1) IL CANONE NON E’ UNA TASSA APPLICATA PER VEDERE LA TELEVISIONE PUBBLICA, MA UN’IMPOSTA SUL POSSESSO DI APPARECCHI TELEVISIVI…

… smettiamola quindi di lamentarci per il canone, abbiamo problemi ben più gravi e tasse ben più salate da pagare…

http://tagli.me/2012/12/27/pagare-il-canone-e-un-dovere-aumenti-leggi-sentenze-e-procedure-di-esenzione/

PAGARE IL CANONE È UN DOVERE: AUMENTI, LEGGI, SENTENZE E PROCEDURE DI ESENZIONE

· di umbertomangiardi

[…] Cosa dice la legge? La legge dice che il canone va pagato, e fin qui nulla di nuovo. Non tutti sanno che non è una tassa: giuridicamente, una tassa è un pagamento effettuato da un soggetto in virtù di un corrispettivo. Il cittadino paga per avere un servizio pubblico da parte di un ente. Uno paga le tasse universitarie per accedere all’università, le tasse aeroportuali per viaggiare tramite un velivolo, le tasse su una licenza per godere di quella licenza. “Ma io pago il canone Rai per vedere la Rai“, si obietta generalmente – frase cui altrettanto generalmente segue la famosa “Visto che io non guardo la Rai, non voglio pagare il canone“. In realtà non è così: quella sul canone Rai è un’imposta, e nemmeno per “godere della trasmissione dei programmi”, ma per il semplice possesso di un apparecchio capace di ricevere le frequenze televisive o anche solo radiofoniche. […]

2) LA RAI PERO’ RICEVE ANCHE DEI FINANZIAMENTI STATALI…

Noi cittadini quindi contribuiamo comunque a pagare questo servizio, per questo abbiamo tutto il diritto di rivendicare ciò che non ci piace, come ad esempio:

  1. il fatto che molti programmi siano di scarsa qualità
  2. il fatto che gli stipendi di chi lavora in RAI siano eccessivi rispetto alla media degli stipendi nazionali 

http://www.tvblog.it/post/31073/servizio-pubblico-rai-canone-contratto-di-servizio-anomalie-programmi

Rai: che cosa è servizio pubblico? Cosa paghiamo con il canone Rai?

Michele Biondi – 

3) COME IN TUTTO CIO’ CHE E’ PUBBLICO IN ITALIA, ANCHE NELLA RAI CI SONO GIOCHI POLITICI E RACCOMANDAZIONI… 

… non esiste la meritocrazia, ma solo il “chi conosce chi” (vedi il caso di Wolfgang Achtner): sarebbe di certo il caso di svincolare la RAI dal dominio dei partiti…

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fannotelevisione.blogspot.it

Editoriale:

L’Italia è stufa di credere che chi lavora in televisione meriti stipendi superiori rispetto a chi magari lavora nell’industria, negli ospedali o nella scuola. Quell’esercito di nani, ballerine, veline, calciatori e presentatori vari è fatto di persone come noi che hanno il dovere di sudarsi lo stipendio fino all’ultimo euro. Bisogna smetterla di dare per scontato che loro meritano più soldi di noi; è giunto il momento di ribellarci a questa situazione assurda. Non è possibile che una presentatrice o un cabarettista guadagni come 10 ingegneri o 10 medici. Non è possibile che una soubrette a Sanremo guadagni 1.000.000 di euro in 5 serate quando gli italiani faticano ad andare avanti con 1000 miseri euro al mese. Bisogna fare qualcosa. Gli equilibri vanno ripristinati prima che sia troppo tardi.

giovedì 26 aprile 2007

Un classico…

L’Italia a due velocità

L’Italia è il paese in cui è normale che un numero consistente e crescente di persone si qualifica dicendo “faccio televisione”. Ma che lavoro è fare televisione?!

In Italia la gente che ha sudato per prendersi una laurea in medicina o in ingegneria o in qualsiasi altra cosa, si ritrova (quando va bene) con stipendi da fame che sfiorano il ridicolo e dopo decine di anni, quando lo stipendio inizia a crescere, comunque sarà sempre inferiore a quello di un qualsiasi comico televisivo, di un qualsiasi presentatore, di un qualsiasi buffone della televisione.

