Fortunatamente, in un’Italia fatta di mafie e raccomandazioni, c’è chi si impegna e lotta affinchè possano comunque diffondersi idee e mentalità liberali: noi sosteniamo naturalmente il liberalismo, perciò vi consigliamo di seguire e divulgare le seguenti due iniziative.

Cogliamo l’occasione per fare una piccola riflessione: il “germe dell’autodistruzione”, che ci ha portati ad avere oggi la classe politica di cui ci lamentiamo tanto, molto verosimilmente era già dentro di noi. Detto in altri termini, la colpa della nostra attuale situazione non può essere solo della politica, ma deve necessariamente essere anche nostra. La ragione è semplice: perchè siamo FILOPOPULISTI, cioè ci fidiamo delle promesse populiste senza capirne le implicazioni e senza indagarne le possibili conseguenze. Per questo un partito liberista, le cui idee non sono in genere populiste, poichè basate su competitività e meritocrazia, non è mai esistito in Italia. I nostri partiti di destra non sono mai stati di vera destra, ma sono stati semplicemente delle sinistre un po’ cammuffate…

  • Società Libera

www.societalibera.org

Con Società Libera esponenti del mondo accademico ed imprenditoriale hanno ritenuto di dar vita ad una aggregazione, capace di arricchire il dibattito culturale e contribuire così al processo di trasformazione della società italiana.
Società Libera vuole essere un’opportunità di collegamento per coloro che condividono sia la necessità di riflettere su cosa una società liberale richieda per essere sostanzialmente tale, sia l’opportunità di soffermarsi, oltre che sulle affermazioni, anche sulle difficoltà e gli insuccessi che la cultura liberale incontra nelle società occidentali e neo-industriali.
Non vuole essere una chiamata alla mobilitazione per vecchi e nuovi liberali, bensì un appello alla consapevolezza che la legittimazione di uno Stato di diritto è basata anche sulla sua capacità di dare risposte adeguate ai problemi della società civile.
Società Libera rappresenta, per la prima volta nel nostro paese, un esempio di istituzione privata che si occupa di cultura politica senza essere parte politica. Una istituzione che considera la politica un “gioco a somma positiva”, dove la condivisione delle regole garantisce che la diversità delle opinioni e degli interessi non è una quotidiana minaccia.
Convegni, seminari, mostre, attività editoriali sono tra i programmi dell’Associazione.

“La società liberale, non è una prerogativa di alcun partito politico. E’ un obiettivo di significato più ampio, e più globale. E’ più importante riflettere su cosa una società liberale richiede piuttosto che costruire un nuovo liberalismo”.

  • ItaliAperta

www.italiaperta.it

L’Italia che vorremmo è un paese che oggi non esiste, il “paese che non c’è”.
Sono molte le questioni aperte, le asimmetrie, le contraddizioni, le incompatibilità, gli sfruttamenti abusivi di posizioni dominanti e il prevalere di logiche distorte e nocive nei confronti del mercato, della concorrenza, del merito e della trasparenza.
Non servono nuovi partiti, nè profeti: la sfida è ben più ambiziosa, e si riscontra in quei principi di competenza, merito e coraggio che sono propri di molti profili e personalità di diversa provenienza e cultura che si riconoscono nei principi dell’economia di mercato e si impegnano a promuovere la libera iniziativa, la concorrenza, la riduzione e la congruità della spesa pubblica.

Italia Aperta si propone di monitorare e seguire le politiche nazionali, regionali, provinciali e comunalinconcrete assegnando loro un voto in “pagella”: un vero e proprio strumento di aggregazione e visibilità per i liberali e di affinamento delle idee liberali nel nostro Paese. Come parametro di valutazione, adattato alla realtà italiana, Italia Aperta si serve principalmente dell’indice di competitività della Banca Mondiale usato per la compilazione di Doing Business in (…) e delle peculiarità, specificità e competenze di ciascuno degli aderenti.
I risultati delle nostre analisi saranno a disposizione di chiunque li vorrà utilizzare anche per ogni elezione locale o nazionale, ed è nostra intenzione far lavorare insieme su fatti e problemi concreti, anche aggregando gruppi di lavoro locali, esponenti ed elettori provenienti da quell’area politico-culturale liberaldemocratica favorevole all’economia di mercato tuttora sparsa in differenti partiti, o rifugiatasi nell’astensione.

