Siamo rimasti piacevolmente stupiti nel leggere le dieci proposte di questo nuovo partito, che, dal nostro modestissimo punto di vista, sembra il solo ad essersi seriamente dotato di carta, penna e calcolatrice e ad aver elaborato un programma basandosi su numeri reali e senza alcun intento demagogico:

www.fermareildeclino.it

La classe politica emersa dalla crisi del 1992-94 – tranne poche eccezioni individuali – ha fallito: deve essere sostituita perché è parte e causa di quel declino sociale che vogliamo fermare. L’Italia può e vuole crescere nuovamente.

Per farlo deve generare mobilità sociale e competizione, rimettendo al centro lavoro, professionalità, libera iniziativa e merito individuale. Affinché l’interesse di chi lavora – o cerca di farlo, come i giovani e tante donne – diventi priorità bisogna smantellare la rete di monopoli e privilegi che paralizzano il paese. I problemi odierni sono gli stessi di vent’anni fa, solo incancreniti: l’inefficienza dell’apparato pubblico e il peso delle tasse che lo finanziano stanno stremando l’Italia. Perdendo lavoro e aziende, migliaia di persone non sono più in grado di produrre e milioni di giovani non lo saranno mai.

Tagliare e rendere più efficiente la spesa, ridurre le tasse su chi produce, abbattere il debito anche attraverso la vendita di proprietà pubbliche, premiare il merito tra i dipendenti pubblici, promuovere liberalizzazioni e concorrenza anche nei servizi e nel sistema formativo, eliminare i conflitti di interesse, liberare e liberalizzare l’informazione, dare prospettive e fiducia agli esclusi attraverso un mercato del lavoro più flessibile ed equo. Sono queste le discriminanti che separano chi vuole conservare l’esistente da chi vuole cambiarlo per far sì che il paese goda i benefici dell’integrazione economica europea e mondiale. Nessuno, fra i partiti esistenti, si pone neanche lontanamente questi obiettivi. Noi vogliamo che si realizzino.

Per questo motivo auspichiamo la creazione di una nuova forza politica – completamente diversa dalle esistenti – che induca un rinnovamento nei contenuti, nelle persone e nel modo di fare politica. Cittadini, associazioni, corpi intermedi, rappresentanze del lavoro e dell’impresa esprimono disagio e chiedono cambiamento, ma non trovano interlocutori. Ci rivolgiamo a loro per avviare un processo di aggregazione politica libero da personalismi e senza pregiudiziali ideologiche, mirato a fare dell’Italia un paese che prospera e cresce. Invitiamo a un confronto aperto le persone e le organizzazioni interessate, per costruire quel soggetto politico che 151 anni di storia unitaria ci hanno sinora negato e di cui abbiamo urgente bisogno.