Questa è l’Italia a due velocità dove ci sono differenze abissali tra chi lavora nella televisione e chi lavora fuori.

Nella televisione gli stipendi sono altissimi per tutti, il meno bravo prende mediamente 5000 euro al mese, il più bravo arriva anche a 100.000 e più con una serata, ma fuori dalla televisione, nel mondo di chi deve lavorare davvero (anziché fare televisione) gli stipendi sono di un altro tipo. Si parte da meno di 1000 euro al mese per arrivare a circa 1500 euro dopo tantissimi e tantissimi anni di fatica.

In Italia non importa se salvi la vita alla gente, non importa se costruisci ponti, strade e ferrovie, non importa se mandi avanti una fabbrica, non importa se fai ricerca, non importa se mandi avanti un paese ( vedi pompieri,tassisti, medici, ingegneri, falegnami, contabili, ricercatori, camerieri, commessi, baristi, poliziotti, informatici, operai, elettricisti ecc ) il tuo stipendio sarà sempre ridicolo ..sempre bassissimo rispetto a chi fa televisione!!

E’ cosi perchè in Italia è più importante chi prende a calci un pallone di chi salva la vita alla gente, è più importante chi presenta balletti, di chi porta avanti una fabbrica, è più importante chi fa il comico/buffone di chi fa ricerca, è più importante chi fa “il tronista” di chi lavora sul serio… di chi fa il meccanico, l’elettricista, il postino, il contabile, il disegnatore, lo spazzino, l’idraulico o qualsiasi altra cosa non abbia a che fare con la televisione.

Un qualsiasi buffone della TV ( anche una semplice Iena ) guadagna più di un dirigente di fabbrica, più di un medico, più di un pompiere, più di chiunque faccia sul serio un lavoro!

Ormai è di moda dire “faccio televisione”,ma cosa cavolo significa?!

Lo dico io cosa significa: significa fare il parassita della società, significa guadagnare un sacco di soldi per non fare nulla, per fare salotto in TV, per raccontare barzellette, per insultare qualcuno, per presentare balletti, per raccontare una partita di calcio o per fare il buffone!

Per fare queste cavolate si guadagna veramente tantissimo …e questo è vergognoso!!

E’ vergognoso perché in questo paese gli insegnanti e i ricercatori faticano ad arrivare alla fine del mese!! E’ vergognoso perché “i buffoni della TV”, alla faccia nostra, fanno una vita da Re o da Regina.

Non so voi, ma io sinceramente non mi sento inferiore a questa gente che “fa televisione” e sono stufo di questa disparità di trattamenti; non li odio e non li invidio, ma so che è per colpa loro che l’Italia va male! Una volta si diceva “lavoriamo tutti lavoriamo meno” e loro non lavorano affatto ..fanno salotto, si divertono, fanno chiacchiere e prendono un sacco di soldi che in realtà dovrebbero finire nelle tasche della povera gente.. quella che lavora sul serio.. perché alla fine la ricchezza della nazione è quella che è e se finisce nelle tasche dei “super uomini e super donne” che fanno televisione, alla gente che lavora veramente cosa gli rimane?! 1000 euro al mese se va bene.

E 1000 euro al mese non bastano mai, ancora di più se devi lavorare almeno 8 ore al giorno e alzarti alle 6 tutte le mattine ..e magari per fare quel lavoro ti sei dovuto laureare, hai dovuto studiare una vita e la ricompensa è stata vedere il “tronista” semianalfabeta girare in Ferrari fuori le discoteche..

forse perché è quello il suo lavoro.. alzarsi tardi, divertirsi, lavorare una volta al mese e godersi la vita con tanti soldi in banca alla faccia di chi quei soldi non li avrà mai, nonostante il sudore, gli studi, la fatica e l’impegno.. semplicemente perché non lavora nella televisione.. e qui parliamo della televisione dove tutto è più facile e dove tutti guadagnano tantissimo con pochissima fatica.

