Si, avete capito bene: “Italicidio”. Questo neologismo che abbiamo coniato intende esprimere appunto l’uccisione dell’economia italiana che i nostri politici stanno perpetrando.

Stiamo esagerando? Fate un po’ voi: ad esempio, voi che cosa ci trovate di positivo nelle seguenti notizie, tratte dagli eventi di questi ultimi giorni?

  • Tutte le stime più ufficiose di crescita per l’Italia nel 2014 sono al massimo dello 0,4 – 0,7%: chissà dove Saccomanni ha sentito che cresceremo dell’1%, forse al Tg4?!?
  • il nostro rapporto deficit/pil ha superato di nuovo il 3%, così rischiamo una nuova procedura d’infrazione da parte dell’UE;
  • i fatturati per le nostre imprese sono in continuo calo;
  • il premier Letta vuole nominare un altro commissario della spending review (tema che di cui spesso abbiamo parlato nel blog – vedi archivio articoli), peccato che siano almeno 20 anni che si parla di spending review e che decine di studi siano già stati fatti, anche l’anno scorso dai commissari nominati dal governo Monti: ma cosa c’è ancora da studiare?!?;
  • da quando è entrato il carica il governo Monti (fine 2011) non sono ancora riusciti a tagliare un centesimo di quella dannata spesa pubblica che ci sta strangolando, dal primo di ottobre è previsto l’aumento dell’IVA di un punto percentuale e ad oggi, 27 settembre, stanno ancora cercando delle coperture. Ma certo, ecco fatto: l’unica soluzione che sanno trovare è sempre la stessa da più di vent’anni, quella di aumentare le accise sui carburanti!!!

Ma si, ma andiamo pure avanti così, finchè la barca va lasciamola andare, peccato che l’Italicidio perfetto si stia lentamente compiendo…

L.D.

http://www.repubblica.it/economia/2013/09/25/news/fmi_deficit_pil_italia-67250165/

Italia, allarme deficit dal Fmi: “A fine anno salirà al 3,2%”

Le stime del Fondo monetario internazionale differiscono da quelle del governo per la diversa valutazione dell’impatto dell’operazione sull’Imu. Il Pil, invece, si contrarrà dell’1,8%

25 settembre 2013

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Pil-Saccomanni-crescita-1-nel-2014_32628358114.html

Pil: Saccomanni, crescita 1% nel 2014

20 settembre 2013

Crisi 2013 Fmi: la crescita globale è debole, l’Italia nel 2014 farà solo +0,7%

23 settembre 2013

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/21/fmi-ripresa-italia-in-recessione-per-tutto-2013-con-crescita-sotto-l1-nel-2014/718898/

Fmi: “Ripresa? Italia in recessione tutto il 2013, crescita sotto l’1% nel 2014″
L’ultima analisi del Fondo Monetario sulla crescita globale non condivide le attese dell’esecutivo che venerdì ha pubblicato un aggiornamento delle attese sul Pil in direzione più ottimista
di Redazione Il Fatto Quotidiano | 21 settembre 2013

Industria, a luglio calano fatturato e ordini

di Franco Vergnano – 20 settembre 2013

[…] l’Istat ha certificato che a luglio il fatturato si è indebolito. Ma non basta. Quello che è peggio è che anche gli ordini risultano in calo. E questo è, decisamente, un brutto segnale per le nostre aziende […]

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/09/27/Iva-bozza-fondi-Ires-Irap-benzina_9370857.html

Iva: bozza, fondi da Ires-Irap, benzina

Aumento accise su carburanti fino a febbraio 2015

27 settembre 2013

(ANSA) – ROMA, 27 SET – Le coperture per il mancato rialzo dell’Iva a ottobre arriveranno dall’aumento dell’acconto dell’Ires (al 103%) e dell’Irap per il 2013, oltre che dall’incremento delle accise sui carburanti per 2 centesimi al litro fino a dicembre 2013 e poi fino al 15 febbraio 2015 di 2,5 2,5 cent al litro. Si legge nella bozza del decreto legge.

http://www.tmnews.it/web/sezioni/politica/PN_20130916_00203.shtml

Governo/ Letta: entro settembre il commissario spending review

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Aggiornamento del 3 ottobre 2013:

