Cosa sono gli “Alimenti Tecnologicamente Migliorati”, vi starete domandando? Non sono altro che un modo alternativo, meno allarmante ma più realistico, di definire quelli che comunemente vengono chiamati “Organismi Geneticamente Modificati”. Con questo post continua infatti la nostra crociata a favore della battaglia che la comunità scientifica sta combattendo contro la politica e l’ignoranza dilagante per quanto riguarda appunto le tematiche di natura scientifica. Quella contro gli OGM ha infatti assunto le caratteristiche di una vera e propria caccia alle streghe, poiché la politica sta demagogicamente sfruttando la comune incapacità di comprendere cosa siano gli OGM per far colpo su noi elettori. Riportiamo qui un brano tratto da un bellissimo saggio divulgativo, che vi consigliamo di leggere. Si tratta del libro “Come si sbriciola un biscotto?” scritto dal chimico Joe Schwarcz. 

L.D.

La furia contro gli OGM

“[…] Quasi tutti hanno un’opinione in proposito, ma troppo spesso si fondano sul sentito dire e sull’emotività più che su dati scientifici. I consumatori parlano dei cibi geneticamente modificati come del diavolo e gli attivisti attaccano e distruggono i campi sperimentali in cui si coltivano le piante modificate, mentre chiedono a gran voce che si facciano altre ricerche sugli effetti di tali coltivazioni.

Non voglio dire che non ci siano controversie sulla modificazione genetica. Senza dubbio ci sono, come su qualsiasi nuova tecnologia, e non intendo certo sostenere che gli scienziati possano garantire l’assoluta assenza di rischi nella modificazione genetica dei cibi. Nessuno può dare una garanzia del genere. In effetti, chi chiede una sicurezza assoluta sull’innocuità dei cibi geneticamente modificati è chiaramente ingenuo. Nessuno di noi fa richieste del genere su altri aspetti della vita. Non ci rifiutiamo certamente di volare se qualcuno non ci assicura che l’aereo non si schianterà al suolo: una tale richiesta sarebbe decisamente assurda. Nei nostri viaggi ci serviamo dell’aereo perché sappiamo che i benefici superano di gran lunga i rischi. Nello stesso modo dobbiamo considerare il problema dei cibi geneticamente modificati.

Prima di immergerci ulteriormente nel problema, dobbiamo cercare di capire più esattamente di che cosa si tratta. Benché l’espressione “modificazione genetica” evochi immagini di laboratori ad alta tecnologia, l’uomo ha cominciato a in realtà da tempo immemorabile a modificare il corredo genetico di piante e animali che ci forniscono il cibo. Se gli antichi agricoltori non avessero sparso polline di un tipo di frumento su un altro, noi oggi avremmo ancora quindici chicchi per spiga. Se il grano non fosse stato incrociato attraverso lo scambio di polline con alcune piante selvatiche, oggi avremmo ancora raccolti scarsi e molti più danni da parte di funghi. Senza la fecondazione incrociata non avremmo pesche noci, uva senza semi, mapo e mele Mackintosh. E non avremmo nemmeno il pompelmo. […] Questo tipo di manipolazione genetica richiede però molto tempo, e può favorire la comparsa di caratteri indesiderati.

Poi, nel 1974, fu fatto un grande passo avanti. Per la prima volta si isolarono e copiarono geni: quei piccoli segmenti di molecole di DNA, presenti nel nucleo di ogni cellula, che dirigono un organismo nell’assolvimento della sua miriade di funzioni. In questo modo divenne possibile introdurre geni nel meccanismo genetico della cellula e indurla a svolgere qualche funzione desiderata. […]

Dobbiamo però capire che una cosa non è necessariamente cattiva per il bene pubblico solo perché è buona per la Monsanto, la Novartis, l’AstraZeneca o una qualsiasi altra società attiva in questo campo. Se si ascoltano solo gli allarmisti, ci si può formare l’impressione che queste aziende stiano cercando di rifilarci dei veleni semplicemente per accumulare profitti. E’ chiaro che esse gestiscono un’attività che rende molto, ma i profitti vengono quando si producono cose buone e utili. Nessuna società vuole compromettere la propria esistenza mettendo sul mercato sostanze pericolose. L’industria ha commissionato moltissime ricerche sulla modificazione genetica e la sua sicurezza, e noi ne vediamo i benefici pratici.