Noi siamo i poveri e i deboli, loro sono i ricchi e i potenti. E’ l’Italia a due velocità.. è l’Italia divisa tra chi è dentro ( la televisione ) e chi è fuori…………
ma se un giorno noi smettessimo di lavorare tutti, chi manderebbe avanti l’Italia?!! Chi lavorerebbe nelle fabbriche?!? Chi lavorerebbe negli ospedali?!?! Chi lavorerebbe nei bar?!? Chi costruirebbe le strade e le case?!? Non di certo loro “quelli che fanno televisione” … “quelli per cui la vita è solo un salotto in TV” ….

Pubblicato da Mr. Turbo
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Rai, compensi d’oro: ecco tutti gli stipendi. Ma Bonolis non ci sta

Laura Rio – 14/02/2009

[…] dall’altra parte dell’Oceano Obama fissa il tetto massimo dei salari dei grandi dirigenti a 500mila euro, in ogni parte del globo la crisi economica spazza via migliaia di posti di lavoro, e nella nostra piccola Italia che si fa? Da una parte si ritocca (verso l’alto) il canone per sovvenzionare la televisione pubblica, e dall’altra gli stipendi delle star restano uguali. Pure a Hollywood, in crisi nera, i divi hanno dovuto piegarsi e diminuire drasticamente i loro cachet per permettere a qualche film di arrivare sui set. Da noi no: guai a mettere in discussione le stelle nostrane. […]

http://elezioni.myblog.it/archive/2012/07/18/rai-gubitosi-650mila-euro-tempo-indeterminato.html

Viva la Rai: Gubitosi ha il posto fisso

18.07.2012

La Rai dei tecnici e, per alcuni, delle banche, inizia con le polemiche. Qual è la notizia, verrebbe da dire? Una però c’è: il contratto del dg Luigi Gubitosi, che in tempi di spending review ammonta a 650mila euro annui e, soprattutto, è a tempo indeterminato. […] Vuoi che Luigi Gubitosi, del resto, sia un “precario”? Certo che no: in quella categoria ci sono già milioni di telespettatori.

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http://tagli.me/2012/12/30/tv-pubblica-un-confronto-con-leuropa-per-migliorare-la-rai/

TV PUBBLICA: UN CONFRONTO CON L’EUROPA PER MIGLIORARE LA RAI

· di umbertomangiardi

[…] Il nodo gordiano della questione è la pubblicità: in linea di principio, in un mondo ideale, una televisione pubblica o viene sostenuta tramite le tasse del popolo oppure si autosostenta tramite pubblicità. Si tratta di un’alternativa, prima di tutto sul piano (ideo)logico: se esigo il pagamento da parte dei cittadini, non devo rispondere ad altri che ai cittadini stessi; non sono ossessionato dall’audience perché non posso “vendere” i miei ascoltatori; posso permettermi di fare programmi senza andare a solleticare la componente becera della popolazione.

Diversamente, se non esigo nulla dal mio pubblico, io verrò sostenuto dalla pubblicità, ma dovrò fare in modo di avere percentuali di share molto elevate per garantirmi più introiti – e in questa situazione, non c’è deontologia che tenga: tutto quello che non è espressamente vietato è consentito. In questo secondo caso lo spettatore ha molto meno potere. Non è lui che mi paga, e se non gli va bene quello che trasmetto ha una sola soluzione: non guardare le mie trasmissioni e sperare di essere imitato. Se nessuno guarderà la trasmissione X, io sarò costretto a rimpiazzarla.

Ora: l’Italia è nella situazione mista. Incassa sia il canone sia i proventi della pubblicità. Negli altri Paesi europei la televisione pubblica è regolata nel modo seguente (fonte per i costi annuali: Wikipedia):

