E’ possibile educare con la tivù? Al contrario del dubbio insito nel titolo di questo post, le esperienze passate indicano che la risposta è inequivocabilmente SI.

La tv italiana ha quasi addirittura sostituito la scuola negli anni ’60 e ’70, unificando il nostro linguaggio. Durante gli anni ’80 e ’90 ha poi “rimpiazzato” lo psicologo, unificando i nostri bisogni ed uniformandoli alle logiche del consumismo. Oggi, invece, fa praticamente le veci del tribunale e del Parlamento, poichè contribuisce notevolmente ad addomesticare il nostro pensiero ed il nostro consenso. Lo strumento è stato sempre lo stesso, la tivù, che ha agito su di noi tramite l’ingannevole forma dell’intrattenimento, anche se i fini sono notevolmente cambiati nel tempo.

La tivù si è quindi dimostrata essere uno strumento estremamente potente ed efficace, proprio perchè agisce nella totale inconsapevolezza di chi la guarda.

Alla luce dei contributi che potrete trovare qui di seguito, ci siamo chiesti come si potrebbero impostare i tre canali principali del nostro servizio pubblico televisivo RAI al fine di educare alla scienza e all’arte la cittadinanza italiana, che di tutto ha bisogno tranne che di reality show, telenovele e stupidi giochi a premio.

  1. il primo canale dovrebbe essere un canale interamente dedicato ai bambini. Potete leggere le ragioni di questa scelta nell’intervista alla professoressa Oliverio Ferraris che troverete qui di seguito;
  2. il secondo canale dovrebbe essere dedicato ad adolescenti e adulti e dovrebbe essere dedicato alla scienza, che, dal nostro punto di vista, rappresenta una base culturale fondamentale per poter vivere (e sopravvivere) nell’ipertecnologico nonchè iperfraudolento mondo moderno;
  3. il terzo canale dovrebbe essere invece dedicato alle arti, avendo come destinatari sempre adolescenti ed adulti, per allargare le basi culturali che si sono progressivamente sempre più erose nella nostra società. Vi ricordo che i miei nonni, come molto probabilmente la maggior parte dei vostri nonni, proprio grazie alla radio e alla tivù, conoscevano le opere liriche a menadito e spesso a memoria!!!

L.D.

http://www.mediamente.rai.it/biblioteca/biblio.asp?id=137&tab=int

INTERVISTA ad Anna Oliverio Ferraris

TV e bambini

Roma, 05/12/1995

Domanda 1

Professoressa Oliverio, nel suo libro “TV per un figlio”, lei inquadra il problema del rapporto fra televisione e infanzia, all’interno del contesto quotidiano: la televisione sembra acquisire il ruolo di amico, di compagno.

Risposta 
C’è una grossa differenza tra le generazioni precedenti, che sono cresciute senza televisione, che l’hanno trovata solo dopo nella loro vita, rispetto ai bambini di oggi, che invece già nascono con il televisore dentro casa, e quindi si abituano molto precocemente, prima ancora che ai programmi televisivi, proprio all’oggetto televisore, da cui sono molto attratti. Anche i bambini di pochi mesi di vita sono attratti da queste immagini che si muovono sullo schermo, e possono quasi affezionarsi all’oggetto televisore, prima ancora di capire che cosa rappresentino le immagini. Da alcuni bambini viene percepita quasi come una persona, perché parla, perché si vedono delle persone all’interno. Quando poi non hanno la possibilità di fare altre esperienze, possono considerarla anche un amico che gli fa trascorrere il pomeriggio. Però, in genere, la considerano una soluzione minore, perché preferirebbero giocare all’aperto con gli altri bambini della loro età. A volte dicono: “Non ho niente da fare e quindi guardo la televisione”. I bambini mi danno delle risposte molto belle, molto significative, quando chiedo loro: “Che cos’è la televisione per te?”. Direi che la più divertente, forse proprio la più significativa, è stata quella di un bambino di sette anni, che mi ha detto: “E’ una cosa che non ti fa sudare e le mamme sono più contente quando non si suda”. Perché spesso viene usata come una baby-sitter, che tiene buono il bambino, lo tiene fermo, quando in realtà per tutta la prima e la seconda infanzia bisognerebbe muoversi, far chiasso, scatenarsi un po’, fare delle esperienze di libertà, quelle normali esperienze di libertà che fanno i bambini giocando tra di loro.

Domanda 2
Parliamo degli effetti della televisione sui bambini.