Il governo Letta è riuscito ad ottenere la fiducia sia alla Camera che al Senato, anche grazie alla retromarcia di Berlusconi, scongiurando il rischio pericolosissimo di un’ennesima crisi di governo. Ma la vera domanda è: avrà ottenuto oppure no anche la fiducia degli italiani e soprattutto degli investitori stranieri? Naturalmente ci auguriamo di sì, ma una cosa è sperare ed una cosa è vedere dei risultati. Il governo Monti era riuscito a fare provvedimenti molto più rapidi ed incisivi, facendoci uscire dalla procedura di infrazione e cercando di far partire una spending review seria (cosa che poi gli è stata impedita), mentre il governo Letta, dopo aver ceduto alle pressioni del Pdl per ciò che riguardava l’IMU sulla prima casa, ha rinviato tutto ciò che poteva rimandare fino ad arrivare al punto in cui il rapporto deficit/Pil ha di nuovo sforato il 3% (con il rischio di incorrere in una nuova infrazione da parte dell’UE) e non si è potuto fare a meno di aumentare ulteriormente le tasse (l’IVA in particolare). La buona notizia è che finalmente sembra finita l’era del berlusconismo e sembrano essere finiti i ricatti del Pdl nei confronti del governo, ma le cattive notizie sono che:

  • siamo ancora dei sorvegliati speciali per quanti riguarda il debito pubblico ed il deficit di bilancio;
  • la classe politica che ci governa è sempre la stessa ed abbiamo ormai capito che non ha la minima intenzione di prendere decisioni coraggiose per quanto riguarda le riforme strutturali ed il risanamento dei conti pubblici;
  • il premier Letta sembra crogiolarsi nell’attendismo e nelle belle parole: a quando i fatti veri?
  • il lavoro in Italia continua a diminuire, mentre la disoccupazione continua ad aumentare… quando si fermerà?
  • infine le tasse sono in continuo aumento, mentre i redditi dall’altra parte scendono inesorabilmente.

L.D.

Berlusconi si arrende, Letta ottiene fiducia
Napolitano: “Ora basta giochi al massacro”

  di PIERA MATTEUCCI, KATIA RICCARDI e PASQUALE NOTARGIACOMO

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/01/aumento-delliva-quanto-pagano-famiglie/729501/

Aumento dell’Iva: quanto pagano le famiglie

di Lavoce.info | 1 ottobre 2013

Disoccupazione, record storico. Boom tra i giovani: oltre il 40%

La Stampa, 1/10/2013

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Aggiornamento del 7 ottobre 2013:

Evviva!!! Abbiamo un uovo commissario per la spending review!!! Ogni volta si riparte da zero per studiare una nuova spending review, cancellando tutto quanto era stato detto (e mai fatto) in precedenza. Così, anche stavolta, possiamo star sicuri che si faranno tante belle chiacchiere per poi alla fine non tagliare un bel niente!!!

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Cottarelli-e-il-nuovo-commissario-per-la-spending-review-Onorato_32690502064.html

Cottarelli è il nuovo commissario per la spending review: “Onorato”

4 ottobre 2013

I LIMITI DELLA SPENDING REVIEW

DI UGO ARRIGO

[…] La logica della spending review è invece proprio quella einaudiana: conoscere gli sprechi pubblici per poterli poi rimuovere. Ma attenzione perché nel settore pubblico voler conoscere non coincide necessariamente col voler provvedere e voler provvedere non  coincide col riuscirvi. Vi è infatti una differenza profonda tra sprechi e inefficienze che possono formarsi nel settore privato e quelli del settore pubblico. Nel privato lo spreco rappresenta un errore ed è nell’interesse delle aziende e dei loro azionisti rimuoverlo nella maniera più rapida ed efficace.  […] Nel settore pubblico il controllo gerarchico non funziona allo stesso modo: governo e Parlamento  cercano attraverso le norme di modificare i comportamenti degli organi sottoposti ma i medesimi, sfruttando carenze nel sistema degli incentivi e delle penalizzazioni e asimmetrie informative, cercheranno di non farsi condizionare e di non adempiere a quanto richiesto oppure di farlo solo formalmente ma  preservando la vecchia sostanza all’ombra di nuove apparenze […].

