Consigliamo qui alcuni libri che propongono spunti di riflessione sulla delicata questione, già trattata in questo blog, degli italiani e della mancata identità nazionale, nonché degli stereotipi con cui all’estero veniamo (giustamente o ingiustamente?) etichettati:

Libro “Italianità. La costruzione del carattere nazionale” di Silvana Patriarca 

Dai primi anni Novanta del secolo scorso l’interesse degli italiani per la questione dell’identità nazionale non accenna a diminuire. Le preoccupazioni per la fragilità dell’assetto nazionale si accompagnano alla questione della modernità, o della scarsa modernità, del paese e della qualità della sua cultura civile. Come mai un concetto come “carattere nazionale”, che ha perso legittimità in campo teorico, è ancora tanto radicato nella cultura popolare? Che genere di popolo siamo e perché ci comportiamo così? Nella turbolenta storia dell’Italia del XX secolo, crisi di regimi politici hanno generato ricerche di cause e responsabilità, se non esami di coscienza, e spesso il ricorso all’idea del carattere ha fornito un modo per addossare colpe e responsabilità a quel certo fattore “immutabile”, l’eterno carattere degli italiani. Questo libro mette a fuoco i vizi, le virtù, le autorappresentazioni, gli stereotipi ricorrenti del nostro paese e la loro presenza nel discorso di intellettuali e politici nel corso della storia dell’Italia contemporanea, dal periodo della lotta per l’indipendenza e per l’unificazione nazionale, quando il carattere degli italiani cominciò a essere percepito come un problema politico, attraverso le varie fasi della storia politica e culturale postunitaria, fino agli anni più recenti quanto si è riproposto come una questione di riflessione pubblica.

______________________________________________________

Libro “L’ effetto Pinocchio. Italia 1861-1922 la costruzione di una complessa modernità” di Suzanne Stewart-Steinberg 

La storia d’Italia, tra l’Unificazione del 1861 e l’avvento del regime fascista nel 1922, è la storia di uno Stato alla ricerca di una nazione e di una coscienza civile che possa legittimarla. A dispetto del luogo comune secondo il quale l’Italia era arretrata rispetto ad altri paesi industrializzati, si può sostenere che quell’Italia non era né premoderna né antimoderna. Questo libro sottolinea infatti il carattere peculiare della modernità italiana; una specificità che – forse a causa dell’incompiuta unità politica, sociale ed economica, insieme ai livelli di analfabetismo elevati e a una tradizione liberale debole – articolò una modernità “in crisi” estremamente sofisticata, e dunque una critica ante litteram della modernizzazione e del modernismo. Suzanne Stewart-Steinberg affronta questa modernità così cruciale attraverso un’approfondita lettura critica dei testi di alcuni tra i più importanti testimoni dell’Italia postunitaria: romanzieri, filosofi, giuristi, pedagoghi, criminologi, funzionari statali. In questo percorso, l’autrice si fa guidare dalla metafora di Pinocchio che, com’è noto, è un burattino, privo però di quei fili che gli consentirebbero di restare legato al nuovo Stato. Pinocchio diventa dunque emblematico delle complessità della modernità italiana perché – come l’Italia – è stato sia creato che influenzato dall’alto, pur mantenendo la sua autonomia.