Risposta 
Bisogna tenere presente che il modo con cui un bambino guarda la televisione è diverso dal modo con cui la guarda un adulto. Un adulto spesso si mette di fronte al televisore solo per divertirsi, per rilassarsi, mentre un bambino vuole anche farsi un’immagine del mondo. Ecco, i bambini guardano la televisione per farsi un’immagine del mondo degli adulti. Da sempre i bambini cercano di capire com’è il mondo degli adulti. Oggi c’è la televisione dentro casa, viene data molta importanza a questo mezzo di comunicazione, anche gli adulti la guardano e quindi il bambino la guarda per capire come deve comportarsi. Per lui quello che viene dalla televisione è positivo, anche perché è associato al clima positivo della casa, della famiglia, e spesso può prendere alla lettera quello che vede. L’età, in tal senso, è un fattore estremamente importante. Un bambino di quattro o cinque anni incomincia a capire qualcosa sulla differenza tra vero e falso, però continua a confondersi ancora fin verso i sei, sette anni, a seconda del tipo di programma. Ma la cosa più difficile da comprendere è, per esempio, la diversità tra vero e verosimile. Non tutto quello che è verosimile è vero. E poi i tempi di attenzione di un bambino piccolo sono brevi, quindi spesso non è in grado di seguire il filo conduttore, la trama di una vicenda, e quindi magari non collega il finale moralistico della storia con il resto: di una storia gli possono rimanere impresse soltanto le immagini più forti, quelle che l’hanno colpito, che hanno un valore emotivo particolare.

Domanda 3 

Lei ha detto che i bambini guardano la televisione per farsi un’immagine del mondo. Talvolta da questo ne discende un comportamento. Ecco, quali sono i modelli comportamentali che i bambini assorbono più velocemente? E i genitori possono avere un ruolo nello stemperare o nell’indirizzare meglio questi modelli?

Risposta 
I bambini guardano spesso anche i programmi rivolti agli adolescenti, cioè quei serial dove ci sono dei ragazzi un po’ più grandi di loro, proprio per ispirarsi a loro. Naturalmente guardano anche i programmi a loro rivolti. I “Power rangers”, ad esempio, hanno indotto tutto un diverso modo di fare la lotta, che già si vede nella Scuola Materna: bambini che appunto usano i calci, e così via. E poi molto apprendono dalla pubblicità. I bambini sono oggi bombardati dalla pubblicità, che si collega ai cartoni che vedono, agli spettacoli a loro dedicati. Ogni volta che esce un nuovo film – adesso c’è “Pocahontas” in circolazione – c’è un tale numero di oggetti, di gadget associati che vengono reclamizzati in televisione, che il bambino ne è come inseguito. Lo spot televisivo, del resto, è lo spettacolo preferito dai bambini fin verso i sei, sette anni, perché si adatta proprio alla loro mente. E’ breve, c’è un’avventura che interessa, spesso ci sono dei bambini – quelli indirizzati – e allora sono indotti ad identificarsi. Inoltre le situazioni sono sempre positive, e i bambini sono degli ottimisti. E poi ci sono degli slogan, che sono ripetuti nell’arco della giornata, e ai bambini piace la ripetizione, perché piace ritrovare le cose che già conoscono. Insomma, la pubblicità influisce molto su di loro, non soltanto per indurli all’acquisto di oggetti a loro diretti, ma anche per tutti i prodotti per la casa, e i pubblicitari lo sanno benissimo. Sanno che poi i bambini chiederanno ai genitori di comprare certi prodotti. E bisogna tener presente che questo non influisce soltanto sull’acquisto, ma anche sulla relazione tra genitori e figli, perché poi il genitore che non comprerebbe un certo prodotto, oppure l’ennesimo giocattolo perché il bambino ne ha già tanti, può anche entrare in crisi e sentirsi in colpa perché può pensare di farne un diverso rispetto agli altri bambini. E qui c’è tutta un’opera di educazione da fare. Certo, se la televisione aiutasse un po’ i genitori e gli insegnanti, se questi non dovessero sempre remare contro corrente, sarebbe più facile.

Domanda 4 

Nel suo libro, lei parla di una “mutazione antropologica”. A che cosa fa riferimento?