La modificazione di certe piante per proteggerle contro determinati insetti è già ben affermata. Il Bacillus thuringiensis è un bacillo naturale del suolo che produce una proteina, designata comunemente come Bt, che è tossica per molti bruchi. Se si trasferiscono i geni che codificano questa proteina nel nucleo di una cellula di una pianta, questa prospererà, difendendosi con successo anche da un’infestazione da parte di insetti. I coltivatori avranno quindi meno bisogno di usare insetticidi. Negli Stati Uniti quattro chili di insetticidi su dieci erano usati nella protezione del cotone, ma le relazioni più recenti ci parlano già di una diminuzione di varie migliaia di tonnellate all’anno. Gli agricoltori canadesi che coltivano colza geneticamente modificata per renderla resistente all’erbicida glifosato (Roundup) riferiscono di una riduzione dell’uso di sostanze chimiche. Gli agricoltori, inoltre, dissodano meno la terra, con la conseguenza di un minore inquinamento dell’acqua e di una minore erosione. In Cina il cotone Bt è una grande storia di successo; sono più di due milioni gli agricoltori che lo coltivano. I costi di produzione sono diminuiti del 28 per cento, e il reddito annuo medio degli agricoltori è aumentato. L’uso di antiparassitari tossici come gli organofosfati è precipitato dell’80 per cento, e i casi riferiti di avvelenamento da antiparassitari fra i coltivatori di cotone sono calati dal 22 al 5 per cento. […]

Molti dei problemi potenziali, come quello delle allergie, che vengono oggi rumorosamente sottolineati dagli oppositori della modificazione genetica, sono stati in realtà affrontati già da molto tempo dall’industria. I ricercatori hanno sottoposto a test i cibi modificati alla ricerca di allergeni fin dall’inizio della tecnologia. In un caso, l’aggiunta di un gene delle noci brasiliane alla soia per migliorare la qualità delle proteine in mangimi animali ha avuto come conseguenza il trasferimento di un allergene. In altri termini, una persona allergica alle noci brasiliane avrebbe potuto avere una reazione allergica se avesse consumato cibi con soia geneticamente modificata. I ricercatori scoprirono però questo problema in test di routine e la soia incriminata, che comunque sarebbe stata usata solo nella preparazione di cibi animali,  non fu mai messa sul mercato.

Questo è un approccio del tutto diverso rispetto a quello che abbiamo di solito verso cibi che non sono stati modificati geneticamente. Noi non mettiamo al bando le arachidi o le fragole o i pesci perché alcune persone sono allergiche a questi cibi. Eppure queste allergie sono molto più diffuse di quelle, per ora puramente teoriche, ai cibi modificati. In effetti, noi potremmo essere in grado di modificare geneticamente le arachidi per eliminarne la proteina responsabile degli allergeni.

Gli oppositori della modificazione genetica suggeriscono che, per produrre varietà di piante migliori, dovremmo accontentarci del normale processo di incrocio fra piante. Ma dov’è la garanzia che in questo modo non si introdurrebbero sostanze chimiche indesiderate? L’incrocio può fornire, per esempio, piante più resistenti agli insetti. Ma perché gli insetti non attaccano queste piante? Forse perché contengono più tossine naturali di altre. Nessuno conosce le conseguenze sull’uomo del consumo di questi insetticidi naturali. Perché in contestatori non chiedono che vengano sottoposti a test – alla ricerca di tossine naturali – tutti i cibi di origine vegetale?

Consideriamo la possibilità che cibi geneticamente modificati presentino un rischio non ancora identificato. E’ sempre possibile immaginare qualche catastrofe teorica. Ma confrontiamo questa prospettiva con i benefici che la modificazione genetica può offrire. Per esempio la lotta alla malnutrizione. Quando si parla di malnutrizione, si pensa di solito a bambini che muoiono di fame. Ma non è l’unico tipo di malnutrizione. Di fatto, il tipo di malnutrizione più diffuso nel mondo è la carenza di ferro, che può causare deficienza intellettuale, immunosoppressione e complicazioni nella gravidanza. Milioni di persone soffrono di anemia sideropenica, da insufficiente assunzione di ferro. La maggior parte di queste persone consuma soprattutto riso, alimento contenente pochissimo ferro, che per di più il corpo non può assorbire a causa della presenza di sostanze chiamate fitati. Questi sali dell’acido fitico legano il ferro nel canale digerente, impedendogli sostanzialmente di attraversare la parete intestinale e passare nel circolo sanguigno.

