Cogliamo l’occasione del duecentesimo anniversario della nascita del nostro caro Giuseppe Verdi (10 ottobre 1813) per riflettere sul rapporto tra gli italiani e la musica classica. Anche in questo caso, purtroppo, nonostante l’Italia sia stata la patria natìa di molti importanti compositori, la società odierna non ha proprio nulla di cui compiacersi. L’insegnamento della musica nelle scuole è gravissimamente carente e nulla viene fatto per promuovere l’ascolto della musica classica nemmeno tra gli adulti. Con il risultato che il numero di gruppi concertistici in Italia è inferiore a 20 (mentre in Germania, per esempio  è compreso tra 150 e 200) ed il pubblico interessato ai concerti e alle opere liriche è costituito quasi esclusivamente da persone nella fascia della terza età.

Secondo Aristotele, una buona società deve provvedere all’educazione musicale dei suoi cittadini e noi non possiamo che essere d’accordo, mentre la società italiana sta facendo di tutto per banalizzarne l’insegnamento ed allontanare i giovani dalla musica classica.

Il famoso violinista Uto Ughi ha fondato e diretto a Roma il festival “Omaggio a Roma” (1999-2002), che aveva come scopo proprio la diffusione del patrimonio musicale, tramite l’offerta di concerti gratuiti agli studenti. Questo il suo pensiero: “i ragazzi possono assistere alle prove, dialogare con gli artisti, capire la bellezza di una musica che molti di loro scoprono per la prima volta. E’ il mio contributo alla difesa della musica che amo, in un Paese che nel proprio sistema scolastico sembra voler fare l’impossibile per renderla un oggetto misterioso. La maggioranza dei politici è del tutto sorda alla musica. I media la ignorano o la banalizzano”.

Secondo il pianista, compositore e direttore d’orchestra Nicola Piovani, vi è un grande equivoco di fondo: “quando si insegna musica, la si insegna pensando di sfornare per il futuro nuovi esecutori, compositori, critici, musicologi. Mentre abbiamo bisogno di una scuola che insegni l’arte dell’ascolto. La nostra civiltà italiana è carente di buoni ascoltatori: spettatori di concerti, persone che, facendo un mestiere diverso dal musicista, sappiano distinguere all’ascolto una buona musica”.

Secondo il compositore e direttore d’orchestra Carlo Boccadoro “il problema è l’accesso alla musica: se non sai che esiste un certo tipo di espressione artistica difficilmente ti verrà voglia di avvicinarla. I ragazzi non sanno dell’esistenza della classica così come conoscono molto poco il jazz, se non quello commerciale. In altri paesi europei come la Germania e la Francia ho visto ragazzi in coda per un concerto di musica classica; non penso siano più intelligenti o più colti dei ragazzi italiani, semplicemente sanno che esiste quella musica, quell’evento e ne sono incuriositi. Da noi c’è una grossa lacuna in questo senso: si è ancora molto legati all’idea che la classica sia una musica di nicchia e la si continua a trattare così, togliendola, per esempio, dai palinsesti televisivi e radiofonici. Se nessuno propone l’ascolto di Berio o Reich, nessuno comincerà ad apprezzarli”.

Pensate che i nostri nonni, tutti, anche quelli che lavoravano nei campi (come i miei nonni), conoscevano le opere liriche a memoria, perché allora venivano trasmesse alla radio! Oggi i giovani non le conoscono nemmeno per nome: l’età media del pubblico che assiste agli spettacoli di musica lirica è intorno ai 50 – 60 anni, questo anche quando si tratta di opere giocose e non di melodrammi. Le opere comiche (come “Il barbiere di Siviglia”, “La Cenerentola”, “L’italiana in Algeri”, “L’elisir d’amore” e il “Don Pasquale”), sono divertenti, da esse si dovrebbe partire per insegnare ai giovani ad apprezzare l’opera lirica.

Oltre a disperdersi la nostra capacità di ascolto della buona musica (che si riflette in modo cristallino nel pessimo livello qualitativo della musica italiana), si sta naturalmente disperdendo anche la nostra capacità di apprezzare il ballo liscio, a favore della musica latino-americana che, oltre a non appartenere al nostro patrimonio culturale, è anche molto più scadente e banale dal punto di vista compositivo.

Volete mettere valzer, tango, polka, fox trot e mazurka, dalle basi musicali di origine classica, al cospetto dell’amorfa musica latino-americana? 

L.D.

