Ecco qui alcuni libri sulla storia d’Italia che i docenti delle scuole superiori potrebbero consigliare ai loro studenti. Un saggio, infatti, generalmente è molto meno noioso e molto più intrigante di qualunque libro scolastico di storia!!!

1. “Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi” di Carlo M. Cipolla 

Con grande spirito indagatore, il saggio dell’economista Carlo M. Cipolla ripercorre le tappe più significative della storia economica italiana. Già nel Duecento, grazie all’intraprendenza di centri come Milano, Verona, Venezia, Genova, Pisa, Firenze e Siena, detentori di una capacità imprenditoriale senza eguali, è possibile scorgere una primitiva politica monetaria, consolidata poi in organizzazioni commerciali e finanziarie che raggiungono il loro apogeo nel Quattrocento. Questa stagione fertile si chiude però nel Cinquecento, quando da Oltralpe calano gli invasori stranieri e le guerre causano orribili ferite nel tessuto sociale della penisola. Il Seicento riconduce la realtà del paese a condizioni di «periferia» sottosviluppata, concludendo così un ciclo plurisecolare di sviluppo-prosperità-declino; anche Settecento e Ottocento sono secoli difficili, che portano all’unificazione politica ma non a quella economica. E nel Novecento, infine, quando pure si afferma l’industria, si assiste al contrasto stridente, ancor oggi irrisolto, tra l’iniziativa privata al Nord e l’assistenzialismo al Sud, mentre il problema più grande rimane quello del debito pubblico. Come abbatterlo è tema di cronaca quotidiana.

2. “Quando eravamo povera gente” di Cesare Marchi

Viaggio alla riscoperta di un’Italia scomparsa, un’Italia d’altri tempi, dove fiorivano cento mestieri (che ora non ci sono più), fatta di povera gente che per sembrare elegante rivoltava le giacche, che mangiava la carne solo di domenica… Con la sua prosa ricca di garbatissimo humor, Cesare Marchi ci accompagna nel passato, tra oggetti e parole che non usiamo più. Un libro fatto di tante piccole cose scomparse – che però ci parlano ancora di noi nostalgico e dolcissimo come solo sa essere il tempo ricordato.

3. “Storia del miracolo italiano” di Guido Crainz

Italia, anni cinquanta: la seconda guerra mondiale è finita ormai da qualche anno e il suo ricordo si allontana; trasformazioni radicali investono i modi di produrre e di consumare, di pensare e di sognare, di vivere il presente e di progettare il futuro. E’ la fine dell’universo contadino. Irrompono nuovi gusti e più complesse culture, in un processo tumultuoso che ridisegna geografie produttive e sociali, insediamenti e poli di attrazione. L’intero paese si trasforma sotto un impulso irrefrenabile. E’ il «miracolo». La profondità della «grande trasformazione», e i molteplici impulsi che essa produce, vengono qui ripercorsi in un’indagine a tutto campo che analizza sia la capacità di tenuta di vecchi orizzonti mentali, sia i tratti di una «modernità» che si va affermando in modo prepotente quanto diseguale. Nell’agonia del centrismo emergono strutture e comportamenti degli apparati dello Stato largamente segnati dal fascismo, ma ora innestati nel quadro della nuova collocazione «atlantica» dell’Italia. Irrompono forme diverse di protagonismo collettivo, solo in parte eredi delle organizzazioni di massa delineatesi nel dopoguerra. Ed è l’avvento del centro-sinistra. Con questo volume, che dopo quattro edizioni nei «Progetti» Donzelli viene ora riproposto nelle «Virgolette», Guido Crainz ha dato inizio alla sua ricognizione a tutto campo della storia dell’Italia contemporanea: un percorso che ha conosciuto la sua seconda tappa con “Il paese mancato”, dedicato al periodo successivo, apertosi con i tumultuosi anni sessanta e chiusosi con gli scenari di stabilizzazione degli anni ottanta.

4. “Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta” di Guido Crainz

Dalla fine degli anni sessanta ai primi anni ottanta il paese è attraversato da sommovimenti che coinvolgono le economie e le culture, le produzioni e i consumi, i soggetti sociali e gli immaginari collettivi. Il sopraggiungere del miracolo economico e delle speranze riformatrici del centro-sinistra e il rifluire successivo di entrambi; l’esplosione del movimento studentesco e dell'”autunno caldo”, gli anni cupi della “strategia della tensione” e il delinearsi della “crisi della Repubblica”, in anni che vedono un’offensiva terroristica senza paragoni. Una ricostruzione fatta attraverso le fonti più diverse: i quotidiani e i periodici così come i rapporti di prefetti, polizia e carabinieri ma anche i film, le canzoni, la letteratura, la televisione.

