Per chi volesse approfondire l’interessante tematica del declino dell’industria italiana e del mancato sfruttamento del nostro potenziale per la creazione di crescita e posti di lavoro (uno dei principali motivi per i quali da 20 ANNI l’Italia NON CRESCE economicamente), proponiamo qui di seguito una breve bibliografia.

Troverete anche due articoli che, in modo chiaro e conciso ma tutt’altro che superficiale, spiegano molto bene tutte i problemi che tutt’ora stanno schiacciando la nostra economia e stanno impedendo al nostro paese di uscire dalla crisi. Come continuiamo a ripetere, la crisi italiana si somma alla crisi economica europea e mondiale, poichè ha radici molto più profonde e lontane nel tempo. La nostra NON E’ una crisi congiunturale ma una crisi strutturale. Proprio per questo, qualora la Germania ed altri paesi cominceranno a vedere l’uscita dalla crisi, per noi la strada sarà ancora molto lunga da percorrere. Per fare ciò la politica stessa dovrà rinnovarsi, dovrà avere finalmente il coraggio di prendere misure drastiche e di fare le coraggiose e radicali riforme di cui l’Italia necessita con grande urgenza. Sarà dura, molto dura per noi, e quanto più la politica giocherella e perde tempo, tanto più si allontana per noi la possibilità di allentare la morsa della mancanza di lavoro e di alleviare le difficoltà economiche che stiamo vivendo.

Una delle cause alla base di tutto potrebbe risiedere anche nell’età troppo avanzata dei nostri politici, tutti over-60 (di cui molti over-70), mentre nei paesi più competitivi i vari presidenti e primi ministri hanno un’età compresa tra i 40 e i 55 anni (Barack Obama, David Cameron, Angela Merkel, Julia Gillard, tanto per fare qualche esempio). C’è bisogno di rinnovamento anche in Italia, se non cambia la classe politica non ci saranno speranze per l’Italia di cambiare. Mandiamo i nostri politici a giocare a briscola come fanno tutti i bravi pensionati, e riprendiamo in mano questo Paese che è rimasto vecchio quanto loro!!! L’Italia non cresce da almeno 20 anni: si è mai vista una squadra di calcio che non vince nulla per 20 anni e che continua a tenersi lo stesso allenatore?!?! Mi pare di no…

N.B. LA CRISI ITALIANA NON E’ INIZIATA NEL 2008, MA BENSI’ PROPRIO NEI PRIMI ANNI ’90, QUANDO LA NOSTRA ECONOMIA SI E’ PRATICAMENTE FERMATA. L’ITALIA E’ IN CRISI DA 20 ANNI, DA QUANDO LA CRESCITA ECONOMICA SI E’ ARRESTATA, MA NESSUNO SE N’ERA MAI ACCORTO PRIMA… COS’HANNO FATTO I POLITICI IN QUESTI 20 ANNI PER FARCI RIPARTIRE? ASSOLUTAMENTE NULLA, PER QUESTO ORA NON SANNO NEMMENO DA CHE PARTE COMINCIARE…

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Dopo un capitolo che sintetizza il dibattito sul ruolo della tecnologia nei modelli macroeconomici di crescita e dei fattori di contorno, Giannetti presenta un profilo d’assieme sulla relazione tra capacità innovativa e sviluppo economico italiano dall’Unità a oggi (occupandosi in particolare dei brevetti e della ricerca), poi con tre grossi capitoli ripercorre storicamente lo sviluppo delle tecnologie in senso stretto: le tecnologie del vapore e del tessile della prima rivoluzione industriale, quelle basate sulla scienza della seconda onda di industrializzazione e quelle, ancora in corso, aperte alla filiera microelettronica.

  • Libro “Occasioni mancate. Economia e politica in Italia dagli anni ’60 a oggi” di Michele Salvati

  • Libro “La scomparsa dell’Italia industriale” di Luciano Gallino

Politici e manager senza visione del futuro hanno trasformato l’Italia in una colonia industriale. Per recuperare terreno occorre una politica economica orientata verso uno sviluppo ad alta intensità di lavoro e di conoscenza.

Il nostro paese ha perso o fortemente ridotto la sua capacità produttiva in settori industriali nei quali era stato fra i primi al mondo. È il caso dell’informatica e della chimica. L’Italia industriale è uscita quasi completamente da mercati in continua crescita quali l’elettronica di consumo. Né è pervenuta a far raggiungere un’adeguata massa critica a industrie dove ancora possiede un grande capitale di tecnologia e di risorse umane, come l’aeronautica civile. Dove essa esisteva, l’ha frantumata: è avvenuto con l’elettromeccanica ad alta tecnologia. Resta in piedi un ultimo settore della grande industria, l’automobile, la cui crisi procede peraltro verso esiti al momento imprevedibili. I costi economici e sociali di tali vicende sono stati immensi. Come lo è il rischio di diventare una colonia industriale di altri paesi.
Non è stata un’impresa da poco, aver lasciato scomparire interi settori produttivi nei quali si eccelleva; né aver mancato le opportunità per riuscirvi in quelli dove esistevano le risorse tecnologiche e umane per farlo. Sembra lecito chiedersi come ci si è riusciti. Questo saggio prova a delineare alcune risposte. Con l’auspicio di veder ricomparire una politica industriale, volta a favorire l’occupazione ad alta intensità di conoscenza e uno sviluppo più autonomo ed equilibrato di tutto il paese.

  • Libro “Licenziare i padroni?” di Massimo Mucchetti

Negli anni 90, la privatizzazione delle imprese pubbliche e le inchieste di Mani pulite sembravano favorire l’aumento delle grandi imprese e un’economia basata sulla trasparenza e la concorrenza. Il capitalismo italiano, invece, ha meno protagonisti di prima. I padroni hanno usato i soldi del mercato per regolare i loro conti anziché investirli nella crescita. Tra il 1986 e il 2001, solo la Fiat ha distrutto ricchezza per 27 mila miliardi di lire, mentre la Fininvest, che ne ha guadagnati 11 mila, è un caso unico nel panorama italiano. Nel paese che sogna il diritto al licenziamento senza giusta causa dei lavoratori, l’autore si chiede se lo stesso principio possa essere applicato agli azionisti, quando le giuste cause sono così frequenti.