Italia Aperta è una sfida che vale la pena di tentare, la creazione di un valido e incisivo strumento per le policies del nostro Paese che potrà essere utile anche per chi vuole impegnarsi sul terreno del politics.
Italia Aperta vuole essere una base di aggregazione per i liberali e di affinamento delle idee liberali in Italia, nonchè di confronto e dialogo tra punti di vista diversi ma compatibili, in quanto appartenenti alla medesima famiglia culturale nonchè di discussione approfondita sulle molte questioni teoriche e pratiche che su questo terreno restano tuttora aperte.

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L’ABC del liberalismo” di FAUSTO CARIOTI (pdf), da www.fondazione-einaudi.it

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http://cultura.panorama.it/libri/liberalismo-istruzioni-per-l-uso

Liberalismo, istruzioni per l’uso

Il promotore di un appello che ha raccolto consensi trasversali risponde alla domanda: che cosa significa, nel 2012, essere liberali?

06-08-2012 – di Oscar Giannino

Si può arrivare a una diversa offerta politica in Italia partendo da alcuni libri, invece che dagli arabeschi bizantini della maggioranza Abc che sostiene Mario Monti, e di Beppe Grillo e Antonio Di Pietro che l’avversano? Si può, eccome. Anzi, talvolta si deve.

Spiego dunque come e perché l’appello che ho firmato insieme ad altri 240 accademici, professionisti, manager, imprenditori ed esponenti di associazioni e società civile, appello che insieme a 10 punti programmatici trovate su fermareildeclino.it con indicate le modalità di adesione e sostegno, nasca in alcuni dei promotori proprio dalla lettura di alcune opere.

Che vi caldeggio di prendere in mano, nel caso appello e programma vi lasciasse, com’è legittimo, incerti o delusi. Cominciate con Sudditi, il libro edito il mese scorso dall’Istituto Bruno Leoni (Ibl), libro che potete comprare anche informato ebook, se non lo trovate in libreria. In 20 capitoli dedicati da autori diversi a distinti aspetti dell’Italia di oggi, e in una prefazione di Nicola Rossi che dell’Ibl è presidente, trovate il nocciolo da cui partire.

Questo: in Italia da cittadini siamo diventati sudditi. Sempre più man mano che lo Stato si allargava con più spesa pubblica, più tasse e più debito. Perché la politica della Seconda repubblica questo ha fatto, sotto la destra e sotto la sinistra. Anche quando – la destra – diceva l’esatto opposto e su quello prendeva voti. Ma non c’è solo l’asfissiante peso fiscale,e la promessa mai mantenuta di abbassare il debito abbassando la spesa inefficiente.

Ad aggiungersi negli anni c’è stata l’assunzione da parte degli italiani di uno status di sudditanza giuridica vera e propria: nel corpo e nell’elenco delle leggi trasgredite, nelle procedure disposte dallo Stato a proprio vantaggio, nella giurisprudenza di Cassazione e Corte costituzionale a favore dello Stato.

Uno Stato che disconosce i propri debiti per 7 punti percentuali di prodotto interno lordo (pil), che ordina che nel contenzioso tributario il giudice non sia terzo ma della stessa amministrazione che ti indaga, che vara tasse retroattive, che ti persegue penalmente per fattispecie non previste nel codice come l’abuso di diritto è diventato l’opposto di quel che ritengono i propugnatori di una politica di rigore morale e finanziario fondata sulla legalità statuale.

È lo Stato a essere diventato sempre più estesamente illegale. E va ricondotto con energia ai suoi limiti. Non c’è emergenzialismo che possa giustificare le eccezioni sempre più vaste a favore dello Stato e contro i suoi ex cittadini sudditi.

