Un miliardino di qua, qualche milione di là, una pezza di qua, un po’ di copertura di là. Sembra quasi che questo governo, anziché fare analisi accurate ed ipotesi di spesa oculate, come tutti quanti ci aspetteremmo, butti lì delle soluzioni un po’ a casaccio. Sembra che giochino con i nostri soldi come i bambini quando giocano con la sabbia con paletta e secchiello: un po’ qua, un po’ là, spetta che copro un buco qui, adesso faccio una montagnola di là. Questo sarebbe un governo che si fa chiamare “di larghe intese”? Sarà, ma a noi sembra più un governo “di larghe maniche”: attento a non scontentare mai nessuno più che a risolvere davvero questa drammatica situazione di crisi strutturale ed economica, che sta lentamente stritolando il nostro Paese. Almeno il governo Monti aveva tentato delle soluzioni coraggiose (che poi naturalmente tutti i partiti hanno congiuntamente ostacolato), dalla spending review all’abolizione delle province, tanto per fare un paio di esempi. Il governo Letta ha soltanto rimandato tutto ciò che si poteva rimandare, accontentando tutti i partiti (primo fra tutti il Pdl con la ridicola questione dell’Imu sulla prima casa). Anche sulla legge di stabilità, su cui stanno discutendo ormai da settimane, se ne sono già sentite di tutti i colori. La realtà, nel frattempo, è che non sono ancora riusciti nemmeno a trovare una copertura per la famigerata seconda rata dell’Imu, perciò siamo messi davvero male, considerando che si tratta di uno dei nostri problemi minori. La cosa più assurda che ho sentito in merito alla legge di stabilità è questa (sembra quasi una barzelletta): chiedere un acconto maggiorato alle imprese sulle imposte IRAP ed IRES, per recuperare i pochi miliardi non incassati a causa del mancato pagamento della seconda rata Imu. Così l’anno prossimo, quando le imprese pagheranno il saldo delle suddette imposte, lo Stato incasserà di meno e mancheranno sempre gli stessi tre o quattro miliardi, che dovranno recuperare da qualche altra parte. Ma regaliamo a questi politici una bella barchetta, così che se ne vadano un pochino al largo a giocare, anziché star qui a riempire e svuotare secchielli di sabbia…

L.D.

http://www.corriere.it/editoriali/13_ottobre_20/potere-vuoto-un-paese-fermo-1e477e6a-394d-11e3-893b-774bbdeb5039.shtml

Il potere vuoto di un Paese fermo

L’Italia non sta precipitando nell’abisso. Più semplicemente si sta perdendo, sta lentamente disfacendosi. […]

Sopraggiunta dopo anni e anni di paralisi, la crisi è lo specchio di tutti i nostri errori passati così come delle nostre debolezze e incapacità presenti. Siamo abituati a pensare che essa sia essenzialmente una crisi economica, ma non è così. L’economia è l’aspetto più evidente ma solo perché è quello più facilmente misurabile. In realtà si tratta di qualcosa di più vasto e profondo. Dalla giustizia all’istruzione, alla burocrazia, sono principalmente tutte le nostre istituzioni che appaiono arcaiche, organizzate per favorire soprattutto chi ci lavora e non i cittadini, estranee al criterio del merito: dominate da lobby sindacali o da cricche interne, dall’anzianità, dal formalismo, dalla tortuosità demenziale delle procedure, dalla demagogia che in realtà copre l’interesse personale.

Del sistema politico è inutile dire perché ormai è stato già detto tutto mille volte. I risultati complessivi si vedono. Tutte le reti del Paese (autostrade, porti, aeroporti, telecomunicazioni, acquedotti) sono logorate e insufficienti quando non cadono a pezzi. Come cade a pezzi tutto il nostro sistema culturale: dalle biblioteche ai musei ai siti archeologici. Siamo ai vertici di quasi tutte le classifiche negative europee: della pressione fiscale, dell’evasione delle tasse, dell’abbandono scolastico, del numero dei detenuti in attesa di giudizio, della durata dei processi così come della durata delle pratiche per fare qualunque cosa. E naturalmente ormai rassegnati all’idea che le cose non possano che andare così, visto che nessuno ormai più neppure ci prova a farle andare diversamente. Anche il tessuto unitario del Paese si va progressivamente logorando, eroso da un regionalismo suicida che ha mancato tutte le promesse e accresciuto tutte le spese.

