Per quanto concerne le spese militari, i problemi da affrontare sono almeno tre:

  1. quando il Governo deve decidere dove tagliare, si taglia sempre su tutto (istruzione, banda larga, cultura etc), tranne che nelle spese militari, che invece sembrano avere un andamento in crescita costante;
  2. attenzione a cosa può e a cosa non può essere tagliato: vi sembra normale che il 50% delle spese del Ministero della Difesa sia costituito dal personale ed il restante 50% debba coprire le spese di tutto il resto? A me la prima voce sembra un po’ sproporzionata, per questo penso che sarebbe proprio quella da tagliare;
  3. ci stiamo facendo prendere in giro non poco sulla questione degli F-35, a dimostrazione di quanto il popolo italiano sia limitato nell’affrontare in modo serio i problemi politici: come sempre preferiamo seguire chi fa demagogia e chi propone le soluzioni più semplici (come appunto quella di non acquistare gli F-35 per risparmiare!!!), ma se non si affrontano i problemi in modo approfondito si rischia solo di prendere delle gran cantonate, senza capire come funzionano realmente le cose…

L.D.

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/francesco-mancuso/crescita-della-spesa-militare-italiana/febbraio-2013

La crescita della spesa militare italiana

[…] Lo stanziamento complessivo, ascritto per il 2013, al Ministero della Difesa è pari a 20.935,2 mln di €, in aumento di 973,1 mln di €, pari allo 4,87% del totale, rispetto al 2012. […] La funzione difesa si suddivide in tre voci: personale, esercizio e investimento; la ripartizione ottimale dei fondi si ha nel momento in cui essi risultino assegnati per il 50% al personale e per il restante 50% all’esercizio ed investimento. […] Come si nota dalla tabella le spese militari italiane sono in gran parte assorbite dai costi per il personale militare e civile in sevizio.

[…] un autorevole studio dell’Università del Massachusetts dimostra come con un miliardo di dollari di investimento si creano, 11mila posti di lavoro nel settore della difesa, oppure ben 17 mila nel settore delle energie rinnovabili e 29mila in quello dell’istruzione. In cosa investire dovrebbe essere di facile comprensione per tutti. O no?

In buona sostanza, il ministero della difesa è l’unico dicastero che ha visto aumentare i fondi a disposizione. Ministeri chiave per la crescita come lo Sviluppo Economico (i cui fondi si ridurranno dai 13,9 del 2013 ai 10 del 2015) o l’Istruzione e Salute (avranno a regime dal 2015 100 mln in meno) dovranno fare i salti mortali per far quadrare i bilanci. Per chi ci governa a quanto pare risulta  essenziale dotare il nostro Paese di un caccia colabrodo anziché impostare serie strategie di sviluppo.

12 febbraio 2013

http://www.giornalettismo.com/archives/764471/la-questione-f-35/

La questione F-35

di John B – 12/02/2013

[…] DOMANDE – In pratica con l’arrivo degli F-35 si porta a compimento un programma di drastica riduzione del numero (da 450 a 200) e dei modelli (da 4 a 2) dei velivoli da combattimento in servizio. Si può chiedere un’ulteriore contrazione? No, a meno di decidere una profonda revisione della nostra struttura militare, con l’eliminazione delle portaerei, la drastica contrazione degli impegni in missioni internazionali e la riduzione della nostra componente militare a un livello di mere funzioni di “polizia” (sorveglianza dello spazio aereo nazionale e dei confini terrestri e marittimi). Si tratterebbe, quindi, di una decisione politica di grande peso, anche per le sue implicazioni in termini di prestigio internazionale. In ogni caso è escluso che si possa pretendere che i nostri piloti continuino a volare su aerei che hanno più di trent’anni di vita operativa e più di cinquanta di progettazione (il Tornado è stato progettato negli anni sessanta).