Risposta 
Al fatto che ci si abitua a un certo tipo di rappresentazione, che è quella delle immagini. Intanto viene molto valorizzata la vista, naturalmente. Il bambino si abitua fin da piccolo a fare attenzione agli stimoli visivi. Per intenderci, il non vedente, che è obbligato a fare affidamento su altri sensi, affina quegli altri sensi, non perché in partenza li avesse più sviluppati, ma proprio perché fa esercizio. Ecco, se il bambino guarda troppa televisione fin da piccolo, a scapito di altre esperienze, cioè dell’uso di altri sensi, c’è il rischio che poi la sua attenzione, anche il suo modo di memorizzare le informazioni, si basi troppo e soltanto sul dato visivo. Questo è un primo punto. Un secondo punto è dato dall’abitudine al linguaggio e ai tempi della televisione. Ora, i tempi sono diventati sempre più rapidi: per esempio, i vecchi cartoni animati di Walt Disney erano molto lenti, e quindi anche la mente dello spettatore poteva in qualche modo inserirsi, poi sono diventati velocissimi, non c’è più molto tempo per riflettere. Ci si abitua a captare una serie di messaggi prefabbricati, dove l’apporto dello spettatore è minimo. Il pericolo è che i bambini sviluppino un’attitudine passiva di fronte al video. Possono diventare degli ottimi spettatori, farsi anche delle opinioni, però non si abituano a prendere delle iniziative. Su tutto noi dobbiamo fare esercizio, quando siamo bambini. Anche se vogliamo diventare bravi socialmente, dobbiamo fare delle esperienze fin dall’infanzia, interagire con altre persone, vivere in una realtà più complessa di quella televisiva, che poi è ad una via. Io non dico che la televisione sia negativa. E’ un mezzo bellissimo, con enorme potenzialità. Il discorso è che, siccome si diffonderanno sempre di più gli audiovisivi nel nostro mondo, dobbiamo tutti quanti imparare ad usarlo a nostro vantaggio e a vantaggio dei bambini, naturalmente. Anzi, bisogna che i bambini siano alfabetizzati in fatto di televisione: nelle elementari, nelle medie devono capire questo linguaggio, che è un linguaggio ricchissimo. Però devono portare avanti anche altri tipi di linguaggio. Per esempio, non perdere l’abitudine alla lettura. Nella lettura i tempi sono decisi dal lettore, si può tornare indietro, c’è più spazio per la fantasia, perché l’immagine definisce tutto, mentre nel libro non c’è questa immagine così incombente, quindi c’è più spazio per riflettere. Nel libro l’informazione avviene secondo una sequenza logica, mentre in televisione ci sono accostamenti analogici. Insomma, sono diversi modi di inviare messaggi e di comunicare.

Domanda 5
Quali tecniche si potrebbero sviluppare per insegnare ai bambini, ai ragazzi, a controllare meglio lo strumento televisivo?

Risposta 
Intanto bisognerebbe arrivare a scegliere i programmi in base alla loro qualità, e non mettersi con un’attitudine passiva di fronte al televisore e vedere tutto quello che c’è. Bisognerebbe scegliere, valutare. Coi bambini bisognerebbe stabilire un tetto di ore per giorno, e non superarlo, a seconda poi dell’età dei bambini. Forse non bisognerebbe lasciare un televisore nella stanza dei bambini. Ho visto che un 43% dei bambini del mio campione romano ha un televisore nella stanza, ha l’uso libero del telecomando, e quindi può vedere tutto, può fare una specie di indigestione, e così anche trovarsi di fronte a messaggi che non è in grado di decodificare. Dobbiamo metterci dal loro punto di vista, insomma. Per noi certe cose sono scontate, abbiamo una lunga esperienza alle spalle, per loro è la prima volta e quindi possono avere delle difficoltà a orientarsi. I genitori dovrebbero un po’ vedere che cosa guardano i bambini, qualche volta stare accanto a loro per spiegare. E poi a scuola si potrebbe fare moltissimo. Per esempio, per quanto riguarda la pubblicità, si potrebbe fare tutto un lavoro di smontaggio, cioè mettersi dal punto di vista del pubblicitario. Ecco, è importante cambiare prospettiva: da spettatore diventare attore, diventare regista, diventare pubblicitario, quindi simulare la costruzione di uno spot, per capire anche come è complesso tutto il lavoro che c’è dietro ad un programma. Oppure si potrebbe insegnare ad andare a vedere qual è la vera qualità del prodotto, a leggere sulle etichette quello che è scritto molto piccolo, a ragionare. Si dovrebbe anche insegnare a dilazionare la gratificazione, perché se no i bambini sviluppano un’attitudine del “voglio tutto, subito”, perché sono abituati a queste gratificazioni: i programmi televisivi rivolti ai bambini sono brevi – c’è un inizio, uno sviluppo, una fine – e ogni finale rappresenta una gratificazione dal punto di vista psicologico. I bambini sono abituati ad essere serviti, ad avere tutto senza sforzo, e allora poi possono pretendere, nella vita, le stesse cose. E poi si può anche arrivare a fare dei video. Ci sono delle scuole che hanno dei laboratori televisivi, e lì i bambini possono fare un’esperienza molto ricca e complessa, che è quella del lavorare in gruppo per fare una sceneggiatura, fare una ricerca, fare le riprese, il montaggio, e così via. Insomma, bisognerebbe insegnare a diventare padroni del mezzo, a non subirlo, a gestirlo, insomma, visto che questo mezzo si diffonderà sempre più. Però bisogna che ci sia anche spazio per altre attività. Non bisogna sacrificare i giochi all’aperto, perché a quell’età sono molto importanti per l’esperienza di autonomia e di libertà che i bambini devono fare.

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http://oggiscienza.wordpress.com/2013/06/20/scienza-in-tv/

La scienza in TV dagli anni ’50 a oggi

Pubblicato da Francesca Gatti su 20 giugno 2013

“Il formichiere è veramente feroce e pericoloso, in quanto si erge sulle zampe posteriori e con gli unghioni di cui sono armate le zampe anteriori assalta il suo nemico e può squarciarlo molto facilmente. E di questa ferocia ha dato prova dopo la trasmissione, quando si è trattato di rimetterlo nella sua cassetta, non che abbia squarciato nessuno…” racconta Bianca Maria Piccinino aprendo una puntata di L’amico degli animali, uno dei primi programmi televisivi italiani a tema scientifico, andato in onda dal 1956 al 1964.