http://www.ilfoglio.it/recensioni/509

“L’effetto Pinocchio” di Suzanne Stewart-Steinberg

Chi capisce la bellezza di Pinocchio, capisce l’Italia”, scrisse Giuseppe Prezzolini. E’ pratica diffusa leggere nelle avventure del burattino senza fili inventato da Carlo Collodi la metafora di un’iniziazione massonica, dallo stato di primitiva materialità all’apprendimento della conoscenza che permette di essere buoni cittadini. Ma secondo Suzanne Stewart-Steinberg, docente di Italian studies and Comparative literature alla Brown University del Rhode Island, Pinocchio è stato molto di più: una metafora del processo di costruzione dell’Italia. Un vecchio e abusatissimo luogo comune ha dato e dà per scontata l’arretratezza dell’Italia rispetto agli altri paesi industrializzati. Ma non è così, sostiene l’autrice, perché in realtà l’Italia non era né premoderna né antimoderna, ma articolò una modernità in crisi estremamente sofisticata, e dunque una critica ante litteram della modernizzazione e del modernismo. “L’Effetto Pinocchio” ha dunque definito la strana commistione tra la potenziale vacuità del soggetto italiano e la tendenza a interrogarsi in maniera approfondita sul legame sociale in una società moderna. E, come il burattino, l’Italia è alla perpetua ricerca di una sua identità: non è né bambino né adulto, né umano né inumano, né marionetta né soggetto autonomo. La stessa problematica, secondo la Stewart-Steinber, si ritrova anche in altri protagonisti del dibattito politico e culturale nell’Italia post unitaria. Scipio Sighele, lo psicologo trentino del quale il francese Gustave Le Bon plagerà la famosa teoria della psicologia delle folle, ci parla infatti della forza arcana di suggestione e del soggetto-succube. Matilde Serao, la prima donna in Italia a fondare e dirigere un quotidiano, ci mostra la politica come rappresentazione in quella “Conquista di Roma” che è uno dei maggiori esempi di un vero e proprio genere dell’epoca, denominato “romanzo parlamentare”. Un De Amicis meno consueto di quello del libro “Cuore” ci parla di gravità dell’amore e di una ginnastica perversa che curiosamente anticipa le moderne manie del fitness. Lombroso, scienziato geniale ma anche pasticcione, ci introduce al “continente oscuro” dell’altra Italia. Due capitoli sono dedicati a Maria Montessori, alla sua rivoluzione educativa e alla nascita della pedagogia (un capitolo riguarda il complesso dibattito sull’infanticidio). Temi gravi e complessi, ai quali però la fiaba di Pinocchio riesce a dare un filo interpretativo comune. Come spiega infatti l’autrice, nel progetto di “fare gli italiani” “anche quando il centro dell’attenzione era proprio l’educazione dei più piccoli, come nel caso dell’opera di Maria Montessori, il referente metonimico era di fatto una nazione composta di soli bambini. Questo aspetto era legato all’idea che gli italiani fossero fondamentalmente bambini e che l’Italia (soprattutto rispetto ad altre nazioni moderne) si trovasse in uno stato di perenne infanzia. Il burattino dall’aspetto di fanciullo Pinocchio, come icona culturale, va quindi inteso in tal senso”. Così, “non a caso, nell’autunno del 2003 il volto di Berlusconi con un naso da Pinocchio campeggiava sui poster di tutta Berlino”, aggiunge l’autrice. “Roberto Benigni, anche lui recente interprete di Pinocchio e novello rappresentante di un’Italia infantile, incarna l’altra faccia del linguaggio dei sentimenti. Al pari di Berlusconi, egli appare all’estero come un clown o un tenero burattino, e la sua immancabile irrequietezza è tale da non consentirgli di stare seduto fermo e tranquillo neanche alla serata degli Oscar. Benigni e Berlusconi si rappresentano costantemente come acerrimi nemici. Forse lo sono, ma, al di là della natura del loro rapporto, ciascuno di essi può essere considerato come un burattino che tira i fili dell’altro”.

______________________________________________________

Libro “Italiani senza Italia” di Aldo Schiavone

Nelle dimensioni di un saggio breve, Schiavone si propone di tracciare un bilancio dell’Italia contemporanea dopo un secolo di vita unitaria. Tre i capitoli in cui è diviso il libro. Il primo affronta le grandi questioni nazionali, considerandole come l’esito di un lungo cammino, che può rimandare ad epoche lontane: l’identità collettiva, la modernizzazione, etc. Nel secondo capitolo si discutono tre tesi. Primo: esiste un “carattere” degli italiani. Secondo: lo Stato unitario si è costituito in una stagione culturalmente modesta. Terzo: lo scarto fra le stratificazioni millenarie del carattere e l’improvvisata fragilità delle istituzioni spiega la debolezza delle classi dirigenti. Il terzo capitolo capovolge la prospettiva.

