Se le condizioni economiche e sociali dell’Italia sono quelle che sono, lo dobbiamo ad una classe dirigente che ha pensato esclusivamente ai propri interessi anzichè a quelli del paese.

Quanto siamo messi male è presto detto: sappiamo di sostenere un carico fiscale molto elevato (vedi l’articolo “In Italia solo una cosa è da record: la pressione fiscale!“), sappiamo che la crescita economica è praticamente ferma anzi addirittura in retrocessione (vedi l’articolo “Le previsioni parlano chiaro: il 2013 sarà un altro anno difficile…“), che moltissime aziende, dalle più piccole alle più grandi, stando chiudendo (vedi l’articolo “La crisi continua a mordere, ma troppo spesso il disagio si trasforma in suicidio…“), che la disoccupazione ha raggiunto un livello pericolosamente critico, in particolare quella giovanile (vedi gli articoli “Disoccupazione e mercato del lavoro: è urgente ridare ossigeno e fiducia alle imprese” ed “Irene Tinagli sulla disoccupazione: troppo protezionismo verso chi ha già un lavoro e nessun sostegno ai giovani“), tanto da costringere appunto moltissimi giovani a trasferirsi all’estero per poter trovare lavoro (tags “fuga dei cervelli” e “giovani talenti”).

Allora cosa vogliamo fare? Continuare a mantenere le stesse persone al governo e, come affetti da sindrome di Stoccolma, continuare ad autocommiserarci e a lamentarci, oppure vogliamo dare una svolta a questo schifo di Paese, pieno di privilegiati e raccomandati, nel quale oggi ci ritroviamo a dover vivere?

L.D.

 http://www.linkiesta.it/fermare-il-declino-zingales

Zingales: “Il problema dell’Italia? La classe dirigente”

Lorenzo Dilena – 20 Gennaio 2013

[…] Luigi Zingales, 50 anni, professore di “Imprenditorialità e Finanza” nell’Università di Chicago. Anche se è proprio da Lincoln che l’economista padovano, fra i promotori di Fare per Fermare il declino (v. qui le 10 proposte del movimento che si presenta alle prossime politiche sotto la guida di Oscar Giannino), prende le mosse per delinerare la sua proposta politica di «un capitalismo per il popolo». Il titolo inglese originale del suo ultimo libro-manifesto, uscito in Italia come «Manifesto capitalista» (Rizzoli), riecheggia proprio quel «governo di popolo, dal popolo, per il popolo» evocato da Abramo Lincoln nel discorso di Gettysburg.

Un governo per il popolo aiuta chi ha perso il posto di lavoro?
«Certamente, bisogna proteggere i lavoratori rimasti disoccupati, e non le imprese che non hanno più mercato, e sopravvivono solo grazie alle protezioni politiche assicurate dalle lobby d’affari. È questa una logica che va spezzata: e qui si vede se i sindacati fanno gli interessi dei lavoratori. Una legislazione che protegga tutti i lavoratori, delle grandi come delle piccole imprese, è più garantista di quella attuale. Chi non la vuole è perché ha altri interessi»

[…]

Pare di capire che lei, unico italiano con Draghi a essere inserito nella lista dei 100 pensatori più influenti al mondo, ce l’abbia con le élites. Come si declina in Italia un’agenda politica populista pro mercato?

«Primo punto fondamentale è che in Italia esiste una crisi della classe dirigente, non solo politica ma anche economica, e c’è necessità di un cambiamento di questa classe dirigente. Guardiamo a un dato importante: la nostra bassa produttività. Ora è vero che da noi il costo del lavoro è molto elevato, anche se i nostri salari non sono i più elevati, e c’è anche un problema di cuneo fiscale, e di mancanza di flessibilità».

Colpa dei sindacati?
«Se la smettiamo di usare come scusa i sindacati, dobbiamo riconoscere che parte di questa bassa produttività è dovuta al cattivo management. Quindi il problema non è solo un problema di sindacati ma è un problema di classe dirigente». 

Non c’è una buona selezione?
«Le nostre classi dirigenti, nel pubblico e nel privato, nelle grandi imprese come nelle istituzioni anche accademiche, sono cooptate per nascita e per affiliazione. Alla fine non puoi certo ritrovarti una classe dirigente competente. Poi, ci sono una valanga di eccezioni, ma il punto è che sono eccezioni, non la regola». 

[…] 

Qual è allora la differenza fra chi ha un programma politico favorevole alle imprese, un’agenda pro-business come dice lei, e invece un programma pro-mercato?