Come le altre trasmissioni scientifiche di quegli anni, anche L’amico degli animali aveva uno spirito educativo, quasi didattico. Negli ultimi anni, invece, accanto all’aspetto informativo hanno sempre più spazio spettacolo e divertimento, e la parola d’ordine della scienza in TV sembra essere infotainment, un neologismo nato dalla fusione di information eentertainment.

Per offrire un quadro generale della scienza nella televisione italiana, nella timeline interattiva che segue sono riportati i principali programmi a tema scientifico dagli anni ’50 a oggi escludendo, per il momento, i canali tematici e le serie televisive. Cliccando sui titoli si possono visualizzare maggiori informazioni o brevi estratti video. La raccolta è ancora incompleta. Sono benvenuti suggerimenti e segnalazioni di trasmissioni mancanti.

Guardando la timeline si può vedere come cambia il panorama dell’informazione e divulgazione scientifica in TV. Negli anni aumentano i programmi, si trasforma il linguaggio e si sperimentano nuovi stili, comicità compresa. Tra i temi trattati, medicina e salute sono al primo posto, con diverse rubriche e programmi interamente dedicati. Gli argomenti poi spaziano dall’archeologia alla tecnologia del futuro, dall’ecologia agli animali, dagli esperimenti in studio alle biografie dei grandi scienziati.

http://oggiscienza.wordpress.com/2013/07/09/quarantanni-di-scienza-alla-radio-i-parte/

Quarant’anni di scienza alla radio – I parte

Pubblicato da Roberta Fulci su 9 luglio 2013

“Scusi, lei chi cerca? Perché di qua, nel salone, ci sono Tullio Regge e Alberto Piazza che chiacchierano di genetica delle popolazioni europee. Là in fondo, vede, laggiù, Claudia Di Giorgio sta intervistando Giulietto Chiesa, una storiaccia sui cervelli in fuga dall’ex-URSS. Ah ma lei è astrofilo? Perché di sopra, sa, ci sono i primi astronauti della storia, che si son riuniti per raccontarsi le loro avventure. Poi se vuole in giardino i ragazzi della scuola media stanno ricostruendo la storia dell’automobile.”
Non è uno scenario del tutto folle, ma quello che vi direbbe un ipotetico custode di questa timeline, che ripercorre più di quarant’anni di programmi radiofonici che hanno parlato di scienza sulle emittenti italiane. Un puzzle non facile da ricostruire. Provate a digitare “Palomar”, o magari “Il ciclotrone”, nella maschera di Google: se non sapete già che sono state trasmissioni radiofoniche, non sarà il web a dirvelo. In rete le notizie dei programmi radio del passato sono scarse, e quelli che sono andati in onda prima della diffusione di internet hanno lasciato pochissime tracce. La faccenda si complica se si vogliono scovare i programmi scientifici, che da sempre hanno un pubblico limitato. Ecco perché andare a caccia di questo materiale è un lavoro pionieristico, con un non so che di archeologico, e fa conoscere un sacco di gente.
Il risultato di questa indagine collettiva è una cronologia in continua evoluzione, che sarà pubblicata in due parti. Nella prossima parte troverete informazioni e pillole audio e di programmi che qui, per motivi di spazio, sono solo citati. E’ certo che ci siano delle grandi omissioni: segnalatemi i titoli che mi sono sfuggiti!
Grazie a tutti coloro che hanno partecipato e stanno ancora partecipando alla raccolta.

http://oggiscienza.wordpress.com/2013/07/10/quarantanni-di-scienza-alla-radio-ii-parte/

Quarant’anni di scienza alla radio – II parte

Pubblicato da Roberta Fulci su 10 luglio 2013

“Viene rotto il deposito nel quale era stato sistemato il cadavere, e con grande sorpresa, davanti a cento astanti, viene scoperto che dentro non c’è una sola bara, come tutti si aspettavano, ma ce ne sono due.” La bara in questione è quella di Galileo, e questo è il racconto dalle sfumature gotiche che nel 1994 Paolo Galluzzi, allora direttore del Museo di Storia Naturale di Firenze, riferì ai microfoni di Futura durante un’intervista di Rossella Panarese. Prosegue la raccolta delle trasmissioni radio che si sono occupate di scienza in Italia: dopo gli assaggi della prima parte, una nuova carrellata di voci e interviste dagli anni ’70 a oggi. Dal sapore squisitamente retro della lezione su Max Planck allo sguardo avveniristico di Novalab, dalla discussione sul futuro dei musei condotta da Claudia Di Giorgio alle prime considerazioni sul terremoto dell’Aquila di Pi Greco Party, una nuova visione d’insieme per sentire com’è cambiato in quarant’anni il modo di parlare di scienza con gli esperti e col pubblico.
Le regole sono sempre le stesse: cliccando sui titoli si possono ascoltare i contributi audio delle varie trasmissioni e leggere notizie sui loro autori, conduttori e ospiti. La panoramica è ancora incompleta, e integrazioni o suggerimenti sono più che benvenuti. In tantissimi mi hanno aiutato a mettere insieme questo materiale: grazie a tutti!