  • in Gran Bretagna, la BBC costa 151 sterline (circa 181 €) per la televisione a colori e 49 sterline (59.9 €) per il bianco e nero. Chi evade la BEEB (il nomignolo del canone della BBC) incorre in sanzioni pesantissime, addirittura la custodia cautelare. Il colosso-BBC è stato fondato nel 1926: oggi gestisce 8 canali tv, 10 radio più altre 50 emittenti tv e radio locali. Il canone è l’unica fonte di sostentamento: sulla BBC inglese è vietata la pubblicità, e l’unico canale che trasmette spot è BBC World News, proprio a causa della sua caratteristica di essere trasmesso in tutto il mondo. BBC World News è d’altro canto esclusivamente finanziato tramite la pubblicità. La BBC è un sistema pubblico-privato fin dagli anni ’50, con rigorosa separazione tra corporation commerciale e canali pubblici. La BBC dipende da un Consiglio di governors e dalla Indipendent television Commission (di nomina governativa). Il parlamento controlla gli aiuti al sistema tv e la gestione dei contratti per l’utilizzo degli spazi. Un controllo molto blando: l’unico intervento in 76 anni fu ad opera di Margaret Thatcher, la quale vietò la diffusione dei messaggi terroristici dell’Ira. L’aplomb britannico è trasposto nei regolamenti interni: i programmi giornalistici ”devono offrire agli utenti un resoconto intelligente e informato dei temi in modo da consentire loro di farsi un’ opinione propria. Il giornalista può esprimere un giudizio professionale, ma non un’opinione personale, e il giudizio deve essere palesemente equo ed acuto. Il pubblico non dovrebbe essere in grado di capire dai programmi della Bbc quali siano le opinioni personali di presentatori e giornalisti”.
  • in Germania i canali pubblici sono due: Ard e Zdf, più 8 canali regionali, alcuni dei quali gestiti con Francia, Svizzera e Austria. I tedeschi pagano una tassa di circa 204,36 euro. I due canali possono trasmettere pubblicità , ma solo nei giorni lavorativi, solo in una specifica fascia oraria (tra le 17.00 e le 20.00) e con un tetto massimo di 20 minuti al giorno. Sono i singoli Lander – e non Berlino – ad avere voce in capitolo attraverso i loro Consigli televisivi. Essi sono legati ai parlamenti regionali e alle diverse lobby o gruppi di interesse (imprese, scuola, associazioni). Il Ministero delle Poste e Telecomunicazioni ha solo il compito di gestire le frequenze dal punto di vista tecnico: non può nemmeno decidere se una nuova tv può o meno avere spazio.
  • in Francia l’emittente TF1 è stata privatizzata, mentre Antenne 2 e Antenne 3 sono rimaste pubbliche. I cugini d’oltralpe hanno problemi politici simili ai nostri: il Conseil Supérieur de l’Audiovisuel (che è l’autorità garante) dovrebbe teoricamente essere esente da controlli politici, ma le nomine dei CdA delle due reti pubbliche vanificano gli sforzi. Lì infatti siedono direttamente due parlamentari, assieme a quattro membri di nomina statale, ad altri quattro esperti nominati dal CSA e a due rappresentanti sindacali. La tassa per la tv ammonta a 121 euro (ma per i territori d’oltremare è ridotta a 74 €): dal 2009, poi, una riforma ha imposto lo stop agli spot (già prima comunque ammessi solo durante gli intervalli naturali dei programmi). La stessa riforma ha stabilito una tassazione dei guadagni pubblicitari delle emittenti private.
  • Islanda (Ruv), Svizzera (Ssr Srg), Austria (Orf), Norvegia (Nrk), Danimarca (Dr e Tv2), Svezia (Svt) e Finlandia (Yle) hanno canoni abbondantemente sopra i 200 euro annui. In Islanda il canone ammonta a 213,50 euro: qui gli spot sono permessi. In Svizzera addirittura 360,65 (pubblicità permessa). In Austria il canone arriva a 335,14 (con la pubblicità che varia a seconda della regione). In Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca le tv pubbliche non trasmettono pubblicità: le tasse sono rispettivamente di 315,57, 232,47, 253,80 e 303,35 euro.
  • in Belgio il canone ammonta a 172,39 euro. La pubblicità è permessa e la Tv federalista fiamminga (Rtbf, Vrt e Brf) preleva l’importo direttamente dalla dichiarazione dei redditi.
  • in Irlanda alla pubblicità si affianca il canone di 160 euro.
  • la Romania (Tvr) è l’unico Paese ad aver istituito una tassa variabile in base al reddito: si vai dai 12 ai 150 euro. È comunque permesso il finanziamento pubblicitario.

Anche Slovacchia, Albania, Bosnia, Croazia, Malta, Montenegro, Polonia e Repubblica Ceca adottano il sistema misto canone più pubblicità. A Cipro e in Grecia anche, ma il canone è addebitato sulla bolletta dell’elettricità.