10 Interventi per la crescita

  • 1) Ridurre l’ammontare del debito pubblico. è possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse.
  • 2) Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell’arco di 5 anni. La spending review deve costituire il primo passo di un ripensamento complessivo della spesa, a partire dai costi della casta politico-burocratica e dai sussidi alle imprese (inclusi gli organi di informazione). Ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione, introducendo meccanismi competitivi all’interno di quei settori. Riformare il sistema pensionistico per garantire vera equità inter—e intra—generazionale.
  • 3) Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d’impresa. Semplificare il sistema tributario e combattere l’evasione fiscale destinando il gettito alla riduzione delle imposte.
  • 4) Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali quali, a titolo di esempio: trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche (inclusi gli assetti proprietari). Privatizzare le imprese pubbliche con modalità e obiettivi pro-concorrenziali nei rispettivi settori. Inserire nella Costituzione il principio della concorrenza come metodo di funzionamento del sistema economico, contro privilegi e monopoli d’ogni sorta. Privatizzare la RAI, abolire canone e tetto pubblicitario, eliminare il duopolio imperfetto su cui il settore si regge favorendo la concorrenza. Affidare i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, tramite gara fra imprese concorrenti.
  • 5) Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti. Tutti i lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell’impresa in cui lavoravano, devono godere di un sussidio di disoccupazione e di strumenti di formazione che permettano e incentivino la ricerca di un nuovo posto di lavoro quando necessario, scoraggiando altresì la cultura della dipendenza dallo Stato. Il pubblico impiego deve essere governato dalle stesse norme che sovrintendono al lavoro privato introducendo maggiore flessibilità sia del rapporto di lavoro che in costanza del rapporto di lavoro.
  • 6) Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d’interesse. Imporre effettiva trasparenza e pubblica verificabilità dei redditi, patrimoni e interessi economici di tutti i funzionari pubblici e di tutte le cariche elettive. Instaurare meccanismi premianti per chi denuncia reati di corruzione. Vanno allontanati dalla gestione di enti pubblici e di imprese quotate gli amministratori che hanno subito condanne penali per reati economici o corruttivi.
  • 7) Far funzionare la giustizia. Riformare il codice di procedura e la carriera dei magistrati, con netta distinzione dei percorsi e avanzamento basato sulla performance; no agli avanzamenti di carriera dovuti alla sola anzianità. Introdurre e sviluppare forme di specializzazione che siano in grado di far crescere l’efficienza e la prevedibilità delle decisioni. Difendere l’indipendenza di tutta la magistratura, sia inquirente che giudicante. Assicurare la terzietà dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Gestione professionale dei tribunali generalizzando i modelli adottati in alcuni di essi. Assicurare la certezza della pena da scontare in un sistema carcerario umanizzato.
  • 8) Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne, oggi in gran parte esclusi dal mercato del lavoro e dagli ambiti più rilevanti del potere economico e politico. Non esiste una singola misura in grado di farci raggiungere questo obiettivo; occorre agire per eliminare il dualismo occupazionale, scoraggiare la discriminazione di età e sesso nel mondo del lavoro, offrire strumenti di assicurazione contro la disoccupazione, facilitare la creazione di nuove imprese, permettere effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell’economia e della società e, finalmente, rifondare il sistema educativo.
  • 9) Ridare alla scuola e all’università il ruolo, perso da tempo, di volani dell’emancipazione socio-economica delle nuove generazioni. Non si tratta di spendere di meno, occorre anzi trovare le risorse per spendere di più in educazione e ricerca. Però, prima di aggiungere benzina nel motore di una macchina che non funziona, occorre farla funzionare bene. Questo significa spendere meglio e più efficacemente le risorse già disponibili. Vanno pertanto introdotti cambiamenti sistemici: la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo.Va abolito il valore legale del titolo di studio.
  • 10) Introdurre il vero federalismo con l’attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo.Un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute. Totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l’obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet. La stessa “questione meridionale” va affrontata in questo contesto, abbandonando la dannosa e fallimentare politica di sussidi seguita nell’ultimo mezzo secolo.

I promotori:

Michele Boldrin, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Oscar Giannino, Andrea Moro, Carlo Stagnaro, Luigi Zingales

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http://www.linkiesta.it/fermare-il-declino-il-vero-voto-utile-e-il-cambiamento

Fermare il Declino: “Il vero voto utile è per il cambiamento”

Alberto Saravalle e Luigi Zingales

Saravalle e Zingales di Fare per Fermare il Declino scrivono una lettera ai lettori de Linkiesta per «spiegare i nostri principi nella convinzione che nel nostro programma e nella nostra coerenza risieda il vero voto utile. E non quello che tradizionalmente è espressione del compromesso».

23 Gennaio 2013

[…]

C’è un programma concreto, pubblicato da mesi con tanto di schede di approfondimento e proposte da attuare nei 100 giorni, e di cui molti poi si sono appropriati: la riduzione del debito pubblico, la vendita del patrimonio dello Stato (a partire dai beni immobili) e la parallela riduzione del cuneo fiscale e dell’Irap, la riforma della macchina della giustizia cominciando dagli interventi per accorciarne i tempi, specializzare i giudici, modificare le norme sulla prescrizione e intervenire sulla indecorosa situazione delle carceri, la disciplina dei conflitti di interesse, ecc.