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www.backtowork.it

BACKtoWORK24 è una nuova società del Gruppo 24 Ore, la cui missione è accompagnare le piccole imprese nella ricerca di competenze qualificate, utili ad affrontare il mercato attuale, ed offrire soluzioni per accedere a risorse finanziarie necessarie a sostenere lo sviluppo, individuandole soprattutto nella disponibilità di manager, dirigenti e professionisti disposti ad investire capitali propri ed esperienza per diventare soci e partner delle aziende. 

Gli obiettivi di BACKtoWORK24 sono:
– trasformare i manager in imprenditori; quindi co-interessati e co-responsabili, in quanto soci, dell’andamento dell’azienda in cui intraprendono una nuova carriera professionale
– fornire alle piccole aziende la possibilità di acquisire professionalità manageriali necessarie allo sviluppo delle stesse, aprendo il proprio capitale sociale a manager/investitori, che apportano così anche risorse finanziarie che risultano oggi difficili da ottenere attraverso il sistema creditizio.
incentivare in generale a una maggior propensione all’investimento in attività produttive e più complessivamente sul lavoro.

BACKtoWORK24 è nato il 15 febbraio 2012 da una idea di Carlo Bassi (oggi Ad e socio di BacktoWork24) per dare risposta a questi 3 problemi:

  • Come aiutare le decine di migliaia di lavoratori maturi ed esperti espulsi dal mercato del lavoro
  • Come aiutare le piccole imprese – il tessuto imprenditoriale dell’Italia – che vengono ignorate dal sistema creditizio e che soffrono di un deficit di managerialità, necessaria per affrontare l’evoluzione del mercato
  • Come rendere produttivo il risparmio privato delle famiglie italiane – 4,3 volte il debito pubblico italiano – immobilizzato per 2/3 in patrimonio immobiliare e per 1/3 in risparmio gestito dalle banche, mentre i figli non trovano lavoro e i padri lo perdono

DATI SULLE PICCOLE IMPRESE

Il 53% delle imprese è in sofferenza
Nel 2013 il 30,2% delle aziende prevede perdite
Nel 2012 si sono chiuse 146.000 imprese
(Fonte: AIDA, Finanza e Mercati, Corriere.it, 2012)

DATI SUI MANAGER

Ogni anno il 20% dei dirigenti esce dal contratto
Solo il 30% si ricolloca come dirigente
Il tempo medio per ricollocarsi è di 12 mesi
Liquidazione e buona uscita media dirigenti: 230.000 euro

LA FINANZA NON ARRIVA ALL’IMPRESA

8.6 miliardi di euro il risparmio delle famiglie italiane
Il patrimonio privato è pari a 4,3 volte il nostro debito pubblico
2/3 di questo sono investiti in patrimonio immobiliare,
1/3
 in asset finanziari gestiti dalle banche

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http://www.ilpost.it/2012/05/24/italia-crescita-abravanel-dagnese/

Perché l’Italia non cresce?

di ROGER ABRAVANEL E LUCA D’AGNESE

24 maggio 2012

L’economia italiana è immobile da più di dieci anni perché si è rivelata incapace di operare una transizione verso un’economia postindustriale. È invece rimasta ancorata a un modello «industriale-manifatturiero» vecchio di cinquant’anni. I nostri imprenditori, per la maggior parte, sono rimasti legati alle «fabbriche» e non sono stati capaci di sviluppare altre dimensioni di competitività, dal commercio all’acquisizione di altre aziende. Hanno perso l’onda della crescita nel settore dei servizi. Le piccole dimensioni e la frammentazione delle imprese non hanno poi consentito di approfittare in pieno della rivoluzione digitale.

  • Un’economia vecchia di cinquant’anni

Cinquant’anni fa un frigorifero costava più o meno come un’automobile, mentre ora quest’ultima costa venti volte di più. E questo non è avvenuto perché l’industria automobilistica non ha saputo ridurre i costi. È invece successo che, mentre il frigorifero svolge oggi più o meno le stesse funzioni di cinquant’anni fa (raffredda e congela), l’automobile è diventata un prodotto complesso, che con il passare degli anni si è arricchito di funzioni sempre nuove: climatizzazione, sicurezza, informazione… Per questo oggi, per progettare e costruire un’automobile, servono molte più competenze di mezzo secolo fa.

Le aziende automobilistiche tedesche sono state più abili di tutti nel seguire la transizione verso la progettazione e la fabbricazione di un prodotto sempre più complesso. Così grazie alla loro tecnologia e organizzazione oggi dominano il grande mercato delle vetture alto di gamma e più sofisticate. E sono cresciute, nonostante l’emergere di formidabili nuovi concorrenti come i giapponesi e i cinesi. Negli anni Ottanta la BMW produceva circa 300 mila vetture all’anno, oggi ne fa un milione.

Invece le imprese italiane che avevano costruito nel secolo scorso una indiscussa leadership nel settore degli elettrodomestici (frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie…) non hanno avuto la stessa crescita. Negli ultimi cinquant’anni il mercato dell’elettrodomestico nei paesi occidentali è rimasto fermo, e tutta la crescita è avvenuta in paesi come la Cina, dove sono nati colossi manifatturieri come la Haier, un gigante da più di 20 miliardi di dollari di fatturato, con 30 fabbriche, una anche in Italia. Di conseguenza, le imprese italiane hanno smesso di crescere e molte di esse hanno chiuso.
L’Italia è ancora il secondo paese in Europa per dimensione del settore manifatturiero e moltissime imprese italiane sono competitive sui mercati di tutto il mondo. Ma questo non è più sufficiente a trascinarsi dietro tutta l’economia del paese.

