Più che altro, per far sì che con l’anno nuovo possa iniziare il lungo e difficoltoso processo di ricostruzione di quest’Italia in decadenza, sarà necessario partire da una politica nuova, rinnovata sia nelle persone che nei contenuti. La politica, in barba a coloro che ne sono indifferenti (i quali mi sembra che non rappresentino una quota così irrilevante), è alla base di tutto, da essa dipendono il nostro presente e soprattutto il nostro futuro (vedi articolo “Italia appesa a un filo: dalle elezioni politiche 2013 dipende il nostro futuro“). In questo post parleremo non solo di politica, ma anche di altri tre fondamentali pilastri ai quali proprio la politica dovrà restituire la forza necessaria affinchè possano contribuire a sorreggere la nostra economia. Vogliamo parlare di lavoro, cultura e ricerca.

L.D.

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POLITICA

Qualcuno dice che Mario Monti terrorizza gli italiani: noi diciamo che questo “qualcuno”, invece, ha sempre preso in giro, raccontando menzogne, gli italiani più sprovveduti, mentre ha messo in imbarazzo gli italiani più consapevoli proprio per la faccia tosta con la quale ha avuto ed ha tutt’ora il coraggio di presentarsi in tivù e addirittura di ricandidarsi alle prossime elezioni politiche. Avrete già capito a chi ci stiamo riferendo…

Per quanto riguarda il governo Monti, si può tranquillamente affermare che abbia lavorato molto seriamente in questi mesi , ripristinando la credibilità internazionale perduta e realizzando importanti riforme di medio-lungo periodo. Le scelte impopolari, come l’introduzione della tassa simil-patrimoniale dell’IMU in particolare, sono state dei provvedimenti praticamente obbligati, necessari per raggiungere un obiettivo di pareggio di bilancio che era stato precedentemente stabilito dal governo Berlusconi. Delle lacune, tuttavia, non sono mancate. In particolare, non si è lavorato per alleggerire nè il debito pubblico, nè la spesa pubblica (gli esiti della spending review non sono stati, infatti, così esaltanti) e nè la pressione fiscale, tre problemi di fondamentale importanza per il nostro Paese, tre assolute priorità per i prossimi governi che andranno in carica. Tuttavia, avevamo già espresso la nostra opinione in merito (vedi l’articolo “La manovra Monti e la “manovra” Berlusconi“): il governo dei tecnici, secondo il nostro modestissimo parere, sembra non aver mai avuto pieni poteri nelle sue mani, perciò ha dovuto limitarsi al salvataggio dei conti dello Stato ed evitarne il fallimento con solo un unico strumento a disposizione: le tasse. Delle altre faccende, come la legge elettorale, i costi della politica e la riduzione del numero dei parlamentari, avrebbero dovuto occuparsene appunto i parlamentari, i quali invece non hanno fatto assolutamente nulla di tutto ciò!!! Questo è scandaloso e la dice lunga su quanto gli attuali politicanti siano egoisti ed ipocriti.

L.D.

http://www.agenda-monti.it/

“Cambiare l’Italia, riformare l’Europa, agenda per un impegno comune”

Pubblicato il 

Cari cittadini

Negli ultimi mesi si è molto parlato di “Agenda Monti”. Non sono stato io a introdurre questo riferimento, ma diverse forze politiche e della società civile che hanno così inteso ispirarsi all’azione del governo, come linea di confine fra le politiche da fare – o da non fare – nei prossimi anni.

Il dibattito che ne è nato è stato incoraggiante. Non solo per il consenso piuttosto ampio che è sembrato emergerne, ma soprattutto perché, per la prima volta dopo tanto tempo, i contenuti e il metodo di governo sono tornati al centro di un dibattito politico altrimenti concentrato quasi esclusivamente su schieramenti e scontri tra personalità.