La modificazione genetica ha fornito una varietà di riso più ricca di ferro. Gli scienziati hanno ottenuto questo risultato introducendo nel DNA del riso un gene isolato dai fagiolini verdi. Questo gene codifica la sintesi di una proteina chiamata ferritina, che è una proteina per l’accumulo di ferro. In altri termini, il nuovo riso può assumere dal suolo una maggiore quantità di ferro. Gli scienziati hanno inoltre aggiunto al riso un altro gene – tratto da un fungo – che codifica la produzione di un enzima capace di scomporre i fitati, rendendo il ferro più facilmente disponibile.

Le popolazioni che vivono quasi esclusivamente di riso soffrono anche di carenza della vitamina A; ciò si deve al fatto che il riso è molto povero di betacarotene, il precursore della vitamina A nell’organismo. La carenza di questa vitamina è una fra le cause principali di cecità nel mondo in via di sviluppo; le stime indicano che circa 250 milioni di bambini hanno livelli di vitamina A così bassi da comprometterne la vista. La mancanza di questa vitamina predispone anche a varie forme di cancro e malattie della pelle.

I ricercatori hanno affrontato questo problema introducendo nel riso quattro geni contenenti istruzioni per la produzione di proteine che intensificano la sintesi del betacarotene: due geni tratti dalla giunchiglia grande e due da un batterio. Il riso da loro creato era giallo, cosa che dimostrava visibilmente l’arricchimento di betacarotene. Oggi sono in corso esperimenti per incrociare il riso ricco di ferro con quello ricco di betacarotene, nell’intento di produrre un superriso che riduca i problemi nutrizionali che affliggono miliardi di persone.

Di fronte a noi si delineano però altre possibilità affascinanti. Potremo modificare geneticamente i cibi per metterli in grado di esercitare una prevenzione più efficace nei confronti dei tumori, attraverso la produzione di maggiori quantità di sostanze protettive come i sulforafani, presenti in cavolfiori e broccoli. O sviluppare frutta e verdura con una maggiore durata di vita sul banco. O piante capaci di prosperare anche in suoli salati. E che dire di pomodori non solo dal sapore migliore, ma anche con un più alto contenuto della sostanza anticancerogena licopene? Oli di semi con un profilo lipidico più sano sono già all’orizzonte delle cose possibili, e lo stesso vale per piante più resistenti al gelo. Potremo usare patate geneticamente modificate per produrre proteine utili come vaccini contro malattie umane. Tutte queste sono possibilità reali. […]

Come vedete, ci sono argomenti pro e contro in abbondanza. Penso che i primi siano probabilmente molto più numerosi sei secondi e che la comunità degli ingegneri genetici abbia affrontato in modo razionale i problemi sorti finora, offrendo argomenti efficaci contro una potenziale catastrofe. Molti non riescono tuttavia a liberarsi da una perdurante preoccupazione circa possibili conseguenze non ancora considerate. Il problema è che mescolare i geni può condurre a sorprese, come possono attestare i genitori che hanno unito i loro geni per produrre figli. Ma porre la biotecnologia sullo stesso piano di Chernobyl o del talidomide, come fanno alcuni, è del tutto irragionevole. Si deve ammettere che l’uso della biotecnologia può incappare in qualche problema, ma non usandola potremmo dover affrontare problemi ancora maggiori. Il progresso ha sempre dei costi, ma se temiamo l’ignoto non arriveremo mai da nessuna parte. Nella vita non c’è nulla che non comporti qualche rischio. Senza dubbio, nel campo dei cibi prodotti grazie all’uso dell’ingegneria genetica dobbiamo muoverci con grande prudenza e intelligenza. Ciò significa che non dobbiamo precipitarci sventatamente a sviluppare prodotti di cui non abbiamo bisogno o che non desideriamo, ma anche che non dovremmo suscitare allarmismi indossando maschere e tute anticontaminazione per maneggiare semi di soia transgenica, come fanno certi attivisti. […]”

