Balzano all’occhio diverse analogie tra il periodo storico che precedette la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e l’attuale situazione italiana.

Sembra assurdo, ma è così: anche allora al benessere subentrò la crisi economica, ma l’alta società era talmente corrotta ed il potere centrale talmente chiuso e distaccato dai problemi reali della popolazione da non accorgersi di nulla. L’apparato governativo non riuscì o non volle riformare il sistema fiscale dell’Impero ed il consenso della popolazione lentamente degenerò, tanto che le invasioni germaniche vennero considerate alla stregua di una liberazione.

Ovviamente al giorno d’oggi non ci sarà, verosimilmente, un esercito straniero che verrà ad invaderci, ma quasi quasi, vista l’incapacità della nostra classe politica di riformare in modo radicale il nostro sistema burocratico e fiscale, preferirei che l’Italia venisse pacificamente annessa alla Germania piuttosto che continuare a trascinarci e ad illuderci che la crisi finirà. Questa infatti NON E’ soltanto una crisi economica: è per l’intero mondo occidentale una vera e propria recessione (considerata la durata temporale: siamo in crisi infatti dal 2008, quindi da più di 5 anni ormai), ma per l’Italia è anche una sorta di “crisi di sistema”, nel senso che l’intero apparato governativo nonchè il sistema di tassazione, sia a livello locale che centrale, richiederebbe delle drastiche e risolutive riforme…

L.D.

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Economia dell’Impero romano

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Nei primi due secoli dell’Impero romano lo sviluppo dell’economia si era basato essenzialmente sulle conquiste militari, che avevano procurato terre da distribuire ai legionari o ai ricchi senatori, merci da commerciare e schiavi da sfruttare in lavori a costo zero. Per questo motivo l’economia appariva prospera (“secolo d’oro”). In realtà restava in una condizione di stagnazione, che divenne decadenza (declino della produzione agricola e contrazione dei grandi flussi commerciali) con la conclusione della fase delle grandi guerre di conquista (116 d.C., conquista romana di Ctesifonte, capitale dell’impero partico). L’Impero romano, infatti, da un lato si dimostrò incapace di realizzare uno sviluppo economico endogeno (non dipendente dalle conquiste) e dall’altro di ovviare all’aumento dei costi della spesa pubblica (la vera radice della crisi fu l’incremento del costo dell’esercito e della burocrazia) con un sistema fiscale più efficiente che oppressivo. La grave crisi che ne conseguì ne provocò gradualmente la decadenza, fino ad arrivare nel V secolo d.C. alla caduta della parte occidentale ad opera di popolazioni germaniche.

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Il gigantesco apparato imperiale comportava costi crescenti. Augusto aveva diviso l’Impero in province senatorie i cui tributi finivano nell’erario (l’antica cassa dello Stato), a sostenere le spese correnti di quell’istituzione, ed in province imperiali, le cui entrare alimentavano il fiscus, la cassa privata dell’imperatore, cui toccavano gli oneri più gravosi, rappresentati dall’esercito, dalla burocrazia e dalle sovvenzioni alla plebe urbana (distribuzioni di frumento o denaro, congiaria) per evitare rivolte. Sotto i successori di Augusto si ingenerò confusione tra erario e fisco, a tutto vantaggio di quest’ultimo. Inoltre, per l’esercito era prevista una cassa apposita, l’erario militare (aerarium militare), in cui si accantonavano i fondi per il pagamento dell’indennità ai soldati congedati. Il costo dell’esercito fu aggravato inoltre dall’uso, invalso da Claudio in poi, di gratificare i soldati con un donativo per assicurarsene la fedeltà al momento dell’ascesa al trono e in situazioni delicate. Se aggiungiamo alle spese necessarie e inevitabili gli sprechi nella gestione della corte, si capisce come lo stato delle finanze fosse in genere alquanto precario.

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Il costo crescente dell’esercito nel Tardo Impero (erano necessari continui aumenti di stipendio ed elargizioni per tenerlo quieto) e le spese della corte e della burocrazia (aumentata anch’essa in quanto al governo servivano sempre più controllori che combattessero l’evasione fiscale ed applicassero le leggi nella vastità dell’Impero), non potendo più ricorrere troppo alla svalutazione monetaria che aveva causato tassi d’inflazione incredibili, si riversarono, soprattutto tra il III ed il IV secolo (quando le dimensioni dell’esercito furono vicine ai 500.000 uomini in armi, se non di più), sulle imposte, con un intollerabile peso fiscale […]. Dato che i nullatenenti non avevano niente ed i ricchi contavano su appoggi e corruzione, chi ne pagò il costo furono il ceto medio (piccoli proprietari terrieri, artigiani, trasportatori, mercanti) e gli amministratori locali (decurioni), tenuti a rispondere in proprio della quota di tasse fissata dallo Stato (indizione) a carico della comunità per evitare l’evasione fiscale.

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L’ avanzamento sociale (possibile solo con la carriera militare, burocratica o ecclesiale) non derivava dalla competizione sui mercati, bensì dai favori provenienti dall’alto. È comprensibile, a questo punto, che molti considerassero l’arrivo dei barbari non tanto una minaccia, quanto una liberazione. Ormai si era scavato un solco profondo tra uno Stato sempre più invadente e prepotente (soprusi dell’esercito e della burocrazia) e la società. Lo Stato che nel V secolo crollò sotto l’urto dei barbari era uno Stato ormai privo di consenso. Quando le popolazioni germaniche occuparono i territori dell’Impero d’Occidente, si trovarono di fronte una società profondamente divisa tra una minoranza di privilegiati e una massa di povera gente.

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Caduta dell’Impero romano d’Occidente

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
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Oltre alle invasioni germaniche del V secolo e all’importanza sempre più incisiva dell’elemento barbarico nell’esercito romano, sono stati individuati anche altri aspetti per spiegare la lunga crisi e la caduta finale dell’Impero romano d’Occidente:

  • il calo demografico dovuto non solo alle guerre ed alle carestie, ma anche alle epidemie che si diffondevano molto velocemente e causavano numerose vittime;
  • la crisi economico-produttiva delle campagne unita al crollo dei traffici commerciali, all’inflazione galoppante e, quindi, al ritorno ai pagamenti in natura;
  • la crisi e la fuga dalle città, a rischio non solo di saccheggio da parte degli eserciti barbarici, ma anche di malattie infettive per le disastrose condizioni igieniche;
  • la perdita di coesione sociale, dovuta all’enorme squilibrio nella distribuzione della ricchezza: lusso eccessivo per pochissimi privilegiati e povertà estrema per la grande massa dei contadini e del proletariato urbano;
  • la mancanza di consenso nei confronti del governo centrale, causata anche dalla degenerazione burocratica: da una parte corruzione sistematica, dall’altra eccessivo peso fiscale che finiva per gravare sui ceti meno abbienti;
  • i difetti del sistema costituzionale, con il governo centrale condizionato dallo strapotere dell’esercito e sempre a rischio di usurpazione.

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