Il fenomeno che si è verificato nel settore elettrodomestici è avvenuto anche in molti settori industriali: le aziende italiane sono rimaste confinate in «nicchie» che nel mondo occidentale più di tanto non possono crescere (pelletteria, scarponi da sci, calze da donna) o in settori a basso valore aggiunto (ceramica, tessuti, acciaio), dove la maggioranza delle imprese italiane non è stata capace di «reinventarsi», neanche nei settori dove la grande tradizione italiana pareva più solida. In qualche caso lo ha fatto qualcun altro: vedi il caso di Nestlé, che si è reinventato il modo di bere il caffè (i negozi Nespresso, quelli degli spot con George Clooney), e di Starbucks, che ha fatto lo stesso con il cappuccino.

Diventare imprese postindustriali non era impossibile, ma richiedeva imprenditori capaci di adattarsi ai tempi che cambiavano. Qualcuno ci è riuscito, per esempio un grande imprenditore italiano come Leonardo Del Vecchio. Nel settembre 2011, Luxottica ha festeggiato il cinquantesimo anniversario della fondazione ad Agordo. Con la straordinaria semplicità che lo contraddistingue, Del Vecchio ha confessato: «Quando vengo qui, mi guardo attorno e mi ricordo cinquant’anni fa che venivo in Lambretta con i miei amici operai e penso spesso: guarda che casino abbiamo combinato».

E di «casino» ne ha davvero combinato molto: Luxottica era una piccolissima impresa che produceva un pezzetto di occhiale, oggi è diventata una grande impresa globale che crea prodotti in Italia e negli USA, che commercializza i grandi marchi della moda italiana ma anche due brand americani come Ray-Ban e Oakley, due aziende che ha acquistato per centinaia di milioni di dollari. Soprattutto, Luxottica si è trasformata nella più grande catena di ottica e di occhiali da sole nel mondo: con più di settemila negozi (soprattutto negli USA) Luxottica oggi è il simbolo di una vera azienda «postindustriale». Continua a produrre occhiali (32 milioni di pezzi ad Agordo e 15 milioni a Dong Huang, in Cina) ma li disegna, li progetta, ne concepisce il marketing e soprattutto li vende, ai negozi di ottica indipendenti (che apprezzano la qualità del servizio offerto) oppure ai propri. Inutile aggiungere che in questi cinquant’anni Luxottica è cresciuta enormemente, anche per quanto riguarda l’occupazione. Il bello è che se oggi nella fabbrica cinese lavorano 6500 persone, ad Agordo continuano a lavorare 7900 persone, molte più delle 2900 che erano presenti nel 1997, anno di apertura della produzione in Cina. Negli ultimi cinque anni la crescita è stata di 1500 lavoratori: per Luxottica produrre in Cina non vuol dire licenziare in Italia. Leonardo Del Vecchio ha capito che commercializzare gli occhiali era altrettanto importante che saperli produrre e che era necessario attirare in Luxottica i migliori talenti: ha chiamato come amministratore delegato uno dei più bravi manager italiani, Andrea Guerra, esterno alla famiglia.

Purtroppo per l’Italia, i Del Vecchio sono rari. La maggioranza delle imprese italiane non è stata capace di sfruttare le grandi opportunità di cambiamento.

Il secolo scorso è stato caratterizzato da veri e propri megatrend che hanno trasformato l’economia mondiale. La prima è sicuramente la tecnologia, ma non nell’accezione che si dà in Italia quando si dice: «In Italia non si fa ricerca di base». Questo è senz’altro un problema, ma il fatto ancora più grave è che la nostra economia si è rivelata incapace anche di applicare tecnologie sviluppate da altri.

Internet è considerato un gadget, dall’imprenditore che magari ha tre iPad e dai suoi dipendenti che hanno due smartphone: mentre la cultura organizzativa dell’impresa italiana, soprattutto di quella piccola, non è ancora in grado di utilizzare l’enorme potenziale delle tecnologie digitali.

  • Il ritardo digitale dell’Italia

Secondo un recente studio McKinsey per il Digital Advisory Group, il ritardo dell’economia italiana nel digitale vale almeno un paio di punti di PIL. L’Italia è al ventisettesimo posto su 34 paesi OCSE nel Web Intensity Index. Innanzitutto, le aziende italiane utilizzano l’e-commerce molto meno delle altre: solo il 5 per cento delle aziende italiane vende on line contro il 20 per cento di quelle tedesche. Poi ci sono gli italiani che, pur usando internet come gli altri europei (spedire computer per e-mail, navigare, andare su Facebook, telefonini per mandare sms e fotografie), comprano molto meno on line, un quarto rispetto al Regno Unito. E alla fine lo stato italiano è veramente poco digitalizzato, essendo al venticinquesimo posto nella classifica dell’e-government.

L’impatto di questo ritardo digitale è enorme, sia in termine di posti di lavoro persi direttamente nel mondo del web e delle telecomunicazioni (stimato in 400/500 mila posti di lavoro) sia per le aziende che perdono la leva di internet per crescere. Varie ricerche dimostrano che le aziende più utilizzano internet e più crescono nel fatturato, ed è abbastanza ovvio il perché: il segmento di mercato di chi compra on-line è in crescita in tutto il mondo e le aziende che ne sono escluse sono penalizzate.
Le cause di questo ritardo sono note solo in parte. Ormai è risaputo che siamo un paese con un pessimo accesso a infrastrutture digitali all’avanguardia (l’Italia è quarantesima su 72 nella qualità della rete a banda larga e ha pochi punti Wi-Fi, sempre secondo lo studio McKinsey). Ma ci sono anche altre cause meno conosciute, in gran parte legate alla mancata transizione a un’economia postindustriale.