Incoraggiato da questi segnali, ho lavorato in modo più sistematico. Questo documento allegato, intitolato “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa, agenda per un impegno comune” è il frutto di questo lavoro ed è presentato come primo contributo per una riflessione aperta. Questa agenda vuole dare un’indicazione di metodo di governo e di alcuni dei principali temi da affrontare. Non è un programma di lavoro dettagliato e non vuole avere carattere esaustivo.

Invito tutti coloro che siano interessati a leggere il documento, a condividerlo e a commentarlo con spirito critico, portando il loro contributo di idee e di proposte.

Mi auguro che le idee contenute nell’agenda possano contribuire ad orientare le forze politiche nel dibattito elettorale dei prossimi mesi e a suscitare energie nuove presenti nella società civile. Sia io che tutti noi riceviamo appelli numerosi e molto diversi di gruppi, organizzazioni, associazioni e singoli che semplicemente dicono che la gente è molto arrabbiata con il mondo della politica, che talora la disgusta, ma vorrebbe potersi avvicinare ad una politica diversa.

A quelle forze che manifestassero un’adesione convinta e credibile, sarei pronto a dare il mio apprezzamento e incoraggiamento e, se richiesto, una guida. Questo è il modo in cui intendo rapportarmi con la fase politica che si apre adesso. Ho voluto dirlo con trasparenza, e, spero, chiarezza. Questa mia presa di posizione ovviamente non coinvolge nessuno dei ministri che con me hanno collaborato e di cui sono orgoglioso. Essi possono avere idee coincidenti, oppure in parte o in tutto divergenti. Mi è sembrato comunque utile dare all’opinione pubblica il quadro delle riflessioni che nascono dall’esperienza del Governo che ho presieduto.

Mario Monti

Qui puoi scaricare Cambiare l’Italia, riformare l’Europa, un’agenda per un impegno comune (pdf)

 

http://www.corriere.it/editoriali/12_dicembre_27/troppo-stato-in-quell-agenda-alesina-giavazzi_8161faf2-4fec-11e2-a2f4-57facfb76e8a.shtml

Troppo stato in quell’agenda

Per diminuire in modo significativo la spesa pubblica, e quindi consentire una flessione altrettanto rilevante della pressione fiscale, è necessario ridurre lo spazio che lo Stato occupa nella società, cioè spostare il confine fra attività svolte dallo Stato e dai privati. Limitarsi a razionalizzare la spesa all’interno dei confini oggi tracciati (la cosiddetta spending review) non basta. Nel 2012 il governo ha tagliato 12 miliardi di euro; altri 12 miliardi di risparmi sono previsti dalla legge di Stabilità per il 2013. Troppo poco per ridurre la pressione fiscale. Abbassare la spesa al livello della Germania (di quattro punti inferiore alla nostra) richiederebbe tagli per 65 miliardi. Per riportarla al livello degli anni Settanta (quando la nostra pressione fiscale era al 33 per cento), si dovrebbero eliminare spese per 244 miliardi.

Di ridurre lo spazio che occupa lo Stato non si parla abbastanza nel programma che Mario Monti ha proposto agli italiani. Anzi, finora il governo Monti si è mosso nella direzione opposta. […] a noi pare che il programma di Monti sia troppo Stato-centrico e non punti abbastanza al ridimensionamento dell’intervento pubblico. Con un debito al 126 per cento del reddito nazionale e una pressione fiscale tra le più alte al mondo non si può sfuggire al problema di ridisegnare i confini fra Stato e privati. Illudersi che sia sufficiente «riqualificare la spesa» con la spending review rischia di nascondere agli italiani la gravità del problema.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

27 dicembre 2012

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LAVORO

Siamo convinti che sia necessario un radicale cambio di mentalità da parte di tutti noi. Nel blog sono presenti numerosi articoli in merito… ad esempio è necessario che:

  • le imprese, incentivate anche da adeguate agevolazioni fiscali, si abituino ad evolversi e ad introdurre con costanza logiche e procedure innovative;
  • i lavoratori si abituino ad un nuovo modello di lavoro che prevede il tempo determinato come la norma ed il tempo indeterminato come l’eccezione, tuttavia la politica deve assolutamente introdurre forme di tutela e contratti che rendano la precarietà lavorativa una condizione quantomeno dignitosa (vedi articolo “Il lato peggiore della crisi: giovani che non sanno più sognare“);
  • le organizzazioni sindacali devono a loro volta sganciarsi dal vecchio modello ed includere nel loro sistema tutte le forme atipiche dei contratti di lavoro, poichè quella precarietà che tutti odiano è destinata a divenire nel prossimo futuro lo standard lavorativo di riferimento, il quale tuttavia, con le appropriate forme di tutela, deve diventare perlomeno una condizione “vivibile”.

L.D.

 

http://massimochiriatti.nova100.ilsole24ore.com/2012/12/tutto-tranne-la-vostra-personale-cortesia-%C3%A8-contro-i-lavoratori.html?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+Nova100+%28Nova100%29

Tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro i lavoratori

24 dicembre 2012 – di Massimo Chiriatti

“Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro i lavoratori”. Parafrasando De Gasperi alla Conferenza di Pace nel 1946, questo è ciò che oggi potrebbe affermare  un lavoratore. […]

La disoccupazione raggiunge limiti insopportabili se:

–      non aumenta il “nuovo” venduto

–      non si creano “nuovi” bisogni

–      non si creano “nuovi” lavori (difficilmente rimpiazzabili nel breve dalle macchine).

[…] L’automazione è inevitabile, è un’attività one-shot, cioè una volta realizzata la macchina replicherà le operazioni volte senza intervento umano. Pertanto dobbiamo investire in settori a più alta intensità di lavoro, come la programmazione del software. Ma anch’essa elimina posti di lavoro, pensiamo alle casse dei supermercati, delle autostrade etc. È un processo che di certo proseguirà perché si rende più efficiente il servizio ai clienti.

Ci rimane l’ideazione, il disegno, ma in termini numerici la produzione dei beni e dei servizi digitali finora non ha compensato la perdita dell’occupazione industriale che abbiamo ereditato dal Novecento. Dobbiamo cercare di compensare la sostituzione dei lavoratori che fuoriescono dalle grandi industrie con una modalità di riconversione industriale adatta a questo tempo digitale.

Tanti di noi hanno avuto uno o pochi datori di lavoro per tutta la vita. Le cose ora cambiano e i nostri figli si devono abituare al nuovo modello: la vita media si allunga, la vita delle imprese si accorcia, quindi significa che devono sempre più spesso cambiare specializzazione e cercarsi tanti datori di lavoro nella loro vita. Oppure, se faranno gli imprenditori, devono essere capaci di scegliere i lavoratori e cambiare molto spesso linea di business e direzione. La soluzione consiste nell’imparare l’atteggiamento mentale. […]

C’è un’ultima condizione, il luogo, speriamo sia l’Italia. Perché anche da qui possiamo avere la disponibilità di risorse elaborative a basso costo e informazioni specialistiche sconfinate in rete, per consentire ai più bravi, anche in tenera età, di “connettere i punti”, lavorare per conto proprio e crearsi un lavoro.  Potrebbe essere la speranza di molti. […] Nel 1946 a Parigi uscivamo perdenti da una guerra, questa contro la disoccupazione non possiamo perderla. Per questo dobbiamo fare una rivoluzione digitale in questo Paese, prima di perdere l’aggettivo.