In Germania è stata la Corte di Karlsruhe a obbligare la politica ad abbassare spesa e tasse, e l’effetto sono stati quasi 6 punti percentuali di pil di discesa parallela. Se non lo fanno i giudici, devono però farlo i sudditi. Altrimenti, l’economia va a ramengo insieme a ogni libertà. Ma come si fa? Seconda lettura, allora. Su Amazon procuratevi The economics of freedom – Theory, measurement and policy implications.

Gli autori sono due italiani, Sebastiano Bavetta e Pietro Navarra, che insegnano alla Pennsylvania University. La domanda da cui partono gli autori è molto concreta, perfettamente adatta all’Italia odierna: come si può convincere la gente ai tagli di spesa che sono necessari per abbattere il prelievo fiscale record e ammazza crescita?

Silvio Berlusconi ripete: io volevo, ma non me l’hanno fatto fare. Con il libro, eviterebbe di ripetere che la colpa è stata degli alleati. A essere mancata è la visione, senza di cui non si passa dai nostri livelli di spesa pubblica ai più bassi propri del Canada, dell’Irlanda o degli Stati Uniti.

Solo rimettendo la persona al centro della visione della società e della sua crescita, dall’istruzione alla sanità, alla previdenza, la possibilità di scelta e il merito divengono percepiti e apprezzati come preferenze positive rispetto alla non scelta garantita dal mare di dipendenti pubblici e dal trattamento omologato, a uso e consumo delle macchine pubbliche e amministrative e con vaste sacche di clientelismo, dalle finte pensioni di invalidità ai prezzi per «amici degli amici» nelle forniture sanitarie.

La nuova «metrica delle libertà» proposta da Bavetta e Navarra è esattamente ciò che al centrodestra è sempre mancato,in 18 anni. Senza, vince la finta redistribuzione a vantaggio non di chi ha meno ma dello Stato: perché questo è il drammatico effetto che si tocca nella crisi italiana. Ma sentite un po’, invece di filosofeggiare di libertà e persona, non è stato proprio il mercato a regalarci la crisi che ci atterra dal 2008? Immagino che parecchi faranno questa domanda. La risposta nel terzo libro.

Sempre su Amazon, procuratevi The clash of economic ideas: the great policy debates and experiments of the last hundred years, di Larry White, che insegna alla George Mason University. Qui non mi dilungo, è un’ottima sintesi del come da un secolo a questa parte chi si è opposto alla scuola austriaca, John Maynard Keynes, i keynesiani e i neokeynesiani, continui a non capire che sono gli errori dei regolatori a creare bolle di asset e a essere prigionieri per interesse delle grandi banche.

Non è il mercato il colpevole, ma i fini perseguiti da Alan Greenspan ieri e dai salvatori di tutto a spese del contribuente oggi. In altre parole, da politici che raccontano di avere sempre un nobile fine per forzare il mercato e le scelte individuali a far altro da quello che farebbero, non solo istintivamente perché il mercato non è razionale e perfetto non essendolo gli uomini, ma con buone regole che fossero osservate con cura e non sforzate dai politici a propria discrezione.

Dopodiché, come tradurre tutto questo in Italia? Leggete il quarto libro, che si intitola A capitalism for the people, e che uscirà in Italia a settembre con titolo Manifesto capitalista. Rifondare il capitalismo a favore dei cittadini. L’autore è Luigi Zingales, che insegna alla Chicago Booth University.

Vi avverto che è per il pubblico americano, e spiega a toni forti che gli Stati Uniti corrono il rischio di diventare come la Grecia e l’Italia, cioè un «cronycapitalism», un sistema dove privato e pubblico sono fatti a misura degli «amici degli amici» e dove la discrezionalità delle relazioni e dei piaceri prevale su merito e regole eguali per tutti.

Basta rigirare il libro. Ciò che gli Stati Uniti non devono fare è quel che noi qui dobbiamo cessare di fare. Non solo mandare a casa battaglioni di apicalità amministrative che scrivono le norme pubbliche e le interpretano per amici e lobby. Ma anche nel privato chi si riempie la bocca di merito e mercato e poi finanzia la Fonsai per anni e garantisce agli azionisti manleva anche dopo averla salvata, mentre a migliaia di imprese il credito viene negato.