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http://www.enea.it/it/produzione-scientifica/EAI/anno-2012/n.-1-gennaio-febbraio-2012-1/in-italia-vietata-la-sperimentazione-delle-biotecnologie-in-campo-aperto

In Italia vietata la sperimentazione delle biotecnologie in campo aperto

Elio Cadelo (gen-feb 2012)

La conoscenza delle leggi della genetica da parte dell’uomo sta modificando non solo il pianeta, ma anche la nostra cultura, in nostro modo di pensare ed il nostro modo di essere nel mondo. La genetica inizia con la scoperta delle leggi di Mendel nell’800 ma l’anno della svolta, che renderà possibile gli sviluppi dell’ingegneria genetica è il 1953, anno in cui Crick e Watson scoprirono la doppia elica del DNA. Da allora, in 60 anni, sono stati fatti passi da gigante: è stato decifrato il codice genetico dell’uomo, ma anche quello di diverse specie animali e vegetali, si sono scoperte le cause di numerose malattie, si è preso coscienza che le somiglianze o le diversità tra le specie dipendono da un ristrettissimo numero di geni. Insomma, la genetica ci ha spiegato che il nostro DNA differisce da quello di uno scimpanzé soltanto per il 2%, che, sempre da un punto di vista genetico, siamo più simili al corallo che non al topo con il quale condividiamo il 90% dei geni. Con le piante condividiamo tra il 30 ed il 50% dei geni e “condividere un gene” significa che quel gene in comune con una pianta può essere teoricamente trasferito nell’uomo o viceversa continuando ad esprimere lo stesso carattere genetico. O meglio il gene, una volta spostato da una specie o da un genere all’altro, continua a fare il suo lavoro in armonia con il resto del genoma.

Se le scoperte della genetica hanno dimostrato che esiste un’unità tra tutte le forme viventi e che esse nascono, crescono e muoiono in base alle stesse leggi, ha anche messo in crisi le categorie create nei secoli scorsi per classificare le diverse forme di vita (famiglie, generi, specie ecc.) facendo perdere di senso ai vecchi schemi che vedevano l’uomo come il fine dell’evoluzione. Infatti sorprende che siamo molto simili allo scimpanzé e molto diversi dall’orangutango che pure sembra assomigliarci di più. Ma sorprende anche il fatto che possa dipendere da uno o più geni inseriti in una catena di migliaia il fatto che una persona sia più o meno intelligente o predisposta a una determinata malattia così come la lunghezza della vita dipenda da una sequenza scritta a caso ed in un determinato modo e dalle condizioni ambientali. Basterebbe rimuovere o cambiare quel gene per rendere la vita di un individuo diversa. Tutto ciò allarma ed è causa di ansie, paure ma anche di speranze.

Per essere più chiari diciamo che il DNA di un individuo è costituito da una lunghissima catena comprendente anelli più piccoli chiamati nucleotidi e sono costituiti solo da quattro basi azotate: l’adenina, la citosina, la guanina e la timina, ovvero A-C-G-T. Una sequenza di qualche migliaio di basi azotate costituisce un gene che contiene le istruzioni per produrre una determinata proteina. Insomma, la diversa sequenza di questi nucleotidi in un gene è una scrittura diversa e quindi un insieme di istruzioni diverse per sintetizzare una determinata proteina del nostro corpo o di quello di un animale o di una pianta. Molti geni, quindi, sono identici da specie a specie e se scambiati da un organismo ad un altro possono sintetizzare la stessa proteina.

Questo è molto importante perché oggi sappiamo che ogni funzione di ogni essere vivente dipende dai suoi geni. Così, per esempio, se una pianta non resiste al freddo, si può cercare di rintracciare in un’altra pianta, ma anche in un animale o in un batterio, un gene capace di determinare la resistenza alle basse temperature e trasferirlo con la tecnica del “DNA ricombinante”. Queste operazioni, però, non sono così semplici come può apparire. Richiedono tempo e conoscenze adeguate ed alla fine può accadere che, per una serie di ragioni, l’operazione non vada a buon fine perché non dà gli esisti desiderati. Per arricchire una pianta con determinate proprietà si possono eliminare uno o più geni, per ritardare o rallentare la maturazione per esempio, o si può raddoppiare una determinata sequenza utilizzando gli stessi geni della pianta. Oppure, se si scopre che una certa pianta ha sviluppato una resistenza ad un determinato parassita si può trasferire il gene che codifica quella resistenza.