L’elenco è molto dettagliato. Puntuale. Ma quello che conta è che c’è un’idea di base di rinnovamento della classe politica e amministrativa (anche i grand commis di Stato devono lasciare il campo a nuovi volti). C’è la credibilità intellettuale e il rigore morale delle persone che hanno elaborato il progetto e che lo stanno propagandando in Italia. C’è soprattutto un’idea per porre fine alla stagnazione in cui versa il paese da troppo tempo: concorrenza, meritocrazia, liberalizzazioni non sono mere parole d’ordine di un iperliberismo accademico, ma strumenti per promuovere in Italia quella mobilità sociale che sola può portare a superare il crescente stato di emarginazione in cui vivono giovani, donne, precari. […]

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http://noisefromamerika.org/articolo/fermare-declino-storia-vera

Fermare il Declino – La storia vera

9 agosto 2012 • redattori noisefromamerika

Non che Fermare il Declino (FilD) sia l’argomento più trattato dai media, però un po’ ne parlano. Ne parlano ma, frequentemente, danno notizie che sembrano finalizzate più a rinchiudere FilD in un angolo predefinito che a informare i lettori di quello che il movimento che abbiamo aiutato a creare vuole essere e fare. Non ci stiamo lamentando, è normale: i padroni del vapore stanno altrove. Per questo motivo forniamo qui un po’ di materiale per quei giornalisti che fossero interessati alla storia vera di FilD e alle sue vere intenzioni. Non esitate a chiedere, se i dettagli vi sembrassero oscuri o generassero curiosità ulteriori!

1. Perché esistiamo?

L’appello Fermare il Declino e l’associazione che lo promuove (ALI,  Alleanza Lavoro e Impresa) nascono dalla convergenza di alcune iniziative personali che si incontrano sul terreno delle cose da fare. Alcuni dei promotori si trovarono a discutere di questi temi in occasione del convegno “Non importa il colore del gatto”, organizzato da noiseFromAmerika nel febbraio di quest’anno. In quel frangente abbiamo condiviso l’esigenza, da un lato, di perseguire obiettivi concreti su cui è possibile aggregare un ampio consenso, dall’altro di dare una risposta al fatto che queste persone, di estrazione e orientamenti ideali differenti, sono oggi non rappresentate. Nessuna forza politica esistente accetta quegli obiettivi o intende adottare gli strumenti necessari a raggiungerli. Qualcuna, qua e là, vagamente pretende di raggiungere uno degli obiettivi da noi enunciati ma, che noi si sappia, mai nessuno ha articolato come raggiungerli e men che meno come raggiungerli tutti!

L’idea di fondo della nostra scommessa politica è semplice: oggi in Italia almeno un terzo dell’elettorato non si riconosce in alcuno dei partiti che siedono in parlamento e almeno un altro terzo ha serissimi dubbi sia sulle politiche perseguite che sulla qualità umana e intellettuale dei politici che le perseguono. Tutti i sondaggi, le esperienze individuali e le rilevazioni statistiche suggeriscono che questi due terzi dell’elettorato son composti, in gran parte, dall’Italia più giovane e da quella che lavora e produce il reddito che poi tutti consumano. Essa è consapevole d’essere vittima d’un meccanismo politico-economico che la sta stritolando a vantaggio di una minoranza (ampia, ben organizzata, ma pur sempre minoranza) parassitaria o comunque non produttiva. In assenza di un referente politico su cui far leva per uscire da questa situazione di declino i “produttori” italiani si dibattono fra il ribellismo, comprensibile ma velleitario e a volte pericoloso, l’abbandono e l’indifferenza cinici e fatalisti, le esplosioni di rabbia anti-statalista o financo anti-sistema e il ritorno ai porti ideologici del passato i quali, pur non offrendo alcuna alternativa concreta, rassicurano con falsa retorica. Insomma: c’è chi s’indigna, chi si arrende, chi si rassegna a votare quello che, ai suoi occhi, è il “meno peggio”, senza nutrire alcuna fiducia ma provando un senso di sfiducia ancora maggiore nei confronti delle formazioni alternative.

