Siamo convinti di essere vittime della politica. In parte questo è di certo vero, ma in parte forse no… forse siamo tutti un po’ complici e colpevoli della rovina di questo Paese, tutti quanti un po’ corrotti ed un po’ corruttori…

Libro “La fabbrica dell’obbedienza – Il lato oscuro e complice degli italiani” di Ermanno Rea

http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5100087

“Non sono uno storico né un saggista: il mio, come ho detto, è un libro-sfogo, legittimamente disordinato, che non esita qua e là a farsi favola, immaginando un mitico passato di glorie durante il quale l’Italia fu la “civiltà” e gli altri si chiamarono ‘barbari'”.

Servili, bugiardi, fragili, opportunisti: il mondo continua a osservarci stupito e a chiedersi donde provengano, negli italiani, tante riprovevoli inclinazioni, tanta superficialità etica e tanta mancanza di senso di responsabilità. Colpa delle stelle? del clima? Della natura beffarda che ci avrebbe fatti così per puro capriccio?
In questo suo nuovo libro, sciolto e affabulatorio nella forma quanto ruvido e penetrante nella sostanza, Ermanno Rea ci trasporta indietro nel tempo alla ricerca delle origini stesse della “malattia”, del suo primo zampillare all’ombra di quel Sant’Uffizio che, nel cuore del secolo xvi, trasformò il cittadino consapevole appena abbozzato dall’Umanesimo in suddito perennemente consenziente nei confronti di santa romana Chiesa. Dopo oltre quattro secoli, la “fabbrica dell’obbedienza” continua a produrre la sua merce pregiata: consenso illimitato verso ogni forma di potere (tanto meglio se dal cuore marcio, dal momento che la Controriforma – ci spiega l’autore – sa essere sempre molto indulgente con se stessa e con i propri alleati e sostenitori). Da allora nulla è più cambiato: l’italiano si confessa per poter continuare a peccare; si fa complice anche quando finge di non esserlo; coltiva catastrofismo e smemorante cinismo con eguale determinazione. Dall’Ottocento unitario al fascismo, dal dopoguerra democristiano alla stessa dinamica del compromesso storico, fino alla maestosa festa mediatica del berlusconismo, il proverbiale “Mario Rossi” ha indossato la stessa maschera del Girella ossequioso: viva il potere! viva i ricchi! viva la Chiesa!
Saggio, pamphlet, sfogo, invettiva, manifesto, La fabbrica dell’obbedienza è un libro di straordinaria lucidità e saggezza, una riflessione che diventa sbrigliata ricognizione storica, appassionato atto di accusa, istigazione al pensiero.
Un grande “no” scolpito nel tempo dei “sì” più vischiosi che la società civile italiana abbia mai conosciuto.

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Giorgio Gaber

“BENVENUTO IL LUOGO DOVE”

Benvenuto il luogo dove
dove tutto è ironia 
il luogo dove c’è la vita e i vari tipi di allegria
dove si nasce, dove si vive sorridendo
dove si soffre senza dar la colpa al mondo.

Benvenuto il luogo delle confusioni
dove i conti non tornano mai 
ma non si ha paura delle contraddizioni
dove esiste il caos ma non come condanna
dove si ride per come è strana la donna.

Benvenuto il luogo dove 
il futuro è sempre più precario 
benvenuta l’incertezza di un luogo poco serio
dove esiste ancora qualche antica forma di allergia
benvenuta l’intolleranza, benvenuta la pazzia.

Benvenuto il luogo dove 
si crede a tutto e non si crede affatto 
dove sorge la città delle madri dal corpo perfetto
benvenuta la donna che riflette tutto su se stessa
benvenuto il luogo dove tanta gente insieme non fa massa. 

Benvenuto il luogo dove
se un tuo pensiero trova compagnia
probabilmente è già il momento di cambiare idea.
Il luogo dove l’estetica è importante 
e poi malgrado l’ignoranza tutto è intelligente. 

Benvenuto il luogo dove 
non si prende niente sul serio 
dove il rito è superato ma necessario
dove fascismo e comunismo sono vecchi soprannomi per anziani
dove neanche gli indovini pensano al domani. 

Benvenuto il luogo dove 
tutto è calcolato e non funziona niente 
e per mettersi d’accordo si ruba onestamente 
dove non c’è un grande amore per lo Stato
ci si crede poco
e il gusto di sentirsi soli è così antico.

Benvenuto il luogo dove
forse per caso o forse per fortuna
sembra che muoia
e poi non muore mai nemmeno la Laguna.
Dove tutto è melodramma con un po’ di indignazione
dove diventano leggere anche le basi americane.