Chi invece ha tolto la tassazione dedicata alla televisione sono l’Olanda (Netherland 1, 2, 3), il Portogallo, l’Ungheria e la Spagna (dove la pubblicità è consentita con alcuni tetti). In Spagna, per la precisione, la Tve è finanziata al 50% da sovvenzioni statali, al 40% da introiti pubblicitari e al 10% dalla vendita dei programmi tv.

Un grafico sulle forme di finanziamentodelle tv pubbliche europee (fonte: Wikipedia)

Un grafico sulle forme di finanziamento
delle tv pubbliche europee
(fonte: Wikipedia)

Cosa trarre da tutto questo per l’esperienza italiana? Che il modello inglese è quello che dà maggiori profitti in un ottica di costi/benefici. Come scrive Roger Abravanel sul Corriere della Sera (articolo linkato nella sezione “Altre Fonti”, in fondo), la scaletta da imporre a quel guazzabuglio che è la Rai Tv è la seguente:

  1. Levarsi di torno il fantasma-Berlusconi. Un fantasma che è assai presente, soprattutto nella testa degli antiberlusconiani. Da anni la governance della Rai ha una sola rotta: equilibrare ed omogeneizzare, il tutto dietro il vessillo labile della par condicio – “l’unica cosa che interessa ai politici nella Commissione di vigilanza” (cit.).
  2. Copiare lo statuto della BBC nelle parti in cui si stabilisce che l’ente deve “sostenere la cittadinanza e la società”, “promuovere l’istruzione e l’apprendimento”, “stimolare la creatività e l’eccellenza culturale”, “rappresentare il Regno Unito in altri nazioni”. L’equilibrio politico, in BBC, è dato per sottointeso: la qualità del prodotto televisivo deve essere elevata. Per questo l’organo di controllo della BBC (il BBC Trust) è composto da 12 membri non politici, selezionati tra gli esperti di televisione, o di discipline legali e sociali.
  3. Assumere autori migliori: non necessariamente “di più“; basterebbe “migliori”. Il fatturato di società come Endemol (proprietario: Silvio Berlusconi, per circa un terzo) ha nella cessione dei diritti sui format televisivi dei fondamentali capitoli alla voce “entrate”. Perché la Rai acquista da  Endemol i format (anche programmi-bandiera della sinistra radical-chic come Che tempo che fa?), invece di produrne di originali per poi venderli all’estero e guadagnarci?
  4. Limitare (ma sarebbe meglio: eliminare) la presenza degli yes men, il cui unico merito è la fedeltà a chi li ha nominati. Le vie per raggiungere questo obiettivo sono tante, dall’elezione interna alla scadenza differita deimembri del CdA. Il fulcro della questione è eliminare l’ingerenza del Parlamento italiano.
  5. Una organica, seria, completa legge sul conflitto di interessi, per non dover più reagire manu militari alle truppe cammellate della tv privata di un imprenditore lombardo che decide di darsi alla politica.
  6. Una seria lotta all’evasione del canone, per essere meno soggetta ai capricci dell’auditel e dei pubblicitari, concentrandosi – come si diceva all’inizio – sulla qualità del prodotto.

Umberto Mangiardi

NdItaliaCheRaglia: ma facciamo anche un piccolo confronto qualitativo: la BBC produce fior fior di documentari, mentre la RAI produce delle orribili fiction. Oltre al costo, dovremmo anche guardare il servizio offerto…

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http://www.economiaweb.it/tg1-si-candida-un-giornalista-americano/

Tg1, si candida un giornalista americano

Wolfgang Achtner presenta la sua candidatura spontanea al presidente Garimberti.
di La Redazione di EconomiaWeb.it – 12-01-2012

