Nel seguente articolo Andrea Ichino illustra sinteticamente le ragioni per le quali l’Italia ha urgentemente bisogno di una scuola di qualità:

  1. per favorire la mobilità della scala sociale, che in Italia, come sappiamo, è largamente bloccata (vedi l’articolo “Il Paese della licenza media e dei “figli di papà”“);
  2. per migliorare la cultura tecnico-scientifica (un tema a noi molto caro, potete trovare nell’archivio molti articoli in merito);
  3. propone infine una soluzione, quella di decentrare il sistema di controllo, aumentando la libertà dei singoli istituti e possibilmente far competere gli istituti pubblici con quelli privati (come nel modello svedese).

Il tutto deve necessariamente passare per la valutazione e la selezione dei docenti, che in Italia è tutt’altro che meritocratica (vedi l’articolo “L’alba della meritocrazia nelle scuole: i concorsi si sostituiscono alle graduatorie per il reclutamento dei docenti“). Negli anni ’60-’70 era usanza che il preside della scuola si sedesse in aula durante le lezioni, proprio allo scopo di valutare i propri docenti. Oggi ci sono insegnanti che in aula si permettono di farsi gli affari loro (leggere riviste lasciando gli studenti a sè stessi, “oggi studio individuale”, diceva il mio professore di filosofia quando non aveva voglia di far lezione, mentre noi giocavamo a carte!) e persino di rispondere al cellulare (in alcuni stati, più seri del nostro, il professore che durante la lezione risponde al cellulare viene sospeso per un mese!). Infine i docenti dovrebbero seguire costantemente dei corsi di aggiornamento professionale: il mondo va avanti e la scuola non può permettersi di rimanere indietro, deve essere non solo al passo coi tempi, ma dovrebbe addirittura anticipare i tempi!!!

Il risultato del pessimo livello qualitativo della nostra scuola è evidente: i ragazzi di oggi crescono nell’ignoranza, è anche per questo che sono così diffusi i comportamenti devianti tra gli adolescenti (ad esempio il bullismo o il fenomeno delle ragazzine, di famiglia benestante, che si prostituiscono nei bagni delle scuole in cambio di regali): il solo antidoto contro tutta questa ignoranza si chiama “cultura” (vedi l’articolo “La fabbrica degli ignoranti”: libro-denuncia sul sistema scolastico ed universitario italiano“).

E’ stato appena approvato un nuovo decreto scuola: tutto molto bello, anche se la mera destinazione di fondi dal mio punto di vista non è sufficiente. E’ necessaria, ma non è sufficiente: destinare fondi è facile, è demagogico, ma è anche in parte inutile. I soldi non possono cambiare un sistema che non funziona. Non so cosa ne pensiate voi, ma io vorrei di più. Io voglio di più per i giovani di oggi, che saranno gli italiani di domani. Ma che, se andiamo avanti così, saranno molto più ignoranti degli italiani di oggi, che già non brillano per il loro livello culturale (vedi l’articolo “L’alfabetizzazione degli italiani“)…

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http://www.corriere.it/inchieste/ragazzine-doccia-che-si-prostituiscono-scuola-cambio-regali/7fe5237c-4706-11e3-a177-8913f7fc280b.shtml

Le «ragazzine doccia» che si prostituiscono a scuola in cambio di regali

7 novembre 2013 – Amalia De Simone

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http://www.corriere.it/opinioni/13_ottobre_21/tre-scelte-strategiche-scuola-perche-l-italia-torni-competere-97af413c-3a30-11e3-970f-65b4fa45538a.shtml

Tre scelte strategiche sulla scuola perché l’Italia torni a competere

L’allarme lanciato sabato al Forum del libro di Bari dal Governatore Visco, riguardo al ritardo di «competenza alfabetico funzionale» che ci impedisce di competere sul piano delle tecnologie avanzate, impone al Paese almeno tre scelte strategiche. Non sono scelte facili, ma la decisione non può essere ritardata.

La prima riguarda l’equilibrio tra due esigenze: quella di «non lasciare nessuno indietro» e quella di investire nel capitale umano di coloro che hanno le doti migliori per sfruttare pienamente l’investimento.