Anche il concetto di spreco è profondamente diverso: nel privato è un errore, va rimosso al più presto; nel pubblico è una scelta. E’ infatti la modalità attraverso cui diversi soggetti, quali politici e burocrati e controparti esterne che non detengono diritti di proprietà sulle risorse collettive, si appropriamo di quote delle medesime prima che siano irrimediabilmente utilizzate nell’interesse dei cittadini. I proprietari di imprese private si appropriamo di costi risparmiati che assumono il nome di profitti. I controllori di organizzazioni pubbliche non hanno invece diritti di proprietà sulle risorse e non possono trattenere il residuo di una loro gestione efficiente. L’unico modo per appropriarsi di risorse è dunque quelle di ‘sprecarle razionalmente’ su voci di costo specifiche indirizzabili a loro vantaggio.

Gli esiti di queste prassi sono le tre C: 1) clientelismo (assunzioni, promozioni, concessioni e altri vantaggi contro voti); 2) corruzione (assegnazione di commesse e altri favori a fornitori/controparti generosi e riconoscenti); 3) corporativismo (assegnazione di privilegi, concessione di regole ad hoc a categorie specifiche contro l’interesse generale). Gli sprechi di costo nel settore pubblico sono solo manifestazioni collaterali del clientelismo, della corruzione, del corporativismo. Possibile che la spending review sia in grado di rimuovere questi fenomeni? O comunque di agire sulle loro conseguenze in termini di spesa pubblica? La risposta è negativa, non aspettiamoci che sia in grado di risparmiare sui costi eliminando gli sprechi; al più potrà ridurre i costi attraverso il taglio dei servizi. […]

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Aggiornamento del 10 ottobre 2013:

Si può dire che il governo sia riuscito (forse) a mettere un’altra pezza ai nostri conti pubblici, per non cadere di nuovo vittime della procedura d’infrazione prevista dall’UE per gli Stati che superano il 3% come rapporto deficit/pil (vedi l’articolo “L’Italia esce dall’infrazione… ma prosegue la sua espiazione!“). Ci servono 1,6 miliardi? Ecco fatto, messi in conto 1,6 miliardi. Da dove arriveranno? Non da nuove tasse (per fortuna!) ma bensì dal taglio di investimenti e servizi per 1,1 mld (sotto la voce “riduzione delle spese dei ministeri e dei trasferimenti degli enti locali“, mica crederete che riusciranno a ridurre gli sprechi e le spese dovute ad inefficienza vero?!?) e dalla svendita di immobili del demanio per 500 mln (sotto la voce “vendita di immobili di proprietà del Demanio“, mica crederete che riescano in così poco tempo a venderli per il loro valore reale vero?!?). Un’altra bella toppa sui nostri pantaloni ormai stracciati…

L.D.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2013/10/09/Manovra-Saccomanni-tagli-dismissioni_9436783.html

Manovra: Saccomanni, tagli e dismissioni

Per rientro deficit 1,6 mld

09 ottobre 2013

http://finanzanostop.finanza.com/2013/09/18/il-destino-che-attende-litalia/

Economia reale: il destino della nostra povera Italia e dato allarmante sulla sofferenza bancaria… TIC TAC TIC TAC!

Scritto il 18 settembre 2013 da Paolo Cardenà
Mentre stanno andando in onda, a reti unificate,  le celebrazioni per i successi riportati  all’Isola del Giglio, dove la Costa Concordia è stata fatta riemergere dai fondali marini, con tutto il rispetto dovuto alle vittime di quella grande tragedia, c’è un’altra  grande nave che sta andando letteralmente a fondo: è l’Italia.

E in questo caso,  siatene certi, i danni saranno ben maggiori.

Nelle settimane scorse abbiamo assistito al proliferare di fantasie, secondo le quali la crisi sarebbe ormai alle spalle. A parte il fatto che questi deliri  sembrano smentiti anche dai numeri che le varie istituzioni internazionale hanno diffuso nei giorni scorsi, secondo le indiscrezioni che si apprendono dalla stampa, sembrerebbe che il DEF, di prossima pubblicazione, indichi, per il 2014,  un rapporto DEBITO/PIL al 132.20%

Al riguardo, facciamo alcune semplici considerazioni.

1) La strada è segnata e il cammino è scritto. Nel senso che stiamo marciando speditamente verso uno scenario di tipo greco per quel che riguarda il debito pubblico; e verso uno scenario di tipo cipriota per quel che riguarda la gestione delle crisi bancarie che, prima o poi, è molto probabile che si verificheranno.