Un po’ di storia

L’Homo sapiens nel corso della sua evoluzione ha imparato a modificare l’ambiente in cui viveva per ottenere più cibo e, in generale, condizioni di vita migliori. Questa capacità è coincisa con la capacità di addomesticare specie animali e vegetali a scopo principalmente alimentare, un duro lavoro iniziato migliaia e migliaia di anni fa, quando l’uomo ha cominciato a selezionare e coltivare le prime piante. Il grano, per esempio, non era così come lo vediamo oggi nei campi. La pianta originaria, selvatica, non appena si avvicinava alla maturazione faceva cadere i chicchi nel terreno affinché nascessero altre piante, quindi, come tutte le forme di vita su questa Terra aveva lo scopo di riprodursi, non di sfamare l’uomo.

Sono oramai molti millenni che il grano mantiene i chicchi nella spiga fino alla maturazione affinché possiamo raccoglierli, ma questo, come in altre piante, accade perché abbiamo selezionato i tipi che ci sono più utili per soddisfare nostre esigenze alimentari. In altre parole quando guardiamo un campo di grano, e questo ci sembra espressione della bellezza della natura, in realtà stiamo ammirando una coltivazione di piante “innaturali” in quanto obbediscono alle nostre esigenze alimentari e se abbandonate a sé stesse nel giro di due anni scomparirebbero perché  hanno perso la loro competitività “naturale”.

La storia del grano è particolarmente utile per capire che ciò che mangiamo è frutto di una continua ed incessante modificazione genetica operata dall’uomo sulle piante. Negli anni 60, nei laboratori dell’ENEA (allora si chiamava CNEN) della Casaccia a Roma, il gruppo di ricercatori diretto da Scarascia Mugnozza decise di irraggiare una varietà di grano che allora andava per la maggiore (il Cappelli) con raggi gamma, ovvero con fasci di neutroni al fine di ottenere delle mutazioni genetiche favorevoli. La storia è raccontata da Luigi Rossi, che fu tra i protagonisti di quell’esperimento, nel volume Perché gli OGM (a cura di Elio Cadelo, Palombi Editori, Roma, 2011). Scopo di quest’operazione era quello di cercare di ottenere una varietà di grano più bassa, quindi più resistente alle intemperie, con spighe più ricche e produttive. Dopo numerosi irraggiamenti con fasci di neutroni, selezioni, incroci, coltivazioni in serra, prove sperimentali in campo, nacque una nuova varietà di grano duro che fu chiamato Creso. Il nome fu scelto perché i ricercatori erano certi, data la qualità, che avrebbe arricchito gli agricoltori. E così fu. Venne registrato nel 1974 e per molti anni rappresentò l’80% del grano duro italiano (oggi meno del 20% perché è stato sostituito da nuove varietà di grano) e questo grazie al fatto di aver indotto mutazioni delle quali gli autori non conoscevano la base genetica.

Questa tecnica era già stata utilizzata da numerosi gruppi di ricerca sparsi per il mondo. In Cecoslovacchia nel 1965 fu creata una varietà di orzo, sempre tramite irraggiamento, chiamato Diamant, che permetteva di realizzare una birra migliore. Orzo modificato è utilizzato per produrre ottime birre e whisky in Inghilterra. Il famoso pompelmo rosa è stato “costruito” negli Stati Uniti con questa tecnica, così come molte insalate appetitose che compriamo al mercato e così via. Questi risultati sono stati ottenuti non conoscendo le basi genetiche che determinavano i caratteri che i ricercatori selezionavano. E, cosa ancora più stupefacente, è che questi prodotti di consumo quotidiano non vengono considerati OGM malgrado siano stati usati mutageni, cioè radiazioni, che hanno modificato il genoma della pianta. Insomma, la legge considera OGM un organismo se per ottenerlo si usa la tecnica del DNA ricombinante, mentre per la legislazione europea non siamo in presenza di OGM se si usano altre tecniche che modificano ugualmente la struttura genetica. Possiamo solo commentare che siamo dinanzi ad una delle tante bizzarrie legislative del nostro tempo in quanto, ancora una volta “il principio di precauzione” viene utilizzato in maniera, quanto meno, difforme.