Il sistema formativo italiano, dopo il ’68, ha privilegiato la prima esigenza, ben rappresentata dal principio ispiratore della Scuola di don Lorenzo Milani a Barbiana: «Il programma scolastico si ferma fino a che tutti hanno capito». Questo principio ha posto fine a una odiosa scuola classista in cui solo i «Pierini» figli dei ricchi andavano avanti senza difficoltà, indipendentemente dalla loro capacità e intelligenza. Ma dalle macerie del sistema precedente è nata una scuola di pessima qualità per tutti, come lo stesso Governatore ci ricorda sulla base delle numerose indagini internazionali che lo dimostrano. E questo risultato non è certo andato a beneficio dei poveri. In Usa avere un padre laureato aumenta di 6 volte la probabilità di laurearsi piuttosto che fermarsi al diploma. In Italia l’aumento è di 24 volte, tanto che mentre in Usa conviene, se si può, laurearsi piuttosto che scegliersi la famiglia giusta, in Italia è vero il contrario. E questo perché, come disse Margareth Thatcher: «People from my sort of background needed Grammar schools to compete with children from privileged homes» (La gente della mia origine sociale aveva bisogno di buone scuole secondarie per competere con i ragazzi delle famiglie privilegiate). Una scuola di bassa qualità per tutti toglie ai poveri uno strumento per annullare il vantaggio dei ricchi. Quindi, dato che le risorse sono scarse, dobbiamo decidere quanto investire in scuole e università di qualità per quelli che davvero le meritano, poveri o ricchi che siano.

La seconda decisione difficile riguarda l’equilibrio tra cultura classica e cultura tecnico scientifica, ossia quella di cui il Governatore lamenta maggiormente la mancanza. Che io sappia, siamo rimasti l’unico Paese al mondo in cui, nella scuole tradizionalmente di élite, gli studenti dedicano il massimo delle loro energie a studiare latino, greco e materie umanistiche invece di dedicare più tempo ed energie a materie scientifiche. Si sente spesso dire che questo è un bene e lo dimostrerebbe il fatto che i diplomati del liceo classico, che poi vanno a studiare materie scientifiche all’università, non hanno problemi e anzi sono i migliori. Questo argomento non mi ha mai convinto perché se gli studenti che decidono di iscriversi al liceo classico sono i migliori già prima di iscriversi, è ovvio che poi siano i migliori anche dopo. La correlazione non implica necessariamente causazione. Anzi, sorge naturale il sospetto che se questi studenti avessero potuto modulare meglio il loro curriculum in preparazione di futuri studi scientifici il loro risultato sarebbe stato ancora migliore. Purtroppo le ore di lezione sono limitate anche per gli studenti più bravi. Cosa vogliamo che studino? I mitocondri o l’aoristo passivo? Anche perché se vogliamo retribuzioni elevate abbiamo bisogno di investire in tecnologia ad alto valore aggiunto nell’interesse di tutti, a ogni livello della scala sociale.

L’allarme del Governatore ci impone poi di decidere se continuare ad affidare solamente allo Stato il compito di migliorare il sistema formativo. È lo stesso Visco a dire che lo Stato non spende poco per la scuola italiana. Ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti, e quindi il sospetto è che spenda male. Non dovrebbe sorprendere, perché è difficile gestire dal centro una organizzazione più grande quasi dell’esercito americano. Per questo è necessaria una forte dose di autonomia e concorrenzialità reali, a tutti i livelli del sistema scolastico, riguardo alla gestione dell’offerta formativa e delle risorse, soprattutto umane. Questo proprio perché anche l’amministrazione pubblica più efficiente al mondo farebbe fatica a governare l’immensa struttura che il Miur (Ministero dell’istruzione, università e ricerca) pretende di gestire da viale Trastevere a colpi di «concorsoni» e circolari. Avete mai visto un anno scolastico in cui ogni classe abbia iniziato con tutti i suoi professori al loro posto o senza una girandola di supplenti?

In questo caso, però, la scelta è più facile. Non è necessario abbattere la scuola pubblica, anzi. Basta accettare il principio che la scuola è pubblica anche quando chi la gestisce non è lo Stato in prima persona, ma chi localmente ha le informazioni migliori per farlo, sottostando alle regole e alla valutazione che la collettività ritiene necessarie.

