Come a scuola vengono dati agli alunni dei problemi da risolvere, così al governo l’attuale crisi economica richiede la risoluzione di almeno due dei tanti problemi che abbiamo, i più urgenti:

  1. la disoccupazione;
  2. l’eccessiva tassazione sugli stipendi (“cuneo fiscale”), tasse che naturalmente devono pagare i datori di lavoro allo Stato.

Qual è stato il risultato? Che con il pacchetto-lavoro non ne hanno risolto nessuno dei due!!!

Come viene infatti ben illustrato nell’articolo di seguito citato, tratto da “L’Espresso”, si tratta innanzitutto di misure temporanee e di brevissima durata, che oltretutto aiuteranno pochissime persone, considerando che i requisiti per poter usufruire di tali incentivi sono davvero molto restrittivi.

Non è prevista alcuna riduzione delle tasse sulle imprese, perciò tutto resterà esattamente come prima: una riduzione del cuneo fiscale, dando più fiato alle imprese, avrebbe forse permesso l’assunzione, anche temporanea, di altri lavoratori, oltre che un lieve aumento della busta paga dei lavoratori già assunti. Invece niente: le imprese continueranno a far fatica e, quelle ormai in crisi, andranno dritte dritte verso la chiusura, mentre chi, pur essendo disoccupato, non avrà le caratteristiche richieste dal decreto, continuerà a rimanere disoccupato. Faccio altre tre brevi considerazioni:

  • la vera generazione bruciata è quella tra i 30 e i 40 anni, non quella tra i 18 e i 29: una buona percentuale di questi ragazzi e ragazze probabilmente sta ancora studiando e comunque, per la maggior parte, non hanno ancora una famiglia da mantenere. Al contrario, chi ha tra i 30 e i 40 è spesso precario, dunque non può fare un mutuo per comprarsi una casa, vorrebbe sposarsi e metter su famiglia, magari avere dei figli, ma è tutto molto molto complicato… questi sono i sogni che spesso, le persone della mia generazione, sono costrette a mettere da parte…
  • è vero, il lavoro a tempo indeterminato permette una maggiore sicurezza, ma al giorno d’oggi chi, come me, lavora a tempo determinato, sa che la sola cosa importante è lavorare: poco ci importa del tipo di contratto, quello che conta è avere almeno lo stipendio;
  • saranno ben poche le imprese che assumeranno qualcuno grazie a questi incentivi: quelle che hanno bisogno di personale lo assumeranno comunque, quelle che invece non ne hanno bisogno non saranno di certo stimolate a farlo da qualche mese di defiscalizzazione sui nuovi lavoratori. Per potersi permettere lavoratori in più serve una sola cosa: fare più fatturato!!!

Forse sarebbe stato più adeguato progettare altre forme di incentivo, come ad esempio degli sgravi fiscali sulle imprese che investono in innovazione: com’è noto, infatti, tali investimenti, se fatti nel modo giusto, generalmente ripagano nel medio-lungo periodo proprio con degli incrementi di fatturato. Sarebbe stato più utile, quindi, realizzare incentivi per l’assunzione ad esempio di ingegneri o di altro personale altamente specializzato e qualificato, anziché per coloro che non hanno studiato oltre la terza media.

La mia conclusione al cospetto di tutto ciò? Che NESSUNO, ripeto NESSUNO dei politici che abbiamo ha ancora capito come stanno realmente le cose, NESSUNO sa trovare soluzioni efficaci per risolvere adeguatamente i problemi, sanno solo mettere delle pezze qua e là e poi vantarsi di quello che (non) hanno fatto. Secondo il mio modestissimo parere, questo pacchetto-lavoro non servirà a nessuno: non servirà alle imprese in crisi, non servirà ai cittadini disoccupati e non servirà a quelli come me che lavorano a tempo determinato e che stanno cercando di costruirsi un futuro.

L.D.

Altri articoli:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/che-pacco-il-pacchetto-lavoro/2209998

Che pacco il pacchetto lavoro

di Francesco Colonna – 26 giugno 2013

[…] Gli incentivi alle assunzioni infatti hanno caratteri molto, forse troppo restrittivi: durano soltanto 18 mesi per i neoassunti o 12 mesi per i contratti a termine trasformati in contratti a tempo indeterminato, hanno un tetto massimo mensile di 650 euro a lavoratore e riguardano unicamente i giovani dai 18 ai 29 anni, prevalentemente del Sud, che soddisfino ad almeno una di queste tre condizioni: siano disoccupati da almeno sei mesi, abbiano una o più persone a carico o non abbiano studiato oltre la licenza media. Proprio quest’ultimo requisito appare poco condivisibile. Capiamo la preoccupazione del governo di andare incontro ai più svantaggiati. Ma il modello che inevitabilmente questo genere di provvedimenti favorisce è quello di un Paese che penalizza istruzione e specializzazione. Con il rischio, come sottolineano gli economisti euroscettici, che l’Italia si allontani dal centro dell’Europa, dove la percentuale di laureati è molto più alta, e ne diventi sempre di più la periferia, dove i Paesi “forti” possono pescare manodopera a basso costo.