La questione economica. A suo tempo, quando i pianificatori politici e militari avevano ben chiara la necessità e l’inevitabilità dell’adozione dell’F-35 da parte delle nostre forze aeree e navali, fu deciso di partecipare al programma di sviluppo dell’F-35 con un impegno di un miliardo di dollari, anziché limitarsi a comprare i velivoli necessari come un cliente qualsiasi. Questo investimento consente all’Italia di partecipare agli utili delle vendite e ha permesso la costruzione a Cameri (Novara) di uno stabilimento che produrrà gli F-35 destinati all’Italia e all’Olanda, nonché le ali di centinaia di altri aerei venduti ad altri paesi, e avrà l’esclusiva della manutenzione per migliaia di F-35 venduti in questa parte di mondo. Se si considera che l’F-35, come si è detto, non è un’opzione ma una scelta obbligata per decine e decine di forze aeree e pertanto ne saranno prodotte molte migliaia di esemplari, è evidente che nell’arco dell’intero programma l’Italia avrà una ricaduta, in termini di valuta, posti di lavoro, trasferimento di tecnologie, di gran lunga superiore a quanto investito per lo sviluppo e l’acquisto dei caccia. In altre parole, è come se avessimo acquistato i caccia a costo zero, e anzi ci avremo pure guadagnato. Naturalmente occorre avere la capacità di guardare all’intera portata del programma nell’arco della sua vita complessiva, e non certo a questa prima fase in cui ci sono solo costi a fronte di una produzione di serie che deve essere ancora avviata. Possiamo uscire dal programma adesso? Certo. Ma sarebbe un suicidio economico e industriale, oltre che un grosso favore alla concorrenza. Dopo aver dato la nostra parte per le spese di sviluppo, ci ritiriamo proprio ora che c’è da iniziare a incassare il ritorno economico e industriale di quell’investimento.

SOLDI – La nostra partecipazione “vale” il 4% dell’intero programma. In tutto l’Italia spenderà intorno ai 15 miliardi di euro tra partecipazione iniziale, acquisto di un centinaio di esemplari e tutta l’infrastruttura e la logistica necessari a garantire la vita operativa del velivolo almeno per i prossimi 15-20 anni. Se consideriamo che mediamente un F-35 costerà ai clienti intorno ai 100 milioni di euro e se ne venderanno non meno di 5000 in tutto il mondo, è evidente che parliamo di un “affare” da 500 miliardi di euro. Con il 4% di rimesse, significa che una ventina di quei miliardi rientrano in Italia, in un modo o nell’altro. Non è stato quindi un cattivo affare specialmente considerato che l’F-35 saremmo stati comunque costretti a comprarlo (quanto meno, questo era la situazione quando si decise di entrare nel programma). Piuttosto che mettere in discussione la nostra partecipazione al programma F-35 (prima o poi saremo costretti a comprare un altro caccia, e spenderemo più di quanto oggi crediamo di risparmiare) forse sarebbe il caso di iniziare a parlare della possibilità di creare una sola forza armata multinazionale a livello europeo, che consentirebbe di ridurre ulteriormente le spese militari di ciascun paese membro. Sarebbe la soluzione più logica, visto che abbiamo già una moneta unica e un mercato unico. E si risparmierebbero un sacco di soldi, non solo in termini di equipaggiamenti e risorse umane, ma anche di costosissime poltrone con cui sono arredati i vari stati maggiori. Non c’è da meravigliarsi, però, che in un paese in cui non si riesce nemmeno a parlare seriamente di unificare le innumerevoli forze di polizia presenti sul territorio, sia impossibile immaginare una soluzione di quel tipo e sia molto più comodo e demagogico dare addosso agli F-35.