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Libro “La scienza sullo schermo. La rappresentazione della tecnoscienza nella televisione italiana” F. Neresini e P. Magaudda

Superquark, Voyager, Elisir, dibattiti sulla prova del Dna e pareri dei più vari esperti nei diversi talk show; informazioni in tempo reale dai Tg su invenzioni e scoperte: scienziati, esperti, prove scientifiche e controversie tecniche sono diventati «ingredienti» sempre più consueti delle trasmissioni televisive, al punto che non è più possibile comprendere le implicazioni sociali della tecnoscienza senza considerare come essa viene rappresentata dalla televisione. Il volume, risultato di più di tre anni di attività del gruppo di ricerca PaSTIS dell’Università di Padova, analizza il modo in cui i vari format televisivi descrivono, utilizzano e rappresentano la scienza e la tecnologia. L’indagine spazia dalla quantità di notizie scientifiche riportate annualmente dai telegiornali al ruolo degli esperti nei dibattiti televisivi; dalle discussioni sulle tecnologie nel caso di incidenti nelle fabbriche all’evocazione della prova del Dna nei talk show; dai contenuti delle trasmissioni di divulgazione scientifica alle rappresentazioni degli scienziati nella pubblicità. Per l’ampiezza dei dati raccolti, la varietà dei temi trattati e gli approcci di analisi utilizzati, il libro offre un’inedita e consistente panoramica sul rapporto tra tecnoscienza e Tv.

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http://saela.eu/lastampa/articolo.php?sessione=B4CA31596BD9910A6FD9F951E2F2B818&url=%22http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=10577892

TELEPROSA Il critico televisivo Dateci attori, non avanzi di reality

28-10-2007 di Alessandra Comazzi (fonte: La Stampa)

A parole, il teatro rappresenta il rimpianto piu’ cocente della televisione. Una saporosa «madeleine» del passato, quando eravamo tutti piu’ giovani e belli e la televisione voleva educare. Ah, quei venerdi’ della prosa, due colpi di gong segneranno l’inizio del secondo tempo tra due minuti circa. Con gli attori veri, che si erano diplomati all’Accademia e avevano calcato le tavole del palcoscenico prima di recitare, talvolta impappinarsi, davanti alla telecamera in rigorosa diretta. Giorgio Albertazzi, Romeo shakespeariano, che inciampa in un cavo elettrico e si abbatte su Giulietta; sempre lui che si prende una vera bottigliata in testa da Arnoldo Foa’ e continua a recitare sanguinante. Tino Carraro che ha un vuoto di memoria e fa finta di parlare, mentre si inalbera il classico cartello: «La trasmissione sara’ ripresa il piu’ presto possibile». Poi, nei Settanta, riescono a andare in tivu’ con il loro teatro solo Dario Fo, Mistero buffo, Isabella, tre caravelle e un cacciaballe, Luca Ronconi con L’Orlando furioso, Carmelo Bene con Amleto e Riccardo III. Pero’ a fine anno, implacabile, arriva il Natale in casa Cupiello di Eduardo. Per il resto, i pochi tentativi di prosa non hanno dato gli esiti sperati. Anzi, gli ascolti sperati. Ci sarebbe una sola cosa da fare: infischiarsene. La Rai ha tre canali generalisti piu’, ormai, un’infinita’ di spazi digitali? Ne dedichi uno, uno solo, alle arti di scena senza obbligo di share, e avra’ fatto cosa buona e giusta. Basterebbe un solo giusto, per salvare Sodoma e Gomorra. Basterebbe una sola rete, per salvare la Rai-servizio pubblico. Certo, poi, bisogna che lo spettacolo sia fatto bene. Soprattutto, sia fatto apposta. Non basta riprendere un palcoscenico con della gente sopra. Neppure il pubblico che spesso rimpiange con alti lai la prosa e’ piu’ abituato ai ritmi teatrali trasferiti in video. Sono necessari investimenti e allestimenti congrui. Ci vogliono attori-attori, non quelli raccogliticci che arrivano dai reality. Ci vogliono tempi scenici, e tecnica, e regie giuste. Ma cosi’ la televisione potrebbe fare un gran bene: al teatro e agli spettatori.

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Libro “Homo videns. Televisione e post-pensiero” di Giovanni Sartori

“Un saggio polemico ed estremamente intelligente, che rivendica la complessità della parola a fronte della videobanalità, della conoscenza a fronte della mera informazione”. (Fernando Savater). La domanda di fondo intorno alla quale riflette Giovanni Sartori non può essere elusa: davvero il tele-vedere cambia la natura umana?