Anche nel privato, non solo nello Stato, bisogna ripristinare regole taglienti. E farle rispettare con rigore, per farsi credere dagli italiani che altrimenti giustamente immedesimano il mercato con i ben patrimonializzati amici delle banche nei soliti quattro consigli di amministrazione.

Ecco da dove discende il nostro appello, e i suoi 10 punti per una diversa offerta politica nel nostro Paese. Per carità, può essere benissimo che gli italiani non ci credano, e allora continueremo tutti a fare il nostro lavoro. Ma che si debba almeno provare a rifondare la politica su contenuti e non su salvatori carismatici sciolti da ogni promessa forse questi 18 anni e il disastro di un’Italia da cui il mondo fugge dovrebbero avercelo insegnato.

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Allo stesso tempo eloquenti e sarcastici, molto belli questi articoli scritti da Fabio Scacciavillani:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/28/libidine-iperliberista/187249/

  • Libidine iperliberista
di Fabio Scacciavillani | 28 gennaio 2012

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/libidine-iperliberista-%E2%80%93-capitolo-secondo/189390/

  • Libidine Iperliberista. Capitolo Secondo
di Fabio Scacciavillani | 6 febbraio 2012
[…] Considerazione finale: molti commenti identificano il liberismo con l’aspirazione ad azzerare le regole o addirittura l’istigazione a violarle. Al contrario, per i liberisti tout court il rigore delle regole, la solidità della legge e la difesa dei diritti individuali non solo sono concetti imprescindibili e non negoziabili, ma costituiscono le travi portanti dell’economia e della società. In altri termini, per i liberisti la legge e la sua applicazione puntuale ed imparziale protegge i cittadini ed i risparmiatori dai soprusi di chi esercita il potere ed è incline ad abusarne per i propri fini.

La certezza del diritto, perno delle relazioni economiche e garanzia delle libertà individuali, è meglio garantita quando le leggi sono poche, chiare, stabili e coerenti. Quando invece proliferano provvedimenti ambigui, oscuri, contradditori, i cui articoli rimandano ad altre norme indecifrabili, il cittadino diventa suddito, l’illegalità assurge a modello di vita e la corruzione si diffonde perché dove il diritto è incerto, proliferano il privilegio e l’arbitrio. Entrambi facili da mettere all’asta.

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Aggiornamento dell’8 maggio 2014:

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1886773&codiciTestate=1&titolo=La%20spending%20review%20serve%20a%20nulla

La spending review serve a nulla

Va ridotto invece il perimetro della macchina pubblica 

 di Goffredo Pistelli  

«Lo statalismo in Italia? Una condizione che pare fisiologica». Ne è convinta Serena Sileoni, giovane avvocato maceratese, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni, think tank liberista, ispirato al grande filoso del diritto.

Domanda: Dunque dallo statalismo non ci si libera, avvocato?

Risposta. Parrebbe prescindere da qualsiasi dichiarazione o presa di posizione, non solo politico-partitica, ma anche intellettuale.

D. Peraltro, sono tutti liberali. A parole.

R. L’idea liberale dello Stato, dei rapporti fra Stato e cittadini, di una non-ingerenza del primo nella vita dei secondi, a parole piace a tantissimi. E in effetti molti se ne fregiano. Ma poi, di qui all’applicazione pratica, alla traduzione politica, ce ne corre.

D. Però, oggi c’è un premier, a Palazzo Chigi, Matteo Renzi, che qualche speranza in molti liberali italiani l’ha suscitata…

R. Direi che la suscita ancora, se ascoltiamo quello che dice, se leggiamo le famose slide della prima conferenza stampa o i 44 punti sulla Pubblica amministrazione, troviamo argomenti interessanti. La questione è che hanno, per il momento, valore di sola comunicazione politica.