5. “Il paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi” di Guido Crainz

La fine degli anni settanta segna una svolta nella storia della Repubblica: agli ultimi, cupi sussulti del decennio morente si intreccia l’emergere di trasformazioni colossali che riguardano l’economia e la cultura, il privato e il pubblico, la politica e la comunicazione. Nella convulsa stagione degli anni ottanta si ripropongono inoltre quelle tendenze esasperate all’affermazione individuale, quello sprezzo delle regole, quell’atteggiamento predatorio nei confronti del bene pubblico. Al tempo stesso giunge al punto estremo di crisi un sistema dei partiti sempre più portato a esaudire gli egoismi di ceto, pur di ottenere il consenso. Per molti versi dunque i lunghi anni ottanta si presentano come un luogo di incubazione del nostro presente. Il nesso fra gli anni di Craxi e l’era berlusconiana ha qui le sue radici, e in questo scenario si collocano le domande che oggi ci incalzano: perché l’anomala alleanza di centrodestra riuscì a improntare largamente di sé l’intero ventennio successivo? Quali sono le ragioni della quasi ventennale stagione di Berlusconi? E che Italia ci lascia, quella stagione? E ancora: ci sono le energie e le qualità per affrontare una difficile ricostruzione e misurarsi con la crisi internazionale che chiama in causa l’identità e il futuro dell’Europa? Da dove prendere l’avvio per invertire il degrado di un sistema politico e di una “partitocrazia senza i partiti” che ha superato ogni livello di guardia?

6. “Autobiografia di una repubblica. Le radici dell’Italia attuale” di Guido Crainz

Dove affonda le sue radici l’Italia di oggi? Guido Crainz cerca le risposte a questa e a altre domande non in vizi plurisecolari del paese ma nella storia concreta della Repubblica, muovendo dall’eredità del fascismo, dalla nascita della “repubblica dei partiti” e dagli anni della guerra fredda. L’analisi si sofferma soprattutto sulla “grande trasformazione” che ha inizio negli anni del “miracolo” e prosegue poi nei decenni successivi: con la sua forza dirompente, con le sue contraddizioni profonde, con le tensioni che innesca. In assenza di un governo reale di quella trasformazione, e nel fallimento dei progetti che tentavano di dare ad essa orientamento e regole, si delinea una “mutazione antropologica” destinata a durare. Essa non è scalfita dalle controtendenze pur presenti – di cui il ’68 è fragile e contraddittoria espressione – e prende nuovo vigore negli anni ottanta, dopo il tunnel degli anni di piombo e il primo annuncio di una degenerazione profonda. “Mutazione antropologica” e crisi del “Palazzo” – per dirla con Pier Paolo Pasolini vengono così a fondersi: in questo quadro esplode la crisi radicale dei primi anni novanta, di cui il tumultuoso affermarsi della Lega e l’esplosione di Tangentopoli sono solo un sintomo. Iniziò in quella fase un radicale interrogarsi sulle origini e la natura della crisi, presto interrotto dalle speranze in una salvifica “Seconda Repubblica”: speranze destinate a lasciare presto un retrogusto amaro.

7. “Italiani senza Italia” di  Aldo Schiavone

Nelle dimensioni di un saggio breve, Schiavone si propone di tracciare un bilancio dell’Italia contemporanea dopo un secolo di vita unitaria. Tre i capitoli in cui è diviso il libro. Il primo affronta le grandi questioni nazionali, considerandole come l’esito di un lungo cammino, che può rimandare ad epoche lontane: l’identità collettiva, la modernizzazione, etc. Nel secondo capitolo si discutono tre tesi. Primo: esiste un “carattere” degli italiani. Secondo: lo Stato unitario si è costituito in una stagione culturalmente modesta. Terzo: lo scarto fra le stratificazioni millenarie del carattere e l’improvvisata fragilità delle istituzioni spiega la debolezza delle classi dirigenti. Il terzo capitolo capovolge la prospettiva.