Per questo è maturata l’idea di lanciare un appello e verificare quante migliaia di italiani condividano questi giudizi e i dieci punti programmatici che articoleremo ulteriormente nelle settimane a venire. Crediamo sia possibile lavorare perché venga alla luce, come scriviamo nel manifesto, questo “soggetto politico che 151 anni di storia unitaria ci hanno sinora negato e di cui abbiamo urgente bisogno”.

2. Cosa vogliamo?

I nostri obiettivi concreti sono le 10 telegrafiche proposte che abbiamo presentato come base del progetto. Se le si legge attentamente (le parole non son scelte a caso anche se, magari, non sono quelle perfette) si noterà che i dieci gruppi di proposte non sono né vaghi né banali. Sono dirompenti: se applicati cambierebbero la situazione per il meglio; infatti, ribadiamo, nessun partito politico è oggi disposto a farle proprie tutte quante. Non diciamo che siano sufficienti né che siano complete: siamo però fermamente convinti che (a) siano al di là del “politicamente possibile” per i partiti “tradizionali” e (b) siano un significativo passo nella direzione giusta. Possono esserci passi successivi e c’è grande spazio per un adeguato affinamento degli obiettivi, ma se non si parte da qui, non si arriverà da nessuna parte.

Questa, dunque, la motivazione principale: se si vuole cercare di realizzare quelle riforme essenziali a fermare il declino e ritornare a crescere occorre che si aggreghi una forza politica o, almeno, un’area politica che persegua tali riforme. Poiché tale forza non esiste e non è in vista, dobbiamo impegnarci perché emerga.

Ci spinge la convinzione che esista e sia praticabile una politica economica diversa da, e alternativa a, quella perseguita rovinosamente negli ultimi trent’anni. Questa ha condotto ad aumentare il debito, la spesa pubblica e le imposte, senza dare quasi nulla in cambio ai cittadini. Senza dare, cioè, migliori servizi pubblici, migliore assicurazione sociale e, soprattutto, senza creare mobilità economica individuale e di gruppo, senza offrire un futuro per i giovani, senza generare – anzi, impedendo – crescita sostenuta e diffusa di produttività e reddito.

Durante gli ultimi trent’anni i fondamenti di questa politica economica fallimentare sono stati condivisi a destra e a sinistra. Su questi fondamenti vi è assoluta coincidenza all’interno del parlamento italiano attuale, con scarsissime eccezioni individuali. Per questo affermiamo che occorre cambiare quasi in toto la classe politica: perché essa condivide in toto e in solido la responsabilità per le politiche che ci stanno portando alla rovina. La rovina che vogliamo evitare. A partire dal fallimento più visibile del ceto politico che noi contestiamo: la scelta di finanziare le spese correnti del passato e presente attraverso la tassazione futura. Cioè la decisione, intenzionale e irresponsabile, di lasciar lievitare a dismisura il debito pubblico per farlo poi pagare alle generazioni giovani o future che, inermi, lo dovranno subire. Come sta cominciando ad accadere durante gli anni più recenti.

Il debito va quindi abbattuto cedendo patrimonio pubblico, in modo credibile agli occhi dei mercati e sistematico nel tempo, per mano di persone competenti che operino per il bene comune e non di quello dei soliti noti. Solo così i tagli alla spesa corrente, ingenti e da individuare in modo non lineare ma discriminante, potranno e dovranno essere restituiti in meno imposte su lavoro e impresa, per tornare a crescere.

