Per rendervi conto della tragica situazione in cui, spesso e volentieri, si trovano le nostre povere imprese, potete leggere il seguente articolo e guardare il video di cui troverete di seguito il link: tutto ciò che viene detto nel video sono pure stupidaggini volte a terrorizzare i cittadini. Ostacoliamo pure le fonti rinnovabili, ma poi non lamentiamoci se aumentano le bollette dell’energia…

Fortunatamente ora la situazione sembra essersi sbloccata, anche se con notevole ritardo…

http://www.spazioliblab.it/?p=149

biogas a Lusurasco (Piacenza): una storia su cui riflettere

di Carlo Annoni – gennaio 2009

La tortuosa vicenda dell’impianto BIOGAS proposto da Conserve Italia presso lo stabilimento di Lusurasco di Alseno merita una riflessione pubblica in quanto esempio di progetto industriale economicamente e ambientalmente vantaggioso per la comunità, e purtroppo bloccato da chiacchiere, ignavia e opportunismi.

Prima di azzardarmi a qualche considerazione vorrei sintetizzare la vicenda, il cui avvio formale è datato febbraio 2008:

  • Stiamo parlando di un impianto per la cogenerazione di calore ed energia elettrica alimentato a Biogas della potenza di circa 1MW elettrici e come tale classificato nei piccoli impianti di produzione energetica.
  • L’impianto, per la produzione del biogas, sfrutta la digestione anaerobica degli scarti (o meglio sottoprodotti) di origine agricola provenienti dalle lavorazioni dello stabilimento (che ricordo produrre mais dolce).
  • L’impianto permetterebbe alla azienda di produrre 8.000.000 KWh/anno di energia elettrica oltre al calore che verrebbe utilizzato nel ciclo produttivo aziendale, con un ricavo o risparmio per la stessa di centinaia di migliaia di euro all’anno.
  • L’impianto consentirebbe di evitare la dispersione in atmosfera di metano e altri gas serra (equivalente a migliaia di tonnellate di CO2), cui va aggiunta la compensazione di alcune migliaia di tonnellate equivalenti di CO2 recuperate con la produzione di energia e il mancato traffico di camion. Per avere un confronto si pensi che un’auto di media cilindrata percorrendo 12.000 Km all’anno produce meno di 2 tonnellate di CO2.
  • La tecnologia utilizzata per l’impianto è matura e in Europa sono migliaia gli impianti esistenti, in genere localizzati proprio nei Paesi con maggiore sensibilità ambientale (Germania, Danimarca, Austria, Svezia).
  • Da prima della formalizzazione della richiesta è già attivo un comitato locale contro l’impianto.
  • La Conferenza dei Servizi, organo preposto dalla Provincia alla approvazione del progetto, il 16/12/08, decide che, “pur a fronte di valutazioni di tipo ambientale non sfavorevole, ritenuto di esprimersi per la necessità di sottoporre il progetto alla procedura di VIA [nda: VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE], in considerazione della ravvisata non conformità urbanistica del progetto stesso alle previsioni del vigente piano strutturale del Comune di Castell’Arquato”.

Che dire ora, dopo aver elencato i fatti?

Partirei dal fatto che ci troviamo, dopo quasi un anno dalla richiesta, con un importante investimento economico e ambientale fermato da una nuova richiesta di produzione di documentazione e adempimenti burocratici.

Certo che, se un impianto da energie rinnovabili da 1MW (quindi un impianto per legge non soggetto al VIA), si trova a sottostare alle stesse incombenze e lungaggini di una centrale nucleare, ci sembra evidente che in Italia le energie rinnovabili non riescano a crescere e si riparli invece di nucleare, per il quale se non altro gli interessi e gli appetiti sono ben maggiori. Mi sembra anche evidente del perchè l’Italia attiri così pochi investimenti esteri: quale capitalista investirà mai in Italia vista la totale incertezza delle procedure decisionali? Visti i tempi indefiniti con cui si potrà realizzare l’investimento?

Cito a proposito le conclusioni di uno studio commissionato da APER (Associazione Produttori Energie Rinnovabili) riportato sul sito ENEL.IT e che afferma:

“È tuttavia importante ricordare che per tutte le fonti, secondo APER, oltre ai costi di produzione riportati nello studio, vanno considerati degli extra-oneri imputabili all’inefficienza del “sistema Italia”. Extra costi che attualmente gravano per circa il 35% oltre ai costi reali. Si tratta di oneri non connessi alle tecnologie, bensì al “rischio” del processo autorizzativo, alla dipendenza da tecnologie di importazione, agli effetti della sindrome NIMBY [NdA: Non nel mio cortile], agli oneri compensativi eccetera”.