Libro “Tv per un figlio” di Anna Oliverio Ferraris

La televisione non è una scatola di tutte le meraviglie ma neanche una trappola demoniaca. Si tratta di imparare a far diventare i bambini spettatori più selettivi, a far loro capire il linguaggio delle immagini e gestire a proprio vantaggio questa forma di comunicazione. Con esempi concreti, tabelle ed esercizi da fare insieme, una guida concreta e curiosa per genitori e insegnanti.

Libro “Volevo dirti che è lei che guarda te. La televisione spiegata a un bambino” di Paolo Landi

In mezzo al vuoto di contenuti e al pieno di merci di ogni tipo, i bambini sono ostaggi di educatori e psicologi che tentano di giustificare strategie di marketing: perché i bambini non hanno bisogno della televisione, è la televisione che ha bisogno di loro. Un libro radicalmente contrario alla foresta di schermi (della tv, del computer, dei videogiochi, dei telefonini), che ha invaso le camerette dei ragazzi e il salotto di casa. Un libro per tutti, ma in particolar modo per genitori e maestri, che spiega cos’è la televisione, a chi serve, quali interessi rappresenta e perché bisogna aspettare che un bambino compia dodici anni prima di fargliela guardare.

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Aggiornamento del 23 dicembre 2013:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/giovanni-bignami/dalla-scienza-tabu-alla-scienza-tv/dicembre-2013

Dalla scienza tabù alla scienza in tv

E’ lo slogan che abbiamo immaginato per proporre un aumento di programmi scientifici di qualità nelle nostre reti RAI. Soprattutto sfruttando le possibilità dei nuovi canali digitali, ci ha detto Anna Maria Tarantola, presidente RAI, in una sua recente conferenza alla Accademia dei Lincei, si può aumentare quella “offerta formativa” che è parte importante della missione, per non dire della raison d’etre, di RAI.
Applausi scroscianti di Lincei e pubblico, naturalmente. E allora, anche gli scienziati devono fare la loro parte, anche al di là di quello che molti hanno fatto e stanno già facendo, per RAI o per altre reti o “piattaforme”, inclusa SKY.
Per INAF ed altri Enti di ricerca, un nuovo modo di cominciare è stato quello di formalizzare una collaborazione con RAI Educational, cioè una struttura (non un canale) RAI dedicata a pensare e produrre programmi formativi. 
I programmi possono essere poi collocati nel palinsesto di canali digitali (per esempio RAI scuola) o generalisti (per esempio RAI 3). E’ chiaro che, se c’è la volontà centrale di RAI, molto poi dipende dall’impegno della comunità scientifica, compresa quella dei giornalisti scientifici, a partecipare attivamente alla creazione di programmi di qualità (per intenderci, niente “Kazzenger”…). 
Se tutti forniamo contenuti interessanti, la RAI potrebbe attivare uno spazio tutto per noi.
INAF, da parte sua, ha appena “co-prodotto” con RAI Educational un programma in otto puntate “Il mistero delle sette sfere”, girato interamente a settembre nei giardini dell’Osservatorio di Monte Mario, a Roma. Attualmente, il programma è già in onda su RAI scuola, devo dire dopo un lavoro di montaggio e post-produzione rapido ed efficiente.

Pensare e poi partecipare ad un programma di comunicazione della scienza, lavorando naturalmente sotto la guida di veri professionisti soprattutto di regia, è una esperienza affascinante e formativa, prima di tutto per uno scienziato. Si parte da una idea, la si condivide, la si butta giù rozzamente, la si trasforma in uno script (nel mio caso c’era già un mio libro, è stato più facile, se no per questo ci sono bravissimi scrittori) e poi si immagina sceneggiatura, location, ritmi, presenze in scena e molto altro, con un lavoro di squadra multidimensionale e coinvolgente.

[…] L’importante, mi sembra, da un lato è di non lasciar cadere il messaggio di apertura che viene dalla nostra emittente pubblica, dall’altro portarci, come comunità scientifica, ai livelli dei grandi paesi europei in questo campo. La BBC, indiscussa maestra, ha un canale BBC knowledge, molto seguito e per niente palloso. […]

Adesso però tocca a noi, scienziati di ogni tipo, di Enti di ricerca, Università e industria, a farsi avanti con idee, voglia di fare e un po’ di mezzi. Non più un tabù palloso, né  spettacolarismo becero e disinformato: la scienza deve andare in TV e tocca a tutti noi assicurarne la qualità.       

