COME DALL’INDIFFERENZA…

Libro “Gli indifferenti” di Alberto Moravia

Alberto Moravia è stato uno dei più grandi scrittori del XX secolo, esordiente proprio con “Gli Indifferenti” nel 1929. Un romanzo scritto in pieno clima fascista, ma non solo. Il XX secolo è anche quello in cui sono frequenti le riflessioni sull’esistenzialismo, sulla figura dell’inetto, sull’ipocrisia della società moderna, di cui questo romanzo è un celebre ritratto.

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Opinione su “Gli indifferenti” (Alberto Moravia)

Uno dei romanzi più noti di Alberto Moravia, che rappresenta un acuto ritratto della borghesia romana intorno agli anni ’30, accolto con entusiasmo dalla critica letteraria, ma con diffidenza dal regime fascista dell’epoca, che temeva i contenuti del romanzo tanto da proibirne la diffusione. Gli Indifferenti è un romanzo che si specchia nella realtà quotidiana, che analizza lo spirito umano fin nei suoi sentimenti più profondi. Scritto nel 1929, quando Moravia aveva appena 22 anni, il romanzo è a tutt’oggi di un’attualità sconvolgente, quasi che nel corso di questi anni non sia cambiato niente. A ben vedere, se non ci limitiamo solo a guardare le lunghissime autostrade, i palazzi ed i progressi dell’informatica, ma cerchiamo di comprendere i sentimenti, le virtù e le passioni che animano i singoli uomini, allora possiamo trovare una facile spiegazione all’attualità del romanzo. L’indifferenza era ed è ancora oggi uno dei mali principali della nostra società, in cui a dispetto dei progressi della scienza, sempre più forte ed impellente si avverte la necessità di veri contatti umani. La storia del romanzo è ambientata all’interno della borghesia romana, in pieno regime fascista. Uno dei protagonisti è Leo Murumeci, che ha come amante una vedova matura ma ancora piacente. Questa donna, di nome Mariagrazia ha due figli già di età adulta quando inizia la sua storia con il giovane amante. Con il passare del tempo però Leo comincia a mostrarsi insofferente alle attenzioni di Mariagrazia, e la storia sembra volgere al termine, quando Leo comincia a rivolgere le sue attenzioni nei confronti della figlia dell’amante. La giovane donna, di nome Carla, cede ben presto alle insistenze di Leo, nonostante l’indignazione della madre. Moravia a tal punto evidenzia nel romanzo le azioni ed i pensieri di colui il cui atteggiamento costituisce lo specchio della società, vale a dire Michele, fratello di Carla e figlio di Mariagrazia. Nonostante l’evolversi della situazione, Michele non riesce a scuotersi dal suo torpore ed assiste indifferente a quanto accade. Da un lato egli avverte che la situazione richiederebbe un suo intervento ed una sua indignazione, ma dall’altro non riesce a scuotersi dall’indifferenza profonda che la situazione gli suscita. Tutti i suoi tentativi di scuotersi (giunge persino a provocare Leo ed a minacciarlo di ucciderlo) sembrano dominati da una sorta di controvolontà che gli impedisce di andare fino in fondo nel suo intendimento. Michele, finisce per cedere a questa sua indifferenza che lo pervade, che si rileva insormontabile, e finisce con l’assistere impotente e indifferente al matrimonio di Leo con la sorella Carla, tra la rassegnazione della madre Mariagrazia.
Come si può ben comprendere il romanzo costituisce un forte strumento di denuncia, e se consideriamo l’epoca storica in cui fu scritto, è allora facile ed intuitivo capire perché il regime fascista ne proibì la diffusione. Un libro di denuncia, che spiega, attraverso la storia di personaggi comuni, la nascita di un vero regime politico. Naturalmente l’attualità del romanzo non è dovuta a questo messaggio di denuncia sociale, i tempi sono cambiati, ed oggi pericoli del genere non sono ipotizzabili, nonostante le grosse parole che solitamente vengono utilizzate per descrivere l’attuale situazione politica. Quello che invece è, purtroppo, applicabile anche alla moderna società riguarda il sentimento dell’indifferenza, da cui non ci si riesce a scuotere. Rappresenta uno dei mali peggiori della società, che anche se ipertecnologica ed informatizzata ai massimi livelli, non può e non deve fare a meno dei legami fraterni fra persone. L’indifferenza viene descritta da Moravia come un qualcosa da cui non ci si riesce a scuotere, il suo effetto è paralizzante, impedendo qualsiasi forma di reazione o di emozione nei confronti di una data situazione. E non è la stessa situazione che capita ogni giorno quando passiamo per strada e vediamo qualcuno che tende la mano? Si, oramai è una scena abituale che si ripete con puntuale regolarità, quasi non ci facciamo più caso, passiamo indifferenti senza soffermarci. Questo è il male della moderna società, ora come allora, l’indifferenza che ci impedisce di reagire alle situazioni, ed è per questo che il romanzo di Moravia, dopo ben 70 anni dalla sua stesura può dirsi sempre attuale, in grado di fotografare in maniera veritiera la moderna società ipertecnologica.

Libro “L’indifferenza – Conformismo del sentire e dissenso emozionale”

L’indifferenza è il bersaglio preferito del biasimo sociale, il mostro responsabile dei piú disparati eventi negativi, uno stato della mente patologico.