Ora questo problema riguarda certamente le energie rinnovabili, ma in realtà riguarda tutte le imprese, anche se con percentuali di aggravio diverse.

Ma ci possiamo permettere questi costi aggiuntivi?

La risposta ce la darà nei prossimi anni chi, come Conserve Italia, vede i propri progetti industriali fermati da argomenti inconsistenti che trovano nell’opportunismo dei politici (in questo caso quelli della opposizione del centro-destra che ha cavalcato irresponsabilmente la protesta di pochi) e nella ignavia di tecnici e amministratori preoccupati di porsi contro qualche potenziale elettore.

L’impianto di Lusurasco, se l’investimento dovesse ancora tardare, diventerà probabilmente antieconomico in tempi brevi e quindi ci dovremo aspettare la crisi di una azienda oggi sana e vitale.

Come ha affermato recentemente Michele Lodigiani, Presidente di Confagricoltura Piacenza, in relazione a questa vicenda e alla decisione della Conferenza Servizi: “Chi pensa che gli imprenditori possano lavorare in queste condizioni è al di fuori della realtà.”

Non ultimo, grazie a (non) decisioni come queste, la politica del governo Berlusconi troverà motivi e ragioni per frenare accordi europei e internazionali di difesa ambientale. E di questo ci ringrazieranno i figli e le generazioni future.

Vorrei, se possibile, essere ancora piu’ negativo nel fare un bilancio di questa vicenda. Nei giorni scorsi Mario Spezia, vice-presidente della Provincia di Piacenza, ha inviato una lettera aperta a Conserve Italia per stigmatizzare le non-decisioni della Provincia stessa.

Riporto letteralmente le conclusioni per poi soffermarmi su alcune di queste:

..” sono anche io [Mario Spezia] deluso dal risultato finale della Conferenza dei Servizi:

  • come cittadino per la mostruosità di una burocrazia che ha ormai acquisito enormi strumenti legali per procrastinare all’infinito ogni decisione;
  • come Assessore all’Agricoltura per il danno di immagine e di prospettiva di sviluppo economico che da questa vicenda può derivare al nostro sistema agricolo ed agroalimentare in una fase di costruzione (attraverso il PTCP) delle future politiche territoriali che vogliamo,invece, incentrare proprio sul mantenimento della ruralità del territorio e, quindi, del sostegno al mondo agricolo;
  • come iscritto e militante di un partito, e sostenitore della democrazia e della partecipazione quale unico ed effettivo momento di crescita e di progresso sociale, per la ennesima certificazione della “inutilità della politica” che, autonomamente, ci siamo rilasciati.

Ora, quando la vita delle imprese (e dei cittadini) è in balia dei capricci della burocrazia, sappiamo bene che si creano le condizioni perchè dalle strade ufficiali si passi alle scorciatoie. Non è un caso che la corruzione sia maggiore nei Paesi in cui alla certezza delle leggi e dei tempi subentrano la discrezionalità dei potenti di turno (non necessariamente i politici, ma spesso alti funzionari e burocrati), che utilizzano la burocrazia ai propri fini. Sappiamo anche che i capitali sono nomadi, e che, se non trovano adeguati modi di investimento in un Paese, vanno altrove. Il problema della crisi italiana è anche questo.

Infine la “inutilità della politica”, o meglio direi della inutilità della democrazia, che sembra palesarsi a fronte della incapacità della democrazia a decidere.

Se la democrazia diventa incapace di decidere è evidente che, alla prima situazione di crisi, si consideri la democrazia stessa come un lusso di cui si può e si deve fare a meno.

Se la democrazia non decide allora la società cerca e cercherà risposte che garantiscono decisioni, pur che sia, vuoi attraverso mezzi extra-legali vuoi sospendendo nei fatti la democrazia partecipativa.

Tendenze entrambe non puramente teoriche nell’Italia attuale.

I partiti che incoraggiano o semplicemente subiscono veti e ricatti sanno che stanno minando la democrazia alle fondamenta, perchè una democrazia che non decide è un orpello inutile che prima o tardi verrà sacrificato alle necessità della società.

Per questo ritengo sia importante affrontare con evidenza pubblica questo piccolo caso, che altro non è che il paradigma di uno Stato che non funziona e rischia di fallire. Con tutti noi.