2) Ricondurre la traiettoria del debito verso un percorso di sostenibilità è assai difficile (se non impossibile), poiché, questo, si sta alimentando in maniera inerziale. Soprattutto in assenza di crescita robusta e di lungo periodo, che  rischia di appare solamente nel libro dei sogni. [NdItaliacheraglia: vedi l’articolo “Perchè, nonostante i continui tagli, la spesa pubblica aumenta?“]

3) Il punto 2) è tanto più vero se si considera che, eccettuati gli ultimi 5 anni -nei quali l’Italia ha collezionato numeri degni di un vero e proprio disastro tipico di un bombardamento bellico-, nei precedenti 10 anni o forse più, nonostante condizioni macroeconomiche estremamente favorevoli a livello planetario e credito in abbondanza senza precedenti, l’Italia è cresciuta molto meno rispetto ai partner europei. Di certo non in sintonia con le proprie necessità e con l’ampiezza del debito pubblico, cresciuto, dal 2000 in poi, di oltre 700 miliardi di euro ( di cui 170 nell’ultimo anno e mezzo). E’  chiaro che al disastro di questa performance, non si è contrapposta una crescita adeguata del PIL, tale da comprimere il rapporto debito/PIL, confinandolo  entro livelli meno allarmanti di quelli attuali. Infatti, se analizzassimo l’intero periodo, potremmo osservare che, eccezion fatta per gli anni 2004 e 2007 – nei quali il rapporto è stato di circa il 103%- in tutti gli altri è stato ben superiore, con l’esplosione avvenuta dall’anno 2008, fino a giungere agli attuali livelli che lo indicano al 130%. Inutile argomentare sul fatto  che,  l’esplosione del debito e conseguentemente del rapporto rispetto al PIL, è dovuta alla crisi in atto. E’ evidente.

4) Compreso il punto 3), giova segnalare che, nel periodo considerato (ossia dal 2000 fino al 2008 e anche oltre) la base produttiva del paese, la vera generatrice di ricchezza, era molto più solida, vigorosa e dinamica rispetto a quanto lo sia allo stato attuale. La disoccupazione, per quanto alta, non è si mai attestata ai livelli allarmanti di oggi; peraltro con probabile tendenza ad un ulteriore peggioramento. I redditi reali erano ben più alti di quelli attuali e, conseguentemente, anche la capacita di spesa dei cittadini era ben più alta. Maggiori spese equivalgono  a un maggior PIL. Quindi, a parità di aliquote, anche maggiori entrate per lo stato.

Le imprese producevano e macinavano utili. Il settore immobiliare, proprio grazie all’espansione creditizia di quel periodo, era anch’esso in espansione  e era in forte crescita.

Per non dimenticare poi che, la pressione fiscale, benché comunque alta, non aveva mai raggiunto i livelli attuali che oltrepassano di molto ogni limite tollerabile.

Livelli come quelli attuali rendono inutile produrre e imprendere.

Potremmo agevolmente definire quegli anni, un periodo di vacche grasse. Nulla a che vedere con la stato attuale  delle cose, e con ciò che ci attende nei prossimi mesi o anni.

5) Chiarito il punto 4) emerge che l’Italia, negli ultimi anni, ha perso una parte significativa del tessuto produttivo che, come noto, oltre ad essere generatore di ricchezza, è anche generatore di benessere sociale. Questo, prima di poter essere ricostituito -cosa che comunque avviene in anni e non in mesi- necessita quantomeno di condizioni migliori, e comunque esige la rimozione di tutte quelle criticità strutturali che ne hanno determinato la scomparsa. E qui la lista è tanto lunga al punto che si potrebbe andare avanti per giorni. Tutto ciò è stato reiteratamente discusso in questo sito.

6) Pensare che l’Italia, in queste condizioni, senza che alcuna riforma concreta sia stata compiuta, possa agganciare qualche astratta  ripresa che si dovesse presentare,  e che possa farlo creando le condizioni per riassorbire in tempi solleciti qualche milione di disoccupati in più rispetto a quel periodo di vacche grasse, generando così le condizioni per una nuova fase virtuosa e di benessere, è semplicemente delirante, oltre che criminale. E’ delirante per i motivi chiariti nei punti precedenti e in numerosi articoli ospitati in questo sito.