Per cominciare, le PMI italiane sono troppo piccole e spesso incapaci o poco interessate a cogliere i vantaggi di internet per crescere (sempre secondo l’adagio «piccolo è bello»). Non riescono inoltre ad assumere personale qualificato e chi le guida spesso possiede un livello di istruzione poco adeguato.
Contribuisce anche un altro problema ben noto: la cronica mancanza di una cultura di regole giuste e rispettate. Infatti, in molte occasioni, lo sviluppo del digitale è stato bloccato da regole assurde: per esempio, lo sviluppo del Wi-Fi (in Italia nel 2011 solo cinquemila punti Wi-Fi con- tro 31 mila in Francia e 143 mila nel Regno Unito) è colpa di una legge sbagliata. Il decreto Pisanu del 2005 riguardante «misure urgenti per il contrasto dell’antiterrorismo» richiedeva che chiunque usasse il Wi-Fi in un luogo pubblico dovesse fornire un documento di identità.

Un’aggravante è la scarsa abitudine degli italiani a usare carte di credito per il pagamento, anche perché il nostro commercio usa moltissimo il contante, per potere fare più facilmente il nero. Infine c’è l’incapacità del sistema educativo a formare le professionalità giuste nell’ICT (Information & Communication Technology) e a insegnare al cittadino medio almeno un’infarinatura minima di informatica per rendergli la vita più facile.

Il ritardo digitale dell’Italia non ci deve preoccupare solo perché da noi non sono nate le grandi innovazioni globali che hanno trasformato il mondo (come Google, Apple, Qualcomm, alla quale ha del resto dato un importante contributo la genialità di un italiano, Andrea Viterbi, uno dei tanti italiani che hanno contribuito alla leadership nella ricerca e nella tecnologia degli USA). Preoccupa anche l’incapacità delle imprese e dei consumatori italiani di approfittare di un grande megatrend (magari scoperto altrove) per creare sviluppo applicando servizi innovativi nel nostro paese.
Non solo creiamo poca tecnologia e innovazione, ma non siamo neanche capaci di applicare quella creata da altri, spesso da «cervelli» italiani emigrati.

  • L’opportunità perduta nel settore dei servizi

L’incapacità di sfruttare l’opportunità del digitale in Italia è sintomo di un problema ancora più grave, ovvero l’inadeguatezza delle imprese italiane nello sfruttare un altro megatrend degli ultimi cinquant’anni: la grande crescita del settore dei servizi, quello che gli economisti chiamano anche terziario. Si tratta di un settore enorme, che comprende il commercio, il turismo, le costruzioni, i trasporti, le professioni, le telecomunicazioni, l’energia, l’ambiente, le assicurazioni, le banche, la sanità, l’informazione eccetera. Oggi rappresenta più di due terzi dell’economia mondiale, mentre l’industria vale meno di un terzo e l’agricoltura il 4 per cento.

È stata la crescita dei servizi a trascinare l’economia mondiale degli ultimi venticinque anni e a creare la maggioranza dei posti di lavoro nelle società più avanzate: i servizi sono in gran parte locali, mentre le imprese postindustriali devono spesso delocalizzarsi per crescere e quindi fanno crescere PIL e lavoro dei paesi dove delocalizzano.
Si stima che l’incapacità di dotarsi di una moderna economia di servizi costi all’Italia da 4 a 5 milioni di posti di lavoro.

Il caso del turismo è emblematico. Il rapporto del World Economic Forum ci relega al ventottesimo posto come competitività, mentre la Francia è al quarto e la Spagna al sesto. Siamo così indietro perché siamo considerati i più cari al mondo in relazione alla qualità del servizio che offriamo. Il turismo da «secchiello e paletta» che ha riempito a lungo la riviera romagnola di villeggianti tedeschi in luglio e agosto è ormai in calo da anni: oggi Ryanair ed EasyJet portano i turisti tedeschi in località lontane, dove vengono accolti da grandi catene alberghiere, con una qualità di servizio molto superiore alla piccola pensione familiare italiana, e a costi inferiori. Ma non si tratta solo della crisi del turismo della riviera romagnola, di quella ligure e della Versilia.

Non siamo riusciti a sviluppare, soprattutto al Centro-Sud (inclusa la capitale) quel turismo «premium» che pretende strutture alberghiere di qualità e trasporti eccellenti. L’Italia è il paese che ha il minor numero di esercizi alberghieri riferibili a catene alberghiere: il 6 per cento contro il 22 per cento della Spagna, il 31 per cento della Francia e il 69 per cento degli USA. Nel paese del turismo non è nata una sola catena internazionale, mentre la Spagna ha NH Hoteles, la Francia Accor e gli USA Starwood. Questa frammentazione non ha penalizzato solo il turismo nelle località balneari, ma anche quello di cultura nelle città d’arte: il turismo a Roma, Firenze e Venezia è sottosviluppato e i visitatori delle città italiane fanno soggiorni più brevi e spendono meno di quelli che visitano le altre capitali del turismo all’estero: Parigi, ad esempio, registra 75 milioni di presenze all’anno contro i 25 di Roma. Anche i dati relativi alle località sciistiche sono indicativi: l’Italia ha il 22 per cento delle piste sciabili di tutte le Alpi, ma solo il 12 per cento di quota di mercato, il 50 per cento di piste in più della Svizzera, ma la metà dei visitatori. Solo il 15 per cento delle presenze nelle Alpi italiane è costituito da stranieri, contro il doppio nelle Alpi francesi e il 37 per cento in Svizzera, Austria e Germania.

La storia è ovunque la stessa: che sia straniero o italiano, che visiti città d’arte o località di villeggiatura, il turista da noi trova costi sempre più alti in relazione al servizio che ottiene e alla qualità delle infrastrutture (trasporti, ospedali eccetera). Milioni di turisti scelgono ancora il nostro paese, ma oggi la concorrenza è molto più forte di vent’anni fa.
Il disastro del turismo italiano non rappresenta un caso isolato: una situazione analoga si ritrova in quasi tutti gli altri settori dei servizi.