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Biogas a Lusurasco di Alseno (PC) (video YouTube)

Comitato “Difendiamo la nostra salute”, il biogas a Lusurasco

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http://www.ilpiacenza.it/economia/biogas-lusurasco-visita-istituzionale-pomposa-ferrara.html

Biogas a Lusurasco, Provincia e sindacati “a lezione” a Ferrara

Viaggio istituzional-sindacale a Pomposa (Ferrara) dove è in funzione un impianto che sarà (sembra) uguale a quello di Alseno. Ma a Lusurasco bocce ferme. E gli iter degli impianti erano partiti insieme

[…] COME FUNZIONA – I sottoprodotti vengono trasferiti alle vasche di miscelazione delle frazioni solide con quelle liquide e, a seguire, al serbatoio idrolizzatore dove avvengono le prime reazioni di scomposizione dei materiali. Da questo serbatoio il composto passa ai cosiddetti digestori (camere a chiusura stagna) dove, in ambiente chiuso, avviene la produzione di una miscela principalmente composta da metano, che viene raccolto in un gasometro che funge da grande ‘contenitore’ per l’alimentazione del motore a scoppio, da cui la produzione di corrente elettrica. Il cosiddetto digestato (il residuo della lavorazione) viene essiccato e riutilizzato come concime organico per giardinaggio. Il sopralluogo è proseguito lungo le linee di lavorazione del pomodoro e della frutta sciroppata.

“VEDERE DA VICINO PER SAPERE COME SARA’ AD ALSENO” – “Si è trattato – spiegano i tre assessori provinciali – di una visita tecnico-istituzionale per verificare sul campo la validità e gli effettivi impatti ambientali di simili impianti. Abbiamo accettato l’invito degli organizzatori, le rsu dell’azienda”. Esprimo grande soddisfazione per la visita odierna di amministratori, tecnici e sindacati al nostro stabilimento che ritengo utile e indispensabile per valutare (dal vivo) il funzionamento a pieno regime del moderno impianto biogas di Pomposa, che possiede le stesse caratteristiche tecniche dell’impianto previsto per lo stabilimento di Alseno. L’apprezzamento mostrato dalla delegazione piacentina è la miglior conferma dell’assoluta trasparenza dei nostri comportamenti e un ulteriore stimolo a portare avanti con serietà e decisione il progetto di Alseno”.

UNA VISITA UTILE – “La visita odierna a Conserve Italia è stata utilissima, ci ha consentito di vedere un impianto di biogas estremamente avanzato dal punto di vista tecnologico. Abbiamo toccato con mano un’esperienza di recupero energetico di sottoprodotti della lavorazione agroalimentare, del tutto simile a quella in progetto a Lusurasco. Un perfetto esempio di chiusura del ciclo produttivo, un segno tangibile di un’economia più attenta all’ambiente e all’energia”. Questo il commento a margine del sopralluogo di questa mattina allo stabilimento Conserve Italia di Pomposa (Ferrara) del segretario generale della Cgil Paolo Lanna e di Marina Molinari, della segreteria Cisl. “Abbiamo effettivamente appurato che quello visto è un impianto a bassissimo impatto ambientale. Nel concreto – precisano i due esponenti sindacali – bisogna approfondire il progetto di Alseno affinché, sulla scorta dell’esempio di Pomposa, dia le migliori garanzie alla popolazione che abita nelle vicinanze”

“BISOGNA SBRIGARSI” – L’iter dell’impianto di Pomposa è partito nell’identico periodo di quello di Alseno (gennaio 2008), trovando conclusione ben prima, tanto che l’impianto è in funzione già da un mese e mezzo. In questi mesi l’annuncio ha scatenato una ridda di voci. “Lo ribadiamo: siamo favorevoli al biogas a Lusurasco. L’impianto è a ciclo chiuso, utilizza in loco i sottoprodotti della lavorazione del mais, senza occupare terreni con coltivazioni dedicate unicamente all’energia. Auspichiamo che la visita di oggi possa eliminare dubbi e perplessità e speriamo di essere finalmente arrivati alle battute conclusive di questa lunga procedura”, dicono dalla direzione dell’azienda.