http://www.einaudi.it/libri/libro/aldo-schiavone/italiani-senza-italia/978880612903

Una spregiudicata meditazione sulla storia d’Italia, al di fuori di ogni retorica ma anche di ogni denigrazione di maniera. Posando uno sguardo nuovo sul nostro passato, Aldo Schiavone interroga le metamorfosi del presente, il rapporto fra nazione e “società civile” cosí come si è venuto configurando in questi ultimi tempi. L’identità e il carattere degli italiani, la fragilità nazionale, l’improvvisazione dello Stato, insieme ai primati e alle grandezze del Paese, sono i temi di un racconto aperto sulle possibilità del futuro, che ci trasporta dall’antica Roma al Rinascimento, fino all’Ottocento, al fascismo e alla Repubblica. Si costruisce cosi, attraverso le pagine di un’interpretazione densa e serrata, un saggio di storiografia militante e civile che chiama in causa il nostro tormentato profilo di cittadini moderni.

8. “La tela di Penelope. Storia della Seconda Repubblica” di Simona Colarizi e Marco Gervasoni

http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788842054320

Governo dopo governo, si è andata tessendo nel nostro paese una tela rimasta ogni volta incompiuta: il resoconto della trama politica durata (almeno) vent’anni, la storia del nostro passato prossimo.

Da Tangentopoli alle elezioni politiche del 1994, dalla stagione dei movimenti iniziata poco prima del 2000 all’entrata in scena dell’antipolitica alcuni anni dopo, dal bipolarismo all’implosione dei partiti: Simona Colarizi e Marco Gervasoni ricostruiscono con gli strumenti della ricerca storica un breve ma intenso periodo della storia d’Italia, quello che inizia nel 1992 con il crollo della Prima Repubblica e finisce con il passaggio dall’epoca berlusconiana a quella dei tecnici. […]

http://www.laterza.it/index.php?option=com_content&view=article&id=890:la-tela-di-penelope-storia-della-seconda-repubblica&catid=40:primopiano

[…] La tela di Penelope è la metafora dell’immobilità del paese, che dopo vent’anni dal crollo della Prima Repubblica sembra aver smarrito la strada verso il futuro nel quale aveva riposto speranze e illusioni.

Lo confermano gli indici dello sviluppo economico e i dati sull’occupazione, sull’istruzione, sulla condizione giovanile e femminile, sull’ampliarsi delle divisioni sociali e territoriali. Lo conferma la profonda crisi di fiducia dei cittadini nei confronti dei loro rappresentanti, incapaci di riallacciare il legame spezzato con tanta parte della società civile.

Il dissolvimento del sistema politico nel 1992 aveva mostrato tutta l’impotenza e l’incomprensione dei vecchi partiti di fronte alla grande trasformazione in atto nel mondo. Caduti i parametri interpretativi offerti dalle ideologie totalizzanti del Novecento e contemporaneamente declinati i modelli organizzativi di massa, le forze politiche si erano paralizzate di fronte al cambiamento della società dove cadevano pietra dopo pietra tutti i punti di riferimento sociali, economici, istituzionali e culturali alla base dell’edificio democratico fondato nei lontani anni Quaranta. Rifondarlo spettava ai loro eredi emersi dalle macerie della Prima Repubblica; ma per raggiungere questo obiettivo era indispensabile presentarsi ai cittadini con identità politiche nuove, in grado di rispondere ai problemi, ai bisogni, alle istanze di un paese avviato nell’era della globalizzazione.

Ci pare ampiamente condivisa l’interpretazione che il generale ritardo in questa ricerca identitaria sia una delle ragioni della fragilità manifestata da tutti i nuovi partiti saliti sulla scena politica della Seconda Repubblica. La lentezza, le oscillazioni, lo sbandamento e la esasperata conflittualità della nuova classe politica nel costruire un sistema vitale e darsi solide basi ideali, restano una delle chiavi di lettura per spiegarne il procedere erratico che – proprio come la tela di Penelope – non è mai arrivato a compiersi.