17 dicembre, 2013 – Giovanni Bignami

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Aggiornamento del 21 gennaio 2014:

Alcune cose fatte bene per fortuna ci sono e ci sono state (Superquark, Leonardo, Geo&Geo, E se domani), ma la nostra televisione pubblica ha il coraggio di trasmettere Voyager, classificandolo come un programma di divulgazione scientifica:

http://attivissimo.blogspot.it/2010/09/voyager-e-gli-alberi-marziani.html

Voyager e gli alberi marziani

10.9.10

La puntata dell’8 settembre scorso di Voyager ha presentato una serie di immagini di Marte che a detta dell’intervistato, il giornalista Ennio Piccaluga, dimostrano la presenza di strutture artificiali e di forme di vita sul pianeta rosso. Ci sarebbero addirittura in questo momento, su Marte, alberi giganteschi, rivelati dalle foto delle sonde spaziali. […] Evidentemente il buon Piccaluga non se ne intende granché di analisi delle immagini e dei rilevamenti digitali delle sonde spaziali, perché altrimenti saprebbe benissimo che i “gradoni” e la “pianta di una città” non sono altro che artefatti dell’elaborazione delle immagini, come ben sanno i veri ricercatori, quelli che lavorano all’ESA e alla NASA e che quelle sonde le seguono per lavoro. Quelli che scrivono documenti tecnici come questo, per esempio, che parla appunto di artefatti. Quelli ai quali la redazione di Voyager avrebbe potuto chiedere prima di trasmettere queste farneticazioni, che sono uno schiaffo a chi studia e lavora per far valere l’Italia in campo scientifico. […]

http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=47676

Pseudo scienza in tv: guai in vista per Voyager

Petizione della Unione degli atei e degli agnostici razionalisti che chiede alla Rai di cancellare il programma di Roberto Giacobbo: «Confonde invece di chiarire»
Claudio Tanari – 16 gennaio 2013
A Presidente Rai, Direttore generale Rai, Ministro delle attività culturali

Il servizio pubblico non trasmetta “Voyager”

Lanciata da Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti

Sono ormai dieci anni che Rai2 trasmette Voyager. La trasmissione non ha pressoché nulla di scientifico, e dedica anzi una premurosa attenzione a pseudoscienze e presunti misteri. Un esempio per tutti: ha promosso e cavalcato con passione la bufala “maya”.

Nel corso del tempo, nonostante le numerose critiche ricevute, i costi ragguardevoli e gli ascolti inferiori alla media della rete, la trasmissione ha continuato e continua ad andare in onda. Si è anzi allargata con pubblicazioni editoriali e spin-off, e alquanto incredibilmente ha persino ricevuto il Patrocinio del Ministero dei beni culturali.

Riteniamo che il programma in questione violi il Contratto di servizio Rai, che impone di assicurare “qualità dell’informazione” e promozione della cultura. Voyager si contraddistingue invece per un’informazione sensazionalista e per confondere, piuttosto che chiarire, le idee al telespettatore, non fornendogli ragguagli accurati e affidabili.

La Rai ha un robusto passato di servizio pubblico efficace, e grazie ai meriti acquisiti negli anni ‘60 e ‘70 gode ancora oggi di un’aura di credibilità e “verità” che, nel caso di trasmissioni come questa, rischia di provocare seri danni, anche se ovviamente non quantificabili.

Per questi motivi chiediamo che la Rai interrompa immediatamente la trasmissione Voyager, sostituendola con un programma di autentica divulgazione scientifica.

Crozza nel Paese delle Meraviglie – I GRANDI INTERROGATIVI DI KAZZENGER (YouTube)

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Aggiornamento del 13 giugno 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/valentina-murelli/scienza-e-tv-quando-bufala-e-servita/giugno-2014

Scienza e tv: quando la bufala è servita

[…] Parliamo della popolare trasmissione tv Le Iene, ormai da tempo accusata dalla comunità scientifica e da molti giornalisti e commentatori di fare disinformazione pericolosa su delicate questioni legate alla salute, rincorrendo l’audience sulla pelle dei malati. […] certo, le bufale non sono tutte uguali: a volte si tratta si tratta di vere e proprie truffe, ordite con l’obiettivo di spillare soldi ai malcapitati, malati e disperati, a volte di proposte fatte in buona fede, da qualcuno che crede veramente nell’efficacia del metodo ideato. Però è indubbio che tutte corrano più veloci, se spinte dalla potenza dei canali di informazione. Come internet, o come una trasmissione tv di successo. Per questo c’è chi si chiede se sia corretto che un programma di infotainment con tanto seguito come Le Iene tratti in modo così spudorato e superficiale argomenti tanto delicati, e come sarebbe possibile evitarlo.