______________________________________________________

Libro “Porca Italia. Cosa dicono (e pensano) di noi nel mondo” di Klaus Davi 

Fannulloni, puttanieri, superstiziosi, corrotti, mafiosi, ignoranti, ubriaconi, calciomani, razzisti. Ma anche generosi, ospitali, socievoli. Così ci vedono e ci giudicano gli stranieri. Questo dicono di noi i giornali, le radio e le televisioni del mondo. È in base a queste informazioni che “gli altri” decidono se venire in Italia come turisti, studenti o investitori. È in base a queste sensazioni che ci accolgono all’estero: con diffidenza, oppure a braccia aperte. In un mondo globalizzato, informarci su quello che gli altri pensano di noi è fondamentale. Klaus Davi e il suo staff esaminano da anni 200 autorevoli testate straniere, raccogliendo ogni articolo, citazione o commento sull’Italia e i suoi abitanti. Porca Italia è una sintesi di questo gigantesco archivio: 500.000 voci, con vecchi luoghi comuni e nuovi pregiudizi, pregi e difetti, insulti e dichiarazioni d’amore per “la terra dei limoni”. La sezione finale è dedicata all’immagine di Silvio Berlusconi nel mondo: perché è l’italiano che agli occhi di molti stranieri incarna i pregi e i difetti di tutti noi. Porca Italia ci fa spesso ridere, e al contempo ci obbliga a riflettere su noi stessi. Speriamo anche che ci spinga a valorizzare meglio gli aspetti che contribuiscono a fare dell’Italia il Belpaese amato e invidiato ovunque. E magari questa consapevolezza potrà aiutarci a migliorare alcuni aspetti della vita nazionale che indignano molti di noi. Con una Prefazione di Gian Antonio Stella.

______________________________________________________

Libro “L’Italia bugiarda” di Lorenzo Del Boca

Perché un secolo e mezzo dopo l’unificazione – più presunta che reale – il nostro Paese non è ancora diventato una nazione? Perché dopo aver (mal)fatto l’Italia non siamo ancora riusciti a fare gli italiani? E perché proprio non riusciamo a diventare semplicemente un Paese normale? Principalmente perché la storia che ci raccontiamo è per molti versi un castello di bugie. Ma forse è arrivato il tempo di guardare al nostro passato con occhio più disincantato, meno ideologico e, persino, più irriverente, per comprendere che cosa è successo – per davvero – nei decenni e nei secoli che hanno rappresentato l’incubazione del nostro DNA. E di farlo con prospettiva rivolta al presente. Perché la storia è maestra di vita: indica la via della quotidianità e, in qualche modo, suggerisce il percorso della politica. Per correggere i nostri gravi (e, qualche volta, gravissimi) difetti è necessario vedere da dove vengono, in modo che l’esempio e l’esperienza pregressa possano consentirci di trasformarli in piccole (e, forse, piccolissime) virtù.

______________________________________________________

Libro “Una Repubblica senza patria. Storia d’Italia dal 1943 a oggi” di V. Feltri e G. Sangiuliano

“Siamo legati a una strana idea della politica. Non la consideriamo lo strumento che dovrebbe permetterci di vivere meglio, ma una religione, nei confronti della quale c’è solo fede cieca e nessuna voglia di ragionare. Si procede senza valutare il proprio interesse, comportamento tipico di un Paese che non sa cosa sia la patria, quindi si attacca a un partito, a una confessione religiosa, talvolta al calcio. Tutto, pur di non riconoscersi come popolo unico e come patria.” Gennaro Sangiuliano e Vittorio Feltri ripercorrono le vicende fondamentali del dopoguerra, dalle origini della Repubblica fino alla nostra desolante attualità, per giungere a una conclusione sconfortante: l’Italia è una Repubblica senza patria, che è come dire uno Stato senza nazione, fatto di cittadini che si riconoscono solo nel proprio gruppo, che perseguono solo il proprio tornaconto. Gennaro Sangiuliano ricostruisce storicamente la cronaca degli anni fra il 1943 – dalla firma dell’Armistizio e dalla fuga del re – e gli anni Settanta del Novecento. La matrice che a suo parere unisce tutte le esperienze politiche italiane è la divisione, la mancanza di una prospettiva condivisa della Stato e dello sviluppo economico e culturale della nazione. Vittorio Feltri racconta invece gli anni della nostra storia più recente: dall’esperienza del centrosinistra di Fanfani alla strategia della tensione; da Mani Pulite alla nascita della Lega e all’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica italiana.