Un così evidente vuoto di elaborazione protratto tanto a lungo nel tempo richiede, però, ulteriori riflessioni che allargano lo scenario all’intera società di cui la sfera politica è parte integrante. I due eventi internazionali che hanno marcato la rottura sistemica del 1992-1994 – la fine della guerra fredda e il trattato di Maastricht – sono in larga misura condizionanti anche nel successivo ventennio della storia d’Italia. A partire dalla caduta del muro di Berlino si sono infranti i due pilastri portanti, Dc e Pci, della Repubblica dei partiti costruita tra il 1946 e il 1948; il percorso verso la moneta unica con la quale l’Unione Europea si preparava alla sfida del mondo globale, ha sottratto una parte consistente della sovranità allo Stato-nazione e nello stesso tempo la globalizzazione ha investito settori sempre più ampi dei ceti produttivi stravolgendone il volto. Una vera rivoluzione, dunque, che si è abbattuta sui cittadini e sui loro rappresentanti per lo più inconsapevoli, malgrado i segnali del mutamento apparissero evidenti da tempo. E nel momento in cui cominciavano a percepirlo sono rimasti paralizzati, non hanno trovato cioè risposte adeguate e convincenti alla questione di fondo che questo processo rivoluzionario, sempre più accelerato, poneva a tutti i governanti del pianeta: come governare la nuova società «liquida» del XXI secolo?

Un interrogativo altrettanto complesso si era presentato alle classi dirigenti sul finire del XIX secolo, quando la nascita della società di massa aveva rimesso in discussione tutti i parametri politici, istituzionali, economici, culturali del mondo liberale ottocentesco. Il passaggio dalle nazioni premoderne, ancora prevalentemente basate su un’economia contadina, alle moderne nazioni dell’era industriale non era stato indolore – come dimostra l’insorgere dei totalitarismi – anche se reazioni diverse si erano verificate da paese a paese, in armonia con le peculiarità di ciascuno. La sfida si ripeteva nel mondo contemporaneo con la grande svolta degli anni Ottanta, che ha segnato l’ingresso dell’Occidente avanzato nell’epoca postmoderna, postindustriale, postfordista – o comunque la si voglia definire. È evidente che i problemi che hanno afflitto l’Italia nella Seconda Repubblica erano in realtà ampiamente ascrivibili anche alla maggior parte degli altri Stati, dove si vivevano difficoltà simili, e altrettanto affannosa appariva la ricerca dei necessari nuovi paradigmi per assicurare il vivere civile nelle società frammentate così lontane da quelle del XX secolo.

Nello specifico italiano hanno prevalso due direttrici. Nel centrosinistra ci si è illusi di poter continuare a governare sul solco del passato con qualche significativa riduzione delle garanzie del Welfare State e con lo stretto rigore sui conti pubblici imposto dall’Unione Europea; in compenso si sono abbandonati i sogni millenaristici, sostituiti dal generico richiamo ai valori universali di solidarietà e di uguaglianza. Nel centrodestra, compattato intorno a Berlusconi, si è invece affacciata la tentazione del populismo, capace di riportare unità nella società atomizzata in nome di desideri e istanze da tutti condivise: ricchezza, consumi, ascesa sociale. Entrambe le ricette, per molti versi, hanno evitato di rispondere alla domanda su come governare la moltitudine.

Era infatti evidente che le limitazioni alle garanzie sociali e la stretta orizzontale sulle spese dello Stato non risolvevano i bisogni nuovi dei ceti emergenti e finivano col penalizzare proprio il settore dell’educazione e della ricerca, chiave di volta nell’era della conoscenza, mentre gli ideali solidaristici, comune denominatore delle coalizioni guidate da Prodi, sfioravano solo le questioni emergenziali delle guerre e dell’immigrazione.

Quanto alle pulsioni populistiche, attuare le promesse significava misurarsi con i problemi concreti dei cittadini e non con il sogno. La corretta percezione di quanto fosse cambiato il paese nei suoi valori e nel suo immaginario, che pure è stata presente all’interno dello schieramento di Berlusconi, non è riuscita a convertirsi in un’azione di governo in grado di trovare soluzioni nell’interesse generale e neppure, per molti versi, nell’interesse dei settori sociali coinvolti nel processo di modernizzazione. Nel centrodestra come nel centrosinistra la frammentazione interna a entrambe le coalizioni, mera somma di spezzoni di partiti ereditati dalla Prima Repubblica, è sfociata in una conflittualità permanente e paralizzante: lo scenario meno adatto a gestire un’Italia già nel 1994 in affanno sul piano delle risorse economiche, sociali e culturali. Esecutivo dopo esecutivo si è andata tessendo una tela rimasta ogni volta incompiuta, quasi a richiamare l’opera ingannevole di Penelope. Ma restare sempre fermi significa declinare irrimediabilmente, un declino che i partiti della Seconda Repubblica non sono riusciti ad arrestare, malgrado l’ingresso nell’euro e qualche breve parentesi di ripresa, soffocata dalle convulsioni economiche internazionali sommate all’impotenza dei governi.