L’Italia è il paese dei mobilieri, ma da noi non è nata Ikea, simbolo del commercio innovativo. Il settore delle costruzioni è il più frammentato e meno competitivo tra i venticinque paesi più sviluppati: poche grandi imprese (solo il 3 per cento ha più di 250 addetti, contro il 24 per cento del Regno Unito, il 20 per cento della Svezia e 18 per cento della Francia). Abbiamo più architetti di tutti, ma le loro partite IVA vivacchiano. Alcuni geni dell’architettura contemporanea sono italiani, ma gli studi di architettura di calibro mondiale sono americani, svizzeri, inglesi e giapponesi. Lo stesso vale per gli avvocati, dove il problema non è chiaramente la competizione (ci sono quattro avvocati italiani per ogni omologo francese), ma la qualità determinata dal basso numero di grandi studi professionali di livello internazionale.

  • L’economia italiana non cresce perché le sue imprese non crescono

Imprese industriali che non si sono trasformate in postindustriali, imprese che non hanno saputo sfruttare la rivoluzione digitale e soprattutto quella dei servizi. È al livello delle singole imprese che si spiega la stasi della nostra economia. Anche se qualcuno continua consolarsi con antichi miti, come i «distretti industriali» e soprattutto con l’adagio «il piccolo è bello».
Il mito più fuorviante è proprio quello che paragona l’economia delle nostre imprese a quella delle Mittelstand della Germania, considerata, come l’Italia, un paese «industriale».
Da noi sono attive circa 1.200.000 «piccole imprese», che hanno cioè meno di 50 milioni di fatturato. In Germania ce ne sono 2 milioni, un dato in linea con le dimensioni delle due economie.
Ma attenzione: quasi un terzo delle nostre (400 mila) sono «micro-aziende» che contano meno di nove dipendenti e due milioni di fatturato, mentre quelle tedesche sono mediamente molto più grandi: in Germania le «micro-imprese» sono solo ventimila. Insomma, in l’Italia PMI non sta per «piccole e medie imprese», ma «piccole e micro imprese», mentre le aziende «Mittelstand» tedesche in Italia sarebbero considerate grandi.

E soprattutto, per fatturati più alti, il rapporto tra le aziende tedesche e quelle italiane è molto peggiore di quello tra i relativi PIL: 5000 aziende tedesche con un fatturato tra i 50 milioni e i 3 miliardi di euro contro 1350 in Italia, e 150 aziende tedesche con un fatturato superiore ai 3 miliardi contro 22 italiane.
La mancata crescita dell’economia italiana, che non crea posti di lavoro per i giovani e per i meno giovani che vogliono lavorare almeno sino a sessantacinque anni, si può riassumere così: la nostra economia non cresce perché le imprese non crescono. È vero che «l’Italia è un paese di piccole imprese»: non perché ne abbiamo di più (quelle che in tutto il mondo creano la maggioranza dei posti di lavoro, quando sono giovani, crescendo nei primi cinque anni), ma perché le nostre imprese restano piccole. O peggio, restano «micro», sotto i 15 dipendenti (anche perché così non si applica il famoso articolo 18) e non creano nuovi posti di lavoro. Poiché sono piccole, la loro produttività è bassa (la metà delle medie e grandi imprese) e non riescono a innovare, a offrire qualità e nuovi prodotti, a creare quel valore aggiunto che si traduce in maggiori salari per i propri dipendenti. Rimangono competitive solo pagando poco chi lavora per loro e spesso facendo il «nero».

Infine, fanno una concorrenza sleale alle piccole, medie e grandi aziende che vogliono competere rispettando le regole.
Anche il «made in Italy» non basta più. A nessuno interessa dove Ikea compri i propri prodotti (li acquista in tutto il mondo): i suoi clienti apprezzano che il design semplice e a basso costo svedese si combini con un modello di supermercato «fai da te» uguale ovunque. A nessuno interessa dove vengano fabbricati iPad e iPhone, tutti guardano al genio di Steve Jobs che li ha concepiti.
Zara è diventato un colosso mondiale non certo per merito del «made in Spain» (produce in tutto il mondo) ma per la sua capacità di fare un prodotto «pronto moda» con numerosissime collezioni riassortite grazie a capacità di programmazione e logistica innovative. Molti prodotti dell’abbigliamento di lusso richiedono ancora l’artigianato italiano, ma non bastano più a creare occupazione: molti grandi brand del lusso italiano stanno orientando la propria produzione per esempio in Cina, per soddisfare i clienti meno abbienti ma sensibili alla moda. Purtroppo le nostre aziende sono troppo piccole per delocalizzarsi con successo in quel difficile mercato.
Un complice di questo disastro di produttività delle imprese italiane degli ultimi anni è oggi chiaramente identificato: una struttura del lavoro in Italia vecchia di cinquant’anni, in termine delle competenze dei lavoratori e delle regole che lo governano.

  • Regole e competenze per il lavoro vecchie di cinquant’anni

Nelle economie postindustriali le competenze richieste ai lavoratori sono molto diverse rispetto a quelle necessarie nelle aziende manifatturiere. Un tempo si distingueva tra «chi pensa» e «chi fa», tra lavoro intellettuale e manuale: da una parte il progettista laureato, dall’altro l’operaio alla linea di montaggio. Le nuove competenze richieste rientrano nell’ambito generale dell’«organizzazione»: chi lavora in un aeroporto, in un supermercato, in un ospedale, in uno studio professionale deve sapere risolvere problemi, lavorare in team organizzando il proprio lavoro e quello dei collaboratori; deve sapere ascoltare gli altri e ragionare con la propria testa. Sono quelle che gli esperti definiscono «competenze della vita».

Economie come Singapore, Corea, Hong Kong non prosperano grazie ai Premi Nobel, ma grazie a queste competenze che da noi mancano perché la scuola non le insegna.