Solo mettendo merito e concorrenza, lavoro e professionalità al centro dell’agenda nazionale, risolvendo i conflitti d’interesse con una legge severa e organica, restituendo a scuola e università il ruolo di ascensore sociale che hanno perso, sostenendo il reddito di chi ha perso il lavoro, facilitando la creazione di nuove imprese, crediamo sia possibile, con anni d’impegno, riscalare le posizioni che l’Italia ha perso.

3. Quale è il nostro obiettivo politico?

Dalla nostra analisi deriva una conseguenza immediata e di vasto respiro. Se la situazione italiana attuale è conseguenza per lo più di errori politici, e se questi errori sono stati condivisi dalla quasi totalità della classe politica esistente, allora occorre definire obiettivi corretti, scegliere strumenti adeguati per raggiungerli, individuare un personale politico che sia all’altezza del compito e che sia esente da responsabilità dirette per la condizione in cui ci troviamo. Occorre, cioè, un’aggregazione politica completamente diversa dai partiti esistenti, un’aggregazione che sia espressione di forze sociali produttive e pragmatiche e che esca dalla riproposizione dello schema tribale destra-sinistra che ha caratterizzato l’infausta storia della Seconda Repubblica.

Non un soggetto fondato su un leader, ma su scelte concrete, condivise e sostenute dal basso. Una squadra o, meglio una collezione di squadre, di saperi e specialismi, di gente che ha alle spalle anni di lavoro nel privato, in azienda e in fabbrica, nei mercati italiani e mondiali, nelle scuole, nei campi, negli uffici, nelle organizzazioni internazionali. Gente prestata davvero alla politica per cambiarla, non funzionari di partito o miliardari alla ricerca di sconti e prebende a fronte d’immani conflitti d’interesse.

Il declino non si ferma con uomini della provvidenza o salvatori della patria. E nemmeno riproponendo a oltranza la logica di tecnici svincolati dal consenso politico. Vogliamo un movimento di professionisti esperti e competenti: dall’artigiano all’imprenditore, dallo scienziato al medico, dal giornalista all’avvocato, dall’agricoltore all’insegnante. E vogliamo che le loro proposte siano vagliate dall’elettorato, approvate e votate esplicitamente. Per essere poi legittimamente attuate e messe in pratica, non abbandonate e scordate come tutti i programmi elettorali. Idealmente, nella forza politica che vorremmo veder nascere, tutti i candidati e non solo il/la candidato/a a Primo Ministro, dovrebbero essere scelti attraverso elezioni primarie o altri meccanismi di selezione competitivi e trasparenti. Di certo lo devono essere i candidati a posizioni di rilievo nazionale e questo è l’obiettivo che vorremmo raggiungere nelle prossime elezioni.

4. Chi sono i promotori?

Negli ultimi mesi queste riflessioni sono state condivise da un gruppo di accademici, professionisti, imprenditori, manager ed esponenti dell’associazionismo e della società civile.

Nelle ultime settimane, nella crisi aggravata dell’euroarea e di fronte ai tentativi dei vecchi partiti e leader di riappropriarsi della scena, un gruppo ristretto ha deciso di serrare le fila.

Tra essi alcuni animatori del sito noiseFromAmerika, gli economisti Michele Boldrin, Sandro Brusco ed Andrea Moro; Alessandro De Nicola dell’Adam Smith Society; Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni; Oscar Giannino di Chicago-Blog; Luigi Zingales della University of Chicago.

5. Quali saranno i prossimi passi?

L’associazione Ali e il suo sito www.fermareildeclino.it sono un incubatore. Il nome stesso dell’associazione, pur indicativo, non ha nulla di definitivo. Vogliamo agire come il lievito nella pasta e saremmo felicissimi di sparire una volta che la pasta lieviti e una organizzazione popolare e di massa venga a crearsi.

Il manifesto, le 10 proposte e le iniziative che verranno nelle prossime settimane servono a misurare la risposta degli italiani e a facilitare condivisione ed elaborazione dal basso delle proposte programmatiche. Nelle prime settimane di attività, a partire dalla fine di agosto, organizzeremo dei forum tematici per approfondire i dieci punti del programma e valutare la necessità di aggiungerne altri, e per strutturare in modo più preciso le nostre proposte.

