Come mai l’economia spagnola sta ripartendo e sembra andar meglio della nostra? Molto interessanti a questo proposito, per comprendere le dinamiche alla base di questo “sorpasso”, sono le opinioni del finanziere Davide Serra e del giornalista economico Oscar Giannino, il quale individua le cinque ragioni che stanno permettendo alla Spagna di dare maggior fiducia ai mercati.

N.B. : Sulle origini della crisi e la situazione dei cosiddetti paesi PIIGS: “Bugie e verità sulla crisi

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  • Intervista di Sebastiano Barisoni a Davide Serra (focus economia del 6 settembre 2013): ASCOLTA

CINQUE BUONE RAGIONI PER CUI LA SPAGNA CI HA RIAGGUANTATO SULLO SPREAD

di Oscar Giannino – 10 settembre 2013

[…] in questo 2013 siamo tornati indietro. I titoli italiani hanno incassato un nuovo peggioramento di circa 80 punti base, mentre la Spagna ha sostanzialmente tenuto. Ed ecco che da agosto, quando la condanna di Silvio Berlusconi ha iniziato a profilare nuove minacce di crisi ed elezioni in Italia, il rendimento sui titoli pubblici biennali italiani ha cominciato a superare quello dei pari durata spagnoli. In questi giorni, anche sul decennale lo spread italiano si è allineato a quello iberico, intorno a quota 260 punti rispetto al Bund germanico.

Che cosa davvero spiega questo andamento peggiore dell’Italia, se la Spagna ha visto esplodere nella crisi bombe assai peggiori delle nostre, praticamente la sua intera economia fondata su una gigantesca bolla immobiliare – favorita dai bassi d’interesse praticati nei primi otto anni dell’euro- che si è riverberata in un’enorme crisi bancaria, con pressoché un terzo del credito spagnolo in condizioni fallimentari?

Richiamiamo qualche numero. Se guardiamo agli aiuti europei, la Spagna ne ha avuto bisogno più di noi: 100 miliardi per i salvataggi bancari via ESM, e 44 miliardi di titoli pubblici comprati dalla BCE entro fine 2012. L’Italia ha avuto zero euro per le sue banche – nessun fallimento, a parte il caso Mps che vi si avvicina – e 99 miliardi di propri titoli comprati dalla BCE. Noi abbiamo un debito pubblico assai più rilevante, al 130% del Pil, ma quello spagnolo è arrivato al 92% dal 36,3% a cui stava nel 2007, prima della crisi. E ancor oggi la Spagna chiuderà l’anno con un deficit che sfiora il 7% del Pil – con il via libera di Bruxelles a slittare di 2 anni per il rientro sotto quota 3%, rispetto al 2015 – perché ai deficit accumulati per salvare le banche si sono aggiunti quelli per gli enormi sfondamenti delle Regioni autonome, mentre noi siamo appena usciti dalla procedura d’infrazione europea.

Il sistema bancario spagnolo sta ancora a tocchi, le sofferenze lorde – depurate degli asset illiquidi conferiti alla grande bad bank creata con il salvataggi europeo – sono all’11,2% degli impieghi, rispetto al 7,2% italiano, che pure è una cifra elevata e che continua a crescere del 22% su base annua. I prezzi immobiliari spagnoli sono scesi dl 37% dal 2007, con milioni di spagnoli depauperati e sfrattati, una caduta più che tripla rispetto a quella italiana. Se infine consideriamo il PIL, la Spagna ha perso meno dell’Italia nel 2012 – -1,4% – e perderà anche quest’anno meno del nostro 2%, perché già nel secondo trimestre 2013 la caduta spagnola si è fermata al -0,1%, rispetto al -0,2% italiano. Ma la disoccupazione spagnola, rispetto alla nostra che supera di poco un ragguardevole 12%, è quasi al 27%. Anche se da luglio la situazione ha inziato lentamente a migliorare.

Perché dunque il rischio sovrano spagnolo ha riguadagnato tante posizioni su quello italiano? Le ragioni sono essenzialmente cinque.

La prima equivale – al contrario – alla causa della nuova caduta italiana: la Spagna è politicamente assai più stabile. Il premier Mariano Rajoy, moderato-conservatore del PPE, è in carica da dicembre 2011 e terminerà il mandato a fine 2015, reggendo persino agli scandali di finanziamento occulto del suo partito rivelati dall’ex tesoriere. Ha perso tantissimo nei sondaggi, da oltre il 40% a poco più del 25%, ma non per questo i socialisti lo superano, e due altre formazioni sono salite oltre il 12-15%. Pur con tutti questi guai, ai mercati la stabilità di Rajoy piace molto più di un bis di elezioni italiane col Porcellum, che nessuno a ragione crede garantirebbe un governo stabile e riformatore.

La seconda ragione ha a che vedere con le politiche di consolidamento e le riforme applicate dalla Spagna. Anche Madrid ha alzato le tasse sulla casa come le imposte indirette, ma la riforma del mercato del lavoro è stata incisiva, come i tagli al settore pubblico. A inizio d’anno, nel nuovo pacchetto pro-crescita, la Spagna ha fatto scelte opposte a quelle della riforma Fornero: favorire i contratti part time per i dipendenti con meno di 30 anni, con una riduzione del 75% degli oneri sociali per le imprese con più di 250 dipendenti e del 100% per quelle più piccole. Sono stati messi in pagamento 32 miliardi di debito commerciale dovuti dalla PA alle imprese, praticamente l’intero ammontare, come se noi in Italia avessimo pagato 100 miliardi alle aziende entro il 2013. E’ stata introdotta per le piccole imprese e artigiani l’IVA per cassa.

