Molti ritengono che il tentativo di trasferimento diretto non funziona. Troppo diversi gli interessi legittimi di chi fa ricerca rispetto a chi fa impresa. Occorre, piuttosto, creare “luoghi adatti all’innovazione”: centri, quartieri, intere città dove ricercatori, docenti, studenti universitari, artisti, addetti alle industrie creative vivano fianco a fianco e abbiano la possibilità di contaminarsi intellettualmente. Luoghi – come l’Ivrea di Adriano Olivetti o la Silicon Valley in California o, oggi, Berlino e la Ruhr in Germania – dove le idee possano avere la possibilità di circolare in maniera libera e incontrare le gambe con cui correre.

21 novembre, 2013 – Pietro Greco
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Aggiornamento del 4 dicembre 2013:

Scienza e innovazione in Italia: 
qualche numero per capire

[…] Se il rilancio economico dovrà passare da un cambio di attitudine verso l’economia della conoscenza, seguito da maggiori investimenti nella ricerca, è importante che l’opinione pubblica sostenga questo sforzo. Purtroppo la percezione pubblica dei benefici della ricerca scientifica (basata su dati OCSE e EU) rivelano che tutta Europa è pervasa da una sfiducia nei confronti della scienza. da non sottovalutare. L’Italia conferma questa tendenza. 
Cruciale è anche il grado di formazione tecnico scientifica dei lavoratori di un paese. A questo proposito l’OCSE ha messo a punto un indicatore sperimentale per misurare il grado di capitale basato sulla conoscenza in relazione alla formazione e ai compiti dei lavoratori impiegati nelle aziende dei diversi paesi, mettendo insieme ricercatori, addetti al design del prodotto, informatici e altre figure qualificate che possono fare la differenza in un’azienda. Fra i paesi OCSE si va da un minimo del 13%  (Turchia) a un massimo del 28% (USA) di percentuale di capitale ad alto valore aggiunto di conoscenza sul totale degli occupati. L’Italia si pone parecchio in basso nella scala dei paesi. 
Anche considerando la formazione universitaria, si nota come gli atenei di eccellenza in campo scientifico siano ancora concentrati per la maggior parte negli Stati Uniti, seguiti dalla Gran Bretagna e via via da altri paesi europei. Considerando le prime cinquanta università per tutte le discipline, 34 sono statunitensi, 8 britanniche, 3 di altri paesi europei (non l’Italia), 3 di altri paesi OCSE e 2 fuori dall’area OCSE. Considerando le prime 50 università per le singole discipline, l’Italia è presente solo in campo farmacologico (2), in ingegneria (1) e in energia (1). […]
La collaborazione fra imprese sia nello stesso paese sia soprattutto a livello internazionale è considerato dall’OCSE un importante acceleratore di processi innovativi. Sotto questo profilo l’Italia sconta una certa chiusura della propria economia all’interno dei confini nazionali, con limitate capacità di collaborare sull’innovazione sia dentro sia fuori i propri confini. […]
Considerando i primi 30 esportatori del comparto manifatturiero, l’Italia si conferma dotata di un sensibile vantaggio competitivo. Un vantaggio che potrebbe essere eroso a beneficio di altri che mostrano un tipo di scambi commerciali a più alto valore aggiunto. […]

BIOTECNOLOGIE, PHARMA E SALUTE: SETTORI STRATEGICI ANCHE PER L’ITALIA

Uno dei settori dove si sta investendo di più per poter superare le sfide dell’economia globale è quello dell’industria biotecnologia. Questo comparto dimostra di avere grandi capacità di crescita e quindi di assorbimento di professionalità a elevata qualificazione. Le biotecnologie sono impiegate in numerosi settori industriali, ad esempio in ambito sanitario, farmaceutico, tessile, chimico, per la salute degli animali, nonché per la lavorazione di alimenti, carta, plastica, combustibili e mangimi. Le 400 aziende che operano in questo settore in Italia nel 2011 hanno avuto un fatturato di circa 7,15 miliardi di euro. […]

29 novembre 2013 – Francesco Aiello

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Aggiornamento del 6 dicembre 2013:

http://massimochiriatti.nova100.ilsole24ore.com/2013/12/scoperta-tecnologia-e-formazione-si-amano.html

Scoperta: tecnologia e formazione si amano

[…] Le nuove tecnologie richiedono persone formatesi velocemente su temi nuovi, che non si possono ereditare, per produrre beni in un mercato senza frontiere. L’Italia subisce uno spiazzamento temporaneo dovuto a un’alta offerta di persone con buone conoscenze universitarie che però è superiore alla domanda delle imprese sul territorio. I migliori dei nostri giovani, non avendo modo di praticare le conoscenze -per migliorarle-, o le perdono o emigrano. 