«Un altro punto debole di questi incentivi», ha sottolineato subito un esperto di mercato del lavoro come Tito Boeri, «è che sono temporanei. Quando si hanno poche risorse da distribuire è meglio che vengano concentrate in pochi provvedimenti di lunga durata, come poteva essere un sussidio permanente per le retribuzioni più basse. Altrimenti c’è il rischio che gli incentivi, distribuiti su troppi interventi e per periodi limitati, si esauriscano senza avere inciso sull’economia reale. Insomma, che siano soldi buttati via». […]

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9960

4/4/2012 – di Irene Tinagli

I giovani siano imprenditori di sè stessi

Inventarsi un lavoro. Più la disoccupazione giovanile aumenta, più i ragazzi se lo sentono dire. Ma come possono fare? E come possiamo aiutarli a inventare nuovi lavori?Si dice loro di ripensare gli studi, scegliere più accuratamente, definire percorsi di formazione più allineati con l’evoluzione dell’economia. Ma è difficile prevedere quali competenze saranno richieste da qui a cinque o dieci anni, spesso non lo sanno nemmeno le aziende. Ieri magari avevano bisogno di un addetto stampa, oggi di un graphic designer, o di un social media manager. Ieri di un commercialista, oggi di un avvocato specializzato in diritto cinese o proprietà intellettuale. Non è facile programmare carriere in questo scenario, e non è facile per un governo «creare posti di lavoro» secondo politiche industriali vecchio stile, quelle che tanti politici oggi invocano, a suon di sussidi e incentivi. Il modo migliore e più sano è dare ai cittadini più imprenditoriali, e in particolare ai giovani, i saperi, le competenze e le condizioni necessarie a fare nuove imprese ad alto potenziale di crescita. In questo modo non solo inventeranno il proprio lavoro, ma anche quello di molti altri.

Gli studi della Kauffman Foundation hanno dimostrato che negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni la quasi totalità di nuovi posti di lavoro è stata generata da aziende nei loro primi anni di vita, aziende «nuove». Per questo il tema su come stimolare la creazione di nuove imprese è sempre più importante, e si discute spesso delle «condizioni» per farlo: semplificare la burocrazia, abbassare i costi di fare impresa, attrarre e stimolare il capitale di rischio, investire in infrastrutture digitali e nuove tecnologie. Tutte cose su cui è fondamentale agire presto, perché si tratta di condizioni fondamentali senza le quali non si va da nessuna parte. Ma c’è qualcos’altro, altrettanto importante, di cui si però si parla molto meno: l’educazione alla curiosità, al rischio, all’imprenditorialità.

Tutti i sondaggi condotti tra i giovani italiani mostrano bassi livelli di propensione al rischio e all’imprenditoria. Anche se molti ragazzi hanno minori aspettative rispetto al posto fisso e anche se aumenta, per esempio, la disponibilità a viaggiare e spostarsi, tuttavia la voglia di fare impresa resta molto bassa. Uno dei sondaggi più recenti, condotto nel febbraio scorso da Termometropolitico in collaborazione con La Stampa su ottomila italiani sotto i trentacinque anni, ha fatto emergere come il 24% degli intervistati accetterebbe «qualsiasi lavoro, anche pagato male, basta che sia sicuro e a tempo indeterminato e senza alcun rischio». Per contro solo il 16% preferisce «fare sacrifici per qualche anno per mettere soldi da parte e iniziare una sua attività indipendente». Un dato sorprendentemente basso. Per fare un confronto, in un’indagine condotta dalla Gallup Organization assieme alla Fondazione «Operation Hope» e resa nota pochi giorni fa, il 77% dei giovani intervistati dichiara di voler essere «boss di se stesso», il 45% di voler fare la propria impresa, e il 42% si dice convinto che inventerà qualcosa che cambierà il mondo. Non solo, ma il 91% sostiene di non avere paura ad assumersi dei rischi, anche se possono portare a sbagliare e fallire, e l’85% dice di «non mollare mai» quando desidera raggiungere un obiettivo. Altro che accontentarsi!