La terza ragione è l’effetto che tutto questo ha avuto su una voce essenziale dello sbilancio estero del paese. Quello della bilancia dei pagamenti: il riequilibrio del deficit cumulato di parte corrente rispetto all’export spagnolo è passato da oltre il 300% alla metà in soli 3 anni, con un export che tira benissimo e che ridurrà nel prossimo quinquennio il rapporto verso quota 50% che è quella attuale dell’Italia.

La quarta ragione ha a che vedere con un altro indicatore “feroce” di competitività, l’andamento del CLUP, il costo del lavoro per unità di prodotto: la Spagna rispetto al 2005 l’ha abbassato del 6%, noi continuiamo in Italia a vederlo aumentare tra il 2 e il 3% annuo.

Infine, quinta ragione, pur con un’economia più piccola della nostra e colpita in profondità, la Spagna gode di un numero di grandi imprese percentualmente maggiore delle nostre. I 15 grandi gruppi spagnoli come fatturato valgono il 35% del Pil e il 70% della capitalizzazione della Borsa, danno lavoro a 1,7 milioni di spagnoli. Acciona, Acs, Banco Santander, Bbva, El corte ingles, Ferrovial, Grupo Planeta, Iberdrola, Inditex, La Caixa, Mango, Mapfre, Mercadona, Repsol, Telefonica, Zara, sono protagonisti dei mercati globali, in molti settori in posizioni più avanzate delle nostre.

Non è dunque un cattivo scherzo del destino, se i titoli pubblici italiani hanno perso posizioni su quelli spagnoli. Stabilità, riforme, competitività, costo del lavoro, imprese, sono ragioni solide. Classi dirigenti serie, nel nostro Paese, dovrebbero sapere a memoria tutti questi dati. E guardarsi bene, di conseguenza, dal rimettersi a giocare irresponsabilmente la carta di nuove elezioni a pochi mesi dalle precedenti.

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Aggiornamento del 13 novembre 2013:

La Spagna ci ha clamorosamente superati: loro sono usciti ufficialmente dalla recessione, noi ancora no: siamo ancora qui a parlare di IMU, legge elettorale e cavolate varie. Ma si, andiamo pure avanti così… intanto gli altri vanno avanti, mentre noi siamo sempre qui fermi, con i nostri problemi irrisolti e che nessuno si preoccupa di risolvere…

L.D.

http://www.ilpost.it/2013/10/23/la-spagna-e-uscita-dalla-recessione/

La Spagna è uscita dalla recessione

È cresciuta dello 0,1 per cento nell’ultimo trimestre, dice la banca centrale: non succedeva da 27 mesi consecutivi

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Aggiornamento del 17 ottobre 2014:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-07-30/spagna-ripresa-si-rafforza-e-comincia-creare-lavoro–164954.shtml?uuid=ABy3MrfB

Spagna, la ripresa si rafforza e comincia a creare lavoro

L’Italia arranca: l’incubo è il declino

La Spagna se l’è vista peggio ma ora è in ripresa. Da noi non succede perché non abbiamo mai ristrutturato il sistema come hanno fatto Usa e Germania
TONIA MASTROBUONI – 04/08/2014
[…]
Un Paese impreparato  Un termine che abbiamo dimenticato o messo tra parentesi per sette lunghi anni, ma che per molto tempo aveva acceso gli animi, è quello del “declino”. Per qualcuno un’esagerazione, per molti la diagnosi lucida di un Paese piombato in affanno dopo l’accelerazione della globalizzazione degli anni Novanta, l’ingresso nell’euro e il boom dei Paesi emergenti. Uno spettro che avremmo dovuto scongiurare, sostiene Giorgio Barba Navaretti, «con una seria ristrutturazione del sistema industriale, che la Germania e gli Stati Uniti hanno affrontato all’inizio degli anni Duemila. Noi no, noi siamo entrati nella crisi con un sistema industriale già stanco». Con lo tsunami da subprime e la profonda recessione che ne è seguita, spiega l’economista dell’Università cattolica di Milano, «molte imprese hanno poi chiuso, sono scomparse, e non è un problema congiunturale: è tessuto industriale che va ricostruito da zero».

Lunga lista di difetti  

I difetti, «i mali del Paese», per dirla con Tito Boeri, «sono noti: un sistema educativo che non funziona, un mercato del lavoro che esclude i giovani, un sistema salariale che non incentiva il lavoro, le barriere burocratiche, la spesa pubblica che agevola i più anziani o chi è già protetto, il peso insopportabile delle tasse. Tutto questo contribuisce al declino del Paese. Prima della crisi era diventata una parolaccia, non si poteva più parlarne, ora che tutti stanno uscendo dalla recessione e noi fatichiamo di più, sarebbe utile forse riprendere quel dibattito».  […]

È chiaro, insomma, «che ci troviamo un momento di crisi profonda sia dal lato della domanda, sia da quello dell’offerta». Ed è altrettanto chiaro che di questo passo sarà anche «molto difficile» che il Pil riesca a riprendersi nel 2015, addirittura balzando all’1,3% stimato dalla Banca d’Italia.

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