______________________________________________________

Libro “Lo stivale zoppo. Una storia d’Italia irriverente dal fascismo a oggi” di Roberto Gervaso

Mussolini non è morto nell’aprile del 1945. Il corpo esposto in piazzale Loreto non era il suo. Grazie a una fuga rocambolesca con scambio di persona, è riuscito a rifugiarsi in Svizzera sotto mentite spoglie. Lì ha ricominciato una seconda vita trovando lavoro come giornalista (la sua prima passione) per un piccolo quotidiano ticinese. Dopo i primi pungenti articoli, il direttore lo manderà inviato in Italia per una serie di reportage, che racconteranno il nostro paese dalla ricostruzione al ’68, dal rapimento di Moro all’ascesa di Berlusconi, fino alle vicende del governo Letta e della condanna del Cavaliere. Con questo stratagemma narrativo, Roberto Gervaso compone una storia irriverente del nostro Paese, dal trattato di Versailles ai giorni nostri, e ci accompagna in una cavalcata lungo il secolo che ci ha resi quel che siamo.

______________________________________________________

Film “UNA VITA DIFFICILE” di Dino Risi (1961)

http://www.inventarioitaliano.it/node/243

Ci sono film molto più artistici e film molto più impegnati di questo lungometraggio del 1961. E film che potrebbero aspirare a raccontare episodi del Risorgimento, o vicende delle due guerre mondiali o del periodo del ventennio fascista. Come del resto La dolce vita di Federico Fellini ha rappresentato per molti, anche all’estero, l’affresco italiano per eccellenza, pur essendo raccontata dal punto di vista autoriale di una riflessione intimamente soggettiva.
Tuttavia crediamo che Una vita difficile sia l’affresco più calzante di tutta la storia nazionale. C’è dentro certamente la trasformazione dell’italiano medio che da giovane ribelle e sognatore deve adeguarsi ai compromessi della vita, e c’è dentro il racconto di una dignità individuale che fa a pugni con un regime sociale egoista e rapace. “Panoramica su venti anni di vita italiana attraverso le vicende di un ex-partigiano giornalista che si inserisce nel sistema di una borghesia reazionaria”, come lo spiega sinteticamente il Morandini.
È il film migliore di Dino Risi e l’interpretazione più eccelsa di Alberto Sordi che a fine carriera ricordava appunto Silvio Magnozzi, protagonista di Una vita difficile, come il suo personaggio più riuscito. Qui Sordi riesce a contemperare la comicità con una interpretazione misurata, e anche le scene più sopra le righe rientrano sempre nell’alveo della credibilità, non lasciando alcuno spazio alla macchietta o alla descrizione bozzettistica. Oggi, e vagliando a ritroso molti film nella storia della commedia all’italiana, questa pellicola si può ritenere forse il punto più alto raggiunto dal cinema di quel genere. Ma accanto ad Alberto Sordi, nella parte azzeccatissima dell’interprete principale, ruotano anche altri personaggi del cinema del periodo, come Vittorio Gassman, Alessandro Blasetti, Silvana Mangano che interpretano se stessi, in una scena dove Dino Risi mostra un set cinematografico. Da ricordare anche che il soggetto e la sceneggiatura di questo incomparabile film sono di Rodolfo Sonego, poi collaboratore in molte altre pellicole di Alberto Sordi.