Benvenuto il luogo lungo e stretto con attorno il mare
pieno di regioni
come dovrebbero essere tutte le nazioni
un luogo pieno di dialetti strani
di sentimenti quasi sconosciuti
dove i poeti sono nati tutti a Recanati.

Benvenuto il luogo dove
dove tutto è ironia
il luogo dove c’è la vita e i vari tipi di allegria
magari un po’ per non morire, un po’ per celia
il luogo, caso strano, sembra proprio l’Italia.

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Libro “Razza stracciona” di Sergio Rizzo

http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/6268_razza_stracciona_rizzo.html

C’è il re delle cliniche romane che compra un ospedale da don Verzè e pochi mesi dopo lo rivende allo Stato guadagnandoci quasi il 20 per cento. C’è il “very powerful executive chairman” che fa precipitare le azioni della Telecom appena privatizzata e una decina d’anni dopo torna alla carica per rilanciare un marchio automobilistico decotto grazie a improbabili investitori indiani, o forse cinesi, risultato: fallimento. C’è il finanziere amico dei politici che fa crac dopo aver intascato per sé e regalato ai figli decine di milioni della società quotata in borsa. C’è il tizio che risolve problemi, quello che conosce tutti, l’imprenditore turistico che ricicla i soldi dei boss, il faccendiere che era iscritto alla P2 in affari con un ex assessore di Cl… Insomma, la razza padrona degli anni Settanta si è trasformata nella razza stracciona di oggi. Intrecci pericolosi tra banche, fondazioni, assicurazioni e poteri pubblici locali e nazionali, connivenze tra controllori e controllati, meccanismi di selezione che premiano familiari e amici indipendentemente da meriti e capacità, una concezione distorta dell’impresa, incompatibile con le regole del capitalismo evoluto e moderno: sono solo alcuni dei vizi della nostra economia e della nostra società che Sergio Rizzo analizza in questo romanzo horror in forma di inchiesta. Non ci è rimasto molto tempo, per evitare che a finire in liquidazione sia tutta l’Italia.

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Giorgio Gaber

“IO NON MI SENTO ITALIANO”

parlato: Io G. G. sono nato e vivo a Milano.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
non è per colpa mia
ma questa nostra Patria
non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli
che sia una bella idea
ma temo che diventi
una brutta poesia.
Mi scusi Presidente
non sento un gran bisogno
dell’inno nazionale
di cui un po’ mi vergogno.
In quanto ai calciatori
non voglio giudicare
i nostri non lo sanno
o hanno più pudore.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
se arrivo all’impudenza
di dire che non sento
alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi 
e altri eroi gloriosi 
non vedo alcun motivo 
per essere orgogliosi. 
Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese 
pieno di poesia 
ha tante pretese 
ma nel nostro mondo occidentale 
è la periferia. 

Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che tutto è calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento 
c’è un’aria incandescente 
si scannano su tutto 
e poi non cambia niente. 

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
dovete convenire 
che i limiti che abbiamo 
ce li dobbiamo dire. 
Ma a parte il disfattismo
noi siamo quel che siamo
e abbiamo anche un passato
che non dimentichiamo.
Mi scusi Presidente
ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos’è il Rinascimento.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese
forse è poco saggio
ha le idee confuse
ma se fossi nato in altri luoghi
poteva andarmi peggio.

Mi scusi Presidente
ormai ne ho dette tante
c’è un’altra osservazione
che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri
noi ci crediamo meno
ma forse abbiam capito
che il mondo è un teatrino.
Mi scusi Presidente
lo so che non gioite
se il grido “Italia, Italia”
c’è solo alle partite.
Ma un po’ per non morire
o forse un po’ per celia
abbiam fatto l’Europa
facciamo anche l’Italia.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo
per fortuna o purtroppo
per fortuna
per fortuna lo sono.

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http://www.repubblica.it/economia/2012/08/04/news/accertamenti_pensioni_d_invalidit_inps_70mila_revocate_nel_2010_11-40376007/

Accertamenti pensioni d’invalidità
Inps, 70mila revocate nel 2010-2011

ROMA – Controlli a tappeto e revoca delle pensioni ai finti invalidi. L’impegno dell’Inps nella lotta ai “furbi” ha prodotto già notevoli risultati. Sono 70mila, infatti, gli assegni di invalidità revocati nel biennio 2010-2011 e, 12mila quelli già aboliti nel primo trimestre 2012. Grazie all’intensificazione dei controlli in collaborazione con le forze armate, in particolare con la Guardia di finanza, sono stati 336 i falsi invalidi scoperti, di cui 45 falsi ciechi, che hanno percepito sussidi per 5,5 milioni. Il complesso delle frodi a danno del sistema previdenziale ammonta a 50 milioni, con un incremento del 50% rispetto al 2011. Le pensioni di invalidità erogate dall’Inps sono circa 2,7 milioni, dato stabile rispetto al 2011, e costano oltre 16 miliardi l’anno. […]