Mai come oggi il Nord e il Sud appaiono come due Nazioni immensamente lontane. Entrambe abitate perlopiù da anziani: parti separate di un’Italia dove in pratica sta cessando di esistere anche qualunque mobilità sociale; dove circa un terzo dei nati dopo gli anni ‘80 ha visto peggiorare la propria condizione lavorativa rispetto a quella del proprio padre. Quale futuro può esserci per un Paese così? Popolato da moltissimi anziani e da pochi giovani incolti senza prospettive? 
Certo, in tutto questo c’entra la politica, i politici, eccome. Una volta tanto, però, bisognerà pur parlare di che cosa è stato, e di che cosa è, il capitalismo italiano. Di coloro che negli ultimi vent’anni hanno avuto nelle proprie mani le sorti dell’industria e della finanza del Paese. Quale capacità imprenditoriale, che coraggio nell’innovare, che fiuto per gli investimenti, hanno in complesso mostrato di possedere? La risposta sta nel numero delle fabbriche comprate dagli stranieri, dei settori produttivi dai quali siamo stati virtualmente espulsi a opera della concorrenza internazionale, nel numero delle aziende pubbliche che i suddetti hanno acquistato dallo Stato, perlopiù a prezzo di saldo, e che sotto la loro illuminata guida hanno condotto al disastro. Naturalmente senza mai rimetterci un soldo del proprio. Né meglio si può dire delle banche: organismi che invece di essere un volano per l’economia nazionale si rivelano ogni giorno di più una palla al piede: troppo spesso territorio di caccia per dirigenti vegliardi, professionalmente incapaci, mai sazi di emolumenti vertiginosi, troppo spesso collusi con il sottobosco politico e pronti a dare quattrini solo agli amici degli amici.

Questa è l’Italia di oggi. Un Paese la cui cosiddetta società civile è immersa nella modernità di facciata dei suoi 161 telefoni cellulari ogni cento abitanti, ma che naturalmente non legge un libro neppure a spararle (neanche un italiano su due ne legge uno all’anno), e detiene il record europeo delle ore passate ogni giorno davanti alla televisione (poco meno di 4 a testa, assicurano le statistiche). Di tutte queste cose insieme è fatta la nostra crisi. E di tutte queste cose si nutre lo scoraggiamento generale che guadagna sempre più terreno, il sentimento di sfiducia che oggi risuona in innumerevoli conversazioni di ogni tipo, nei più minuti commenti quotidiani e tra gli interlocutori più diversi. Mentre comincia a serpeggiare sempre più insistente l’idea che per l’Italia non ci sia più speranza. Mentre sempre più si diffonde una singolare sensazione: che ormai siamo arrivati al termine di una corsa cominciata tanto tempo fa tra mille speranze, ma che adesso sta finendo nel nulla: quasi la conferma – per i più pessimisti (o i più consapevoli) – di una nostra segreta incapacità di reggere sulla distanza alle prove della storia. E in un certo senso è proprio così.

L’Italia è davvero a una prova storica. Lo è dal 1991-1994, quando cominciò la paralisi che doveva preludere al nostro declino. Essa è ancora bloccata a quel triennio fatale: allorché finì non già la Prima Repubblica ma la nazione del Novecento: con i suoi partiti, le sue culture politiche originali e la Costituzione che ne era il riassunto, allorché finì la nazione della modernizzazione/industrializzazione da ultimi arrivati, la nazione del pervadente statalismo. Ma da allora nessuno è riuscito a immaginare quale altra potesse prenderne il posto.
Ecco a che cosa dovrebbe servire quella classe dirigente che tanto drammaticamente ci manca: a immaginare una simile realtà. A ripensare l’Italia, dal momento che la nostra crisi è nella sua essenza una crisi d’identità. Da vent’anni non riusciamo a trovare una formula politica, non siamo capaci d’azione e di decisione, perché in un senso profondo non sappiamo più chi siamo, che cosa sia l’Italia. Non sappiamo come il nostro passato si leghi al presente e come esso possa legarsi positivamente ad un futuro.

Non sappiamo se l’Italia serva ancora a qualcosa, oltre a dare il nome a una nazionale di calcio e a pagare gli interessi del debito pubblico. Abbiamo dunque bisogno di una classe dirigente che – messa da parte la favola bella della fine degli Stati nazionali e l’alibi europeista, che negli ultimi vent’anni è perlopiù servito solo a riempire il vuoto ideale e l’inettitudine politica di tanti – si compenetri della necessità di un nuovo inizio. Ripensi un ruolo per questo Paese fissando obiettivi, stabilendo priorità e regole nuove: diverse, assai diverse dal passato. Mai come oggi, infatti, abbiamo bisogno di segni coraggiosi di discontinuità, di scommesse audaci sul cambiamento, di gesti di mutamento radicale.

