Vi propongo solo una piccola riflessione come prologo di questo post: che si tratti di sussidio di disoccupazione, cassa integrazione, reddito minimo garantito o quel che volete, in altri Stati il sistema di welfare mi sembra molto più efficiente ed intelligente del nostro per il seguente motivo: noi paghiamo o vorremmo pagare chi è disoccupato per rimanere a casa a far nulla, loro pagano invece chi è disoccupato per fare dei lavori socialmente utili, ad esempio per effettuare opere di pulizia e manutenzione di beni della collettività. Per me sarebbe giusto conferire questi soldi pubblici ponendo proprio come condizione la disponibilità a dare il proprio contributo alla collettività e farei la stessa cosa anche per quanto riguarda i docenti precari: anziché prendere la disoccupazione facendo tre mesi di vacanza, potrebbero ad esempio fare nei mesi estivi dei campi scuola per bambini oppure delle iniziative culturali per adulti. I soldi si, ma in cambio di niente no!

N.B. Inoltre sembrano essere fenomeni molto diffusi quelli per cui ci sono molte persone che, grazie appunto alla cassa integrazione, preferiscono starsene a casa a fare nulla anziché cercare un altro posto di lavoro, mentre molte altre persone prendono il sussidio di disoccupazione per poi lavorare in nero…

L.D.

http://www.repubblicadeglistagisti.it/article/reddito-minimo-garantito-reddito-di-cittadinanza?prov=nl

Radiografia del reddito minimo garantito: cos’è, quanto costa, come funziona

Di Anna Guida – 27 marzo 2013

[…]
Il reddito minimo garantito (Rmg) è una misura presente in molti Stati europei, volta a garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongono di risorse sufficienti. È quindi un aiuto che lo Stato dà ai suoi cittadini affinché nessuno cada nella trappola della povertà e dell’esclusione sociale, ed è destinato principalmente a chi non ha redditi da lavoro o ha retribuzioni insufficienti. Si tratta di un programma universale e selettivo al tempo stesso, nel senso che è basato su regole uguali per tutti (non limitato ad alcune categorie di lavoratori), ma la concessione del sussidio è subordinato ad accertamenti sulla condizione economica di chi lo domanda e, generalmente, alla sua disponibilità a cercare un lavoro.

Quindi il Rmg non è – solo – un sussidio di disoccupazione: quest’ultimo ha natura previdenziale (è finanziato con i contributi dei lavoratori), va soltanto a chi ha perso il lavoro e ha maturato una certa anzianità contributiva, è limitato nel tempo. Il sussidio di disoccupazione esiste anche in Italia e con la riforma Fornero è stato diversificato in due diversi strumenti, Aspi e MiniAspi, entrambi destinati ai lavoratori dipendenti. Secondo una proiezione della Banca d’Italia, mentre oggi solo il 50% dei lavoratori è coperto dal sussidio di disoccupazione, con la riforma Fornero questa percentuale aumenterà del 16%. Resterà comunque fuori più di un terzo dei lavoratori italiani, i più deboli, visto che Aspi e MiniAspi non includono chi ha un contratto di lavoro atipico.

[…] In molti Paesi europei il Rmg va proprio a coprire le fasce escluse dalle indennità di disoccupazione […]. Nel dibattito politico italiano è poi molto diffusa la confusione tra Rmg e reddito di cittadinanza. Nonostante i due termini siano spesso usati come sinonimi, non lo sono affatto. Mentre il Rmg serve a dare una capacità di sussistenza a chi non accede a forme di retribuzione sufficienti, il reddito di cittadinanza è un sussidio dato a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro condizione lavorativa e patrimoniale, finalizzato al godimento pieno e consapevole dei loro diritti[…] è un sussidio universale e non condizionato: in altre parole se fosse introdotto in Italia lo riceverebbero tutti (dal disoccupato allo stagista fino a Lapo Elkann […] per un tempo indefinito e indipendentemente dalla loro ricchezza, da altri redditi e dalla loro volontà di cercare un lavoro. […]