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http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2012/11/08/news/mandorle-46186503/

Un esercito di ufficiali e poca truppa

Mandorle e champagne per l’ammiraglio

di FABIO TONACCI

[…] i numeri crudi, di per sé, parlano. Tra Esercito, Marina e Aeronautica ci sono 425 generali per 178 mila militari. Negli Stati Uniti sono in 900, il doppio, ma guidano un comparto che con 1.408.000 uomini è quasi dieci volte quello italiano. Per dire, noi abbiamo più generali di Corpo D’Armata, 64, che Corpi d’armata, circa una trentina. In Aeronautica 20 generali di Divisione per tre divisioni effettive. “Ad essere generosi, in Italia basterebbero 150 generali per svolgere gli stessi compiti“, scrive Andrea Nativi nel rapporto 2011 della Fondazione Icsa, che si occupa di Difesa e intelligence.

E così siamo arrivati al punto, paradossale, che i comandanti sono più dei comandati: 94 mila ufficiali e sottoufficiali, 83.400 uomini e donne della truppa. Nei prossimi due anni il personale, civile e militare, sarà tagliato di 8.571 unità. Entro il 2024, si legge nel testo del ddl di revisione appena approvato dal Senato, i 178 mila (somma di graduati e truppa) scenderanno a 150 mila. Ma i generali no, loro non si toccano. Perché avere la greca sulla spallina significa godere di uno status privilegiato. Significa uno stipendio annuale da 120 mila euro per i generali di Corpo d’armata (quelli col grado più alto, le tre stellette), circa 7 mila euro netti al mese. E si ha diritto all’alloggio di servizio gratuito nelle zone migliori della città, al telefonino, in alcuni casi all’autista (l’anno scorso sono state acquistate dalla Difesa 19 Maserati per gli alti ufficiali), a soggiorni low cost a Bardonecchia o a Milano Marittima. Significa attraversare le sforbiciate della spending review e uscirne illibati. […]

8 novembre 2012

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1659135&codiciTestate=1

Paghiamo una multa di 30mila euro invece di unificare il numero d’emergenza

Troppe polizie in Italia

Dalla Ps alla mortuaria, private e locali: sono 25
 
di Piero Laporta – 19/5/2010

Emergenza. Chiamo 113 o 112, 118, 1717 o 1515? «Chiami la polizia locale». Quale numero comporre? Un funzionario olandese, assiduo in Romagna, chiese aiuto alla pattuglia di un fuoristrada con due lampeggianti e l’insegna «polizia locale». Risposero: «Chiami la polizia».

Paghiamo una multa giornaliera alla Ue di 30mila euro, presto lieviterà a 90mila, piuttosto che costringere gli apparati a piegarsi alle esigenze del contribuente, unificando il numero d’emergenza. Nel 1997 additai l’anomalia di un agente di polizia ogni 175 italiani, 50 e 20 per cento in più rispetto a Gran Bretagna e Germania. Un gallonato tentò la reprimenda. A suo dire, l’instabilità italiana imponeva larga disponibilità di polizia. Immaginai che alludesse all’astro allora nascente della Lega. «La sicurezza è garantita da polizie numerose, piuttosto che ben addestrate, ridotte all’osso e ben pagate?» Non rispose. La Lega, entrata a palazzo, duplicò la polizia penitenziaria e centuplicò polizie locali, provinciali, consortili. Sicilia e Val d’Aosta anelano una polizia regionale. Ad Aosta vorrebbero un «comitato regionale per contrastare la criminalità organizzata», presieduto dal governatore, il quale forse è insoddisfatto del prefetto di Aosta, che a sua volta dirige il «comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica». Peccato che governatore e prefetto, per legge, ad Aosta siano la stessa persona. Quante sono le polizie? Quanto si spende? Le polizie sono apparentemente sette: polizia di Stato, arma dei carabinieri, guardia di finanza, corpo forestale dello stato, polizia penitenziaria, capitaneria di porto, corpo nazionale dei vigili del fuoco. Solo sommando carabinieri, polizia e fiamme gialle superiamo ogni record europeo. Sommate le altre quattro, abbiamo mezzo milione di uomini. […]