Se continuiamo a pensare che la difesa a oltranza del posto di lavoro (e del territorio) sia disgiunta dalla qualità formativa che la progressione tecnologica richiede, la risultante è che moriremo disoccupati. E con sempre più ineguaglianze. Per converso, osserviamo qualsiasi luogo nel mondo in cui si è investito in tecnologia e formazione: l’effetto non può essere altro che occupazione.

Questo è il progresso.

Non possiamo attendere oltre per risolvere questa mancanza di politica industriale, ma agire in fretta per cogliere i vantaggi che queste innovazioni creano, e distribuirle con equità. Questa è la fase che crea occupazione e compensa la distruzione operata dalle nuove tecnologie.

Dobbiamo riconoscere che grazie alle precedenti rivoluzioni industriali noi stiamo godendo –ora- di benefici incalcolabili.

Tab-2

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È già successo con l’avvento dell’elettricità, per esempio: essa ha aumentato sia la domanda di operai con bassa formazione per manovrare le macchine, sia di impiegati e manager per la gestione dell’impresa diventata più grande. Lo stesso dicasi per l’espansione internazionale delle aziende dove le attività manageriali diventano sempre più complesse e richiedono più formazione per essere svolte su scala globale.

Quindi, distinguiamo gli strumenti dal loro uso: la nuova economia digitale ha bisogno di nuove conoscenze per impiegare al meglio i nuovi strumenti. E viceversa: i nuovi strumenti creano nuove conoscenze e pertanto c’è bisogno di nuove professioni.

La tecnologia e la formazione si amano da secoli: una non può fare a meno dell’altra, una crea l’altra; e insieme (pro)creano occupazione.

5 dicembre 2013 – Massimo Chiriatti

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Aggiornamento del 12 marzo 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/leconomia-della-conoscenza-litalia-sempre-ai-margini/marzo-2014

L’economia della conoscenza: l’Italia sempre ai margini

Ogni due anni il National Science Board della National Science Foundation (NSF), l’agenzia federale che finanzia la ricerca scientifica negli Stati Uniti, pubblica un lungo e approfondito rapporto, Science & Engineering Indicators, che, numeri alla mano, fa il punto sullo sviluppo della scienza, dell’educazione scientifica e della innovazione tecnologica nel paese, arricchendolo di analisi comparate con il resto del  mondo.
[…] secondo gli esperti della NSF, le imprese KTI (ad alta intensità di conoscenza scientifica e di tecnologia) nel 2012 hanno fatturato oltre 19.500 miliardi di dollari, pari al 27% del Prodotto interno lordo (Pil) mondiale. In altri termini oltre un quarto della ricchezza prodotta nel mondo ogni anno si fonda sulla ricerca scientifica e sullo sviluppo tecnologico che a essa fa capo. L’incidenza dell’economia KTI tocca il 30% in Europa, Giappone e Corea del Sud e raggiunge il picco del 40% negli Stati Uniti. Questi dati si riferiscono all’anno 2012, ma sono stabili da una decina di anni.  E la stabilità ha un suo significato, come cercheremo di dimostrare.
Naturalmente, la NSF specifica cosa intende per imprese KTI. Si tratta della somma di dieci settori, cinque di servizi, KI (knowledge intensive) e cinque di industrie HT (high technology). Per la precisione, i cinque settori dei servizi ad alto tasso di conoscenza aggiunto sono tre prevalentemente privati (affari, commercio, tecnologie dell’informazione e della comunicazione) e due prevalentemente pubblici (salute, educazione). I cinque settori manifatturieri HT sono: aeronautica e aerospazio, comunicazione e semiconduttori, computer, strumenti scientifici, farmaci. […] una cosa è certa: l’industria HT occupa più lavoratori qualificati e paga stipendi più elevati. […]

Non sembra esserci dubbio, dunque. L’economia della conoscenza che fa capo alla sola ricerca scientifica nel mondo produce, ormai, un terzo della ricchezza globale. Essa sta velocemente penetrando nei paesi a economia emergente. Ed è destinata ad aumentare nei prossimi anni. In Italia quella KTI è pari al 25% del Pil. Cinque punti in meno della media europea. Meno della media mondiale. La domanda è: possiamo continuare a restarne ai margini dell’economia della conoscenza?

Pietro Greco – 12 marzo, 2014

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