Un vero e proprio reddito di cittadinanza incondizionato al momento esiste solo in Alaska. […] Nella maggioranza dei Paesi, il Rmg è costituito in parte da un sussidio monetario, in parte da agevolazioni per la casa, i trasporti, gli asili nido, le cure mediche, i servizi culturali. In molti Paesi, è inteso anche come mezzo per consentire ai giovani di rendersi indipendenti dalla famiglia: per esempio in Danimarca un under 25 che non vive con i genitori riceve 719 euro mensili come “contributo per l’avviamento a una vita autonoma”. In Olanda il sussidio comprende anche misure specifiche per avviare i giovani al lavoro o a un percorso formativo, e integra i loro redditi qualora siano insufficienti o intermittenti. […] in Germania un single inoccupato riceve 364 euro oltre alla copertura delle spese di alloggio e riscaldamento, mentre per un single con tre figli il sussidio monetario sale a 1.017 euro […].

[…] perché il Rsa [Revenu de solidarité active francese] non si trasformi in un disincentivo al lavoro, un’accortezza che potrebbe essere importata anche in Italia per evitare i temutissimi effetti distorsivi di un eventuale reddito minimo nel nostro Paese. Per riassumerli con le famose parole del ministro Elsa Fornero: «C’è troppa gente che si adagia, anche sul poco; e in questo Paese quindi se tu dai una cosetta a uno ha la tendenza a non muoversi, visto che c’è il sole per nove mesi all’anno e più o meno si vive con pomodori e pasta». […]

Secondo un’analisi a cura della Uil, nel 2011 le indennità di disoccupazione, mobilità e cassa integrazione sono costate nel complesso 18 miliardi di euro, di cui ben 9 hanno pesato sulla fiscalità generale, cioè sulle casse dello Stato. Ciò significa che abbiamo speso per un sistema di welfare che tutela solo un lavoratore su due la stessa cifra che Oltralpe ha garantito a tutti i cittadini un programma di protezione universalistico e più equo.

http://www.repubblicadeglistagisti.it/article/reddito-minimo-garantito-proposte-partiti-pd-sel-movimento-5-stelle

Reddito minimo garantito, le proposte dei partiti

Di Anna Guida – 27 marzo 2013

[…] Al di là della proliferazione di termini, dunquesembra che Sel e Pd possano facilmente convergere in una proposta di reddito minimo garantito che abbia caratteristiche di universalità, durata illimitata e condizionatezza “temperata”, subordinata cioè al criterio della “congruità” dei lavori offerti rispetto alle competenze del singolo. Una soluzione che, nonostante le tante variabili ancora da stabilire, si inserirebbe pienamente nello schema delle misure di sostegno al reddito europee. Paradossalmente la proposta del M5S, urlata dalle piazze di mezza Italia e presentata come rivoluzionaria ed “esplosiva”, è non solo quella ad oggi meno definita e più confusa, ma anche la meno innovativa, perché si configura più come un’estensione (nel tempo e nella platea dei beneficiari) del sussidio di disoccupazione che come un reddito minimo garantito. Una misura ancora una volta frammentata e non universalistica, che prevede significative differenze di tutela per disoccupati e giovani inoccupati. […]

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Il seguente approfondimento sul mercato del lavoro (qui riportato solo in misura parziale) può farvi comprendere quanto sia banalizzato dall’attuale dibattito politico il discorso sulla tutela dei lavoratori e sulla disoccupazione: non è sufficiente promettere un “Reddito Minimo Garantito”, come fa qualcuno, o accontentarsi del “sussidio di disoccupazione”, inutili sono anche i dibattiti sull’articolo 18: la disciplina del mercato del lavoro è molto complessa, ogni mossa deve essere pensata, progettata e calibrata in ogni piccolo dettaglio, sia per tutelare i cittadini e favorire il loro ingresso e permanenza nel mercato del lavoro, che per evitare che il denaro pubblico non venga speso inutilmente (come spesso accade naturalmente in Italia)…