Per vivere e crescere, Ali ha bisogno di risorse. Queste risorse le chiede ai propri sostenitori, simpatizzanti, amici e lettori. I criteri dell’autofinanziamento sono ispirati alla massima trasparenza: non vogliamo dipendere da nessun singolo individuo o impresa e vogliamo che tutti sappiano chi ci finanzia.

Fare un salto di qualità? Diventare noi stessi non solo un catalizzatore ma una forza politica? Le prime settimane di attività servono a verificare se ciò sia necessario e possibile. L’orizzonte che ci siamo dati è da qui all’autunno.

6. E le alleanze?

Il manifesto, il programma, l’associazione e quel che ne scaturirà dopo avranno una sola regola:

Nessuna convergenza se non sull’esplicita e ferma condivisione del programma. Nessuna convergenza con chi non può vantare un curriculum cristallino, con chi ha giocato un ruolo nello sfascio del paese, con chi crede che basti un abito nuovo per continuare la vecchia politica. Non siamo rivenditori di false patenti di onestà, coraggio, visione e determinazione: speriamo di saper essere un polo di aggregazione per chi onesto, coraggioso, visionario e determinato lo è e fino a oggi, proprio per questo, non ha avuto modo di partecipare alla definizioni di politiche più responsabili ed efficaci di quelle che ci hanno trascinato in un declino apparentemente inarrestabile.

Gli italiani ne hanno le tasche piene di chi incolpa a destra e sinistra i propri alleati per non fare ciò che si è per vent’anni ha promesso, invano, di fare.

7. Chi è il leader?

Se e quando verrà il momento, chiunque abbia aderito sulla base di un’esplicita condivisione del programma e soddisfi precisi criteri sia di morale personale che di trasparenza che di assenza d’ogni conflitto d’interessi, non potrà evitare di essere sottoposto a primarie o altri meccanismi competitivi. E chi vince le primarie diventa il leader.

8. Cosa pensiamo di Monti?

A questo punto della riflessione, diventa necessario un chiarimento relativo al nostro rapporto con la politica: molti, infatti, ci chiedono se siamo pro o contro Monti.

A molti italiani, e noi tra essi, è chiaro che Monti non ha i difetti, le incompetenze e le (ir)responsabilità su cui si è consumata negativamente la parabola del berlusconismo. Ed è anche chiaro che, al contrario dell’arcipelago della sinistra ufficiale che chiede tutto ed il contrario di tutto, saprebbe forse cosa fare ed è perfettamente in grado di distinguere ciò che è desiderabile da quello che non lo è. Ma lo fa molto, molto parzialmente e troppo, troppo lentamente. È altrettanto vero che tecnici, senza un patto esplicito con l’elettorato, perdono rapidamente forza operativa, e finiscono limitati e prigionieri delle resistenze a riforme e cambiamento da parte della macchina pubblica come degli interessi corporativi. Torniamo al centro della nostra diagnosi: Monti, anche al di là delle sue competenze e del suo impegno, è prigioniero dei partiti. Di questi partiti. Ogni suo provvedimento deve superare, in qualche modo, il vaglio delle forze politiche che hanno prodotto il declino. Il problema non è essere con o contro Monti; il problema è liberare l’inquilino di Palazzo Chigi, chiunque sia, dall’abbraccio soffocante dell’attuale classe politica