Ma il passaggio a una società postindustriale non ha cambiato solo le competenze necessarie: ha anche causato una vera e propria rivoluzione delle regole del lavoro, diventato più flessibile e più mobile: è cresciuta infatti la mobilità all’interno di una stessa azienda, oltre che da azienda ad azienda, per far fronte alle necessarie riconversioni. E molte imprese investono in maniera massiccia proprio per formare i propri lavoratori, riqualificarli e accrescerne le competenze della vita.
L’Italia è spaventosamente indietro, a causa di un mercato e regole del lavoro che scoraggiano l’ingresso dei giovani, creando un esercito di precari che vivono in un regime di vera e propria apartheid rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato. Da un lato i giovani precari hanno meno diritti e tutele, e soprattutto minori opportunità di crescita professionale. Queste regole abbassano la produttività, incoraggiano le imprese a restare piccole per non incorrere in vincoli e oneri (l’articolo 18, che non si applica per aziende sotto i 15 dipendenti) e impediscono una vera meritocrazia.

Un altro difetto è che queste regole mantengono un esercito di pensionati, in media molto più giovani di quelli degli altri paesi industrializzati.
Insomma, se la nostra economia non cresce da anni non è colpa della crisi, dei cinesi che vendono sotto costo, degli alti bonus per i manager. Il problema è la struttura di un tessuto di imprese vecchio di cinquant’anni, incapace di cogliere le opportunità di crescita dell’economia del XXI secolo; scuole che non formano le «competenze della vita»; regole del lavoro che deprimono la produttività; gli italiani che vanno in pensione troppo presto; la scarsa meritocrazia.
Ma perché ci siamo ridotti così? Perché in Italia manca una vera cultura della crescita.

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http://www.europinione.it/tasse-italia-economia-crescita/

Perché l’Italia non cresce più…

BY ALBERTO MONTEVERDI – 24/01/2013

Il 4 maggio 1979, in Gran Bretagna, assumeva l’incarico di governo Margaret Thatcher. Nel primo discorso da Premier la “Lady di ferro” recitò San Francesco: “Dove c’è discordia possa io portare l’armonia. Dove c’è l’errore, portare la verità. Dove c’è il dubbio, si porti la fede. E dove c’è disperazione, possa io portare speranza”. Il Paese era il grande malato d’Europa. Tra metà anni ’50 e metà anni ’70 il Pil era cresciuto del 75%, mentre quello tedesco e francese intorno al 300%. I salari medi degli operai erano la metà di quelli tedeschi. Il Paese aveva appena conosciuto “l’inverno dello scontento”, un’ondata di scioperi continui tra l’ottobre 1978 e il febbraio 1979. Protestarono operai di tutti i settori: i netturbini si rifiutavano di svuotare i cassonetti, e perfino i becchini rinunciavano a seppellire i defunti. Le manifestazioni erano conseguenza di una devastante inflazione, con un costo della vita triplicato nel giro di un decennio. Le industrie di Stato perdevano milioni di sterline l’anno.

Era emerso un fenomeno nuovo, ritenuto impossibile dalla teoria economica del tempo, la stagflazione: inflazione galoppante accompagnata ad una stagnazione economica. Il punto più basso fu raggiunto nel 1976, con il Paese che, di fronte a un debito pubblico incontenibile, fu costretto a chiedere l’aiuto del Fondo monetario internazionale. Il Regno Unito, fino a pochi decenni prima un grande impero, contava ormai poco nella politica ed nell’economia internazionale.

In questo contesto si insediava Margaret Thatcher, che abbandonò presto gli insegnamenti di San Francesco d’Assisi, e usò il pugno duro. Si aggrappò alle idee liberiste: tagli della spesa, liberalizzazioni, deregolamentazioni, privatizzazione delle industrie di Stato, riduzione del peso dei sindacati, disciplina nella amministrazione pubblica. Il problema, riteneva, era nello Stato: nel Nanny State che coccolava i cittadini facendo venire meno in loro lo spirito d’iniziativa. Nei primi tre anni la cura Thatcher sembrò non funzionare, ma a metà anni ’80 la Gran Bretagna cominciò a crescere più del resto d’Europa. Il numero di proprietari di prima casa raddoppiò, la City, da tempio per pochi ricchi gentiluomini, divenne settore di grandi opportunità per una generazione di giovani intraprendenti, gli investitori stranieri affluirono. L’ascensore sociale tornò a funzionare. La Gran Bretagna continuò a crescere per 25 anni, con i governi new labour di Tony Blair che negli anni Novanta e Duemila proseguirono sulla scia della politica inaugurata dalla “Lady di Ferro”, seppur con un’attenzione maggiore al sociale.

Mentre la Gran Bretagna conosceva le riforme, in Italia veniva nominato Presidente del Consiglio il socialista Bettino Craxi. La ricetta del leader socialista fu completamente diversa. L’economia italiana negli anni Settanta aveva iniziato a rallentare, le svalutazioni competitive della lira non bastavano più, la grande industria era in crisi per via degli aumenti dei salari e del costo dell’energia del decennio precedente. I Governi Psi – Dc scelsero di usare lo Stato. Aumentò la spesa pubblica, questo sostenne la crescita, ma in un decennio il debito pubblico raddoppiò, dal 55% al 100% del Pil. La strategia prescelta fu il deficit spending. A inizio anni Novanta, il Paese aveva gli stessi problemi di competitività di dieci anni prima, ma con un debito pubblico doppio. Qui finisce l’epoca felice dell’economia italiana. Così mentre la Gran Bretagna vive la crescita, per l’Italia inizia la crisi.

Nel 1992 il nostro Paese, con un debito pubblico sopra il 120% del Pil in balia dei mercati, è costretto ad uscire dal Sistema monetario europeo, incapace di mantenere la lira entro la banda di oscillazione dello Sme. Il Governo Amato vara una manovra da 100 mila miliardi di lire, anche prelevando, con un decreto legge retroattivo, di notte, mentre gli italiani dormono, il 6 per mille da ogni conto corrente.