 

www.chefuturo.it

 lunario dell’innovazione

“Ai ragazzi dico: dimenticatevi l’idea di un lavoro che dura tutta la vita e magari nella stessa città. Siate, per usare un termine del mondo della musica, impresari di voi stessi”

Lorenzo Cherubini Jovanotti

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CULTURA

Parlando di “cultura” mi viene in mente solo una cosa: che la scuola italiana sarebbe INTERAMENTE da ripensare e ristrutturare. Agli studenti che escono da scuola e, di conseguenza, ai cittadini che diventano adulti, mancano purtroppo delle basi culturali  molto importanti. Ci riferiamo in particolare alla CULTURA TECNICO-SCIENTIFICA di base, come il pessimo esito del “concorsone” per insegnanti ha di recente dimostrato (vedi gli articoli “L’alba della meritocrazia nelle scuole: i concorsi si sostituiscono alle graduatorie per il reclutamento dei docenti“, “Senza scienza: la cultura “anti-scientifica” in Italia“, la “trilogia dell’anti-scienza italiana” e i vari altri articoli correlati che parlano appunto di scienza), ma anche alla CULTURA POLITICO-ECONOMICA che dovrebbe consentire di comprendere, all’interno del contesto attuale, i fondamentali di politica ed economia, ed infine alla CULTURA STORICA ITALIANA, che dovrebbe far conoscere la storia più recente del nostro Paese a partire almeno dal Risorgimento e dall’Unità d’Italia.

La scuola dovrebbe formare innanzitutto dei cittadini consapevoli, ragionevoli ed autonomamente pensanti, non dei cittadini che aspirino a diventare personaggi del mondo dello spettacolo o calciatori, non degli animali da discoteca e centro commerciale, non degli automi da tivù e social network.

L.D.

Libro “Il ritorno del dinosauro” di Piero Dorfles

Piero Dorfles appartiene a una generazione che è cresciuta e si è formata prima dell’avvento dei computer: per certi versi è un dinosauro, anche se non è certo un passatista, o un oppositore del progresso. Tuttavia è innegabile che le nuove tecnologie abbiano avuto effetti devastanti, soprattutto nel campo della comunicazione e dell’istruzione, ma anche in quello dei rapporti personali. Partendo dalla sua competenza di uomo di cultura e di giornalista della stampa e della televisione, Piero Dorfles ci aiuta a capire dove la modernità abbia avuto effetti negativi, e come la cultura ci possa offrire i necessari correttivi. Anche la cultura “alta”, un patrimonio che dobbiamo difendere con intelligenza per preservare la nostra umanità.

http://libriblog.com/il-ritorno-del-dinosauro/

Il ritorno del dinosauro

Valentina Coppola | Domenica, 19 Settembre 2010

[…] Piero Dorfles continua la sua analisi del mondo moderno, mostrando ai lettori la realtà di oggi attraverso il punto di vista critico di un “dinosauro”. Per comprendere meglio la situazione attuale, lo scrittore cita anche le parole di Giuseppe De Rita, direttore del Censis, il quale afferma che giorno dopo giorno la nostra società diventa sempre di più “una poltiglia di massa, indifferente a fini e obiettivi di futuro, ripiegata su se stessa”. Il rischio, quindi, è l’impoverimento culturale e la massificazione, ovvero la perdita della nostra individualità e della capacità di riflettere e analizzare criticamente tutto ciò che ci circonda.

Come fare, quindi, per risolvere questa situazione? Una soluzione unica e definitiva a quanto pare non c’è, ma la migliore è rivolgersi alla cultura e renderla il pane quotidiano.

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RICERCA

Nel blog potete trovare numerosissimi articoli  che parlano appunto della ricerca (tag “ricerca”) come il più potente potenziale motore della ripresa e della crescita economica. Al giorno d’oggi ci è concesso avere solo poche rare e preziose certezze, ma il ruolo fondamentale della ricerca, dal nostro punto di vista, è di sicuro annoverato tra di esse!!

L.D.