21 ottobre 2013 – Andrea Ichino
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https://www.leoniblog.it/2013/10/10/il-modello-svedese-tra-mito-e-realta/

IL “MODELLO SVEDESE” TRA MITO E REALTA’

DI GIACOMO LEV MANNHEIMER – 10 ottobre 2013

[…] Nel 1982 il Partito Conservatore presentò al Riksdag (il Parlamento svedese) una mozione a tutela della “libertà delle famiglie di scegliere l’asilo e la scuola dove mandare i propri figli. Nei mesi successivi interviste e sondaggi rilevarono l’insoddisfazione di genitori e insegnanti, oltre al risparmio di soldi pubblici che avrebbe sortito una riforma del sistema. E alla fine del 1983, una S.r.l. -la Pysslingen- aprì il primo asilo nido privato, puntando a razionalizzare le risorse in modo da mantenere costi ridotti pur offrendo servizi più mirati alle famiglie. Il caso suscitò tanto scalpore che il governo (nuovamente capeggiato da Olof Palme) emanò nel 1985 una legge ad hoc (la Lex Pysslingen) per vietare il conferimento di denaro pubblico agli asili privati.

La Lex Pysslingen restò in vigore fino al 1992, quando l’allora ministro Per Unckel riformò l’istruzione introducendo il sistema tuttora vigente, basato sul sistema dei voucher ideato da Milton Friedman. Con questo sistema i Comuni versano all’istituto che lo studente decide di frequentare un voucher d’importo pari al costo medio di una scuola pubblica del Comune stesso. Le scuole non possono prevedere costi aggiuntivi, né scegliere gli studenti da accogliere: entra chi s’iscrive prima.

Prima della riforma gli allievi di scuole private erano meno dell’1% del totale; oggi sono il 30%. Le scuole private devono seguire, nella determinazione dei programmi e dei metodi educativi, alcuni criteri, ma godono di un’ampia libertà di scelta. Il costo medio annuo per studente nel 2011 è stato, per le scuole pubbliche, di 10.900 euro per le elementari e 11.340 euro per le superiori; per le scuole private rispettivamente di 9.860 e 10.240 euro. Il sistema, così costruito, ha creato concorrenza non solo nella razionalizzazione delle spese ma anche, e soprattutto, nel livello dell’istruzione. E non è certo una novità che quella svedese sia una delle migliori al mondo, come confermano numerose statistiche (questo un recente esempio fra i tanti).

Anche chi opponeva pregiudizi e ideologie al fatto che a gestire l’istruzione fossero società a scopo di lucro ha dovuto ricredersi. Gli stessi socialdemocratici, che vent’anni fa paventavano una correlazione automatica tra profitto e minore qualità dell’istruzione, richiedono oggi solamente l’allineamento di tutte le scuole a determinati standard qualitativi. Il che, peraltro, non sembra essere affatto un problema. Nei test nazionali del 2010, per esempio, 47 delle 50 scuole peggio classificate erano pubbliche. Per quanto riguarda il profitto, questo non è e non può essere lo scopo su cui si regge il sistema educativo di un paese. Ma è uno stimolo all’innovazione e all’efficienza.

Le scuole private ricevono un importo pari alla media del costo di una scuola pubblica per ogni studente iscritto. Dunque, guadagnano in base al numero di studenti che riescono ad attirare. E come li attirano? Non certo con costi più bassi, che non possono offrire. Bensì, evidentemente, con un più alto tasso qualitativo. Una delle “società di scuole” più grandi del paese, la “Kunskapsskolan”, ha aperto il primo istituto nel 2000. Ma i profitti hanno iniziato a superare le perdite solo nel 2009. Cos’avrà fatto questa società in quei 9 anni? La risposta è semplice: cercato di attrarre più studenti, migliorando la qualità dei servizi offerti.

Quello dell’istruzione è solo uno dei molti campi in cui un nuovo patto pubblico/privato e un allentamento della tensione ideologica fra diverse bandiere politiche potrebbero aiutare l’Italia a migliorarsi. Prendendo esempio da paesi -come la Svezia- la cui “vena sociale” non possa essere messa in discussione.

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http://www.corriere.it/cultura/12_novembre_27/taglietti-scuola-giusta-paese-top_edfda238-3886-11e2-a2c7-8d9940659020.shtml

La scuola è giusta? Paese al top

In Finlandia e Corea sistemi d’insegnamento opposti ma vincenti

I modelli sono Finlandia e Corea del Sud: sono queste le superpotenze dell’istruzione, come emerge da una corposa ricerca sui sistemi educativi di 50 Paesi, realizzata dall’Economist Intelligence Unit per la multinazionale dell’educazione Pearson. Lo studio viene presentato oggi a Londra e ha come obiettivo principale supportare politici, dirigenti scolastici e ricercatori universitari nell’individuare i fattori chiave di miglioramento della scuola.