 http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=49525&typeb=0

Il tenore Giannelli: il melodramma è nato qui ma l’Italia lo lascia morire

FEDERICO TULLI – 27 settembre 2013
[…] Qual è lo stato di salute del settore della musica “colta” e più in generale del teatro, nel nostro Paese? Usando un gergo molto in voga quando si parla di Ferrari, di moda o di vini, potremmo dire che la lirica è riconosciuta nel mondo come una delle eccellenze del made in Italy. Eppure, diversamente dai settori auto, manifatturiero e agroalimentare non sembra godere delle stesse “attenzioni”, dello stesso sostegno da parte delle istituzioni. Specie in termini economici. […] Babylon Post ha rivolto alcune domande al tenore del Teatro dell’Opera di Roma Francesco Giannelli, per fare il punto della situazione, individuare i responsabili della crisi e mettere a fuoco gli scenari che si stanno delineando. […] «L’ultimo decreto Valore cultura (Dvc) stabilisce sicuramente provvedimenti apprezzabili per reperire gran parte delle risorse che servono a favorire una politica di attenzione e risanamento di diversi comparti del sistema. Ma dice pure che il risanamento dei debiti delle fondazioni lirico sinfoniche può avvenire solo con un pesante e drastico taglio del costo del lavoro. Manca del tutto l’idea di una riforma del settore, non si accenna nemmeno al rinnovo del Contratto nazionale». Dal 2005 al 2013 il Mibac ha visto passare sei ministri diversi e di diverso orientamento politico ma tutti hanno mantenuto lo stesso identico atteggiamento di indifferenza alla questione. «Come se non bastasse, nel decreto Fare è stato inserito di soppiatto un comma che rappresenta una vera e propria sanatoria per tutti i responsabili delle Fondazioni liriche che hanno messo in atto comportamenti illegittimi nella stipulazione dei contratti di lavoro a tempo determinato. Si tratta di un articolo che lede gli interessi dei lavoratori a termine, cioè i precari. E para le spalle ai veri responsabili delle fallimentari gestioni di tutti i teatri italiani ignorate dalla Corte dei Conti, diretti da sovrintendenti e dirigenti scelti dai vari cda, controllati dai Sindaci presidenti di questi CdA, rappresentanti dello Stato, di Comuni, Province e Regioni».
Secondo Giannelli, lo stato di salute della lirica italiana sarebbe sicuramente ottimo se si lasciassero lavorare e produrre i teatri: «Le formazioni artistiche dei teatri lirici italiani sono il fiore all’occhiello di festival e di manifestazioni musicali in tutto il mondo. Noi del Teatro dell’Opera di Roma, così come Santa Cecilia in agosto siamo stati ospiti del festival di Salisburgo. La Scala è in Giappone, Verona vi dovrà andare, così come Firenze, Napoli e tutte le nostre orchestre cori e corpi di ballo dei nostri teatri. Noi facciamo parte di un patrimonio culturale intangibile, trasmesso di generazione in generazione e lo ricreiamo e miglioriamo quotidianamente con il nostro impegno. E dobbiamo salvaguardare questo patrimonio. Questa è la nostra identità».

Quello che in fondo manca è una vera Legge di sistema per lo spettacolo come pure una gestione “coordinata” delle immense risorse che esistono in tutti i teatri. «I tentativi fatti dalle varie leggi negli anni hanno avviato un processo di aziendalizzazione, senza fornire gli strumenti necessari alla loro trasformazione. Oggi si ricorre solo ad appalti e consulenze esterne. Assistiamo sovente ad assunzioni extra-organico immotivate, a pagamenti professionali extra-mercato, a costi iperbolici per allestimenti esterni di registi e scenografi che ignorano completamente le risorse interne dei teatri. Questo è ciò che accade sotto gli occhi di tutti. Ma quando lo Stato interviene con una nuova norma si scopre che il problema siamo noi che in questi teatri ci lavoriamo. La realtà è invece che noi non siamo un costo bensì parte integrante della produzione di un opera. Orchestra, coro, corpo di ballo e maestranze tecniche sono l’Opera, il Testo, l’interpretazione della partitura e di aspetti fondamentali quali la scenografia, i costumi. Noi siamo lo spettacolo. Dobbiamo essere riconosciuti come bene artistico». […]

Il melodramma è nato in Italia ma oggi i maggiori interpreti internazionali sono stranieri ed è all’estero e dagli stranieri che viene maggiormente apprezzato. Pensando all’art. 9 della Costituzione viene da dire che qualcosa non ha funzionato. […] All’estero la musica fa parte dei programmi scolastici, in Italia non più. Cosa fare per avvicinare i giovani alla musica colta? «Direi che bisogna riportarla nelle scuole. E partire innanzitutto dall’ascolto, che aiuta a sviluppare le capacità, la conoscenza di generi diversi, senza chiusure o discriminazioni stilistiche. La musica -conclude Giannelli – è una attività esclusiva dell’essere umano ed aiuta ad esprimersi, stimola le capacità, permette la condivisione e l’aggregazione. Per quanto riguarda l’opera lirica, penso che in un programma di studio si potrebbe puntare sul rapporto che molti compositori hanno avuto con la letteratura per la realizzazione e la scelta dei soggetti delle loro opere. Un esempio molto importante è sicuramente quello ideato in Venezuela da Jose’ Antonio Abreu. Un programma di educazione musicale, portato avanti dal governo, al quale partecipano centinaia di insegnanti e migliaia di ragazzi che grazie alla musica si sono salvati da droga e delinquenza e che ha dato a loro una opportunità di crescita e di istruzione».

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Aggiornamento del 3 marzo 2014:

Non è solo una nostra opinione, a quanto pare, il fatto che in Italia la cultura dell’ascolto e della buona musica non venga molto considerata. A questo proposito, riporto alcune citazioni dell’intervista di Oscar Giannino alla nota giornalista e conduttrice radiotelevisiva, dalla straordinaria cultura musicale, Paola Maugeri, nella puntata di “La versione di Oscar” del 3 gennaio 2014 (“La musica dell’anno passato e quella dell’anno nuovo“)
LA MUSICA COME INTRATTENIMENTO:
In Italia la musica viene considerata come intrattenimento e non come cultura. Siamo gli unici in Europa ad avere questo atteggiamento nei confronti della musica. In Francia, ad esempio, i musicisti vengono apprezzati, supportati e sostenuti da leggi create appositamente, mentre noi siamo un Paese che non supporta le sue risorse musicali”.
LA DENIGRAZIONE DEL MESTIERE DI MUSICISTA
Se alla domanda “che mestiere fai?” rispondi che fai il musicista, la gente ti chiede “si ma il tuo mestiere vero qual è?”. Questo è un tratto culturale: i genitori stessi non desiderano che i figli vogliano diventare musicisti. La realtà di oggi è che ci sono musicisti di 40 anni che la sera fanno i camerieri nei locali per mantenere la famiglia, e questo è umiliante…

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