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/programma-nuovo-governo

Un programma per il nuovo governo

di Pietro Greco

[…] Il paese è in declino. Si tratta di una crisi grave – strutturale, si diceva un tempo – che nasce dalla finanza (i conti pubblici da mettere a posto) e dalla cosiddetta economia reale (la recessione). Ma la crisi non è solo economica: è anche culturale e sociale. I cittadini italiani “sentono” il declino. Qual è la causa di questo declino? […] La causa profonda del declino italiano consiste nel fatto che la specializzazione produttiva del sistema paese non è più competitiva. Abbiamo scelto, in un periodo preciso (l’inizio degli anni ’60 del secolo scorso), con persone precise (di cui alcuni storici, come a esempio, Gianni Paoloni sono in grado di fare, documenti alla mano, nomi e cognomi), di seguire una strada di sviluppo diversa da ogni altro paese industriale. Per alcuni questa strada ha costituito un vero e proprio modello alternativo a quella degli altri paesi industriali: un «modello di sviluppo senza ricerca». In pratica, l’Italia è diventata un grande paese industriale (secondo, in Europa, solo alla Germania), ritagliandosi una nicchia isolata nell’ambito dei prodotti a bassa innovazione tecnologica. Nella scelta di questo peculiare modello l’Italia ha puntato essenzialmente su due fattori: il basso costo del lavoro rispetto a quello degli altri paesi industriali e la periodica svalutazione, cosiddetta competitiva, della sua moneta, la lira.

Per due o tre decenni – quando eravamo “i più poveri tra i ricchi” – il modello ha funzionato. L’Italia poteva vantare la maggiore crescita economica al mondo, dopo quella del Giappone. Ma negli anni ’80 il modello ha iniziato a mostrare i suoi limiti. Ma dagli anni ’90 l’Italia non può più possibile utilizzare nessuno delle due antiche leve. Paesi poveri, che una volta si chiamavano “in via di sviluppo”, perché sostanzialmente fuori dal sistema industriale e commerciale mondiale, hanno fatto irruzione sulla scena (la cosiddetta nuova globalizzazione), con un costo del lavoro decisamente inferiore italiano. Nel medesimo tempo l’Italia è entrata prima nel sistema di cambi fissi dell’Unione Europea e poi nel sistema monetario fondato su una moneta forte e non svalutabile a piacere, l’euro. Da venti anni almeno, dunque, abbiamo perso le due antiche leve: il costo del lavoro italiano è di gran lunga più elevato rispetto a quello dei nuovi paesi competitori a economia emergente (inclusi Cina, India, molti altri paesi del Sud-est asiatico, ma anche Brasile, Sud Africa e altri paesi sia latino-americani che africani); non abbiamo più la “liretta” da svalutare, ma al contrario un moneta, l’euro, forte e (tutto sommato) solida. In questi venti anni non abbiamo preso atto che il “mondo è cambiato”. Che le due antiche leve che garantivano il successo al «modello di sviluppo senza ricerca» non potevano essere più utilizzate. Che la nuova situazione lasciava aperta la porta a due sole possibilità: o un declino sempre più profondo o un’impresa titanica, al limite della velleità: il rapido cambiamento della specializzazione produttiva. Il sistema Italia deve iniziare a produrre altri beni, diversi da quelli prodotti nell’ultimo mezzo secolo.

Gli unici beni che un paese con un’economia sviluppata e una società avanzata possono oggi produrre in maniera competitiva sono quelli ad alto valore tecnologico aggiunto. Anzi, ad alto “tasso di conoscenza” aggiunto. Per produrre questi beni ad alto valore tecnologico aggiunto, dunque, abbiamo bisogno di luoghi ove si produce la “conoscenza”; di luoghi ove questa conoscenza viene trasformato in prodotti hi-tech e, ultimo ma non ultimo, abbiamo bisogno di superare l’antica ritrosia del sistema produttivo italiano a misurarsi coi migliori sulla scena internazionale, senza cercare furbe scorciatoie o nicchie isolate. Quali siano i luoghi della “conoscenza” è cosa ben nota: sono i centri pubblici e privati di ricerca scientifica. In questi settori l’Italia ha altrettanti gap da recuperare: uno enorme, l’altro abissale. Quello enorme riguarda la ricerca pubblica: in questo settore il nostro paese spende, in media, almeno un terzo degli altri paesi a economia e società sviluppate. Quello abissale riguarda la ricerca privata: l’industria italiana investe in ricerca una quota di Pil (prodotto interno lordo) che raggiunge persino l’80% in meno rispetto a quella degli altri paesi avanzati.