«Un’agenda politica pro-market cerca di facilitare la creazione e l’entrata di nuove imprese nei vari settori. Cosa che in Italia non solo non vien fatta, ma costantemente ostacolata. Anzi, da noi, se si può si cerca di rafforzare qualche campione nazionale e più in generale di rimpolpare i profitti delle imprese esistenti a spese di tutti: questa è invece un’agenda pro-business. L’esempio più drammatico di questo è Alitalia. Gli è stato dato il monopolio sulla rotta Milano-Roma, per fortuna poi è arrivata la Freccia rossa che ha creato competizione. Adesso saltano fuori con l’idea geniale di fonderle, sia mai che si possa creare un po’ di concorrenza».

[…]

Tagliare i costi della politica. 

«Non si riesce a moralizzare vita pubblica italiana, se non si riduce prima la politica. Non si tratta solo di tagliare numero e stipendi dei politici, che è una cosa certamente importante e che non voglio minimizzare. Ma non penso nemmeno che il problema sia tutto qui. Il vero dramma non è che un politico guadagni una cifra spropositata, il vero dramma è che poi ha accesso una serie di nomine e di potere economico estremamente elevato. E questo corrompe la politica in maniera irrimediabile, e a cascata l’economia. Alla fine succede che il ricambio politico non riesce a cambiare la realtà: pure un movimento duro e puro come la Lega si è tradotto nel più ammanicato di tutti i movimenti».

[…]

La meritocrazia estrema cozza con l’uguaglianza, e anche con il buon senso. A fronte di risultati aziendali in linea con i concorrenti, il lavoro di un top manager vale davvero 100, 200 volte il salario medio dei dipendenti?

«La meritocrazia prevede non solo compenso per il merito ma anche una punizione per il demerito. Tutti i cosiddetti “paracadute d’oro” vanno contro il merito».

[…]

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Sindrome di Stoccolma

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Sindrome di Stoccolma si ritiene uno stato psicologico particolare che si manifesta in seguito ad un episodio estremamente violento o traumatico, ad esempio un sequestro di persona o un abuso ripetuto. Il soggetto affetto da Sindrome di Stoccolma durante l’abuso o la prigionia, prova un sentimento positivo, fino all’amore, nei confronti del proprio aguzzino. Si crea una sorta di alleanza e solidarietà tra la vittima e il carnefice. […]
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http://www.corriere.it/editoriali/13_gennaio_20/la-generazione-trasparente-severgnini_4dda67d4-62d2-11e2-b1d5-38c6a83a1ea2.shtml

La generazione trasparente

Nessuno potrà accusare il futuro governo di non aver mantenuto le promesse verso i giovani italiani: perché queste promesse nemmeno sono state fatte. I nuovi elettori, almeno fino a oggi, sono i grandi esclusi della campagna elettorale. […]

Le cinque alleanze in competizione sembrano ispirate a Gangnam Style : si agitano, gesticolano, si divincolano, spingono cercando la luce del riflettore. I giovani connazionali guardano, attraverso i vetri del televisore, e commentano amari sui social network. […] Le famiglie hanno esaurito la pazienza e stanno finendo i soldi: lo dimostrano i negozi «compro oro», il mercato immobiliare e l’andamento dei consumi di beni durevoli. La disoccupazione giovanile (15-24 anni) tra chi cerca un lavoro è al 37%, mai così alta dal 1992. E se questa è la media nazionale, immaginate cosa (non) accade nell’Italia del sud. La percentuale di laureati italiani che cercano fortuna all’estero, in dieci anni, è passata dall’11% al 28%. Non è più sana voglia di esplorare; è una diaspora, pagata con risorse pubbliche.

Davanti a fenomeni di questa portata, a cinque settimane dal voto, uno s’aspetta che la politica rifletta, decida, proponga piani precisi e misure concrete: un Paese non può, infatti, giocarsi un’intera generazione. Ma non accade. I candidati discutono appassionatamente di imposte e di pensioni. Parlano, quindi, a chi un lavoro ce l’ha o l’ha avuto. Chi rischia di non averlo non conta, pare.

Gli italiani con meno di trent’anni stanno diventando una generazione trasparente. […]

Beppe Severgnini – 20 gennaio 2013

http://www.fermareildeclino.it/articolo/fare-per-i-giovani-perche-non-siano-piu-la-generazione-trasparente

FARE per i giovani, perché non siano più la “generazione trasparente”

[…] Perché un giovane promettente dovrebbe rimanere disoccupato, mentre un adulto ormai demotivato rimane in una posizione che richiede ben altro impegno? Noi vogliamo FARE una società aperta, che premi il merito e la capacità, una società in cui i nostri giovani siano in grado di sviluppare i propri talenti.