Mai come oggi, cioè, abbiamo bisogno proprio di quei segni e di quelle scommesse che però, – al di là della personale intelligenza o inclinazione stilistica di questo o quel suo esponente – dai governi delle «larghe intese» non siamo riusciti ad avere. […]

Con le «larghe intese», sfortunatamente, non si diminuisce il debito, non si raddoppia la Salerno-Reggio Calabria, non si diminuiscono né le tasse né la spesa pubblica, non si elimina la camorra dal traffico dei rifiuti, non si fanno pagare le tasse universitarie ai figli dei ricchi, non si fa ripartire l’economia, non si separano le carriere dei magistrati, non si costruiscono le carceri, non si aboliscono le Province, non si introduce la meritocrazia nei mille luoghi dove è necessario, non si disbosca la foresta delle leggi, non si cancellano le incrostazioni oligarchiche in tutto l’apparato statale e parastatale; e, come è sotto gli occhi di tutti, anche con le «larghe intese» chissà quando si riuscirà a varare una nuova legge elettorale, seppure ci si riuscirà mai. Si tira a campare, con le «larghe intese», questo sì: ma a forza di tirare a campare alla fine si può anche morire.

23 ottobre 2013 – Ernesto Galli della Loggia

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http://www.repubblica.it/economia/2013/11/15/news/alert_ue_sui_conti_italiani_a_rischio_gli_obiettivi_2014-71061609/

La Commissione Ue boccia la Manovra. Letta: “Conti ok, solo austerity soffoca”

L’Europa punta il dito contro il debito troppo elevato e il rientro troppo lento: il Belpaese non potrà sfruttare la clausola sugli investimenti che vale circa 3 miliardi. Il Mef risponde: “Non considerano molti provvedimenti”. Il premier alla Germania: “Forti, ma rischiate di restare in un deserto”. La Spagna bocciata per il deficit, la Francia ha fatto poco per le riforme

15 novembre 2013

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Un altro tema che ci sta molto a cuore, che spesso per questo trattiamo, riguarda le aziende. Questa purtroppo è la situazione:

http://www.corriere.it/economia/13_novembre_15/nuovo-record-fallimenti-italia-nove-mesi-default-10-mila-imprese-196ad6dc-4dd2-11e3-a50b-09fe1c737ba4.shtml

Nuovo record dei fallimenti in Italia
In nove mesi default per 10 mila imprese 

Esattamente sono state 9.902 in aumento del 12% rispetto allo stesso periodo del 2012

Vedi l’articolo “Contatore giornaliero delle imprese chiuse dall’inizio del 2013

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Aggiornamento del 18 novembre 2013:

http://www.leoniblog.it/2013/11/16/lo-schiaffo-di-bruxelles-meritato-dal-governo/

LO SCHIAFFO DI BRUXELLES MERITATO DAL GOVERNO

16 novembre 2013 – di Oscar Giannino

[…] La messa in mora della manovra finanziaria da parte di Bruxelles è motivata per gli insufficienti passi avanti nel contenimento del debito pubblico, che salirà al 134% del Pil, e per non aver dato retta alla raccomandazione dello scorso maggio di tassare meno persone e imprese e più le cose. Oggettivamente, il governo ha prestato il fianco a queste osservazioni. Ed è questa, per molti versi, la cosa incredibile.

Non è un mistero per nessuno che il rischio del deficit sopra il 3%, in ballo per 2013 e 2014, sia dipesa dalla guerra sull’IMU. […] Il governo ha risposto ieri che il giudizio di Bruxelles non tiene conto del fatto che le coperture, per centrare l’obiettivo di deficit al 2,5% per il 2014, nella legge di stabilità ci sono. Ma noi come osservatori abbiamo il dovere di dire che il contrasto parlamentare è tale che nessuno, oggi, è in grado ancora di dire a quanto davvero saliranno gli anticipi d’imposta per imprese e banche, né quanto saliranno le accise e su che cosa, e nemmeno come e se si eviterà il taglio automatico di 3 miliardi di detrazioni Irpef al 19%, attualmente previsto per il 2014 se non vi saranno tagli alla spesa. […]

Quanto al debito pubblico in aumento, certamente è colpa della recessione, che in Italia perdura. Ma proprio per questo il governo doveva da mesi pensare a un piano serio di dismissioni pubbliche. Sino a questo momento è stata decisa una modesta partita di giro immobiliare tra Tesoro e Cdp. Mentre Europa e mondo hanno visto il governo, attraverso le Poste, rientrare in Alitalia. Altro che privatizzazioni. Parole su cessioni di quote Eni e altro, ma solo parole. […]

Letta e Saccomanni devono tirare fuori più energia e rischiare il proprio nome su misure energiche, invece di delegare alla giostra parlamentare per il solo fine di durare. Il Capo dello Stato non ha mai detto né pensato che il governo delle cosiddette larghe intese doveva nascere per tirare a campare. Più volte, nelle ultime settimane, il Quirinale ha usato la striglia, dicendo che bisognava cambiare passo, stringere i tempi, avanzare proposte precise. Ora, è il momento. Altrimenti, se saranno ancor più forti i populismi, questa volta il governo dovrà prendersela anche con se stesso.

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