L’idea è che, per quanto sia difficile da quantificare, c’è un collegamento evidente tra le conoscenze e le competenze con cui i giovani entrano nel modo del lavoro e la competitività economica di un Paese a lungo termine. […]

La classifica, che vede l’Italia al ventiquattresimo posto, propone un nuovo parametro di valutazione, l’«Indice globale sulle capacità conoscitive e il raggiungimento del livello di istruzione», basato su test internazionali (quello dell’Ocs-Pisa, le valutazioni Timms e Pirls), ma anche dati nazionali sulla media di conseguimento di diploma e laurea. […]I due Paesi al vertice della classifica, Finlandia e Corea del Sud, propongono due sistemi educativi completamente diversi: mentre quello coreano è rigido, basato su verifiche, test, apprendimento mnemonico e obbliga gli studenti a investire molto tempo nella loro istruzione (oltre il 60 per cento dopo la scuola segue lezioni private), quello finlandese è molto più duttile e soft: le ore di scuola sono inferiori rispetto a molti altri Paesi (in Italia il tempo passato sui banchi è superiore di tre anni), non vengono assegnati compiti a casa, viene privilegiata la creatività sull’apprendimento mnemonico.

Ciò che accomuna i due Paesi è l’importanza attribuita all’insegnamento. La ricerca evidenzia che entrambi danno grande importanza all’arruolamento e all’aggiornamento della classe docente (Finlandia e Corea del Sud scelgono gli insegnanti tra i migliori laureati). Entrambi fanno leva sul senso di responsabilità nel raggiungimento degli obiettivi e sono caratterizzati da un’idea morale diffusa nella società che motiva docenti e studenti (in entrambe le società il rispetto per l’insegnante è considerato fondamentale).

[…] Uno studio su due milioni e mezzo di americani ha stabilito che gli studenti che hanno avuto insegnanti migliori hanno più probabilità di frequentare college prestigiosi, guadagnano di più, vivono in quartieri di migliore status economico-sociale, risparmiano di più per la pensione e, addirittura, hanno meno probabilità di avere gravidanze adolescenziali.

[…] Il fatto di anticipare, nella formazione, quelli che saranno i lavori di domani, ha fatto sì che il sistema educativo di Singapore, per esempio, fin dal 1997, sia passato da una forma di apprendimento tradizionale, con grande attenzione allo studio mnemonico, a una formazione che si basa su matematica, scienza e cultura generale combinata con l’apprendimento di come applicare le informazioni che si acquisiscono. I sistemi scolastici di alcuni dei Paesi che si collocano più in alto nella classifica si basano su un’enfasi maggiore sullo sviluppo di «creatività, personalità e collaborazione».

Dallo studio emerge che insegnare a lavorare in squadra, a interagire ed empatizzare con gli altri è la sfida della scuola di domani, tanto che un gruppo di lavoro che include i ministeri dell’Educazione di alcuni Stati stanno cercando di elaborare un metro di valutazione per queste abilità, che verrà introdotto nel programma di valutazione internazionale Pisa del 2015.

Cristina Taglietti – 27 novembre 2012

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Libro “L’Italia che va a scuola” di Salvo Intravaia

Quanto costa la scuola italiana? È vero che nel nostro paese ci sono “troppi insegnanti” come si sente dire ormai da qualche tempo? È vero che gli alunni italiani sono così “somari” se raffrontati ai coetanei europei? La maggior voce di spesa dell’istruzione italiana è costituita dagli stipendi degli insegnanti, per contenerla si potrebbe ridurne il numero. Ma quanti sono? Vanno conteggiati solo i cosiddetti “docenti in servizio”? Solo i professori di ruolo o anche i supplenti? E, nel secondo caso, quali supplenti, soltanto quelli in servizio per tutto l’anno o anche quelli temporanei? E i precari? E di quali graduatorie: quelle a esaurimento o anche quelle d’istituto? Salvo Intravaia comincia da esempi come questi per raccontare nel dettaglio la scuola italiana, con numeri, tabelle e dati alla mano, e scrive un’inchiesta a tutto campo su un mondo che coinvolge almeno 15 milioni di persone, fra genitori, docenti, alunni, dirigenti scolastici, segretari e bidelli. Un universo caotico, contraddittorio ma ricco di possibili risorse per rilanciare un sistema che adesso fa acqua un po’ da tutte le parti.