Nel 1998 Prodi, per permettere all’Italia di entrare nell’eurozona, aumenta la pressione fiscale di un paio di punti con l’introduzione dell’eurotassa.

Nel biennio 2011 – 2012, i Governi Berlusconi e Monti di fronte alla crisi dello spread, varano tre manovre da 105 miliardi complessivi di tasse aggiuntive in tre anni. La politica nostrana, di fronte ai problemi di competitività, alla via delle riforme ha preferito quella dell’aumento della spesa, e di fronte alle crisi del debito pubblico, alla disciplina fiscale l’aumento delle tasse. La maggiore novità della “Seconda Repubblica” è considerata dai politologi la possibilità di alternanza tra destra e sinistra al governo, ma dal punto di vista della politica economica non c’è stato alcun tipo di discontinuità.

Fino al 1990 in nostro paese è cresciuto più degli altri paesi sviluppati. A partire dagli anni Novanta ha iniziato a crescere meno degli altri, fino a smettere di crescere del tutto. Questo indipendentemente dalla congiuntura internazionale, ciò significa che la crisi è nostra. Cosa frena l’economia italiana?

In una visione di economia liberale (diciamo di destra), la spiegazione più plausibile è nell’aumento della pressione fiscale. Negli anni ‘70 l’Italia aveva un vantaggio fiscale (cioè meno tasse) di 6,6 punti di Pil rispetto alle altre principali economie europee, negli anni ‘80 il vantaggio di riduce a 2,4 punti. Negli anni Novanta tale vantaggio si trasforma in handicap, con la pressione fiscale italiana che supera quella dei concorrenti europei di 3,4 punti, saliti a 5 nel primo decennio degli anni duemila. Rispetto agli anni Settanta lo Stato oggi preleva dalle tasche dei cittadini italiani 200 miliardi di euro in più. Questi sono i numeri a sostegno della destra liberale, secondo la quale un’elevata pressione fiscale soffoca la crescita.

Secondo la sinistra economica, invece, più tasse non significano meno crescita, e a sostegno di questa tesi portano il caso dei paesi scandinavi: paesi con pressione fiscale vicina al 50% del Pil, ma con crescita sostenuta. In questa visione, la crescita non dipende dalle basse tasse, ma dagli investimenti in ricerca e sviluppo, istruzione, e pubblica amministrazione efficiente.

Dunque tra i due chi ha ragione? La verità può stare nel mezzo.

Se guardiamo i dati dell’ultimo periodo di crescita europea, quello tra il 1995 e il 2007, sembra che ciò che conta non è la pressione fiscale complessiva, ma quella sulle imprese. I paesi nordici (Svezia, Norvegia, Finlandia, Uk, Irlanda, Danimarca) accompagnano ad una elevata pressione fiscale complessiva, una bassa imposizione sulle imprese. Nel periodo 1995-2007 l’imposta sulle società nei paesi nordici è stata del 28%, nei paesi continentali (Germania, Francia, Austria, Olanda, Belgio, Svizzera) mediamente del 35%, in Italia sopra il 42%. Risultato: i paesi nordici sono cresciuti mediamente del 3%, i paesi continentali intorno al 2%, l’Italia del 1,3%. Dall’analisi dell’andamento di queste tredici economie in un arco temporale abbastanza esteso (13 anni), emerge, dunque, una correlazione inversa tra tasse sulle imprese e crescita economica.

La spiegazione alla crisi italiana è qui: da quando a partire dagli anni Novanta abbiamo iniziato a caricare l’imposizione sulle imprese, si è frenato il motore dello sviluppo. Le imprese italiane, inoltre, devono sostenere costi di produzione superiori ai principali competitor europei (Francia, Germania, Spagna e Uk). Fatto 100 lo “standard europeo”, le imprese italiane pagano 115 i carburanti, 227 l’energia elettrica, 297 i tempi della giustizia civile, 316 i tempi della pubblica amministrazione.

Per uscire dalla crisi, iniziata per l’Italia ben prima degli altri, serve una forte discontinuità: dobbiamo fare oggi quello che la Gran Bretagna fece trenta anni fa. Liberalizzare l’economia, privatizzare le aziende pubbliche in perdita, semplificare la regolamentazione sul lavoro e sull’impresa, migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione permettendo così un a forte riduzione della spesa e della burocrazia. Rispetto alla Thatcher, il futuro Presidente del Consiglio dovrà anche ridurre la pressione fiscale (problema che la Lady di Ferro non aveva), e per farlo si rende necessario un forte abbattimento del debito pubblico, anche attraverso la vendita di patrimonio pubblico. Lo Stato non è oggi la soluzione alla crisi, ma il principale problema. La ricetta molta spesa, molte tasse, che ha sempre caratterizzato tutti i governi di destra, sinistra e tecnici negli ultimi venti anni, va ribaltata, in meno spesa, meno tasse su impresa e lavoro. Questa sembra ormai l’unica via della crescita, altrimenti a dispetto di tutti i modelli econometrici la crisi proseguirà.

L’Italia non è a fine corsa, non è destinata ad un declino inesorabile. Il 2012 è stato probabilmente l’anno più duro dal secondo dopoguerra, con numeri che non si erano mai visti prima, ma il tessuto economico italiano, pur in grande sofferenza, è ancora forte. Va rianimato prima che sia troppo tardi. L’industria manifatturiera italiana è la seconda d’Europa, le famiglie italiane sono le meno indebitate dell’area Ocse, gli italiani hanno un patrimonio individuale secondo soltanto a quello degli australiani. L’andamento dell’export mostra come quando gli italiani hanno l’opportunità di esprimersi liberamente sui mercati internazionali riescono a farsi rispettare: rispetto al crollo del 2009 abbiamo recuperato il 21%, e metà dei distretti industriali italiani sono tornati ai livelli di esportazioni del 2008. Non dobbiamo temere la competizione asiatica, perché quello che i cinesi potevano toglierci (le manifatture a basso costo) ce lo hanno già sottratto tra il 2001 e il 2005. Le imprese italiane hanno dimostrato di saper competere anche stando nell’euro e in un’economia globalizzata. Il problema non è sui mercati internazionali, ma in Italia. Serve un soffio di libertà per far ripartire l’ascensore sociale.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/24/questa-crisi-cambio-paradigma/206769/