Il film parla di un pezzo di storia italiana, dalla Resistenza al boom economico, attraverso la vita di un partigiano, poi giornalista appassionato del giornale di sinistra Il Lavoratore, che si sposa con la borghese Elena Pavinato (interpretata da una bravissima Lea Massari) e viene a contatto con parti di società nazionale corrotte, spinte avanti soltanto dall’arrivismo e dall’avidità di denaro. Anche il protagonista, prima puro e idealista, deve fare i conti con la realtà e cerca di barcamenarsi in un mondo ossequioso col potere politico ed ecclesiastico, cercando di non essere comunque contaminato dalle viltà che gli stanno intorno. Ma questo passaggio dalla purezza della gioventù alla corruzione della maturità non riesce a deviarlo da un senso intimo di giustizia, non ce la fa a distoglierlo dai suoi valori e, scontrandosi con un’Italia che annusa le prime febbri del degrado morale, si arrende al suo destino di perdente. In questo film non c’è nessuna celebrazione del boom economico, si intravvede un futuro non certo ottimistico per le condizioni morali della società nazionale, e tutto l’entusiasmo del dopoguerra si incupisce in un Paese a due velocità, dove ricchi e poveri, umili e potenti saranno destinati sempre più a distaccarsi tra loro. Si anticipano, quindi, tutte le malattie croniche dell’Italia, che di lì a poco saranno messe in discussione dalla proteste sociali e giovanili della fine degli anni Sessanta del Novecento.
Nonostante la pellicola metta in scena tutto questo, non ha scopi o messaggi sociologici. Si tratta di un film godibilissimo, facile da seguire e assolutamente coinvolgente sia per la maestria di Sordi, sia per le vicende che vengono raccontate, sempre credibili ed efficaci, quando mettono in scena l’entusiasmo delle speranze sociali e di quelle familiari, ma anche quando pongono in risalto la melma dell’ipocrisia e dello spregio dei valori che dovrebbero tenere salda insieme una società solidale.
Alberto Sordi si ritrova due volte fuori da un Night, e nella prima di queste, cammina un po’ brillo incontrando un pastore con le sue pecore e gli chiede: “Pastore, tu sei felice?”, e il pastore la cui vita non sembra metterlo proprio di fronte a questa priorità esistenziale, gli risponde: “A ‘mbriaco, ma va’ a morì ammazzato”. Anche in questa scena si evidenzia un tema importante per la borghesia dell’epoca, cioè una domanda che un individuo cosciente come Silvio Magnozzi si pone: può la ricchezza dare la felicità? Oppure servono soprattutto altri parametri di vita per definire uno spazio condiviso di felicità?
Il film ci chiama di fronte allo stato del nostro Paese e ci pone davanti alcune domande non banali che ci raccontano in quasi tre ore di cinema la storia intellettuale-emotiva più pertinente a ciò che possiamo pensare sia stata la vita delle generazioni precedenti.
Memorabile la scena della cena a casa dei monarchici nella sera dell’esito del referendum tra Monarchia e Repubblica, ma ancora migliore la scena finale, quando Alberto Sordi, ormai solo e perduto, uscendo da un locale, si avventura ubriaco, all’alba, in mezzo alla strada, sul lungomare della Versilia, sputando alle macchine e a un pullman di turisti tedeschi ai quali grida che è inutile che vengano in Italia, perché l’Italia fa schifo. Geniale epilogo di un film che ha anticipato in racconto tutto il peggio del nostro malcostume italico.
Una vita difficile, oltre a descrivere le ipocrisie borghesi degli anni fondanti dell’Italia contemporanea, sembra raccontarci anche come certi piccoli poteri economici, politici e lobbystici non abbiano mai cambiato faccia e siano passati indenni dal fascismo all’Italia repubblicana, senza acquistare nessun tipo di valore sociale. L’arrivismo e il benessere, sembra dirci Risi, ha il suo caro prezzo da pagare, a scapito della morale e della dignità privata.

Tags: , ,