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Aggiornamento dell’11 maggio 2014:

http://www.energiafelice.it/se-il-biogas-agricolo-diventa-business/

Se il biogas agricolo diventa business

[…] Produrre energia da biogas agricolo significa utilizzare il metano prodotto dalla fermentazione anaerobica di deiezioni animali e/o biomasse (mais, triticale, sorgo foto) per alimentare un cogeneratore che trasforma il biogas in energia elettrica e termica.  Grazie alla vendita dell’energia elettrica e ad un sistema di incentivi molto generoso, gli agricoltori che adottano questa tecnologia fanno grandi profitti.

Gli impianti a biogas hanno iniziato a diffondersi in modo consistente a partire dalle politiche di incentivazione, giustificate secondo una triplice retorica. La prima: produrre energia da biogas è necessario per ridurre le emissioni di anidride carbonica in atmosfera; secondo la vulgata dominante, il processo che porta alla produzione di energia è neutro dal punto di vista delle emissioni climalteranti; le biomasse rilasciano in atmosfera l’anidride carbonica assorbita durante il ciclo di vita, con un bilancio perciò uguale a zero. La seconda: produrre energia da biogas è necessario per sostituire le fonti fossili con fonti rinnovabili prodotte sui nostri territori, riducendo la dipendenza del nostro paese dall’estero. La terza: produrre energia da biogas vuol dire incrementare la multifunzionalità delle aziende agricole, consentendo loro di fare profitti ed investire nell’ammodernamento ecologico dei sistemi produttivi.

Questa triplice argomentazione, che ha giustificato la strutturazione di un sistema di incentivi molto generoso, è stata smentita dai fatti. La tecnologia del biogas agricolo, per come si è  affermata in Italia, è stata utilizzata soprattutto come dispositivo di ulteriore modernizzazione e artificializzazione dei processi produttivi delle aziende agricole, vanificando e contraddicendo gli obiettivi che i policy makers si erano dati – ammesso che gli obiettivi reali coincidessero con quelli dichiarati.

Le aziende agricole hanno sostanzialmente due modi di organizzare la produzione di energia da biogas: il modo contadino e il modo imprenditoriale.

Le aziende che adottano il  modello contadino utilizzano la tecnologia del biogas come dispositivo per chiudere i cicli aziendali e conquistare margini di autonomia dal mercato nella riproduzione di fattori produttivi come energia e fertilizzanti. Si tratta di medio-piccole aziende zootecniche, nelle quali  il digestore che produce biogas è proporzionato rispetto alle dimensioni dell’azienda. Le deiezioni animali vengono sottoposte a digestione anaerobica e dal processo vengono prodotti energia e  fertilizzante. Il fertilizzante organico viene distribuito nei campi, sostituendo anche nella totalità i fertilizzanti chimici comprati dall’agroindustria, e l’energia viene in parte venduta alla rete nazionale (quella elettrica) e in parte utilizzata per il riscaldamento delle stalle e degli edifici aziendali (quella termica). In questo modo, l’azienda agricola riduce gli input esterni e diventa più autonomia nelle riproduzione di alcuni fattori produttivi.

Le aziende che adottano il modello imprenditoriale – e nel caso italiano sono la maggior parte – utilizzano invece il biogas come dispositivo per incrementare il giro d’affari e ampliare la scala aziendale. La taglia dei digestori adottata è solitamente più grande rispetto alle capacità produttive dell’azienda e alle deiezioni animali vengono aggiunte colture dedicate come mais e triticale. In questo modo le imprese agricole utilizzano suolo agricolo per alimentare i digestori. Si stima che nel Nord Italia siano circa 200 mila gli ettari occupati a colture destinate alla produzione di energia da biogas. Per queste aziende il biogas non è funzionale alla chiusura dei cicli aziendali e tanto meno alla riconquista di margini di autonomia rispetto ai mercati. Infatti, esse acquistano  sul mercato i mangimi che prima dell’adozione della tecnologia del biogas coltivavano su terreno aziendale.

Oggi i terreni sono utilizzati a scopo agroenergetico e la produzione di energia diventa il principale business aziendale.  In molti casi, questo comporta un ampliamento di scala delle imprese agricole: esse tendono a incrementare il numero di animali allevati – intensificando così il rapporto tra terreni e numero di capi – per avere più materiale organico da utilizzare nei digestori e produrre in questo modo più energia. Energia che viene venduta per riscuotere gli incentivi (quella elettrica), ma che in gran parte viene dispersa in atmosfera sotto forma di calore, perché eccedente rispetto ai bisogni aziendali (quella termica). E’ una vera e propria speculazione sugli incentivi, che porta le aziende ad ingrandirsi anche grazie all’ingresso di capitali industriali che sostengono gli investimenti.