La scienza oggi

Per migliaia di anni l’uomo ha utilizzato l’esperienza per migliorare la produzione agricola. Metodi empirici che comunque hanno dato risultati importanti. Infatti nel tempo sono state domesticate decine e decine di piante alimentari. Cioè piante spontanee, poco utili all’alimentazione umana, sono state trasformate in piante domesticate che hanno contribuito a sfamare generazioni di uomini. Ma questa non è stata una vittoria sulla “natura spontanea” priva di conseguenze. L’aver realizzato frutti dolci, buoni e nutrienti ci ha messo in competizione con le altre specie per accaparrarsi i raccolti. Gli uccelli, per esempio, in molti casi sono stati un vero e proprio flagello, ma anche i topi e altri roditori. Ma soprattutto gli insetti, i parassiti e i batteri, molto più piccoli ma molto più perniciosi. Per questo motivo da tempo si fa uso di pesticidi: in passato, per esempio, si usava il verde rame per proteggere le vigne o la calce per gli alberi da frutto e prima ancora la fumigazione e altri espedienti. Con l’avvento della chimica si è fatto un uso massiccio dei pesticidi e degli erbicidi. La loro applicazione su larga scala ha prodotto i guasti ben conosciuti: malattie e decessi tra gli agricoltori che li hanno usati ma anche la distruzione dei batteri utili del terreno. Insomma, se la chimica ha avuto l’importante compito di far aumentare le rese agricole ha finito con l’inquinare i terreni, le falde acquifere ed anche l’uomo. Inoltre si sono selezionati, in molti casi, parassiti resistenti.

Recentemente l’Unione Europea ha autorizzato la coltivazione del “mais transgenico Bt”. Bt sta per Bacillus thuringiensis, un batterio che si trova naturalmente nel terreno e che produce delta-endotossine,  proteine che sono mortali per molti insetti mentre sono del tutto innocue per l’uomo e tutti i mammiferi, in quanto l’ambiente acido del nostro stomaco disattiva queste tossine mentre l’apparato digerente alcalino degli insetti fa sì che la tossicità di queste molecole risulti letale.

Così si sono inserite nel cotone, nel mais, nella patata e in altri vegetali alcuni geni del Bt che codificano specifiche proteine fatali per taluni insetti. La coltivazione del mais Bt è stata autorizzata dall’Unione Europea ma l’Italia si è opposta. Strano paradosso: nel nostro paese non si coltivano OGM ma si importano. Importiamo mais Bt e soia OGM dagli Stati Uniti, Brasile, Argentina ecc. per l’alimentazione animale.

Oggi gli scienziati sono in grado, grazie all’ingegneria genetica, di trasferire in alcune piante il gene che permette di auto-proteggersi ad alcuni virus e parassiti evitando l’uso massiccio della chimica. Per rendere una pianta resistente ad un virus si usa più o meno la stessa tecnica che si usa per le vaccinazioni: inoculando pezzi di proteine del virus nel nostro organismo il sistema immunitario impara a riconoscere l’agente infettivo. Così nel genoma della pianta viene inserito il gene che codifica una proteina della capsula esterna del virus: le piante conservano nelle diverse generazioni questa caratteristica e questo facilita non poco le cose. Questa tecnica si è dimostrata molto efficace nelle zucchine, zucche, patate, papaya ed altri vegetali.

Questo il quadro generale entro cui si muovono la scienza e la ricerca scientifica. Gli OGM, però, ci offrono lo spunto per riflettere sull’opportunità di sviluppare la nostra agricoltura, la nostra economia e la ricerca scientifica. In molti paesi si sta investendo moltissimo nella produzione di farmaci ottenuti direttamente da piante o per arricchire talune piante alimentari di vitamine, antiossidanti o di fattori protettivi antitumorali. La ricerca mondiale sta compiendo passi da gigante in questo settore e presto, molto presto, i nostri ricercatori saranno tagliati fuori con conseguenze gravi sull’economia. Paesi come la Cina, l’India, il Brasile, l’Argentina ed altri, il cui PIL cresce ogni anno del 5-10%, hanno tutti scelto gli OGM e l’India, in particolare, grazie al cotone Bt42 è oggi il secondo maggiore esportatore mondiale. Nel 2010 le colture OGM hanno raggiunto 150 milioni e mezzo di ettari e continueranno ad aumentare. Presto la chimica dovrà cedere il passo alla genetica e i nostri prodotti agricoli inquinati dai pesticidi troveranno pochissimo mercato.