Questa impotenza, causa ed effetto di identità politiche deboli, ha portato al progressivo scadimento della classe politica italiana e a una crisi di legittimazione sempre più vasta, che ha finito per costringerla ad abdicare al proprio ruolo e a rinchiudersi nei palazzi del potere. Il governo nazionale consegnato ai «tecnici», professionisti delle scienze economiche, giuridiche e sociali, marca la duplice alienazione della sovranità democratica a ministri non eletti dai cittadini e alle autorità europee in evidente deficit di rappresentatività. Eppure, se lo Stato-nazione perde una parte dei suoi poteri delegati ai super organismi europei, non muore però la nazione quale libera comunità di persone unite da sentimenti, storia, memorie, lingua e dialetti, paesaggi naturali e umani, costumi, tradizioni, cultura, lavoro. I politici che avrebbero dovuto rappresentarla e guidarla, si sono invece limitati a lasciar sopravvivere solo lo scheletro di una entità economica malata da curare con efficienti ricette, senza far scorrere sangue e senza incidere nella carne. Non stupisce che nel 2011, al momento delle celebrazioni dei centocinquant’anni dall’unità d’Italia, apparisse impossibile dare un volto e un’anima a questa patria.”

9. “Tutte le volte che ce l’abbiamo fatta” di Mario Sechi

“La nostra narrazione collettiva è un po’ così: un misto tra il pasticciaccio brutto e la storia esemplare, il ruzzolone nel ridicolo e la storia strappacuore, la missione che naufraga nel menefreghismo e l’impresa titanica.” L’Italia è un Paese che si sottovaluta, fermo sulla soglia del mondo, abitato da irrimediabili Peter Pan. Perché non siamo capaci di salire sul “cavallo bianco” della Storia? Perché viviamo in un luogo pieno di memorie ma senza memoria? Perché abbiamo costruito il futuro e non riusciamo a viverlo? Tutte le volte che ce l’abbiamo fatta è una passeggiata in un caleidoscopico Paese sempre in bilico; una terra, tuttavia, dalle straordinarie avventure e ricca di biografie esemplari. Dopotutto noi italiani siamo figli di Collodi e Manzoni, siamo capaci di volare con Domenico Modugno e di correre con Pietro Paolo Mennea; di riconoscerci in Alberto Sordi e nello stile delle sorelle Fontana. Siamo sognatori come Federico Fellini, ma anche geniali scienziati come Enrico Fermi o Guglielmo Marconi: come sarebbero le nostre vite oggi senza le loro scoperte? Eppure, parlando al telefono, nessuno ricorda che il suo inventore è stato un italiano, Antonio Meucci; utilizzando un oggetto di plastica, non si pensa a Giulio Natta e, seguendo una partita di calcio, il pensiero non va al “metodo” di Vittorio Pozzo, con il quale la Nazionale vinse due mondiali consecutivi. Con stile brillante, Mario Sechi ci racconta l’Italia attraverso questi personaggi eccezionali, facendo emergere, sullo sfondo, la storia e l’economia, le visioni e le previsioni. Dal Risorgimento al Dopoguerra, dagli anni Settanta, con il caso Moro, sino alla sfida della contemporaneità, assistiamo a un’Italia percorsa da crisi economica, populismo e tecnocrazia, ma popolata ancora da grandi talenti, come Sergio Marchionne e Riccardo Muti, metafora del genio di un Paese che, nel bene e nel male, cerca ogni giorno di ritrovare slancio, forza e creatività. Un orizzonte possibile, per quelli che partono e per quelli che restano, ma che hanno sempre l’Italia nel cuore.

