Vi proponiamo questo bell’articolo, datato 2007, che fa un bel parallelismo tra la situazione italiana e quella descritta nel romanzo di Ayn Rand “La rivolta di Atlante” (1957).

N.B. Nel blog abbiamo già parlato di quasi tutti gli argomenti presi come esempio dall’autore…

Certo che siamo proprio un’Italia… con la coda di paglia!!!

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9 ottobre 2007

In Italia l’Atlante non si ribella

A cinquant’anni dalla pubblicazione del capolavoro di Ayn Rand, “La Rivolta di Atlante” è tempo di bilanci. Applichiamo il suo modello fantapolitico all’Italia del 2007.

La Rand, nella sua lucida descrizione di una lenta degenerazione totalitaria, aveva scritto che lo Stato, come sua prima mossa, avrebbe emesso leggi di emergenza per impedire la crescita delle grandi aziende.

Già fatto: le aziende che diventano troppo grandi vengono direttamente multate. In Italia abbiamo un’economia che è ancora incentrata su grandi “campioni nazionali”, perennemente in crisi e perennemente salvati dallo Stato, o tramite leggi, o tramite partecipazioni dirette di capitale pubblico. La grande impresa privata, praticamente, non è mai cresciuta. Chi cresce, lo fa solo grazie a leggi ad hoc, o si espande all’estero.

La Rand aveva previsto un aumento vertiginoso della tassazione.

Già fatto: non solo le tasse non accennano a diminuire, ma aumentano. E mentre i politici rappresentati nel romanzo della Rand erano convinti di fare qualcosa di impopolare, un male necessario, da noi un ministro arriva a dire che è bellissimo pagare tasse.

La Rand aveva previsto che lo Stato avrebbe rubato sempre più risorse ai cittadini per pagare aiuti a paesi più poveri e dittatoriali.

Già fatto: i nostri governi (sia di centrodestra che di centrosinistra) lo stanno facendo da un pezzo. Spendiamo miliardi per aiutare dittature che ci considerano apertamente come dei nemici e che sponsorizzano dei terroristi che minacciano direttamente la nostra sicurezza. Spendiamo altri miliardi per proteggere investimenti di imprenditori favoriti dai politici, in base a progetti bizzarri di politica estera, in regimi dittatoriali inaffidabili, dove un privato non investirebbe neppure un centesimo.

La Rand aveva previsto che lo Stato sarebbe diventato molto meno trasparente e avrebbe avviato progetti e operazioni segrete.

Già fatto da un pezzo: in Italia non sappiamo praticamente niente di quello che è avvenuto negli ultimi 40 anni.

La Rand aveva previsto che lo Stato avrebbe impedito la ricerca privata, per concentrarla nelle sue mani.

Già fatto, in pratica: da noi la ricerca non è proibita, ma pesantemente ostacolata per motivi religiosi. Sarà anche lecita la ricerca privata, ma in Italia esiste quasi solo una ricerca finanziata dallo Stato. Così come c’è solo un cinema finanziato dallo Stato, un’arte finanziata dallo Stato…

La Rand aveva previsto che lo Stato avrebbe fortemente regolamentato i trasporti ferroviari.

Già fatto: da noi le ferrovie sono direttamente monopolizzate dallo Stato, da sempre.

La Rand aveva previsto che lo Stato avrebbe proibito il licenziamento dei lavoratori e punito i lavoratori che avessero deciso di lasciare il loro posto di lavoro.

Già quasi fatto: negli anni ’70 eravamo praticamente a questo livello, ma anche adesso che il nostro mercato del lavoro è stato parzialmente liberalizzato, tutto ruota ancora attorno al posto fisso e alla non licenziabilità di chi ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato. Chi non ha un posto fisso è ancora costretto (dalla rigidità delle regole imposte al mercato) a vagare tra un posto precario e l’altro.

La Rand aveva previsto che i tribunali avrebbero emesso sentenze solo contro i capitalisti, nell’interesse dello Stato.

Già fatto: per il proprietario di un’attività economica, piccola o grande che sia, è facilissimo beccarsi una condanna per aver violato una delle migliaia di leggi che vincolano la sua attività. L’operaio, il sottoproletario immigrato e l’abusivo sono molto più protetti dalla magistratura, che giudica con criteri sociali e non tanto di giustizia oggettiva.

La Rand attribuiva a uno dei dirigenti aspiranti totalitari del suo romanzo questo ragionamento: lo Stato, per legittimarsi, ha bisogno di condannare dei colpevoli. E il modo migliore per trovare tanti colpevoli è quello di emettere tante leggi, complesse e l’una in contraddizione con l’altra, così che tutti siano colpevoli e tutti abbiano qualcosa di cui farsi perdonare.