La paura che gli OGM facciano male alla salute è oggi indotta da una propaganda pericolosa che non ha nessuna consistenza scientifica tanto che l’Unione Europea, dopo aver condotto uno studio sugli OGM per 15 anni coinvolgendo 400 centri di ricerca e costato 700 milioni di euro, ha concluso che “le piante geneticamente modificate ed i prodotti sviluppati e commercializzati fino ad oggi … non hanno presentato alcun rischio per la salute umana e per l’ambiente. Anzi l’uso di una tecnologia più precisa e le accurate valutazioni in fase di regolamentazione rendono probabilmente queste piante e questi prodotti ancora più sicuri di quelli convenzionali”.

Insomma, non c’è alcuna prova che gli OGM facciano male, ma lo stesso non può dirsi di alcune produzioni biologiche come dimostrano i recenti fatti accaduti in Germania legati all’Escherichia coli, che ha infettato  4 mila persone e provocato la morte di oltre 40 di esse.

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http://www.lescienze.it/news/2013/09/11/news/ogm_sicurezza_controlli_percezione_rischio-1804408/

Il paradosso della sfiducia negli OGM

Gli alimenti derivati da organismi geneticamente modificati sono i più controllati in assoluto, ma nonostante le prove sulla loro sicurezza da parte delle autorità competenti, l’opinione pubblica è ancora molto diffidente, soprattutto in Europa, Africa e ora anche in Asia. Un articolo su “Nature Biotechnology” analizza la situazione paradossale in cui il cibo transgenico pone un rischio molto basso, assai più piccolo delle intossicazioni dovute alla contaminazione microbica, ma ancora è al centro di un dibattito sulla sicurezza 

11 settembre 2013

[…] Questo paradosso genera un circolo vizioso: quanto più gli OGM sono percepiti come non sicuri, tanto più si procede a nuove analisi, anche se i cibi derivati da coltivazioni transgeniche attualmente sono gli alimenti in assoluto più regolamentati. L’Europa ha mantenuto un atteggiamento assai prudente per il loro commercio, adottando il principio di precauzione con la direttiva 90/220/EEC del 1990. Nel Vecchio Continente, è il produttore che deve provare alle autorità che un nuovo alimento rispetta un certo grado di sicurezza, e dal 2002 l’Unione Europea si è dotata di un organismo consultivo, la European Food Safety Authority (EFSA), che si occupa specificamente di valutare il rischio dei cibi, inclusi quelli derivati da coltivazioni transgeniche. […]

Se si guarda al rischio di malattia, ospedalizzazione e morte, la realtà è che il cibo transgenico pone un rischio molto basso, largamente inferiore a quello delle intossicazioni alimentari dovute a contaminazione microbica. La percezione della sicurezza alimentare dipende da come viene comunicato il rischio e da quanto il cibo è familiare o estraneo, naturale o “tecnologico”.

“Il problema sanitario principale che riguarda il cibo è di carattere batterico o virale, ma dato che l’idea dell’intossicazione è familiare e non deve essere compresa dal punto di vista tecnico, e non è imposta in modo volontario da qualcuno, le persone non si sentono minacciate”, sottolinea Nestle. “Al contrario, non accettano la biotecnologia alimentare perché è poco familiare, tecnologica e imposta, anche se non ci sono prove che possa essere pericolosa”. […]

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http://www.freshplaza.it/article/28010/Finanziare-la-ricerca-in-Italia-i-soldi-ci-sono-soltanto-per-essere-gettati-al-vento

Il caso GeneticaMente

Finanziare la ricerca in Italia: i soldi ci sono soltanto per essere gettati al vento

La vicenda di questi giorni circa il sovvenzionamento con soldi pubblici di un presunto progetto di ricerca in materia di miglioramento genetico delle specie vegetali – denominato GeneticaMente e promosso da Mario Capanna e dalla sua Fondazione Diritti Genetici – ha dell’incredibile.