10. “Viva l’Italia! Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione” di Aldo Cazzullo

La Resistenza non è di moda. È considerata una “cosa di sinistra”. Si dimentica il sangue dei sacerdoti come don Ferrante Bagiardi, che volle morire con i parrocchiani dicendo “vi accompagno io davanti al Signore”, e dei militari come il colonnello Montezemolo, cui i nazifascisti cavarono i denti e le unghie, non i nomi dei compagni. Si dimentica che i partigiani non furono tutti sanguinari vendicatori ma anzi vennero braccati, torturati, impiccati ed esposti per terrorizzare i civili; e che i “vinti”, i “ragazzi di Salò”, per venti mesi ebbero il coltello dalla parte del manico, e lo usarono. Neppure il Risorgimento è di moda. Lo si considera una “cosa da liberali”. Si dimentica che nel 1848 insorse l’Italia intera. Oggi è l’ora della Lega e dei neoborbonici. L’Italia la si vorrebbe divisa o ridotta a Belpaese: non una nazione, ma un posto in cui non si vive poi così male. Invece l’Italia è una cosa seria. È molto più antica di 150 anni; è nata nei versi di Dante e Petrarca, nella pittura di Piero della Francesca e di Tiziano. Ed è diventata una nazione grazie a eroi spesso dimenticati. Aldo Cazzullo ne racconta la storia. Respinge l’idea leghista e la retorica del Belpaese. Prefigura la nascita di un “partito della nazione”. E avanza un’ipotesi: che in fondo gli italiani siano intimamente legati all’Italia più di quanto loro stessi pensino.

11. “L’Italia s’è ridesta – Viaggio nel paese che resiste e rinasce” di Aldo Cazzullo

http://www.aldocazzullo.it/libri/litalia-se-ridesta/

«L’Italia oggi è spaventata, di cattivo umore, impaurita dal futuro. Invece sono convinto che l’Italia abbia davanti a sé una grande occasione di ripresa e di sviluppo. Una chance di rinascita, una nuova stagione.»

È possibile uscire da un viaggio nell’Italia della grande crisi più ottimisti di prima. Perché c’è un paese che alla crisi resiste, e che riparte. Perché il mondo globale, che consideriamo una sciagura, è una grande opportunità per un paese come il nostro, capitale della bellezza e dell’arte, del design e della creatività. Perché il mondo di domani – non solo l’America ma anche la Cina, l’India, il Brasile – è pieno di consumatori che vorrebbero comprare i nostri prodotti, vestirsi come noi, vivere come noi. Perché abbiamo ricchezze che nessun ladro potrà mai rubare, bellezze che nessun falsario potrà mai imitare, saperi che nessuna impresa potrà mai delocalizzare. Non è vero che i figli staranno peggio dei padri: il futuro dipende da noi, e può essere migliore del presente. La celebrazione dei 150 anni dell’unità è stata un successo: noi italiani abbiamo capito di amare l’Italia. C’è una cosa che ancora ci manca: la fiducia in noi stessi. Invece dobbiamo ricordarci che il nostro non è un paese qualsiasi. Essere consapevoli di chi siamo, e di quel che possiamo fare.

Per aiutarci a capire chi siamo, Aldo Cazzullo racconta quindici città. Da Torino, che ha cambiato umore e non ha più pudore dei propri sentimenti, a Bari, dove nascono i nuovi miti della letteratura e dello spettacolo: Carofiglio, Caparezza, Checco Zalone. Milano, «la nostra New York», e Roma, «l’indistruttibile». Napoli, «inorgoglita», e Venezia, morta come città e risorta come splendida vetrina. Verona, «la complessata», e Trieste, tornata al centro dell’Europa. Genova, «mai stata così bella», e Firenze, «la vera capitale».

L’Italia s’è ridesta non è un libro consolatorio. Ha anzi pagine urticanti. Denuncia scandali, critica cattive abitudini, ritrae personaggi negativi. Si addentra nelle piccole capitali in crisi, da Parma a Siena. Avverte che Palermo rischia di esplodere e Bologna di impoverirsi. Ma ovunque scopre storie di successo, trova motivi di speranza, vede i segni di un grande potenziale di sviluppo. A cominciare dalla lezione di dignità e riscatto che viene dall’Emilia e dall’Aquila colpite dal terremoto. Il viaggio porta anche nella provincia profonda, al Nord e al Sud. Mette in pratica un’idea del giornalismo distante dal narcisismo e dall’opinionismo, basata sull’inchiesta e sul dialogo con le persone, in sintonia con la prefazione di Ferruccio de Bortoli. E si conclude con il catalogo delle cose da fare, iniziando dalla più importante: ricominciare a credere in noi stessi e nel nostro paese.