Dal voto delle prossime elezioni politiche deve quindi partire una rilegittimazione della politica. Per questo lanciamo la nostra iniziativa. Un’Italia che si rassegnasse a governi privi di legittimazione popolare resterebbe un’Italia debole, e questo prescinde dai giudizi sulla persona di Monti. La verità di questa osservazione è già da mesi sotto gli occhi degli italiani e del mondo. Monti è il medico che l’Italia ha chiamato al capezzale: di questo lo ringraziamo, pur non convidendo necessariamente ogni singola misura presa dal governo. Tuttavia, un paese – come un individuo – non può sopravvivere a lungo se continuamente il medico è costretto a misurargli la pressione o somministrargli una medicina. Crediamo che l’Italia abbia bisogna di tornare alla normale fisiologia del dibattito democratico. E che questa fisiologia richieda l’emergere di una forza che sia davvero alternativa – non alternativa a Monti per se ma alla vecchia politica e alle sue ricette, che rendono destra, centro e sinistra indistinguibili e correponsabili degli errori che, con incredibile coerenza, hanno comunemente imposto al paese.

La legge elettorale non la scriveremo noi e ci influenzerà, ma non possiamo aspettare che si capisca quando e come si voterà per decidere. Perché l’offerta politica va cambiata da subito.

9. Più amici della sinistra o della destra?

Non siamo amici di nessuno che abbia governato il paese negli ultimi vent’anni e che, con le sue azioni e omissioni, ci ha portati dove siamo. Vogliamo essere al di sopra o avanti, non costretti nelle scatolette ideologiche che nemmeno comprendiamo. Parliamo a tutti, sia a destra che a sinistra. Ma sui contenuti concreti e sulla moralità personale non transigiamo.

Tentiamo di nascere per essere alternativi a entrambe. Siamo alternativi agli errori del passato e vogliamo proporre soluzioni possibili per il futuro. Perché, tra dieci anni, l’Italia possa guardarsi indietro e rileggere la storia di un paese che è tornato a crescere e che ha saputo fermare il declino.

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Aggiornamento del 21 febbraio 2013:

Abbiamo dei politici, in Italia, che ci hanno raccontato negli anni bugie molto più grandi e più gravi… tuttavia Oscar Giannino ha riconosciuto il proprio errore (quello di aver raccontato di essere plurilaureato e di aver conseguito un master all’università di Chicago) e si è onestamente dimesso dalla presidenza del partito. E’ giusto riconoscere comunque le grandi capacità di una persona che si è rivelata essere un “self made man”, una persona che, pur non avendo conseguito un titolo di studio in economia, l’economia l’ha studiata eccome e ha dimostrato di conoscerla ai massimi livelli, tanto che nessuno si è mai accorto della sua laurea mancata!!! Esprimo quindi la mia stima nei confronti di Oscar Giannino, che è riuscito a far nascere finalmente quello che per noi sembra essere il solo partito veramente serio e degno di rispetto nell’attuale panorama politico italiano, poichè non tenta di illudere i cittadini con false promesse o con surreali utopie, nè cerca di comprare il loro voto o di nascondersi dietro un leader di facciata, tantomeno fa chiacchiere da bar che non fanno capo ad uno straccio di programma.

Facciamo i nostri migliori auguri a questo piccolo grande partito, per il coraggio e la serietà che sta dimostrando di avere: ancora piccolo nel numero di affiliati ma, secondo noi, grande come potenzialità, proprio per l’audace programma che i suoi promotori hanno realizzato grazie anche alla spinta propulsiva di un Oscar Giannino che, pur senza titolo di laurea, ha dimostrato di essere un leader capace e assolutamente competente, tanto sui temi economici che su quelli sociali. Il partito continuerà la sua corsa, con o senza Giannino, proprio per la forza delle idee e delle proposte che sono insite nel decalogo programmatico.