Già fatto: in Italia abbiamo 50.000 leggi. Sfido chiunque a conoscerle e rispettarle tutte. Quasi tutti gli italiani hanno alle loro spalle reati non perseguiti e di conseguenza sono perennemente ricattabili. Di più: un sistema mediatico incentrato sull’accusa, fa passare per colpevoli coloro che sono ancora sotto inchiesta. Col risultato che si è colpevoli fino a prova contraria.

La Rand faceva dire a uno dei dirigenti aspiranti totalitari del suo romanzo: “abbiamo realizzato una rivoluzione anti-industriale”.

Già fatto: in Italia prevale una cultura anti-industriale (prima nel nome dell’austerità, ora nel nome della difesa dell’ambiente) al punto che una grande azienda para-statale usa come slogan “La vera rivoluzione è non cambiare il mondo”.

La Rand prevedeva che si sarebbe affermata una cultura relativista, preludio ad un ritorno al peggior irrazionalismo religioso.

Già fatto: nessuno riconosce l’esistenza di un diritto naturale, nella cultura prevalente un sistema di pensiero vale l’altro, una legge vale l’altra, una cultura vale l’altra. Se si deve chiedere pubblica ammenda, all’indomani dell’11 settembre, dopo aver affermato che “la civiltà occidentale è superiore” è perché nessuno crede più che un sistema fondato sulla ragione e sulla libertà dell’individuo, sia realmente superiore a tirannidi fondate sulla forza e sulla fede cieca in qualche dottrina. Oggi ci troviamo a non sapere come affrontare i nuovi pericoli totalitari, perché noi non sappiamo a quali valori appellarci e non  riconosciamo loro come pericoli.

La Rand prevedeva che si sarebbe affermata, nella gente comune, una mentalità fatalista, del tutto priva del concetto di responsabilità individuale.

Già fatto: la stragrande maggioranza della popolazione italiana, anche quella che non vuole pagare le tasse, vuole comunque servizi gratuiti in tutti i settori, chiede allo Stato di abbassare i prezzi di tutti i prodotti e vuole una casa anche a costo di rubarla (tanto ora l’occupazione abusiva delle case, sempre più frequente, non è neppure più considerata un reato penale). Il rispetto della proprietà privata, evidentemente, è ai minimi livelli. Basti vedere che almeno da una decina d’anni a questa parte, uno dei giochi preferiti degli adolescenti è quello di rubarsi la roba in casa o a scuola. Mentre nel romanzo di maggior successo in Italia l’eroe è un ladruncolo e il simbolo del suo amore è un simbolo di schiavitù (il lucchetto).

La Rand aveva previsto che un sistema del genere sarebbe collassato in pochi anni.

Invece noi non siamo collassati: continuiamo a vivere nella stagnazione, ma non crolliamo, né ci sentiamo poveri. Ma solo perché c’è ancora un fitto scambio con paesi stranieri molto più liberi di noi e siamo inseriti in un’Unione Europea che è sì statalista, ma già più liberale rispetto ai progetti dei nostri governi.

La Rand aveva sperato in una ribellione delle persone più produttive e creative della società, che avrebbero dovuto cessare ogni forma di collaborazione con lo Stato e ritirarsi nella clandestinità. Privato del suo miglior capitale umano, lo Stato sarebbe imploso da solo, come è avvenuto in Unione Sovietica.

Da noi la fuga dei cervelli è iniziata da un pezzo. I nostri migliori premi Nobel sono vissuti all’estero e hanno lavorato fuori dall’Italia. I più ricchi tendono a depositare i capitali all’estero, anche se questo governo sta incominciando a braccarli. Ma la maggioranza delle persone produttive preferisce scendere a compromessi con lo Stato, entrare nel sistema, ritagliarsi privilegi, vivere di rendita. La maggioranza dei nostri imprenditori vive all’ombra dello Stato. E non se ne fa una colpa. Siamo pieni di quelli che la Rand definiva “uomini pratici”, persone che non hanno un progetto alla base delle loro azioni, ma pianificano solo nel breve periodo, totalmente dipendenti dalle circostanze e dalle opportunità create da altri.

Insomma, in Italia l’Atlante, colui che regge il peso del sistema sulle sue spalle, non si ribella. Preferisce vivacchiare e lagnarsi.

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Libro “Senza soldi. Ma paperoni e furbetti se la godono” di Walter Passerini e Mario Vavassori

Senza soldi sembra l’unica certezza di un futuro sempre più indefinibile. Questo libro, grazie alla più completa banca dati sulle retribuzioni in Italia, racconta le vicissitudini di operai, impiegati, quadri e dirigenti, puntando l’attenzione sull’erosione del valore delle paghe e del lavoro, nella generale indifferenza. La svalutazione degli stipendi aumenta insieme alla distanza tra chi guadagna molto e chi non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese. Che fare? Bisogna rilanciare una vera questione salariale. Solo così possiamo salvarci. Questo libro finalmente spiega come. Intanto la politica perde tempo, troppo impegnata a difendere i propri privilegi…

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