Ed è questa la seconda riflessione da fare: su cosa e come supportare questi processi senza aspettare che sia troppo tardi. Sempre dal sondaggio Gallup emerge come il 54% dei ragazzi tra la quinta elementare e l’ultimo anno di superiori abbia imparato a scuola le basi su come gestire i propri risparmi, aprire un conto, prendere un prestito e così via, e come il 50% riceva corsi e informazioni a scuola su come creare un business. Certamente imparare questi aspetti da ragazzini non implica che poi si decida di metterle in pratica, ma aiuta per lo meno a sentirsi più sicuri e meno sprovveduti quando si voglia cimentarsi con «inventarsi il proprio lavoro» o fare una nuova impresa. Si è più stimolati a pensare a nuove idee, a pensare che sì, si può fare qualcosa di nuovo, qualcosa di utile, qualcosa che forse, chissà, cambierà il mondo. Perché per accontentarsi c’è sempre tempo.Naturalmente i due sondaggi sono stati fatti con criteri e campioni diversi ed è difficile fare un confronto puntuale, ma le differenze di atteggiamento che emergono sono così enormi che non possono non suscitare alcune riflessioni. La prima è che, evidentemente, certe predisposizioni imprenditoriali hanno radici lontane e profonde, e sono legate ai contesti in cui si formano i giovani, ben prima che arrivino alla laurea. E non possiamo pensare di iniettargliela da un giorno all’altro, magari quando hanno già completato gli studi, e quando si sono già immaginati un futuro lineare e tranquillo che tutti, dai genitori a tanti politici, gli hanno prefigurato come orizzonte desiderabile ed esigibile. È normale che tanti giovani cresciuti in contesti di questo genere non abbiano voglia di fare gli imprenditori. Non ci si improvvisa pionieri. Ma nemmeno ci si nasce. Diciamo che ci si «cresce», grazie al contesto, alle competenze, agli esempi e al clima che ci girano attorno.

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Aggiornamento dell’1 luglio 2013:

https://www.leoniblog.it/2013/07/01/a-little-less-conversation-a-little-more-action-please-riflessioni-sul-pacchetto-lavoro/

A little less conversation, a little more action please. Riflessioni sul pacchetto lavoro

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Massimo Brambilla.

“Adesso le imprese non hanno più scuse per non assumere”. Poche frasi più di quella pronunciata qualche giorno fa dal premier Enrico Letta riassumono con maggiore cruda efficacia quel misto di incomprensione, diffidenza ed ostilità che caratterizza la percezione che i nostri politici hanno delle piccole e medie imprese italiane.

Cresciuti in contesti culturali in cui il profitto era sterco del diavolo o esproprio delle energie dei lavoratori, ostili all’imprenditoria che non fosse organica ai grandi gruppi prossimi ai centri di potere politici e sindacali, i nostri rappresentanti amano parlare molto di lavoro e poco di impresa, quasi il primo fosse indipendente dalla seconda anzi lasciando trasparire la convinzione che l’unico fattore alla base della disoccupazione sia la cattiva volontà degli imprenditori di fare tesoro delle loro intuizioni in materia di politica industriale.

[…] Il nostro mercato del lavoro fa di tutto per scoraggiare la creazione di occupazione sia perché il sistema formativo è obsoleto e lontano dalle esigenze delle imprese, sia perché il contratto a tempo indeterminato continua ad essere percepito come vincolo di sangue tra impresa e lavoratore, il cui scioglimento o modifica anche in presenza di necessità aziendali tali da mettere a repentaglio la vitalità aziendale è tuttora un tabù.

[…] Per quanto riguarda la rigidità del mercato del lavoro, gli sgravi contributivi per i nuovi assunti non fanno altro che distorcere il mercato delle assunzioni senza incidere sulla creazione di nuova occupazione se non accompagnati da una flessibilizzazione del mercato del lavoro in entrata ed uscita.

Anche per questo basterebbe un gita in Danimarca (o sempre in Svizzera) in cui, avendo indentificato nelle rigidità del mercato del lavoro uno dei fattori alla base della crisi economica degli anni 80, si è proceduto ad una rivoluzione all’insegna della flexisecurity sia semplificando le procedure per il licenziamento non discriminatorio al fine di garantire agli imprenditori la necessaria flessibilità di risposta agli andamenti del mercato tramite il corretto dimensionamento del numero di addetti dell’impresa, assicurando per contro un’analoga flessibilità in entrata sia liberando gli imprenditori dalle preoccupazioni in merito a quello che comporta un’assunzione a tempo indeterminato in un contesto rigido come il nostro, sia creando programmi di sostegno finanziario e di orientamento e placement per coloro che, momentaneamente, si trovano al di fuori del mercato del lavoro. Oggi in Danimarca convive il più flessibile mercato del lavoro al mondo (fonte IMD 2012) con un tasso di disoccupazione pari al 5,8%, la minore incidenza in Europa degli oneri contributivi sul costo del lavoro (in gran parte finanziati dagli stessi lavoratori) ed uno dei maggiormente efficaci sistemi di sostegno finanziario a favore dei disoccupati. […]

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