Questa non è crisi, ma un cambio di paradigma

di Andrea Aparo | 24 aprile 2012

[…] Le ricette per la salvezza e il futuro del Paese imperversano. I miti e le leggende prolificano. Un esempio per tutti: l’economia italiana si è sempre basata sulla piccola e media impresa di qualità e sul turismo quindi basta promuovere e facilitare la nascita delle imprese per risolvere i problemi dell’occupazione e dunque della crescita. Balle. Le nuove imprese sono una cosa bella ma non possono risolvere il problema dell’occupazione, non possono fare crescere il numero di posti di lavoro nei settori a tecnologia più o meno elevata se vivono solo la prima fase, quella epica e mitologica, della creazione, meglio se in un garage.

Quella critica è la seconda, quando il prototipo deve diventare prodotto di massa. Allora si industrializza il prodotto, si costruiscono fabbriche, si assumono migliaia di operai, si addestrano e si riaddestrano. L’innovazione genera ricchezza se e solo se cresce la scala dell’impresa. Crescita che deve avvenire nel paese dove nasce la nuova piccola impresa. Generare imprese che andranno a produrre all’estero non serve. […]

Nessuna economia industrializzata si può basare solo sulla piccola e media industria. Certo, la piccola e media impresa è essenziale per la generazione della grande impresa manifatturiera perché senza di essa l’economia non sta in piedi. Far crescere le piccole imprese per farle diventare robuste aziende manifatturiere non è cosa facile. […]

Dovrebbe esserci un fondo, gestito dallo Stato, finalizzato alla crescita di scala. Se hai provato di avere il talento, l’esperienza, il team e la fortuna per avere bene avviato un impresa; se hai dati fattuali che dimostrano la tua capacità di generare ricchezza, lo Stato ti mette a disposizione i mezzi per farla crescere. Non è beneficenza ma investire denaro nazionale sull’economia nazionale. […]

Le aziende non sono fatte di numeri. Non si gestiscono con una collezione di fogli Excel con previsioni e consuntivi in tante righe e troppe colonne. Le aziende sono fatte di persone. Non basta il cervello per generare lavoro. Servono anche cuore, pancia, passione. L’economia deve essere basata sul lavoro. Anche la nostra democrazia. Lo dice la Costituzione.

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Aggiornamento del 17 giugno 2014:

http://www.lavoce.info/piccolo-bello-se-giovane/

Piccolo è bello solo se giovane

I nuovi dati Ocse permettono di confrontare le dinamiche occupazionali aziendali, tenendo conto dell’età delle imprese. In tutti i paesi sono quelle giovani a contribuire di più alla creazione di posti di lavoro. La “questione italiana” rimanda ad aziende piccole e vecchie.

NUOVE IMPRESE E OCCUPAZIONE

[…] Poter distinguere, da un lato, le scelte di assorbimento e dismissione di occupati da parte delle imprese e, dall’altro, i processi di nascita e crescita delle imprese stesse è dunque cruciale per dare fondamenta solide alle politiche per l’occupazione e per la promozione industriale. Proprio con questo obiettivo, l’Ocse ha avviato nel 2012 il progetto DynEmp, che integra e confronta dati d’impresa relativi (finora) a diciassette paesi aderenti all’organizzazione più il Brasile.

L’ETÀ CONTA

La semplice analisi strutturale rivela che in quasi tutti i paesi domina la piccola dimensione, ma l’Italia si segnala per la concentrazione sulla fascia più ridotta: le imprese con meno di dieci addetti sono il 95 per cento e occupano il 46 per cento degli addetti complessivi. Il peso delle imprese di minore dimensione nel mercato del lavoro può essere tuttavia sintomo di due fenomeni con implicazioni molto differenti: un’ampia presenza di start-up (un accentuato dinamismo nella natalità delle imprese), che tipicamente sono piccole, o un’ampia quota di imprese mature che non sono cresciute.
Per questo, al dato sulla dimensione va associato quello dell’età. […] 

Inoltre, l’Italia si segnala per la numerosità di piccole imprese “vecchie”(oltre dieci anni di età; figura 2), e con Finlandia e Giappone condivide il primato della quota più elevata di microimprese “vecchie”. Questo risultato può derivare da differenze rispetto a tre fattori: a) i tassi di natalità delle imprese; b) la dimensione e la velocità di crescita di quelle nuove; c) i tassi di sopravvivenza delle imprese giovani. […]

LA QUESTIONE ITALIANA

In molti paesi gran parte del contributo delle giovani imprese alla crescita dell’occupazione tra il 2000 e il 2010 si deve alla nascita di nuove unità. In Italia, però, avviene il contrario: il contributo delle giovani imprese in crescita è maggiore di quello delle nuove. E, in ogni caso, il contributo delle imprese “anziane” è negativo. […] Come ampiamente documentato, adempimenti burocratici, ristrettezza delle fonti di finanziamento, costi e tempi della giustizia civile limitano lo sviluppo delle nostre imprese più di quanto ne ostacolino la nascita. Infine, i dati suggeriscono come tali ostacoli alla crescita diventino pressoché insormontabili quando le imprese più produttive raggiungono la maturità e potrebbero finalmente diventare grandi, e non solo anziane. Diversi studi suggeriscono che i freni all’efficienza allocativa, cioè ai flussi di risorse verso gli impieghi più produttivi a scapito degli utilizzi a basso potenziale, sono tra i principali responsabili della drammatica stagnazione della produttività che ha caratterizzato l’ultimo ventennio nel nostro paese.

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