Perché questo gap? Ci sono motivi culturali: il nostro paese non ama né la scienza né l’innovazione: e spesso lo dimostra. Ma ci sono anche motivi strutturali. […] Il problema è, dunque, proprio nella grandezza media delle aziende italiane e, soprattutto, nella loro specializzazione produttiva. Ritorniamo, dunque, al problema di partenza: il sistema Italia realizza prodotti che non richiedono nuova conoscenza scientifica. […] Cosicché per curare i nostri mali (economici, sociali e culturali) non abbiamo alcun altra scelta che quella, urgentissima, di intraprendere un cambiamento di specializzazione produttiva. Per banalizzare: non più (solo) scarpe e sedie, ma anche e soprattutto prodotti hi-tech.  

Già, ma come tradurre questa necessità strutturale in un programma di governo? Non è semplice modificare la “vocazione profonda” di un sistema paese. È ancor più difficile, al limite dell’impossibile, nel caso in cui il paese si ritrovi, come l’Italia, con una drammatica situazione di bilancio. In un paese che non ha soldi. In queste condizioni, per non precipitare, occorre affidarsi agli unici appigli disponibili. E questi appigli sono tre: il sistema di ricerca pubblico del paese; gli investimenti dello Stato; le forze produttive (industriali e lavoratori) che riconoscono l’urgenza del cambiamento e sono disponibili a realizzarlo.

[…]

Eccolo, dunque, il programma del prossimo esecutivo: dare, nei primi cento giorni, segnali chiari a tutti gli attori protagonisti di una storica inversione di tendenza della “cultura produttiva” del paese. Ai ricercatori pubblici il nuovo governo deve garantire un miglioramento delle condizioni di lavoro, la piena autonomia di ricerca in laboratorio, ma anche la scelta chiara di obiettivi di interesse nazionale da raggiungere. A se stesso lo Stato deve chiedere una lucidità programmatica e una flessibilità burocratica tale da aumentare considerevolmente la probabilità di raggiungere gli obiettivi strategici che si pone. Obiettivi che vanno qualificati in sede politica. Per esempio, il nuovo tipo di sviluppo proposto dovrà essere necessariamente sostenibile, e quindi i progetti vanno elaborati tenendo conto della risorsa ambiente, che in Italia è tra le risorse principali. Agli industriali che si metteranno in gioco il governo deve garantire buone norme e grandi stimoli. Ai lavoratori che parteciperanno al programma di ristrutturazione della specializzazione produttiva il governo deve fornire garanzie accettabili. […]

22 dicembre, 2012
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Aggiornamento del 28 dicembre 2012:

Ribadiamo il nostro invito a diffidare di quel pericoloso poco misterioso “qualcuno” che, approfittando della confusione e dell’attuale assenza di par condicio, continua ad invadere gli spazi televisivi e a raccontarvi un mucchio di stupidaggini. Raccomandiamo quindi a tutti gli italiani di studiare un po’ di storia politica ed economica relativa a quest’ultimo ventennio prima di approcciarsi al seggio elettorale, per scongiurare l’ennesima presa in giro…
L.D.
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Aggiornamento del 30 dicembre 2012:

http://tg24.sky.it/tg24/politica/2012/12/29/mario_monti_agenda_elezioni_2013_udc_fli_corrado_passera_enrico_bondi.html

 