Mentre la Ricerca pubblica italiana boccheggia, le Università si vedono tagliati i fondi e per un’intera generazione di brillanti giovani ricercatori si chiudono tutte le porte (salvo riaprirsi all’estero), i crociati anti-OGM, che passeranno alla storia solo per aver contribuito fino ad oggi a rallentare con ogni mezzo lo sviluppo dell’agricoltura italiana, ottengono una pioggia di milioni di euro (circa 20 in quattro anni!), un intero Castello storico (quello dei Monteroni a Ladispoli) e carta bianca per, come da essi stessi dichiarato:

“sviluppare una nuova frontiera scientifica, quella delle “biotecnologie soft” alternative agli Ogm, in particolare la MAS (Marker Assisted Selection – selezione assistita da marcatori), superando l’annoso dibattito Ogm sì/Ogm no che da anni monopolizza la ricerca e la comunicazione nel settore biotech”.

Gli stessi ribadiscono: “Oggi l’Italia e l’Europa possono imprimere una svolta alla ricerca nella genetica agraria: abbandonare la strada impervia del transgenico, rischiosa, fallimentare e non socialmente condivisa, e sviluppare la via italiana ed europea all’innovazione genetica in agricoltura, quella, appunto, della MAS”.

Prima di tutto, sorge spontanea la domanda: chi l’ha detto che la strada del transgenico (o anche quella del cisgenico, opportunamente taciuta!) sia:
1) rischiosa?
2) fallimentare?
3) non socialmente condivisa?
Chi l’ha deciso? La Fondazione Diritti Genetici, evidentemente, senza sentire alcun parere da parte della Comunità Scientifica! Quella stessa Fondazione alla quale si deve, tra l’altro, il sopracitato “annoso dibattito Ogm sì/Ogm no”!

In secondo luogo, la tecnica MAS (selezione assistita da marcatori), lungi dall’essere una brillante innovazione alla quale nessuno aveva mai pensato prima del Sig. Capanna e dei suoi sostenitori istituzionali (Gianni Letta e ben 7 ministeri, i quali tutti brillano per gli enormi contributi fin qui offerti al patrimonio scientifico italiano) è:
1) una tecnica ampiamente utilizzata e collaudata – come giustamente sottolineato dalla SOI-Società Ortoflorofrutticoltura Italiana – non certo una “nuova frontiera scientifica”
2) del tutto insufficiente agli obiettivi che GeneticaMente si proporrebbe: nessuna varietà coltivata è infatti mai stata ottenuta con il solo ed esclusivo ausilio della tecnica MAS.

Come osserva un genetista: “la tecnica MAS è unicamente un aiuto in più per risolvere qualche problema nel miglioramento varietale, in un programma che prevede l’uso di molte altre tecniche di genetica classica”.

La comunità scientifica si dichiara semplicemente sbalordita di fronte al trionfo della falsa comunicazione sulla vera ricerca e chiede un confronto istituzionale su questi temi, in qualsiasi sede possibile.

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Altri articoli:

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Aggiornamento del 23 febbraio 2014:

http://www.salmone.org/category/piante-ogm/

Cosa si deve sapere sugli OGM

Febbraio 19th, 2014

Alberto Guidorzi ci traduce il corposo documento, redatto dagli esperti dell’Accademia Francese dell’Agricoltura, che affronta tutte le principali tematiche inerenti le Piante Geneticamente Modificate, per affrontare le sfaccettature di questa tematica che è il presente ed il probabile futuro dell’agricoltura mondiale. Si tratta di un testo molto ben scritto e documentato, molto utile per chi voglia farsi una idea complessiva della tematica OGM partendo da informazioni scientifiche.

Le traduzione saranno pubblicate di volta in volta come articoli qui nel blog e potranno essere consultate nella sezione in alto “Piante OGM“.

Qui di seguito l’indice dell’opera e i primi due capitoli.

Salmone.org [ed anche ItaliaCheRaglia] è grata ad Alberto Guidorzi per questa faticosa, ma utilissima opera. Buona lettura!!

Domande poste dall’accademia, indice e glossario

Capitolo 1: situazione delle piante geneticamente modificate nel mondo

Capitolo2: ragioni scientifiche ed economiche dello sviluppo delle PGM

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