E’ criminale perché tende ad offrire , ad un numero elevato di persone che cercano lavoro e che ballano quotidianamente con la povertà, l’illusione che tra qualche mese potranno essere riassorbite nel mondo del lavoro. Così non sarà.

7) Cosa accadrà?

Difficile dirlo.

Ma allo stato attuale, lo scenario più plausibile è che, con ogni probabilità, l’Italia, con tutto ciò che ne deriverebbe, dovrà fare ricorso al fondo salva stati che, congiuntamente alla BCE, acquisterà i titoli di stato.

Magari, è oltretutto probabile che l’Italia accompagnerà la richiesta di aiuti con qualche patrimoniale in grande stile che, verosimilmente, si abbatterà sui soliti noti.

L’intervento della BCE e del fondo salva stati presupporrà un’ulteriore cessione di sovranità nazionale, mentre l’intervento della Troika imporrà misure di austerity ancor più invasive, e distruttive. In altre parole, assisteremo alla più grande rapina della storia umana, poiché le ricchezze di ogni individuo, nelle diverse forme possedute, o diminuiranno di valore (nel caso di immobili o di altri asset), o saranno destinate ad essere confiscate, nelle forme più fantasiose possibili, transitando nelle casse delle stato per poi finire in quelle dei creditori: banche, istituzioni finanziarie.

8) L’impoverimento sarà generalizzato e verrà aggravato da una desertificazione impetuosa del tessuto industriale che indurrà un numero crescente di individui, soprattutto giovani, a cercare sopravvivenza altrove. Meno individui che lavorano in Italia, significa minori redditi spesi in loco e quindi ulteriore crollo di domanda interna, ulteriore contrazione del PIL e ulteriore crollo delle entrate tributarie. Conseguentemente diventerà impossibile sostenere la spesa pensionistica, la spesa sociale, e più in generale la spesa statale.

9) A quel punto, quando saranno rimaste ceneri e macerie, i governanti diranno che l’Italia è in bancarotta.

Altro fattore interessante uscito in questi giorni è la sofferenza del sistema bancario

[…]

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Aggiornamento del 20 ottobre 2013:

http://www.today.it/politica/tasse-l-italia-magllia-nera-in-europa-e-138esima-su-scala-mondiale.html

Tasse, l’Italia maglia nera in Europa

Secondo il rapporto Paying Taxes 2014 di Banca Mondiale, IFG e PwC gli italiani sono i più tartassati d’Europa per quel che riguarda la pressione fiscale

Redazione 19 novembre 2013

[…] Se siamo gli ultimi in Europa, su scala globale il nostro Paese scivola fino al 138/o posto su 189 stati presi in considerazione. Va detto, che la questione è andata peggiorando, visto che nel 2012 ci eravamo piazzati al 131/o. Insomma si procede con il passo del gambero.

Il rapporto diffuso a Mosca, esamina: i costi per imposte e tasse in capo a un’impresa; il carico amministrativo per versamenti d’imposta e per i relativi adempimenti. Nel merito: il carico fiscale complessivo per le imprese italiane si conferma il più alto d’Europa, pari al 65,8% dei profitti (il 68,3% nel 2012) contro una media Ue e Efta scesa al 41,1% dal 42,6% e una media mondiale scesa dal 44,7% al 43,1%.

Questi oneri vengono misurati sulla base di tre indicatori: il total tax rate (carico fiscale complessivo), il tempo necessario per gli adempimenti relativi alle principali tipologie d’imposta e di contributi (imposte sui redditi, imposte sul lavoro e contributi obbligatori, imposte sui consumi) e il numero di versamenti effettuati. E’ qui che l’Italia, nella classifica che combina i tre indicatori, si posiziona al 138/o posto nella classifica. Il risultato peggiore lo raggiunge in quella sul carico fiscale, dove, con il 65,8% dei profitti che s’involano in tasse, occupa la 172/a posizione. Con 269 ore all’anno dedicate agli adempimenti fiscali (contro una media di 179 in Europa e di 268 nel mondo) il nostro Paese si colloca alla 120/a posizione mentre fa un po’ meglio se si guarda al numero di pagamenti: 15 all’anno (contro una media europea di 13,1 e una mondiale di 26,7) che le valgono il 62/o posto. […]

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