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RECENSIONE: L’indifferenza. Conformismo del sentire e dissenso emozionale

Fenomenologia del non-sentimento
di Umberto Galimberti – Fonte: “La Repubblica” 22 dicembre 2007

“L’indifferenza”, il saggio di Adriano Zamperini dedicato alla desensibilizzazione del nostro tempo
Quando la politica non decide e dà l’impressione che nulla potrà mai cambiare perché il conflitto tra le parti mette in ombra il bene comune, quando la scuola, sfiduciata, rinuncia non solo all’educazione ma anche all’istruzione perché troppi sono gli studenti che non capiscono il senso di quello che leggono, quando le imprese e le organizzazioni lavorative e burocratiche danno l’impressione di non amare la novità e di preferire la routine, il freddo ingranaggio ben sincronizzato con i movimenti che scandiscono un tempo senza passioni, quando i morti sul lavoro sono consuetudine quotidiana che più non scuote le coscienze e non promuove interventi, quando i vecchi, i malati di mente e quelli terminali sono solo un problema che non suscita neppure commozione, quando lo straniero è solo un estraneo con cui è meglio non avere a che fare, quando persino i giovani devono inghiottire una pillola di ecstasy per provare, almeno al sabato sera, una qualche emozione, allora siamo all’indifferenza, vera patologia del nostro tempo, che Adriano Zamperini, nel suo bel libro dedicato a questo non-sentimento, descrive come distacco emozionale tra sé e gli altri, mancanza di interesse per il mondo, alimentata dal desiderio di non essere coinvolti in alcun modo, né in amore né in lotta, né in cooperazione né in competizione, in una società popolata da passanti distratti e noncuranti, affetti dall’indifferenza dell’uomo verso l’uomo, dove ciascuno passa vicino al suo prossimo come si passa vicino al muro.
Alla base dell’indifferenza troviamo una speranza delusa circa la possibilità di reperire un senso, un’inerzia in ordine a un produttivo darsi da fare, a cui si aggiungono sovrabbondanza e opulenza come addormentatori sociali, noncuranza di fronte alla gerarchia dei valori, noia, spleen senza poesia, incomunicabilità, non solo come fatto fisiologico tra generazioni, ma come pratica di vita, dove i ruoli, le posizioni, le maschere sociali prendono il posto dei nostri volti ben protetti e nascosti, perciò inconoscibili.
Tutti questi fattori scavano un terreno dove prende forma quel genere di solitudine che non è la disperazione, ma una sorta di assenza di gravità di chi si trova a muoversi nel sociale come in uno spazio in disuso, dove non è il caso di lanciare alcun messaggio, perché non c’è anima viva in grado di raccoglierlo, e dove, se si dovesse gridare “aiuto”, ciò che ritorna sarebbe solo l’eco del proprio grido.
L’invito a coltivare la razionalità, peraltro mai diluita nell’emozione, la difesa delle buone maniere che ormai, persino a propria insaputa, fanno tutt’uno con l’insincerità, la noia che come un macigno comprime la vita emotiva impedendole di entrare in sintonia col mondo, formano quella miscela che inaridisce ciascuno di noi, a cui non è stato insegnato come mettere in contatto il cuore con la mente, e la mente con il comportamento, e il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del mondo incidono nel nostro cuore. Queste connessioni che fanno di un uomo un uomo non si sono costituite, e perciò nascono biografie capaci di gesti tra loro a tal punto slegati da non essere percepiti neppure come propri.
Per effetto di questa atrofia emotiva e con un buon allenamento nella palestra gelida della razionalità, finiamo col sostituire alla responsabilità, alla sensibilità morale, alla compassione, al senso civico, al coraggio, all’altruismo, al sentimento della comunità, l’indifferenza, l’ottundimento emotivo, la desensibilizzazione, la freddezza, l’alienazione, l’apatia, l’anomia e alla fine la solitudine di tutti nella vita della città.

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… SI ORIGINA LA RASSEGNAZIONE

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7585&ID_sezione=&sezione

C’è bisogno della forza di indignarsi

13/7/2010 – MICHELE BRAMBILLA

[…] È che ormai nessuno scandalo fa più veramente scandalo. Bisognerebbe modificare la stessa definizione del termine che ne dà il vocabolario: da «evento o incidente che provoca una vivace reazione nell’opinione pubblica» a «fatto ordinario registrato dai media come le previsioni del tempo e serenamente accettato dai lettori».

[…] E questo accade proprio perché, come dicevamo all’inizio, tutto ormai scivola via, viene ingoiato nella normalità. Seguiamo poco, ci disinteressiamo. Un po’ per assuefazione, per noia. Ma un po’ anche perché, purtroppo, è cambiato – e molto – il comune senso della morale. Proviamo a immaginare che cosa sarebbe successo se un importante uomo politico, trenta o quaranta anni fa, fosse stato condannato per mafia e anche avesse solo partecipato a equivoci festini. Forse allora eravamo bacchettoni e ipocriti, ma l’ipocrisia è anche l’omaggio che il vizio rende alla virtù: nascondevamo le nostre malefatte perché sapevamo che c’era di che vergognarsi. Era l’Italia in cui finire sul bollettino dei protesti o più semplicemente andare in rosso in banca era un disonore: oggi, un rinvio a giudizio è una medaglia al valore. Ai politici perdoniamo molto perché molto abbiamo da farci perdonare.

Non stiamo facendo un elogio del professionista dell’indignazione: spesso l’indignato è colui che si indigna solo per i peccati altrui. Ma oggi il rischio è l’indifferenza, quando non la complice acquiescenza. Ed è questo che ci spaventa.

Vedi l’articolo “La missione di Antonio Bertolotto: lottare contro la politica che uccide le imprese

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