È quello che hanno fatto di recente Elena CattaneoMichele De Luca e Gilberto Corbellini in un editoriale pubblicato sulla La Stampa il 31 maggio scorso. «Non troviamo un argomento etico valido per giustificare coloro che gettano benzina sul fuoco della sofferenza causata da gravissime malattie, per generare conflitti tra malati, scienziati, medici e politici. In sostanza, tra scienza e società» scrivono. E ancora: «Si dovrebbe seriamente, intervenire sia con un codice etico condiviso dagli enti televisivi e d’informazione, sia mettendo sull’avviso i malati e i cittadini di non prender sul serio certi programmi televisivi o mezzi d’informazione attraverso specifiche avvertenze circa l’assenza di vaglio scientifico di quanto trasmesso».
La questione è effettivamente critica e affrontarla non è semplice. La proposta di un’avvertenza – un po’ come quella presente sui pacchetti di sigarette, qualcosa del tipo «questo programma nuoce gravemente alla salute» – può essere un’interessante provocazione, ma è impraticabile. Agire contro certa tv e certa stampa, indignarsi, muoversi, denunciare – come hanno fatto per esempio un mese fa gli aderenti dell’associazione Pro-Test Italia, che hanno organizzato un sit-in di protesta contro la “sistematica disinformazione delle Iene in campo sanitario” davanti agli studi di Cologno Monzese – è necessario e sacrosanto, ma può non bastare. Ancora più fondamentale sarebbe riuscire a fornire a tutti i cittadini gli strumenti per giudicare criticamente quanto vedono e leggono, rifiutando approcci di un certo tipo. Sono in tanti a poter fare la loro parte, in questo senso, a partire dagli organi di informazione, certo. Ma anche da iniziative come quella di Italia Unita per la Scienza, movimento culturale che punta sul dialogo diretto tra scienziati e cittadini per promuovere una corretta informazione scientifica e la costruzione di nuova fiducia nei confronti delle istituzioni scientifiche. […]

Valentina Murelli – 13 giugno 2014

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Aggiornamento del 4 settembre 2014:

http://oggiscienza.wordpress.com/2014/08/29/la-bbc-dice-basta-ai-ciarlatani-e-litalia/

La BBC dice basta ai ciarlatani. E l’Italia?

Lo scorso luglio il BBC Trust, l’organo che governa l’editore radiotelevisivo BBC,  ha preso una decisione chiara: stop ai ciarlatani in televisione. Una scelta ben meditata e sensata, anche se di non facile attuazione. Un’occasione per riflettere sulla situazione italiana.

Presentare “le due campane” per un giornalista è una buona regola per raccontare meglio un argomento complesso. Ma è sempre così? Lo è, per esempio, se si parla di argomenti scientifici? Questo si è chiesta la BBC quando nel 2010 ha iniziato un’analisi per valutare l’imparzialità e la qualità della scienza delle proprie trasmissioni. Per valutare il contenuto scientifico è stato scelto Steve Jonesprofessore emerito di Geneticapresso la University College di Londra. L’anno seguente Jones ha presentato i risultati mostrando come, a fronte di una buona trattazione della scienza, si dava troppo spazio a posizioni marginali non riconosciute dalla comunità scientifica. Secondo lo scienziato, nella scienza la par condicio non funziona, è un falso equilibrio. Se su un argomento scientifico c’è un chiaro consenso della comunità scientifica, non andrebbe presa in considerazione la teoria “alternativa”, per illudersi di essere imparziali. Non se questa è stata sbugiardata dal resto degli scienziati, perché potrebbe inutilmente confondere chi non è del campo. 

E così la BBC ha iniziato un periodo di formazione perché dirigenti e dipendenti riconoscano i ciarlatani e non diano attenzioni a teorie alternative a quelle riconosciute dalla comunità scientifica e spesso prive di fondamento. Un addestramento che ha riguardato 200 dirigenti e che ha permesso alla BBC di “evitare il falso equilibrio tra realtà e opinione”.

Una situazione che pare piuttosto distante da quanto sta avvenendo da anni in Italia. Ci sono pochi programmi televisivi che parlano di scienza in maniera corretta e argomentata e quello più conosciuto e apprezzato, SuperQuark, è da tempo “esiliato” nel periodo estivo. Molti altri programmi invece, come Voyager o Mistero, non perdono l’occasione di far sentire tutte le campane. Ma proprio tutte, invitando e dando voce a pseudoesperti che parlano delle teorie più bizzarre, senza che ci sia alcuna verifica, spesso senza nemmeno la controparte che rappresenti la comunità scientifica. Complotti mondiali, UFO, danni provocati dagli OGM o dalle scie chimiche, cure miracolose e altre assurdità hanno sempre spazio in televisione.

Alcuni di questi argomenti non hanno nulla a che vedere con la scienza, come la teoria della Terra piatta, ancora non del tutto abbandonata. Altri sono fonte di grande dibattito ed è qui che molti giornalisti cadono, cercando le campane minoritarie. Ha senso invitare un creazionista quando si parla di evoluzione?

Tuttavia la questione non è così semplice. Come si chiede il giornalista Riccardo Chiaberge sull’unita.it, non si rischia di cadere in una “forma di dogmatismo scientista”? Non sono infatti solo opinionisti e ciarlatani ad avere posizioni diverse, ma anche alcuni ricercatori. Sono tutti da censurare? Forse sì, se presentano dati scorretti o argomentazioni da tempo smentite dalla maggioranza dei ricercatori. […]

 

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