E se alla guida del Tg1 arrivasse un Papa straniero, un americano? Un giornalista statunitense, Wolfgang Achtner, da anni in Italia come corrispondente di numerose emittenti televisive, fra cui ABC News, Cnn e Press tv, ha scritto al presidente della Rai Paolo Garimberti, presentando la sua candidatura spontanea per la direzione del Tg1, affidata ad interim ad Alberto Maccari, dopo l’allontanamento di Augusto Minzolini.
UN CURRICULUM DI TUTTO RISPETTO. Nella missiva, che circola da alcuni giorni sulla Rete, Achtner afferma di essere «interessato e disponibile ad accettare l`incarico di direttore del Tg1 della Rai». Il giornalista americano spiega di «avere le carte in regola per questo incarico», in quanto «indipendente politicamente», e con una carriera televisiva che «include oltre vent’anni di esperienza con alcune delle principali testate giornalistiche televisive mondiali, tra cui ABC News, CNN e Press tv», oltre che «una notevole esperienza nel campo della formazione, in quanto autore dell’unico testo accademico sul giornalismo televisivo in italiano», e titolare di corsi universitari e di corsi di formazione per videogiornalisti.
L’INFORMAZIONE TELEVISIVA IN ITALIA È PURA PROPAGANDA. «Nel momento in cui un nuovo governo è al lavoro per salvare il Paese – afferma Achtner – sono convinto che un buon esito dipenda da una consapevole partecipazione dei cittadini italiani e questo richiede una buona informazione, in particolar modo televisiva, che attualmente non c’è. In base alla mia consolidata esperienza internazionale in campo televisivo – prosegue la lettera – Le posso assicurare che, salvo rarissime eccezioni, quello che passa per informazione televisiva in Italia è pura propaganda politica».
SERVE UN GIORNALISMO TV DEGNO DI TALE NOME. Il giornalista statunitense precisa poi che «l’opinione condivisa dai colleghi stranieri è che i Tg Rai sono scadenti anche dal punto di vista tecnico».  Senza un giornalismo televisivo degno di tale nome, insiste Achtner, «non potrà mai esservi in questo Paese un sistema democratico compiuto né un sistema economico sano».
UN TG1 CHE PREMIA LE CAPACITÀ, NON LE RACCOMANDAZIONI. Il giornalista americano spiega di essere «animato dallo stesso spirito di servizio di cui ha parlato il Prof. Mario Monti», e si dice «certo di essere in grado di rimotivare i buoni giornalisti che sono stati scoraggiati e emarginati negli ultimi anni». Achtner si prefigura di «creare una specie di bottega rinascimentale, dove un Tg1 Rai rinato potrebbe diventare un punto di attrazione per i migliori elementi del Paese, quelli che oggi vengono esclusi per fare posto a persone scelte sulle base della loro affiliazione politica invece che delle loro capacità». Chissà se il tentativo avrà fortuna.

http://www.fanpage.it/wolfgang-achtner-al-tg1-cambiare-l-informazione-per-riformare-la-rai/

Wolfgang Achtner al Tg1, cambiare l’informazione per riformare la Rai

Il giornalista americano alla direzione del telegiornale che fu di Minzolini? “Nessuna provocazione. La mia è una proposta di dialogo con i giornalisti italiani che non sono messi in condizione di lavorare”. A sostenerlo anche Popolo Viola e Articolo21.

Riformare la Rai partendo dai giornalisti. Questo lo spirito con cui Wolfgang Achtner si candida alla direzione del Tg1. Corrispondente dall’Italia per reti televisive come Cnn ed Abc News, Achtner sgombra subito il campo dagli equivoci: “E’ stupido definirla una provocazione!”. L’obiettivo è quello di ripartire dalle fondamenta per produrre un telegiornale all’altezza dei prodotti di matrice anglosassone, separato nettamente dai partiti politici che dettano nomine e candidature dalle parti di Viale Mazzini. Follia, fantascienza o burla fra amici? “Niente di tutto questo – assicura Achtner – In Italia i bravi giornalisti ci sono. Il problema è che non sono messi in condizione di lavorare. Conosco delle persone all’interno delle redazioni Rai con cui sto dialogando per portare a termine il progetto”. Di chi si tratti non è dato sapere, ma una cosa è certa: l’ultima parola spetta sempre al Consiglio d’Amministrazione, diretta espressione di chi siede fra i banchi di Montecitorio.