12. “Intrighi d’Italia. 1861-1915. Dalla morte di Cavour alla Grande guerra: le trame nascoste che non ci sono sui libri di storia” di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo

Nel 1912 Giovanni Giolitti raccomandava “molta prudenza nell’aprire gli archivi del nostro Risorgimento”, perché “non è bene sfatare leggende che sono belle”. Comprensibile, forse, in un Paese ancora giovane e fragile. Purtroppo, per molti aspetti, il suo monito è stato preso alla lettera per un secolo intero e l’effetto si è esteso ben oltre i confini del racconto (epico) dell’Unità d’Italia. Così, pur con qualche virtuosa eccezione, la storiografia ufficiale e, per ricaduta, la divulgazione scolastica hanno spesso preferito accontentarsi di una versione edulcorata dei fatti, che nulla spiega di cosa sia poi diventato il nostro Paese. Eppure la dittatura dei poteri forti, il ricorso all’assassinio politico, gli usi impropri e deviati dei servizi segreti, la “trattativa” con la criminalità organizzata e altri vizi italici contemporanei hanno radici e precedenti proprio in quel pezzo del nostro passato. In questo libro gli autori hanno ricostruito alcuni fra i più interessanti misteri d’Italia, lungo un arco di sessant’anni dai giorni dell’Unità, attingendo a documenti inediti, atti giudiziari mai consultati dagli storici e preziosi archivi stranieri. Dalla “morte per salasso” di Cavour alle trame oscure dietro il regicidio di Umberto I, dall’avventura coloniale in Libia voluta dai poteri economici fino alla strage del teatro Diana a Milano, la storia d’Italia rivive in un succedersi di eventi che hanno proiettato le loro ombre inquietanti fino a oggi.

13. “I segreti d’Italia” di Corrado Augias

Leopardi l’ha percorsa a disagio, sballottato in una carrozza, Shelley ci ha lasciato la vita, Garibaldi la salute: è l’Italia, da tempo immemorabile vituperata e ammirata, un Paese che pensiamo di conoscere ma che nasconde in ogni città, in ogni suo angolo un segreto. Compreso il più sconcertante: come mai le cose sono andate come sono andate? Come ha potuto diventare, questa penisola allungata di sbieco nel Mediterraneo tra mondi diversi, allo stesso tempo la patria dei geni e dei lazzaroni, la culla della bellezza e il pozzo del degrado? Questo libro tenta una spiegazione in forma di racconto, accompagnandoci dalle cupe atmosfere della Palermo di Cagliostro all’elegante corte di Maria Luigia a Parma, dalla nascita del ghetto di Venezia alla eroica fiammata dell’insurrezione napoletana contro i nazisti. Nel suo racconto dell’antropologia italiana, Augias mette a confronto due libri antitetici come Cuore di De Amicis e Il piacere di D’Annunzio, ricorda le truci storie di briganti che affascinarono Stendhal, celebra la resurrezione postbellica di Milano attraverso le glorie della Scala e del Piccolo Teatro, ma constata anche la decadenza di una classe dirigente… Il risultato è il romanzo di una nazione, i cui protagonisti sono i luoghi, le opere, i monumenti, gli angoli oscuri del nostro Paese, le pagine della sua letteratura ma anche le storie esemplari o terribili nascoste nelle pieghe della cronaca. Perché è la memoria – della storia, dell’arte e del sangue – che fa degli italiani quello che sono, il solo strumento per illuminare i segreti coperti o dimenticati che riaffiorano puntuali a scandire il loro presente. Nel condurci in questa scoperta, Augias mescola vicende realmente accadute, ricordi personali, incontri intellettuali, suggestioni letterarie e opere d’arte di un’Italia ideale e paradossalmente più vera, perché “non basta guardarla com’è oggi l’Italia; per cercare di capire bisogna ricordare anche le molte vicende del suo passato, la dimensione immaginaria degli eventi, le sue ‘chimere’.”