D. Diciamo quello che, almeno a parole, Renzi farebbe di liberale?

R. Beh, cambiare il rapporto Stato-cittadino per quello che riguarda un fisco più equo, una giustizia più veloce, la già citata riforma PA, la pubblicità ai bilanci dei sindacati, l’idea di trasparenza, la riduzione di enti come il Cnel. Però, appunto, è come fosse il seguito di una Leopolda che si è svolto nella sala delle conferenze stampa di Palazzo Chigi.

D. E invece, nella traduzione pratica, cosa non va?

R. Gli 80 euro sono tutt’altro che liberali, per esempio.

D. E perché?

R. Una forma di redistribuzione di ricchezza abbastanza marginale, ma anche priva di equità perché lascia fuori, per esempio, i lavoratori autonomi, oltre che pensionati e incapienti. La riduzione dell’Irpef dovrebbe riguardare la generalità dei soggetti. Non è consentendo di comprare un paio di scarpe al mese e, al tempo stesso, tassando ancora di più il risparmio dello stesso consumatore, penso all’aumento della tassazione delle rendite finanziarie, che si rende più liberi i cittadini.

D. Ribaltiamo la questione: cosa potrebbe fare Renzi di liberale?

R. Tagliare la spesa pubblica. C’è un lavoro importante da fare. Uno nostro studio recente, firmato da Dario Menegon, mostra che dalla crisi in poi, la spesa pubblica ha continuato ad aumentare. L’autore analizza i governi di Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta ma arriva anche ai primi provvedimenti del governo Renzi.

D. E la pressione fiscale sale…

R. Infatti. A fronte dell’aumento della pressione fiscale per 30 miliardi di euro, derivante dalle misure anti-crisi del biennio 2011-2012, la riduzione pari allo 0,2% del Pil, decisa da Letta, non rappresenta un segnale di normalizzazione. Anzi, il Def evidenzia come, a normativa vigente, la pressione fiscale è destinata a risalire al 44% nel 2014 e nel 2015.

D. Qual è il punto?

R. È che la spending review si risolve spesso nel cercare di rendere l’attività amministrativa più improntata al principio di economicità, ma se i compiti dello Stato restano gli stessi, se non se ne riduce il perimetro, non ne veniamo fuori.

D. Facciamo un esempio?

R. La digitalizzazione della Pa, ottima cosa, crea un risparmio comprensibile: banalmente chiede meno carta e meno spese di cancelleria e segreteria, ma in un paese che ha un livello di spesa pubblica come il nostro, parlare di economicità non basta. Il problema sono il numero dei soggetti pubblici e i compiti che assolvono.

D. Uno Stato obeso, diciamo…

R. Figlio della nostra ossessione di essere accompagnati dalla culla alla tomba. È chiaro che, in questa nostra ossessione, le risorse non bastino mai.

D. E allora diamogli due dritte, al premier, visto che il suo sarà un governo di legislatura. Da dove dovrebbe cominciare dalle pensioni? Toccare i diritti acquisiti, come aveva detto nelle primarie?

R. Lì credo che converrebbe una moratoria e pensare seriamente a quello che vogliamo fare nel futuro. Lo dico con amarezza, però da giurista sono anche convinta del valore enorme che ha il principio di certezza del diritto: non è possibile che lo Stato ritratti sempre ciò che ha disposto, non è accettabile. Ci sono cose forse più semplici, dal punto di vista della tenuta giuridica, da fare.

D. Per esempio?

R. Privatizzazioni e liberalizzazioni che sono due paragrafi di uno stesso capitolo: vanno insieme.

D. Le Poste?

R. Ovviamente sì ma non nella maniera che aveva iniziato a fare il governo Letta, una privatizzazione fittizia senza passare prima dalla separazione dell’attività postale da quella finanziaria in primo luogo. E che dire della Ferrovie, ancora un monopolio a livello del trasporto locale? O dell’Inail che Renzi propose alla Leopolda di liberalizzare. Senza dimenticare il livello, che resta molto nascosto, delle municipalizzate e delle partecipate locali.

D. Un programma thatcheriano. Però, sui servizi locali, c’è di mezzo anche un referendum, il cui esisto è andato in tutt’altra direzione.