In questo modo, quella che secondo la retorica corrente  doveva essere una politica per l’ambiente e per lo sviluppo rurale, nella pratica ha generato un aggravamento dei problemi ambientali legati agli allevamenti intensivi, una competizione per l’utilizzo della terra, una ulteriore “modernizzazione”, specializzazione e industrializzazione dell’agricoltura.

Il modo di produzione contadino, però, ci dice che una alternativa è possibile. Che le nuove tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili possono essere utilizzate in modo eco-compatibile, se la logica non è quella del profitto, ma quella della riproducibilità delle risorse naturali. E soprattutto, dimostra che non esistono energie rinnovabili buone in sé, e che i modelli sociali e produttivi con i quali esse sono adottate sono determinanti per conciliare produzione e ambiente. Perché ciò sia possibile, però, servono politiche nuove, che non facilitino la speculazione, ma premino l’agricoltura eco-compatibile.

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Aggiornamento del 14 febbraio 2015:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/daniela-patrucco/aziende-agricole-o-agro-energetiche-luci-e-ombre-del-biogas/febb

Aziende agricole o agro-energetiche? Luci e ombre del biogas

[…] In Italia esistono circa 1300 impianti di produzione di biogas in ambito agricolo. Nel solo 2013 il valore aggiunto ammonta a 347,5 milioni di euro con 2695 occupati diretti. Con una crescita del numero degli impianti del 490% e un aumento del 267,4% dell’energia prodotta negli ultimi 5 anni, nel 2013 abbiamo ottenuto con il biogas 7,5 mila GWh, circa il 10% del totale dell’energia prodotta dalle FER (Fonti di Energia Rinnovabile).  […]
Se in generale si può dire che gli incentivi abbiano funzionato rispetto all’aumentata capacità di produzione di energia, è interessante riflettere sulla misura, i meccanismi e le condizioni con cui gli incentivi hanno condizionato il comportamento dei soggetti coinvolti. Casi in cui la produzione agricola è diventata funzionale a quella energetica, aumentando la dipendenza dal mercato dell’azienda agricola, si contrappongono a esempi virtuosi in cui la produzione di energia ha consentito la chiusura del ciclo dei rifiuti agricoli – comprese le deiezioni animali – riducendo il loro impatto ambientale e provvedendo al contempo al soddisfacimento del fabbisogno energetico dell’azienda. […]

LA PRODUZIONE DI ENERGIA DA BIOGAS AGRICOLO IN ITALIA E LA MODULAZIONE DEGLI INCENTIVI

[…] Le province a più alta concentrazione sono state quelle di Cremona e Brescia, caratterizzate da numerosi allevamenti di suini e vacche da latte e con un’alta concentrazione dei capi allevati rispetto alla superficie agricola utilizzata. Vi sono poi province come quella di Rovigo, Pavia e Cuneo nelle quali vi è una preponderanza di grandi estensioni monocolturali di mais.

IL MERCATO DEL BIOGAS AGRICOLO E LA RIORGANIZZAZIONE DELLE AZIENDE

[…] E’ del tutto evidente che la quasi totalità delle aziende ha scelto l’impianto che garantisce un rendimento certo (28 centesimi/kWe prodotto), anche se probabilmente sovradimensionato rispetto alla propria capacità produttiva per la sua alimentazione. Poiché il ritorno dell’investimento è relativamente rapido a patto che il prezzo delle materie prime resti costante nel tempo, diverse aziende zootecniche hanno sostituito le produzioni agricole per l’alimentazione degli animali con quelle per la produzione di energia.
Acquistando i mangimi sul mercato le aziende hanno dunque scelto di rischiare sulla sostenibilità  economica degli allevamenti – con il prezzo dei mangimi fuori dal loro controllo – salvaguardando quella della produzione di energia – la cui materia è prodotta internamente. In buona sostanza, si può affermare che queste aziende hanno modificato il loro “core business” diventando imprese agro-energetiche.