14. “Romanzo di un ingenuo” di Giampaolo Pansa 

Il libro è una cavalcata attraverso il tempo, in cui la rievocazione dei grandi eventi storici e dei loro protagonisti si intreccia strettamente con le vicende minute di gente comune, gente che ha amato e sofferto, lottato, sperato di vivere prima o poi in un Paese “normale”. L’Italia povera e agricola del primo Novecento, il mattatoio della Grande Guerra, il fascismo, la guerra civile, gli anni del boom, quelli delle contestazioni e delle stragi di stato, il regno di Craxi e il lento declino della Dc, la caduta del Muro e la disgregazione del Pci, Tangentopoli: l’itinerario tocca tutte queste tappe, con il tono amichevole di chi si siede a conversare, ricorda, riflette, si interroga e si arrabbia.

15. “Sangue, sesso, soldi. Una controstoria d’Italia dal 1946 a oggi” di Giampaolo Pansa 

De Gasperi ha salvato la libertà dell’Italia e non era affatto un lacchè del governo americano. Togliatti veniva chiamato il Migliore, ma per molti era il Peggiore perché s’inchinava davanti ai baffi di Stalin. L’editore Feltrinelli non è stato eliminato dai servizi segreti, si è ucciso nell’inseguire la chimera di una rivoluzione proletaria. Il Sessantotto si è rivelato un tragico bluff che ha distrutto la nostra università. L’avvocato Agnelli era di certo un gran signore, ma copriva le mazzette pagate ai politici pure dalla Fiat. Andreotti Belzebù le ha sbagliate tutte? Assolutamente no. Sono alcuni dei giudizi che il lettore troverà in “Sangue, sesso, soldi”. Un titolo che fotografa la natura dell’Italia che abbiamo costruito dal 1946 in poi.

16. “Siamo nella merda. Pillole di saggezza di una vecchia carogna” di Paolo Villaggio

Accendo la TV. Il solito abbaiare dei politici: quelli di destra ululano ‘La manovra ci salverà dalla bancarotta e risanerà la nostra economia!’, quelli di sinistra ‘È una manovra ingiusta, non ci salverà dalla bancarotta e faremo la fine della Grecia!’. Poi compare il papa che dal fresco di Castel Gandolfo legge in un italiano incerto un foglietto a un gruppo di suore cinesi e di turisti turchi: ‘Bisogna che voi fate qualcosa per Corno d’Africa, ma fate fretta perché lì muoiono de fame! Farei io, ma sono troppo occupato'”. L’autore di Fantozzi, inserito nella lista dei Grandi Libri dell’Italia unita e da Alessandro Baricco nel pantheon degli scrittori insieme a Fenoglio, Dickens e Cartesio, è senza dubbio uno dei grandi vecchi del nostro paese: lucido come i migliori misantropi, saggio perché carogna. In questo libro mostruosamente caustico e irriverente, Villaggio dispensa i suoi migliori pensieri di saggezza sulla politica e la società italiana: dall’ipocrisia dei benpensanti “sinistresi” all’inarrestabile declino dell’Occidente, dal linguaggio oscuro che impera nei talk show (“il politichese ricorda vagamente la scrittura cuneiforme dei Sumeri”) alla borghesia notoriamente sedentaria (“davanti ai bar o alle panetterie ormai si parcheggia in terza fila…”). Pillole amare, illuminanti, catastroficamente ironiche, sempre divertenti, “per spazzare via capitalismo, consumismo, comunismo e catechismo”.

17. “La Patria, bene o male. Almanacco essenziale dell’Italia unita in 150 date” di Carlo Fruttero e Massimo Gramellini

150 date come filo conduttore per raccontare in 150 piccole storie la grande storia del nostro Paese dall’Unità ad oggi: questa la formula semplice ma certo innovativa scelta da Carlo Fruttero e da Massimo Gramellini per celebrare a modo loro i 150 anni di vita della nostra nazione. Il duo Fruttero-Gramellini ripercorre infatti, a quattro mani, i grandi eventi della storia italiana, dall’istituzione del Parlamento alle guerre mondiali, dalla nascita della democrazia ai fatti dei nostri giorni, chiamando in causa i personaggi – politici, intellettuali, artisti e scienziati -che hanno contribuito a fare del nostro un grande Paese. Il risultato è un mosaico che rivela una storia d’Italia diversa, spesso più interessante di quella che c’è stata raccontata, un po’ noiosamente, a scuola. Recuperando date ed eventi a volte dimenticati e forte di una scrittura brillante e ironica, il libro offre al pubblico una lettura affascinante e divertente dei 150 anni della nostra Unità nazionale.

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