R. Su quel referendum si è fatta molta disinformazione: gli italiani pensavano di votare per «l’acqua pubblica», come si fece credere loro, e in realtà si opposero alle privatizzazioni dei servizi locali tout-court, dal gas al trasporto pubblico. Si può però ritenere che il tempo trascorso e il mutamento del quadro economico e politico possa consentire una nuova legislazione.

D. Secondo lei, cioè una nuova legge in materia non sarebbe bocciata dalla Consulta, come ha già fatto rispetto alla norma che il governo Berlusconi si affrettò ad approvare dopo i referendum, pur escludendo il servizio idrico?

R. Quella legge venne approvata a un mese di distanza dalle consultazioni. Oggi sono passati due anni, la crisi persiste e la situazione politica è cambiata. Ci potrebbero essere quindi le condizioni per ritenere il contesto mutato. Su questo Renzi potrebbe svolgere una importante battaglia politica.

D. Sul fisco, invece, cosa dovrebbe fare?

R. Per ora il provvedimento vero l’ha fatto il governo Letta, con l’approvazione della delega fiscale. Penso per esempio al punto relativo all’abuso di diritto (l’elusione fiscale, che finora era lasciata all’interpretazione del giudice, ndr). Ora spetta all’esecutivo di Renzi fare i decreti attuativi.

D. E poi c’è la giustizia, sulla quale Renzi è intervenuto spesso. Nell’ultimo Leopolda, aveva promesso di intervenire su certe storture della custodia cautelare.

R. Aspettiamo il giorno che sia posto fine all’abuso delle misure cautelari, che dovrebbero essere estrema ratio ma che, in realtà, si risolvono in un’anticipazione della pena. Il nodo vero è però è la responsabilità dei magistrati. Chi paga, quando il giudice sbaglia? Ma mettere mano alla giustizia è uno dei veri tabù di questo Paese.

D. Anche in quel caso c’era stato un referendum, quello del 1987, di fatto aggirato.

R. Sì, e c’è anche l’opinione della Corte di giustizia europea che i forti limiti alla responsabilità da errore giudiziario in Italia siano incompatibili col diritto europeo.

D. Soluzioni liberali, per così dire, quali potrebbero essere?

R. Soluzioni da Stato di diritto, prima ancora che liberali, richiederebbero di riformare il Consiglio superiore della magistratura-Csm, congegnato con sistemi deterministici, che non esercita un controllo sui giudici, quanto una vera e propria tutela.

D. Qualcuno, come l’editore liberale Aldo Canovari, che lei conosce, essendo stata la responsabile editoriale della sua casa editrice la LiberiLibri, propone l’estrazione a sorte dei componenti del Csm. Che ne pensa?

R. Ottima idea: le pare possibile che un organo che dovrebbe occuparsi fondamentalmente della gestione di un personale delicato come la magistratura sia composto in base all’appartenenza a correnti politico-culturali, lasciando che queste influenzino il suo operato?

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Aggiornamento del 12 settembre 2014:

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/1050727.html

La spending review di Leoni? Tagliare l’illusione statalista

In Italia c’è un problema culturale. Intellettuali, lavoratori, pensionati: tutti credono che l’intervento pubblico sia l’unica soluzione. Ma è falso

Nessun gelato è gratis

Scritto da Riccardo de Caria – 01 Giugno 2012
I socialisti di destra e di sinistra la fanno così da padrone in questo disastrato Paese, che sono riusciti a far passare l’idea che arricchirsi onestamente sia sinonimo di egoismo, grettezza, bassezza morale. Il loro errore di fondo è considerare la ricchezza come una torta di dimensioni sempre uguali, per cui se io ne prendo una fetta maggiore, significa che la sto togliendo di bocca a qualcun altro. Con queste premesse, sembra quasi ci si debba scusare di fare impresa, e trovarvi per forza una giustificazione diversa e ulteriore rispetto al legittimo desiderio di guadagnare bene, per soddisfare al meglio esigenze e desideri propri e dei propri cari.