N.B. in Italia è molto diffuso, fin troppo diffuso, il lavoro in nero. Cosa pensate che possa accadere con l’introduzione del reddito minimo garantito? Io penso che questo diventerebbe un ulteriore incentivo al lavoro in nero!!! Sbaglio, penso male? Può darsi, ma già mi immagino l’acquolina in bocca a molti italiani, che non vedono l’ora di prendere il sussidio in quanto disoccupati e contemporaneamente di lavorare senza pagare le tasse!!! I grillini mi dicono che nel caso in cui venissero rifiutate tre offerte di lavoro coerenti con la propria professionalità il diritto al sussidio decadrebbe. In teoria questo meccanismo può anche funzionare, ma in pratica credo proprio di no: chi controllerà se, quante e quali offerte di lavoro verranno rifiutate? C’è gente che si prende addirittura la pensione di invalidità falsificando, con la complicità dei medici evidentemente, i requisiti necessari per ottenerla: credete che non si riesca a boicottare anche il sistema proposto dai grillini per il Rmg? Gli italiani sono maestri nel fare queste cose, sarebbe un gioco da ragazzi!!! Rivolgo pertanto un cortese ma caloroso appello a tutti i grillini: vogliamo per favore uscire dal villaggio dei Puffi e guardare un po’ più sul serio alla realtà?!? Grazie.

L.D.

http://www.fermareildeclino.it/fare/approfondimento-sul-mercato-del-lavoro

Approfondimento sul mercato del lavoro

Un mercato del lavoro per la crescita: efficiente ed equo

  • Il mercato del lavoro italiano é caratterizzato da segregazione:
    • Da una parte ci sono i lavoratori con contratti di lavoro dipendente a tempo indeterminato, che godono di una forte protezione del posto di lavoro e di sostegno al reddito durante i periodi di malattia, genitorialità e disoccupazione. La cassa integrazione guadagni é uno degli strumenti di questo sistema di protezione del posto di lavoro. Stimiamo che questo gruppo pesi per circa il 70% dell’occupazione regolare.
    • Dall’altra parte ci sono i lavoratori con contratti di lavoro dipendente a termine, o senza nessun contratto di lavoro in quanto formalmente “professionisti con partita IVA” ma sostanzialmente dipendenti. Tutti questi non godono né di protezione del posto di lavoro né di sostegno al reddito durante i periodi di malattia, genitorialità e disoccupazione. Questo secondo gruppo é quasi interamente costituito da giovani, donne e immigrati: i soggetti marginali nel mercato del lavoro. Stimiamo che questo gruppo pesi per circa il 30% dell’occupazione regolare, un peso che é destinato ad aumentare perché oltre la metà dei nuovi lavoratori entra nel mercato del lavoro da questo gruppo e ha una bassa probabilità di transizione (stimata attorno al 10%) al primo gruppo.
    • Ci sono infine i lavoratori irregolari, un mondo sommerso in cui non ci sono né contratti, né tutele di alcun tipo.
  • Questo stato di cose é sia inefficiente sia iniquo.
  • E’ inefficiente perché:
    • l’occupazione a termine o mascherata da rapporti di fornitura professionale (il lavoro precario) non dà incentivi a imprese e lavoratori all’investimento reciproco in competenze specifiche, limitando così l’accumulazione di capitale umano;
    • l’assenza di adeguato sostegno al reddito dei lavori precari nei periodi di disoccupazione limita la loro attività di ricerca del lavoro e di riqualificazione professionale, limitando così sia la qualità del capitale umano sia la qualità del “match” tra lavoratori e imprese.
    • la cassa integrazione guadagni costituisce un improprio trasferimento alle imprese (soprattutto quelle più inefficienti)  il cui unico scopo é quello di tenere legati lavoratori e impresa in rapporti di lavoro non più produttivi, limitando la transizione dei lavoratori verso occupazioni più produttive.
  • E’ iniquo perché:
    • specifiche categorie di lavoratori (giovani in primis, ma anche donne e immigrati) sostengono l’intero peso dell’unico margine di flessibilità del mercato del lavoro italiano: la segregazione é generazionale e, in parte, di genere.
  • L’intero dibattito sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori é fuorviante: questo stato di segregazione é il principale nodo da sciogliere per creare un mercato del lavoro favorevole sia alla crescita sia alla realizzazione professionale e personale di un’intera generazione senza rappresentanza. Pensare che il problema si possa risolvere derogando l’intero diritto del lavoro (come ha cercato di fare il governo PdL-Lega nell’estate 2011) oppure comprimendo il più possibile i margini di flessibilità del lavoro (come ripetutamente dichiarato dalla maggioranza del PD e dei sindacati) é ugualmente illusorio.
  • La “riforma Fornero” del mercato del lavoro (2012) ha fatto tre passi nella giusta direzione:
    • ha scardinato il principio del posto di lavoro come “proprietà del lavoratore”, rendendo possibile come negli altri paesi avanzati il licenziamento per ragioni economiche previa compensazione del lavoratore;
    • ha riformato la cassa integrazione guadagni rendendola strumento per non spezzare il legame tra lavoratore e impresa quando c’é una ragionevole prospettiva di continuazione del rapporto, preservando così il capitale umano specifico e riducendo la componente di sussidio implicito alle imprese
    • ha introdotto l’ASPI (Assicurazione Sociale per l’Impego), una forma di assicurazione contro la disoccupazione che assomiglia a uno schema assicurativo universale pubblico simile a quello in vigore in altri paesi.
  • Tuttavia, la “riforma Fornero” é gravemente incompleta e lascia il cambiamento del mercato del lavoro italiano nella peggiore posizione possibile: in mezzo al guado. E’ incompleta perché:
    • Non intacca la struttura duale (la segregazione) del mercato del lavoro, ossia il problema principale.
    • Peggiora lo stato dei lavoratori precari perché nel tentativo di scoraggiare l’uso dei contratti di collaborazione come margine di flessibilità per le imprese finisce per danneggiare i lavoratori precari stessi, costringendoli a più frequenti periodi di disoccupazione tra un contratto e l’altro o costringendoli ad accettare di mascherare il rapporto di lavoro fingendosi imprenditori con partita IVA.
    • Pur proteggendo un po’ di meno il posto di lavoro e un po’ di più il lavoratore introduce un nuovo principio che attiva un nuovo margine di incertezza per le imprese: il giudice del lavoro può decidere che la motivazione economica non sussiste, anche quando non c’é discriminazione.