L.D.

http://www.ilpost.it/2013/02/20/live-giannino-dimesso/

Oscar Giannino si è dimesso

Il leader di Fare per Fermare il Declino lo ha fatto al termine della direzione nazionale, per la storia del master inventato

20 febbraio 2013

http://www.ilpost.it/2013/02/08/oscar-giannino/

Da dove viene Oscar Giannino

Storia dell’originale giornalista economico che è diventato parte notevole della campagna elettorale 2013

8 febbraio 2013

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Aggiornamento del 22 febbraio 2013:

http://www.publicpolicy.it/enricofare-i-nostri-elettori-non-votano-persone-ma-programmi-intervista-7269.html

ENRICO(FARE): “I NOSTRI ELETTORI NON VOTANO PERSONE MA PROGRAMMI” /INTERVISTA

(Public Policy) – Roma, 21 feb – (di Laura Preite) “Intenso,
caotico, variabile, pieno”, sono questi i primi aggettivi
per descrivere il momento che sta vivendo.
Silvia Enrico, neo presidente da ieri di Fare per fermare 
il declino, dopo le dimissioni di Oscar Giannino, guiderà il 
movimento fino al congresso nazionale previsto per fine 
maggio (in data ancora da definirsi) e dopo i congressi 
regionali di aprile. È avvocato civilista, ha 36 anni ed è
tra le fondatrici del movimento.

[…]

D. LEI È UNA DONNA, UNICA IN ITALIA ALLA GUIDA DI UN
PARTITO (INSIEME A GIORGIA MELONI DI FRATELLI D’ITALIA MA LÌ
LA GUIDA È A TRE), IL SUO GENERE FARÀ LA DIFFERENZA IN
QUESTO SCORCIO DI CAMPAGNA ELETTORALE CHE RIMANE?
R. Le donne nei momenti difficili sanno dare il meglio.
Capisco che sia stata una scelta oltremodo coraggiosa di
questo partito in un momento in cui le donne fanno fatica.
La facciamo tutti, purtroppo donne e giovani di più. È un
segnale forte: persone normali, senza titoli particolari 
possono fare la differenza. Le donne sono anche al punto 8
del nostro programma.

[…]

D. COSA NE PENSA DELLA FALSIFICAZIONE DEL CURRICULUM CHE HA
PORTATO GIANNINO ALLE DIMISSIONI?
R. È un errore privato. Tutti noi vorremmo avere a fianco
esseri umani perfetti ma la perfezione non fa parte di noi.
Anche lui può avere debolezze e commettere errori. Questo 
non toglie nulla alla persona che è, anzi aggiunge molto: il 
pensiero che abbia acquisito queste capacità da autodidatta 
gli rende merito, non glielo toglie. (Public Policy)

LAP

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Aggiornamento del 20 marzo 2013:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/20/in-difesa-del-giornalista-oscar-giannino/536155/

In difesa del giornalista Oscar Giannino

di Beppe Scienza | 20 marzo 2013
[…] Sui temi di cui mi occupo da decenni, cioè il risparmio e la previdenza integrativa, il normale livello del giornalismo economico italiano non è basso: è infimo. Trabocca di titoli propagandistici, espressioni celebrative, applausi immotivati, interviste senza il minimo contradditorio a venditori scatenati a meravigliare i loro prodotti ecc. Tutta roba che finisce fotocopiata quale supporto alle vendite. Non parliamo poi degli strafalcioni numerici, sempre a senso unico cioè con rendimenti gonfiati. Nei miei libri ho riportato centinaia di esempi, scelti fra le migliaia che ho archiviato, tratti dal Sole 24 Ore, dal Corriere della Sera, dal Mondo ecc. […] se l’Italia avesse avuto più giornalisti come Oscar Giannino, con o senza lauree, i risparmiatori non ci avrebbero rimesso decine di miliardi di euro, come invece risulta fra l’altro dalle annuali ricerche di Mediobanca sui fondi comuni d’investimento e fondi pensione.

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http://www.facebook.com/FermareildeclinoFVG/posts/564837940210922

L’unica soluzione è limitare il potere, renderlo il meno discrezionale possibile. […] Lo stato e la politica sono fatti da uomini e gli uomini cadono vittima delle tentazioni se non esiste una società salda nei principi intorno a loro che limita le loro umane deviazioni. Non votate quelli che dicono di essere migliori, votate le idee che secondo voi sono migliori e gli uomini di buona volontà che non vogliono essere indotti in tentazione.
Luciano MAURO

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