Alle duplicazioni delle funzioni delle polizie ad ordinamento statale fanno da controcanto le duplicazioni locali. Sulle strade, infatti, incontrate anche polizia locale, provinciale e gli ausiliari del traffico. Sui cibi vegliano carabinieri, forestali dello stato e delle regioni, come pure polizia sanitaria promanante dalle Usl. Sui morti, sul lavoro e sui morti del lavoro, sulle opere d’arte e sulle monete contraffatte e persino sulle frontiere, ovunque vi giriate una quantità di polizie, statali e non, veglia sulla vostra perpetua insicurezza quotidiana. Il 2 giugno sfileranno tutti, tranne la polizia mortuaria, ma in futuro, chissà. Ogni polizia, inoltre, sfila e celebra per conto proprio in una gara senza verecondia.

Quanto costa tutto questo? Nessuno sa il totale, neppure lo stato che paga. Solo il contribuente se ne accorge.

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Aggiornamento del 12 luglio 2013:

http://www.giornalettismo.com/archives/1000073/europa-spiega-perche-bisogna-comprare-gli-f-35/

Europa spiega perché bisogna comprare gli F-35

di Dario Ferri – 25/06/2013 – L’opinione di Paolo Messa

Paolo Messa, di Formiche.net, scrive su Europa, quotidiano della corrente Margherita del Partito Democratico, che il Pd non deve “cedere alla demagogia” sugli F35:

[…] I presupposti per una marcia indietro francamente non sembrano reggere: questi velivoli, contrariamente a quanto riportato nel testo della mozione, non trasporteranno ordigni nucleari; il programma non vede defezioni importanti (anzi, oltre alla recente partecipazione del Giappone, altri come Germania, Belgio o Spagna si apprestano a entrarvi); e infine i presunti risparmi tanto declamati (facendo finta di non cogliere che si tratta di un impegno distribuito in più anni) non tengono conto della necessità di dotare – comunque – le nostre forze armate di aerei da combattimento. L’effetto paradossale della mozione potrebbe essere infatti quello di non comprare mezzi dei quali siamo partner tecnologici e industriali (con le citate ricadute per le imprese nazionali) ma di dover poi ricorrere all’acquisto di velivoli terzi con costi uguali o superiori ma senza alcun beneficio. Il parlamento avrebbe buone ragioni per capirne di più e meglio. […]

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Aggiornamento dell’11 settembre 2013:

http://www.linkiesta.it/finmeccanica-f35-eurofighter

F35 contro Eurofighter, la vera storia di una guerra

Sergio Paleologo – 10 settembre 2013

Gli F35, demonizzati a sinistra, costano meno degli Eurofighter su cui Finmeccanica ha ricavi certi

[…] Pochi giorni fa, Rid (Rivista Italiana Difesa) ha diffuso (rilanciati da L’Espresso) i dati sulla spesa militare tricolore. E, sorpresa delle sorprese, il programma Eurofighter (partecipato da Inghilterra, Spagna, Italia e Germania) è fino ad ora venuto a costare 21,1 miliardi di euro. «Non solo: il prezzo risulta aumentato di ben 3 miliardi rispetto alla previsione formulata lo scorso anno, che si fermava a 18,1 miliardi», scrive il settimanale. «Nel corso del 2013 soltanto per comprare gli Eurofighter il ministero dello Sviluppo Economico spenderà 1.182 milioni di euro, mentre quello della Difesa sborsa mezzo miliardo per gli F-35». I numeri sono corretti. Dunque, ci saremmo aspettati una vera e propria insurrezione da parte di Sel, di un’ala del Pd e del Movimento Cinque Stelle. Invece silenzio totale. Nessun attacco politico. Anche se la cifra è quasi doppia rispetto ai preventivi dell’F35. Senza contare che bisogna aggiungere circa 900 milioni di euro che lo Stato ha dovuto sborsare per via dei ritardi del caccia europeo, noleggiando trentaquattro F16 tra il 2003 e il 2012. Il che porta il conto finale a 22 miliardi di euro. Ci siamo chiesti a questo punto se la sinistra italiana, muta di fronte al costo degli Eurofighter Typhoon, avesse verificato che questi soldi a differenza degli F 35 costituiscano un volano più forte per la nostra economia. Che forse gli anti militaristi di Sel non attacchino Finmeccanica perché dà lavoro a molti pugliesi o campani o piemontesi? Che per questo valga la pena non condannare un programma anche se militare? Sembrerebbe un buon motivo. Ma i numeri un’altra volta ci dicono qualcosa di diverso. […]