Quali speranze può quindi avere un giornalista “politicamente indipendente” (come egli stesso si definisce), totalmente estraneo all’establishment partitico italiano, per quanto impeccabile dal punto di vista professionale? Uno spiraglio può forse aprirsi a fine marzo, quando scadranno le attuali nomine del CdA Rai. Occasione ghiotta per il servizio pubblico italiano, che potrebbe giungere a definirsi effettivamente tale, qualora la nomina del nuovo direttore del Tg1 “fosse decisa in base al merito – dice Achtner – e non come solitamente avviene dai politici che impongono nomi di loro gradimento al CdA della Rai. Che poi sia l’attuale CdA o uno nuovo ad effettuare la decisione, è irrilevante. Ciò che conta è che il nuovo direttore non venga nominato, come è sempre avvenuto sinora, in base all’affiliazione politica”.

Achtner sostiene che un’eventuale privatizzazione della Rai non cambierebbe nulla: “Ciò che occorre cambiare – insiste – è il modo in cui vengono scelti i giornalisti e i direttori dei telegiornali. Occorrerebbe che anche in Rai, come in tutti i principali Tg mondiali, queste persone venissero scelte in base alla loro esperienza e alle loro capacità”. Il giornalista americano confida nel fatto che la notizia della sua candidatura, finora oscurata dai media tradizionali, venga riportata anche dai principali quotidiani italiani: “Se l’iniziativa continua a girare sul web, prima o poi qualcuno dei media tradizionali dovrà darne conto per non bucare la notizia e fare brutta figura”. Dal presidente Paolo Garimberti e dal direttore generale Lorenza Lei non sono ancora giunte risposte, ma nella sede dell’Associazione Stampa Estera in Italia, dove la candidatura è stata presentata, nessuno sembra scoraggiarsi.

A sostenere il progetto alcuni dei movimenti più in vista della società civile italiana, come MoveOn, omologo italiano dell’associazione statunitense che conta molti successi di rilievo nei rapporti col governo Obama (uno su tutti: porre all’attenzione dell’agenda politica la green economy), il Popolo Viola e Articolo21, presenti , rispettivamente, col fondatore Gianfranco Mascia e il portavoce Beppe Giulietti. “Sosteniamo la candidatura di Achtner, ma ben vengano diverse proposte anche da altri professionisti – sottolinea Mascia ai nostri microfoni – noi sosteniamo Wolfgang perché è un grande formatore e ha molte idee innovative”. Mascia annuncia, a tal proposito, una proposta di legge che verrà presentata dal suo movimento, riguardo la riforma del sistema di governance della Rai, dove nelle nomine siano coinvolti anche cittadini e abbonati al servizio pubblico. A queste parole fanno eco quelle di Giulietti: “Questa è un’iniziativa seria. La riforma della Rai annunciata da Monti passa soprattutto per l’apertura verso professionisti competenti. Se si tollera che gente come Bisignani possa indicare un direttore – continua Giulietti, alludendo al faccendiere milanese coinvolto nell’inchiesta della procura di Napoli sulla P4 – non vedo cosa ci sia di strano in un professionista che pone seriamente la sua candidatura al di fuori della loggia”.

di Enrico Nocera – 11 gennaio 2012

Wolfgagn Achtner vuole diventare direttore del Tg1. La Rai è ancora “un organismo con un tumore in metastasi”?

Pubblicato il 01 ago 2012 da Simone Morano

Wolfgang Achtner ci ritenta. Il producer televisivo statunitense, che aveva già provato a offrirsi a gennaio con il vecchio Consiglio di Amministrazione Rai, si candida nuovamente per l’incarico di direttore del Tg1. Come riporta oggi La Stampa, il giornalista americano ha inviato una lettera ad Anna Maria Tarantola, presidente della Rai, e al tutti i componenti del Cda della tv pubblica:

Le scrivo per informarla che sono interessato e disponibile ad accettare l’incarico di direttore del Tg1 della Rai.

La risposta di Tarantola non è tardata ad arrivare.

Mi ha detto di aver ricevuto la candidatura e di aver girato il materiale al direttore generale ritenendo la questione di sua competenza.