Elezioni 2013, Monti guiderà i centristi

Mario Monti guiderà una coalizione che unirà le diverse anime del centro italiano, dall’Udc di Pierferdinando Casini e Fli di Gianfranco Fini, fino alla galassia dell’associazionismo cattolico, oltre che a diversi transfughi in arrivo sia da Pdl che dal Pl. Una formazione che si presenterà con molta probabilità sotto lo stesso simbolo al Senato e sotto più liste alle Camere, per sfruttare al meglio il meccanismo elettorale e la legge sulla par condicio. […]
29 dicembre 2012
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Aggiornamento del 2 gennaio 2013:

http://www.idealista.it/news/archivio/2013/01/02/068847-chi-ben-comincia-scattano-tre-nuove-tasse-due-riguardano-casa

 

Chi ben comincia: scattano tre nuove tasse e due riguardano la casa

mercoledì, 2 gennaio, 2013

pubblicato da Ritratto di teamteam@idealista
Il 2013 comincia com’era finito il 2012, ossia all’insegna delle tasse. anche se presto vedremo promesse elettorali di ogni genere entrano in vigore tre nuove imposte e due riguardano direttamente o indirettamente le abitazioni

1. ivie. dal 1º gennaio è in vigore l’imposta sugli immobili all’estero, che l’anno scorso, in extremis, il governo aveva rimandato per ragioni organizzative. La pagheranno tutti i residenti in Italia che possiedono un immobile all’stero, con un’aliquota dello 0,76%, pari cioè all’imu seconda casa

2. tares. si pagherà ad aprile la nuova tassa sui rifiuti che sostituisce la tarsu e la tia. E’ probabile che si traformi nel tormentone del 2013, così come l’imu lo fu nel 2012, dato che aumenterà il carico fiscale delle famiglie. la nuova tassa rifiuti si calcolerà sulle dimensioni deglle abitazioni  […] i comuni potranno decidere anche l’entità di un ulteriore aumento della tassa. La tares comporterà un aggravio minimo previsto dalla legge di 30 centesimi per metro quadro, calcolati sull’80% della superficie calpestabile registrata al catasto, ma i  singoli enti locali potranno, in caso di necessità, elevare la quota fino a 40 centesimi al metro quadro. L’aumento previsto è di 80 euro a famiglia.

3. tobin tax. l’imposta sulle transazioni finanziarie sarà in vigore dal 1º marzo e si applicherà per un importo pari allo 0,22% su tutti i trasferimenti di azioni e titoli partecipativi, con aliquota ridotta allo 0,12% se lo scambio avviene sui mercati regolamentati

[…]

Libro “La Repubblica delle tasse. Perchè l’Italia non cresce più” di Luca Ricolfi

“Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima.” Quando nel 2007 Padoa-Schioppa rilasciò questa dichiarazione, furono in molti, a destra come a sinistra, a storcere il naso. Eppure, che ci piaccia o no, aumentare la pressione fiscale è da sempre la ricetta italiana per tentare di far quadrare i conti. Il gioco al rialzo prosegue ininterrotto dalla nascita della Repubblica, ma dalla fine degli anni Ottanta ha preso un ritmo tale da immobilizzare il Paese. Al tempo stesso, per racimolare consensi, i governi hanno alimentato a dismisura il debito e la macchina della spesa pubblica, dando vita a un circolo vizioso che ci ha progressivamente mossi in ginocchio. Oggi che la crisi ha svelato le nostre debolezze, le conseguenze di questo stillicidio economico sono evidenti in modo drammatico: peggioramento del tenore di vita, disoccupazione giovanile, indebolimento dello Stato sociale. Pagare si deve, su questo non c’è dubbio, ma una classe politica responsabile dove capire chi e quanto tassare. L’Italia in questo ha storicamente dimostrato una miopia bipartisan: né la destra né la sinistra hanno capito che por rilanciare un Paese bisogna dare ossigeno a chi produce, riducendo tasse gravosissime come l’Irap. Uomo di sinistra, liberale e riformista convinto, Luca Ricolfi esprime in questo libro tutto il suo dissenso noi confronti di una classe politica che si è fatta eleggere promettendo meno tasse e che invece ha ripiegato su interventi di contenimento come le ultime manovre.

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