Infine c’è l’aspetto industriale che agli occhi della spesa pubblica diventa quello più importante e interessante per capire se il denaro sborsato è un mero costo o un investimento. Il ritorno industriale dell’Eurofighter è già definito. Per 100 euro spesi, 79 vanno a Germania, Spagna e Inghilterra. Ventuno restano in Italia. Dunque su oltre 21 miliardi spesi dall’Italia, quattro e mezzo sono rimasti nella penisola (Finmeccanica ha un ruolo molto maggiore nella parte elettronica, in particolare il radar, ma buona parte dell’attività viene fatta negli stabilimenti inglesi). I rimanenti 16,5 miliardi sono finiti negli altri tre Paesi Ue.

Nel programma Jsf l’Italia ha investito 2 miliardi. Circa 600 milioni sono tornati in contratti di lavoro. Le aziende italiane coinvolte nel programma Eurofighter sono 49, una decina scarsa del gruppo Finmeccanica. Una sessantina partecipa anche al consorzio Eurojet che si occupa dei motori. Sul fronte opposto quelle al momento attive nel progetto Jsf sono sessanta. Solo sei del circuito Finmeccanica. Mentre i motori sono Pratt&Withney. Nel complesso se non ci saranno variazioni e «mantenendo il nostro impegno nel programma Jsf», ha dichiarato il generale responsabile del progetto al Parlamento, «queste aree di lavoro, a fondo corsa, porteranno una stima di circa 14 miliardi di dollari di lavoro in Italia». Più di quanto investito complessivamente. […]

F35-aziende-italiane-coinvolte

Resta solo una domanda. Perché la sinistra italiana voglia abbattere gli F 35, mentre lasci tranquillamente parcheggiati negli hangar gli Eurofighter.

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Aggiornamento del 23 aprile 2014:

http://www.aleniaaermacchi.it/it-IT/Media/News/Pagine/Alenia-Aermacchi-wing-components-make-first-F-35-flight.aspx

FORT WORTH, TEXAS, 11/03/2014

Primo volo di un F-35 con i componenti alari prodotti da Alenia Aermacchi 

​Oggi Lockheed Martin ha annunciato che i primi componenti alari prodotti da Alenia Aermacchi e installati su un F-35 Lightning II hanno effettuato il loro primo volo lo scorso 6 marzo. I componenti sono stati installati a bordo dell’AF-44, un velivolo della variante F-35A a decollo e atterraggio convenzionale, che ha compiuto il primo volo di controllo presso l’Air Force Plant 4 di Fort Worth, Texas. L’AF-44 sarà consegnato alla U.S. Air Force prima della fine dell’anno.

“Per anni, Alenia Aermacchi ha dimostrato la propria capacità di produrre componenti avanzati, sia per velivoli civili sia per aerei militari ad elevate prestazioni”, ha affermato Debra Palmer, Vice President Lockheed Martin e General Manager dello stabilimento FACO (Final Assembly and Checkout) in Italia. “Quanto la Società sta realizzando nell’ambito del programma F-35 Lightning II è un’ulteriore conferma del suo ruolo di leadership in un ambito altamente specializzato della produzione di velivoli”.
Alenia Aermacchi si prevede produca oltre 800 ali e relativi componenti destinati alla flotta globale degli F-35 e, in collaborazione con Lockheed Martin, è responsabile della gestione delle attività di produzione e assemblaggio di tutti gli F-35 italiani realizzati presso la FACO di Cameri, vicino Novara.

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