Libro “5 in condotta. Tutto quello che bisogna sapere sul disastro della scuola” di Mario Giordano

L’ultimo libro della Bibbia? La pocalisse. Tiepolo? Il fratello di Mammolo. Vasco de Gama? Circoncise l’Africa. E l’Infinito di Leopardi? Leopardare. Benvenuti nella scuola italiana, che in dieci anni nelle superiori ha promosso nove milioni di alunni (tanti quanti la popolazione della Svezia) con lacune gravissime, che porta in quinta elementare un bambino su due con problemi di lettura e manda all’università giovani convinti che il Perù sia un biscotto al cioccolato. Benvenuti in questa scuola che cade a pezzi (20.000 edifici a rischio su 42.000, 240 alunni feriti ogni giorno), che si fa soffocare a volte dall’ideologia, a volte dalla pignoleria, e quasi sempre dalla burocrazia (2 circolari da leggere in media per ogni giorno di lezione). Mario Giordano ci accompagna in un viaggio, dai risvolti sorprendenti, dentro un disastro che non possiamo più sopportare, ma anche dentro quel “miracolo che si ripete ogni giorno”, grazie al quale la scuola “resta in piedi, nonostante tutto, contro tutto”: insegnanti che, con passione e tenacia, resistono in trincea e non hanno alcuna intenzione di arrendersi; istituti d’eccellenza e studenti brillanti, che trionfano alle olimpiadi di matematica e ai certamen di latino. Con la speranza che, di qui, possa iniziare un futuro diverso. Perché un’Italia migliore può nascere solo da una scuola migliore.

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http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Il-decreto-scuola-e-legge-Carrozza-Restituite-risorse-dopo-anni-di-tagli_32833237685.html

Il decreto scuola è legge. Carrozza: “Restituite risorse dopo anni di tagli”

7 novembre 2013

[…] Borse per il trasporto studentesco, fondi per il wireless in aula e il comodato d’uso di libri e strumenti digitali per la didattica, finanziamenti per potenziare l’orientamento in uscita dalla scuola secondaria e per la lotta alla dispersione, innovazioni nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro. Ma anche un piano triennale di assunzioni dei docenti e degli Ata, la stabilizzazione di oltre 26mila insegnanti di sostegno, novità sul fronte dell’edilizia scolastica. Sono alcuni dei principali contenuti del decreto approvato. […] In particolare, il provvedimento prevede stanziamenti per gli studenti e le famiglie. Welfare dello studente: 100 milioni per aumentare il Fondo per le borse di studio degli studenti universitari a partire dal 2014 e per gli anni successivi. […]

Libri di testo. Per quest’anno scolastico gli studenti di tutte le istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione potranno utilizzare liberamente libri di testo nelle edizioni precedenti, purché conformi alle indicazioni nazionali. Otto milioni complessivi (2,7 per il 2013 e 5,3 per il 2014) vengono stanziati per finanziare l’acquisto da parte delle scuole (o reti di scuole) di libri di testo e ebook da dare in comodato d’uso agli alunni in situazioni economiche disagiate. Il provvedimento prevede che i testi cosiddetti ‘consigliati’ potranno essere richiesti agli studenti solo se avranno carattere di approfondimento o monografico. L’adozione dei testi scolastici diventa facoltativa: i docenti potranno decidere di sostituirli con altri materiali.

Vengono previsti 15 milioni (3,6 per il 2013, 11,4 per il 2014) per la lotta alla dispersione scolastica in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Orientamento degli studenti: 6,6 milioni (1,6 per il 2013 e 5 per il 2014) per potenziare da subito l’orientamento degli studenti della scuola secondaria di primo e di secondo grado. Sarà coinvolto nel processo l’intero corpo docente. Sono previsti interventi specifici per l’orientamento degli studenti con disabilità. Saranno previste anche misure per far conoscere agli studenti il valore educativo e formativo del lavoro, anche attraverso giornate di formazione in azienda.

Potenziamento dell’offerta formativa: 13,2 milioni (3,3 per il 2014 e 9,9 per il 2015) per potenziare l’insegnamento della geografia generale ed economica. Un’ora in più negli istituti tecnici e professionali al biennio iniziale. E ancora, tre milioni per il 2014 per finanziare progetti didattici nei musei, nei siti di interesse storico, culturale e archeologico o nelle istituzioni culturali e scientifiche. I bandi sono rivolti alle scuole, ma anche alle Università e alle Accademie delle Belle Arti e alle Fondazioni culturali.