Un tipico esempio è tutto il contorno equo-solidal-radical-chic che circonda realtà imprenditoriali di grandissimo successo come Eataly e Grom. Tanto Farinetti col primo, quanto Martinetti e Grom col secondo, sono stati straordinari “entrepreneur”, cioè hanno intravisto prima di altri un’opportunità di business, hanno sviluppato una serie di idee innovative per sfruttarla, hanno rischiato in proprio per realizzare il progetto, abbandonando lavori più sicuri e investendo parecchi loro risparmi, hanno lavorato duro e sono così riusciti a soddisfare egregiamente una domanda – quella del cibo e dei gelati buoni e di alta qualità – che fino ad allora non trovava compiuta soddisfazione, quanto meno non in un luogo simbolo come lo sono oggi i supermercati di Eataly e le gelaterie di Grom.

Nel farlo, hanno generato moltissima ricchezza per sé e per gli altri, dato lavoro a centinaia di persone, e reso sempre più ampia la nicchia di mercato in cui si erano inseriti, aprendo così spazi anche per nuovi soggetti che hanno provato a fare loro concorrenza, inseguendone il successo.

Eppure, nella narrazione di queste storie che ne fanno i giornali e talvolta perfino gli stessi interessati, non sono questi aspetti a prevalere: quello che sarebbe il sacrosanto orgoglio di essersi arricchiti grazie a delle ottime idee e alla capacità di farle fruttare, viene quasi derubricato a incidente di percorso, ad accidente che è capitato quando in realtà il proprio obiettivo era un altro, che nulla aveva a che fare con lo sporco profitto, col vile denaro, con lo squallido arricchirsi.

[…] Ora, come insegnerebbe Enzo Bianchi, non di solo pane (biologico) vive l’uomo, e nessuno qui si sogna di sminuire l’importanza della passione per il lavoro ben fatto anche indipendentemente dal guadagno che se ne ricavi, e più in generale dei valori, dei principi, delle idee, del senso morale (d’altronde, se uno volesse davvero cercare il denaro facile senza scrupoli di sorta, in Italia gli converrebbe fare il politico o l’amico dei politici, non certo il liberale!). Ma è altrettanto vero che i Farinetti, i Martinetti e i Grom hanno investito soldi, parecchi soldi nel loro sogno. Hanno assunto su di sé un rischio d’impresa bello grosso. E quindi, per quanto la gauche caviar si sforzi di nasconderlo, e irretiti da questa gli stessi tre cerchino forse perfino di nasconderlo a se stessi, se quell’impresa era buona è giusto che vengano ricompensati con tanti soldi, e loro non hanno nulla da vergognarsi in questo.

Anzi, non solo arricchirsi onestamente non è cosa di cui vergognarsi, ma addirittura vi sono altri uomini di fede, come il reverendo Robert Sirico negli Usa (anch’egli cattolico, peraltro), che hanno argomentato in modo estremamente convincente che il sistema di libero mercato è in realtà il sistema moralmente di gran lunga preferibile: e questo, sia perché è fondato sul rispetto assoluto dell’altro, della sua libertà e della sua persona, sia perché soddisfa nel modo migliore anche le istanze diverse dal profitto, come l’aiuto dei meno fortunati, la protezione dell’ambiente, la tutela della salute.

Come spiega l’autore di una recensione al suo ultimo libro, Defending the Free Market. The Moral Case for a Free Economy, Sirico dimostra che «i nemici del libero mercato hanno completamente torto. Uno non è obbligato a scegliere tra aiutare i poveri e il mercato; tra i servizi sanitari e il mercato, o tra proteggere l’ambiente e il mercato. Al contrario, come spiega, se vuoi aiutare i poveri, fonda una nuova azienda; se vuoi che le persone ricevano servizi sanitari, allora non permettere che una burocrazia finanziata dallo stato succhi via la compassione dalla medicina, e se vuoi salvare le tigri e gli elefanti, allora dai alle persone diritti di proprietà su di essi, ecc.». Allo stesso modo, se vuoi un gelato di alta qualità che conquisti il mondo, la via è una sola: affidati al mercato!

 

Cose inaudite.

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