[…]

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www.pietroichino.it

IL DIRITTO DEL LAVORO PER L’ITALIA DI DOMANI

I GIOVANI, CHE OGGI L’ARTICOLO 18 NON LO VEDONO NEANCHE DI LONTANO, NON CHIEDONO L’INAMOVIBILITA’, MA UN LAVORO DECENTE E LA FINE DELL’ATTUALE APARTHEID A LORO DANNO. NON RENDE LORO UN BUON SERVIZIO CHI RIFIUTA ADDIRITTURA DI APRIRE IL DISCORSO SUL COME RIPROGETTARE E RISCRIVERE IL DIRITTO DEL LAVORO PER LE NUOVE GENERAZIONI

 “Il diritto del lavoro che ci insegnate è cosa che riguarda la vostra generazione, non la nostra”, mi dicono i miei studenti. E hanno ragione: quelsistema di protezioni inderogabili, quel modello di rapporto stabile a tempo indeterminato di cui parla il manuale su cui li facciamo studiare ha pochissimo a che fare con quello che essi di fatto incontrano nel tessuto produttivo reale. Può anche accadere che un giovane fortunato, dopo qualche anno di anticamera, venga “stabilizzato”; ma questo non è “dovuto”: è soltanto una, e non certo la più probabile, delle cose che gli possono accadere nel nostro tessuto produttivo attuale, anche in una impresa “normale”. […]

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Aggiornamento del 29 luglio 2013:

Adesso hanno inventato anche il “reddito d’inclusione sociale” (REIS), rivolto alle famiglie, italiane e non, che vivono in condizioni di povertà assoluta. Gli utenti, si dice sono appunto “tutte le famiglie in povertà assoluta-Legittimate a vario titolo alla presenza sul territorio italiano e regolarmente residenti nel paese da almeno dodici mesi“. Va bene, ma il problema resta sempre il solito: dove si troverà la copertura finanziaria per metterlo in pratica? Chi vigilerà poi sulle reali condizioni di povertà dei richiedenti? Ed infine, mi sorge un dubbio: è vero che molti italiani, a causa della crisi e della perdita del lavoro, vivono effettivamente in condizioni di povertà assoluta, ma immagino che la maggior parte della popolazione che vive in questa condizione in Italia sia comunque rappresentata da extracomunitari… Lo Stato italiano potrà permettersi di dare il contributo Reis a tutti quanti?!?

www.redditoinclusione.it

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Aggiornamento del 3 luglio 2014:

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/salario-minimo-orario-difficile-a-farsi.aspx

Il salario minimo orario: facile a dirsi, difficile a farsi

Francesco Riccardi – 3 luglio 2014
Troppo basso si rivelerebbe inutile, troppo alto avrebbe effetti negativi sull’occupazione. Uniforme ingesserebbe il mercato del lavoro, molto variabile perderebbe il suo potenziale equitativo. Introdotto per decreto spiazzerebbe i sindacati, deciso dalle parti sociali sarebbe un doppione dei contratti. Il salario minimo orario è più facile a dirsi che a farsi. […] i dubbi sono tanti e le certezze poche. Anche perché il governo non ha ancora scoperto le carte e al ministero del Lavoro confermano di non aver ancora iniziato a elaborare la linea d’intervento che dovrà dare corpo a quanto previsto nella legge delega in discussione. […] Il salario minimo legale è già previsto nelle legislazioni di 22 Paesi dell’Unione europea e il presidente Obama ha ingaggiato una battaglia con il Congresso per alzare quello in vigore negli Usa, ma è stata la decisione della Germania di introdurlo a partire da gennaio 2015 a imprimere la svolta decisiva all’apertura del dibattito anche da noi. […] «Il salario minimo ha senso a certe condizioni e occorre valutarne bene costi e benefici – spiega –. Deve essere quindi oggetto di valutazione delle parti sociali, non certo essere una scelta anti-sindacale. Deve essere rivedibile nel corso del tempo e non uguale per tutte le aree del Paese né per tutti i settori». Un salario minimo differente per aree del Paese, dunque? […] C’è poi un’ulteriore complicazione e riguarda il problema di come e se differenziare il minimo legale in base all’età. In alcuni Paesi i più giovani arrivano gradualmente a “conquistare” il livello del salario minimo, anche per evitare che, ad esempio gli apprendisti, abbandonino i contratti di formazione con bassa retribuzione per dedicarsi a “lavoretti” di minore qualità ma meglio pagati con il salario minimo.
[…] a che cifra fissare il salario minimo legale? Nei Paesi europei, di norma, il suo valore oscilla tra il 35 e il 60% del salario mediano, la Germania ha scelto il 51%. Oltre il 60% per gli economisti si rischiano seri contraccolpi sull’occupazione, sotto il 35-40% l’effetto dell’introduzione sarebbe nullo o quasi. Se si prendono a riferimento gli ultimi dati pubblicati lo scorso anno dall’Istat (e relativi al 2010) la retribuzione media per ora retribuita è pari in Italia a 14,48 euro (16,6 in Germania). Applicando una percentuale simile a quella scelta dal governo di Berlino, il salario minimo legale da noi oscillerebbe intorno ai 7,38 euro l’ora. […] Fin qui, però, si parla di lavoratori comunque coperti dall’applicazione rigorosa di un contratto nazionale. Diverso il discorso per i lavoratori parasubordinati e per quei segmenti di mercato nei quali vengono eluse le maglie dei contratti nazionali, attraverso il subappalto in grigio e le false cooperative: è qui dove il salario minimo dovrebbe migliorare le condizioni dei lavoratori ed essere veramente un minimo legale. Ma vedrà la luce?

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