Molto probabilmente, la candidatura di Achtner (alle spalle trent’anni di collaborazioni freelance con i più importanti network USA, compresi ABC News e CNN) non verrà mai presa in considerazione. Sarebbe curioso, però, sapere quali sarebbero i suoi interventi sul telegiornale della prima rete Rai, considerando che dieci anni fa, intervistato dal Barbiere della Sera, a proposito dei tg diceva:

I vostri standard sono inesistenti se paragonati alla media del mondo occidentale, dove le tv sono costrette a conquistarsi un pubblico: Francia, Germania, Gran Bretagna, America. La Tv italiana serve a far vedere certe facce alle otto di sera. E’ più vicina alla propaganda che al giornalismo. Gli italiani non sanno che c’è un altro modo di fare giornalismo televisivo, da fuori non entra nulla, salvo per i pochi che hanno i canali satellitari. Il 90% dei giornalisti televisivi italiani ignora completamente il linguaggio televisivo.

E ancora

La Rai è un organismo con un tumore in metastasi. La privatizzazione non c’entra niente, è uno specchietto per le allodole. L’unica soluzione vera per il servizio pubblico sarebbe di aprire una struttura nuova, piccola e completamente indipendente dal potere politico, assumendo giornalisti capaci.

La palla, ora, passa a Luigi Gubitosi.

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https://www.change.org/petitions/la-rai-ai-cittadini-una-rai-indipendente-al-servizio-della-libert%C3%A0-di-informazione-raiaicittadini

PETIZIONE:

La Rai ai cittadini: una Rai indipendente al servizio della libertà di informazione. #raiaicittadini

Siamo al 57° posto al mondo come libertà di informazione. 

Con questa campagna chiediamo una svolta; una RAI SENZA IL CONTROLLO DEI PARTITI E DEL GOVERNO e una riforma che garantisca la libertà e il pluralismo dell’informazione con una netta e chiara separazione tra l’esercizio del potere politico e la proprietà o la capacità di influenzare i media. Chiediamo inoltre che vengano fissati i limiti di concentrazione che un’unica società dei media sia autorizzata a controllare in uno o più mercati rilevanti.

Stiamo indicando una nuova strada prendendo ad esempio i modelli di gestione più avanzati in Europa, e proponiamo in 5 punti una riforma della RAI che assicuri non solo la necessaria efficienza aziendale, ma anche l’assoluta indipendenza editoriale del servizio pubblico:

1. Superando l’anomalia per la quale l’azionista del servizio pubblico è il Ministero dell’Economia.

2. Sostituendo la Commissione parlamentare di Vigilanza Rai con un nuovo Consiglio per le Comunicazioni audiovisive, i cui membri dovrebbero essere in maggioranza nominati dalla società civile, e che ogni organismo di nomina e di gestione abbia una composizione di genere paritaria.

3.  Affidando al Consiglio per le Comunicazioni audiovisive il potere di nomina dei vertici della concessionaria del servizio pubblico (il CdA Rai), selezionati in base a criteri di professionalità, competenza nel campo radiotelevisivo ed indipendenza.

4. Il Consiglio nomina altresì i componenti dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, assicurando, anche in questo caso, i criteri della selezione trasparente, dell’indipendenza e del massimo di qualificazione.

5. Il Consiglio si pone al servizio degli utenti Rai, facilitando modalità interrattive di controllo e di valutazione e garantendo ai cittadini un uso consapevole ed attivo di tutti i media gestiti dal servizio pubblico.

MoveOn Italia

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Aggiornamento del 14 giugno 2014:

http://espresso.repubblica.it/opinioni/provocazioni/2014/06/11/news/una-rai-privata-ecco-la-vera-riforma-1.168819

Una Rai privata, ecco la vera riforma

Per il pluralismo informativo bastano concorrenza e antitrust. Per i programmi “di servizio” si può pensare a una fondazione. Tutte le soluzioni possibili portano a una stessa conclusione: bisogna vendere la tv pubblica

Alessandro De Nicola – 13 giugno 2014

[…] le soluzioni sono molteplici, ma portano ad un unico risultato: vendere la Rai, contribuendo ad abbassare il debito pubblico e togliendo un elemento di perenne querelle del dibattito politico, nonché abolire il canone, sgravando i cittadini da un inutile balzello ed evitando l’usuale umiliazione degli stolti che lo pagano rispetto al sostanzioso numero di furbi che lo evadono.

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