Disse John F. Kennedy: “Felicità è la possibilità di poter sviluppare al meglio il proprio talento”. Noi vogliamo non solo creare occupazione per i nostri giovani, vogliamo un paese in cui i loro talenti possano svilupparsi in pieno e verso direttrici che non saremo noi, bensì loro, a decidere.

23/01/2013 – Mario Strazzabosco, candidato al Senato in Lombardia, Fare per Fermare il declino

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Aggiornamento dell’11 febbraio 2013:

Tutti noi dobbiamo sostenere un colloquio e a volte anche dei test prima di essere assunti da un’azienda per lavorare: perchè non fare la stessa cosa anche con i politici? Ci vorrebbe un bel test di cultura generale, economia ed attualità prima di farli entrare in Parlamento, ma anche nei consigli regionali!!! Altrimenti rischiamo di ritrovarci ancora personaggi come la Minetti e il Trota, cosa che sinceramente mi fa rabbrividire…

L.D.

http://www.ilmattino.it/primopiano/politica/elezioni_test_antidroga_candidati/notizie/244725.shtml

Elezioni, la proposta: «Test antidroga e di cultura per i candidati»

ROMA – Test antidroga e di cultura generale: è quanto chiede il Codacons ai candidati al Parlamento. «Ho lanciato questa proposta – afferma il segretario nazionale del Codacons Francesco Tanasi – poiché si presume che gli eletti debbano essere la parte più rappresentativa dell’Italia. Appare lecita l’idea di conoscere il loro livello culturale, di correttezza ed eventuali abitudini, come l’assunzione di droghe».

16 gennaio 2013

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Libro “Lo specchio del diavolo. La storia dell’economia dal Paradiso terrestre all’inferno della finanza” di Giorgio Ruffolo

http://ilmiolibro.kataweb.it/booknews_dettaglio_recensione.asp?id_contenuto=1313296

di Fabrizia Ramondino, L’espresso, 24/02/2006
Schiller disse una volta: “Contro la stupidità anche gli dei sono impotenti. Gli uomini, no“. Allora, al lavoro! Per liberarci da tanta stupidità il libro più utile che consiglio è ‘Lo specchio del diavolo. La storia dell’economia dal Paradiso terrestre all’inferno della finanza’ di Giorgio Ruffolo (Einaudi, pp. VI-136, e 9). Ruffolo, economista e politico di ceppo socialista, ministro dell’Ambiente (1987-92), ecologo quindi, ma mai passatista, è anche persona di grande cultura umanistica. In questo breve saggio ci guida nei misteri dell’economia, dove il profano si smarrisce tra inflazioni e deflazioni, imperativi del mercato e listini di Borsa, crack e bolle finanziarie, debito pubblico e Pil – il cui rovescio, secondo l’autore, è il Lip, Lordura Interna Prodotta.Nel lungo percorso dal paradiso terrestre ai paradisi fiscali incontriamo “scimmioni preistorici e gentiluomini settecenteschi, Napoleone il Piccolo e Serse il Grande, mercati tumultuosi, baroni predatori, utopisti incorreggibili”, descritti con maestria letteraria e molto umorismo, talora un po’ nero.Per il nostro futuro Ruffolo auspica: che la tecnica sia al servizio dell’uomo e non viceversa; che il mondo non sia dominato da un’unica potenza (oggi gli Usa); che l’avidità sia contenuta da legge e giustizia, che si formi una classe dirigente “che sappia trarre dalla conoscenza del passato la fiducia, dall’analisi rigorosa del presente la competenza, dalla visione del futuro la speranza”. […]

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Aggiornamento del 9 febbraio 2014:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-05/una-classe-non-dirigente-064113.shtml?uuid=AB6hUYu

Una classe non dirigente

di Valerio Castronovo – 05 febbraio 2014

[…] l’Italia si trova a pagare i costi, non da oggi, ma adesso con un impatto sempre più pesante, dovuti alla mancanza di un’autentica classe dirigente. Ossia, di un ceto politico che coniughi a un alto senso dello Stato una salda cultura di governo e una coerente visione di prospettiva. […] Quella rimasta tuttora in campo appare in sostanza una classe politica priva del carisma e dei requisiti di una vera e propria classe dirigente. Non ha promosso un fecondo confronto di idee, né mobilitato nuove energie, ma soprattutto non ha assunto risolutamente la responsabilità e i relativi rischi di decidere e di fare, che sono i fondamenti intrinseci all’esercizio di un’effettiva leadership. […]

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