Detrazioni fiscali al 19% anche per le donazioni a favore di Università e Istituzioni di Alta formazione artistica. Le donazioni dovranno riguardare innovazione tecnologica, ampliamento dell’offerta formativa, edilizia. Parte del Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa sarà vincolata alla creazione o al rinnovamento di laboratori scientifico-tecnologici che utilizzano materiali innovativi. Prevista l’acquisizione dei primi elementi della lingua inglese già nella scuola dell’infanzia. […]

Stanziati 10 milioni per il 2014 per la formazione del personale scolastico. In particolare, la norma punta ad un rafforzamento delle competenze digitali degli insegnanti, della formazione in materia di percorsi scuola-lavoro e a potenziare la preparazione degli studenti nelle aree ad alto rischio socio-educativo. Altri 10 milioni nel 2014 serviranno per l’accesso gratuito del personale docente di ruolo e con contratto a termine della scuola nei musei statali e nei siti di interesse archeologico, storico e culturale. […].

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Aggiornamento del 26 giugno 2014:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-06-24/identikit-docente-italico-ocse-pubblica-nuovo-rapporto-talis-230540.shtml

Identikit del docente italico: l’Ocse pubblica il nuovo rapporto Talis

[…] Solo il 30% dei nostri docenti insegna in scuole in cui viene valutata l’abilità di insegnamento in classe (OCSE: 92,6%), ma in Italia, Giappone, Norvegia e Spagna, anche là dove ciò avviene, nella maggior parte dei casi la procedura non ha alcuna conseguenza sulla carriera.

L’insegnante del prossimo futuro? Secondo l’OCSE deve essere necessariamente aperto alle più nuove tecnologie, e informato sui risultati delle ultime ricerche in fatto di innovazione pedagogica e apprendimento: “Perché questo sia possibile, c’è bisogno di agevolare l’accesso per i docenti ad aggiornamenti professionali altamente qualificanti” […]

http://www.lettera43.it/cronaca/scuola-italia-e-paese-ocse-con-docenti-piu-anziani_43675132990.htm

Scuola, Italia è Paese Ocse con docenti più anziani

[…] L’Italia è il Paese Ocse con gli insegnanti più anziani, con un’età media di 48,9 anni e oltre il 50% di over 50. L’ha riferito lo studio Talis (Teacher and Learning International Survey) dell’organizzazione parigina sulle condizioni di lavoro nella scuola, condotto sui dati del 2013.

GLI UNDER 30 SONO L’1%. Nel nostro Paese, il 39,2% degli insegnanti di scuola primaria e secondaria ha tra 50 e 59 anni, e l’11,1% ne ha 60 o più. Gli insegnanti under 30 sono appena l’1%, quelli under 40 il 16,7%. La situazione è simile anche per i presidi: con 57 anni di età media, l’Italia è seconda solo alla Corea (58,8) e a pari merito con il Giappone. Oltre l’85% dei presidi italiani ha più di 50 anni, e il 46,5% ne ha più di 60. […]

PRECARIATO SCOLASTICO AL 18,5%. Inoltre in Italia il 18,5% degli insegnanti di scuola primaria e secondaria sono precari, con contratti a tempo determinato da un anno scolastico o meno. La percentuale è la quarta più elevata tra i Paesi membri dell’organizzazione, dopo Romania (25%), Cipro (20,1%) e Finlandia (19,2%), e a pari con il Cile. Il dato, ha riportato sempre l’Ocse, è in lieve calo rispetto a cinque anni prima, quando i precari erano il 19,4%.

PRESIDI LAMENTANO MANCANZA DI RISORSE. Il precariato però non è l’unico problema della scuola italiana. Oltre la metà dei presidi italiani ritiene che nella sua scuola ci sia una mancanza di risorse, materiali e umane, che ha un impatto negativo sull’insegnamento. Per il 56,4% il materiale pedagogico è insufficiente o inappropriato, per il 56% computer per allievi e professori sono insufficienti, per il 47,4% la disponibilità di connessione Internet è inadeguata e per il 43,6% le risorse bibliotecarie sono carenti. Sul fronte delle risorse umane, il 58% dei presidi italiani rileva una carenza nel numero di insegnanti di sostegno, e il 77,5% in quello del personale non docente.

25 Giugno 2014

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