MODERNIZZAZIONE AGRICOLA VS RICONTADINIZZAZIONE

In base alla tipologia di impianto acquistato e alla sua gestione all’interno delle aziende agricole, la ricerca riconduce i cambiamenti organizzativi con cui le aziende cercano di far fronte alla crisi del settore agricolo a due paradigmi di sviluppo: la modernizzazione e la ricontadinizzazione.
La “modernizzazione” (modello imprenditoriale) che porta a un ampliamento della dimensione aziendale e a una maggiore industrializzazione del processo; all’esternalizzazione di diverse attività (gestione e manutenzione dell’impianto, produzione di colture per l’alimentazione degli animali) e alla riduzione del margine di profitto per “oggetto di lavoro”. La tecnologia adottata – ci dice Giovanni Carrosio – ha infatti una forza normativa nei confronti dell’azienda agricola, che tende ad adattare il proprio funzionamento alle esigenze dell’impianto”.
Il paradigma della “ricontadinizzazione”, al contrario, tende a mantenere l’azienda all’interno di un circuito non commerciale. “Alla riduzione dei margini di profitto, l’azienda non risponde con un ampliamento, ma lavora metodicamente per ridurre i costi” e “il biogas diventa un modo per raggiungere l’autonomia energetica dell’azienda aumentando significativamente il margine di profitto per “oggetto di lavoro”.  Perché ciò si possa verificare, occorre che l’impianto sia proporzionato alla disponibilità aziendale di reflui zootecnici e adattato alle caratteristiche produttive dell’azienda agricola. Che significa che l’impianto deve essere “personalizzato” e difficilmente alimentato da colture energetiche. L’azienda non specula sugli incentivi per la produzione di energia ma persegue “la costruzione di un sistema produttivo stabile”.  

LO STILE AZIENDALE: GLI INCENTIVI RAFFORZANO LE PRATICHE DI MODERNIZZAZIONE AGRICOLA

[…] in Italia le politiche d’incentivazione hanno rafforzato le pratiche di “modernizzazione” agricola a causa di tre “tipi di pressione”:

normativa: oltre che dal sistema di incentivazione di cui si è detto, gli agricoltori sono stati incoraggiati ad adottare gli impianti di biogas per far fronte alla Direttiva nitrati dell’Unione Europea;

mimetica: progettisti e costruttori hanno pubblicizzato le loro realizzazioni, trasformandole in best practices che sono state presentate agli agricoltori nel corso di vere e proprie visite guidate presso aziende testimonial.

coercitiva: l’ottenimento dei finanziamenti bancari è stato spesso subordinato alla sostenibilità economica dell’impianto, portando alla ricostruzione dei “cicli produttivi aziendali in base alle esigenze degli impianti”, realizzati con il  “monopolio della conoscenza e della tecnologia” , appannaggio dei consulenti e “soprattutto di alcune industrie tedesche che vengono considerate in modo unanime le avanguardie del settore e pertanto le più  affidabili”

PRODUZIONE VS EFFICIENZA  ENERGETICA, AUTONOMIA VS INTEGRAZIONE NEL MERCATO

Nelle sue conclusioni, la ricerca mette in luce potenziali “conseguenze anche contraddittorie” derivanti dal sistema d’incentivazione delle rinnovabili. Notoriamente sbilanciati sul lato della produzione rispetto a quello dell’efficienza, si è visto che gli incentivi possono orientare l’attività agricola “più alla crescita della produzione e all’integrazione nel mercato che al risparmio energetico e all’autonomia dei sistemi produttivi”. L’ulteriore crescita dei rapporti di dipendenza dal mercato” implica il rischio dell’eventuale ma anche sensibile oscillazione dei prezzi nel reperimento di mangimi.
Paradossalmente, privilegiando le economie di scala rispetto all’efficienza dei processi produttivi si determinano impatti ambientali anche importanti a fronte di un iniziale intenzione di processo virtuoso nella chiusura del ciclo dei rifiuti. “Sono diversi i casi in cui gli imprenditori agricoli decidono di aumentare il numero di capi allevati per produrre ulteriori deiezioni destinate ai digestori e per incrementare il giro d’affari dell’azienda – afferma Carrosio – che auspica che la riorganizzazione degli incentivi promuova “l’integrazione socio-territoriale, incentivando l’utilizzo del calore e premiando l’utilizzo di sottoprodotti dell’agricoltura, in modo da integrare le filiere locali e disinnescare la competizione per la terra”.  Si tratterebbe di diversificare gli impianti, favorendo una loro progettazione personalizzata, funzionale alle esigenze e agli scopi di un’azienda agricola: la produzione agricola sostenibile di alimenti per il fabbisogno umano. Sebbene si sia provveduto alla rimodulazione degli incentivi, la filosofia dominante sembra essere un’altra.

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