 04 agosto 2012

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Libro “Cosa Grigia” di Giacomo di Girolamo

http://www.antimafiaduemila.com/2012102439444/libri/presentazione-del-libro-qcosa-grigiaq-25-ottobre.html

[…] Spiega Di Girolamo: “Cosa Grigia parte da una mia considerazione (Sciascia avrebbe detto una suggestione): la mafia non esiste. O meglio, non esiste più secondo i canoni classici per cui ancora oggi la raccontiamo, con i padrini, le coppole, i pizzini, i mandamenti. La mafia è morta. L’ala militare di Cosa nostra, in particolare, è stata messa all’angolo, non c’è un padrino in giro neanche a pagarlo oro… Matteo Messina Denaro è un uomo braccato. Ma c’è una “cosa” nuova, che ha sostituito la mafia, l’ha sublimata. Ed è questa la “Cosa grigia”. Mi riferisco a quella che fino a poco tempo fa era chiamata la “zona grigia”, l’area della contiguità tra politica ed impresa e mafia, e che secondo me oggi non rappresenta più una zona di confine, ma un vero e proprio sistema criminale”.

Di Girolamo intraprende un viaggio in Italia – cominciando dalla sua Sicilia – alla ricerca di Cosa Grigia, scoprendo una criminalità nuova, che non fa più i suoi affari con la droga o le estorsioni, ma che riesce a farsi dare i soldi direttamente dallo Stato, tramite quella grande manna che sono oggi i contributi comunitari. Una mafia strutturata a rete, come una moderna azienda, e non più verticistica. Una mafia dove i padrini di una volta sono solo personaggi marginali, perchè non hanno nè la cultura nè la capacità o la competenza per fare affari con i nuovi business della criminalità organizzata: dal riciclaggio, testimoniato dalla rapida ascesa dei “Compro oro” nelle nostre città, fino alla creazione, gestione e spartizione dei “grandi eventi”.
Ma Cosa Grigia ha cambiato anche il sistema di valori di Cosa nostra. Se per la vecchia mafia non era “morale” fare soldi con il gioco d’azzardo per Cosa Grigia invece il gioco d’azzardo, ormai legalizzato in Italia, rappresenta un grandissimo affare. Se per la mafia bisognava capire in politica su quale “cavallo” puntare (come diceva Totò Riina) oggi Cosa grigia si è comprata l’intero maneggio.
Di Girolamo racconta in Cosa grigia tante storie. Quella di Carmelo Patti, Mister Valtur, oggi al centro di una richiesta di sequestro dei beni per cinque miliardi di euro. Quella di Vito Nicastri, re dell’eolico (“Perchè, mentre Cosa nostra cementificava con il calcestruzzo, Cosa grigia è ecosostenibile”). Quella di Ciro Caravà, Sindaco dell’antimafia militante, che era in realtà espressione di “Cosa grigia” nella Sicilia sud occidentale (“Perchè la nuova mafia ha capito che bisogna puntare anche sull’antimafia, per avere successo”). Spiega come oggi la legalità sia diventata in Italia “flessibile”, come la nuova criminalità non cerca più di nascondersi ma quasi si compiace nel mostrarsi, corrompendo giudici e politici alla luce del sole. 
E mentre Cosa grigia avanza, quella che chiamiamo “antimafia” è ferma in un loop di retorica vuota. “Senza la mafia di una volta, l’antimafia perde di significato, è uno stanco ripetersi di gesti e rituali. L’antimafia in Italia ha avuto tanti meriti, ma ora necessita di un profondo rinnovamento”. E il viaggio di Di Girolamo diventa anche un viaggio dentro il “disagio di certa antimafia”, tra finte associazioni antiracket e storie tragicomiche di quella che l’autore chiama “antimafia con il trucco”: dagli imprenditori che si fanno da soli gli attentati per accedere al fondo delle vittime del racket, fino alle scuole che organizzano “corsi antimafia” dove si insegna ai ragazzi a dipingere. “Anche lo Stato non è attrezzato nei confronti di Cosa grigia – aggiunge Di Girolamo – . Manca il riconoscimento dell’autoriciclaggio come reato, la gestione delle aziende confiscate è fallimentare, non si riesce ancora ad approvare una legge seria sulla corruzione, si fanno tanti convegni sulla criminalità, ma non si traduce mai nulla in un gesto concreto”. 
Leonardo Sciascia per indicare l’avanzamento della mafia al nord utilizzava la metafora della “linea della palma”. Per Di Girolamo, invece, la metafora di Cosa grigia è il punteruolo: “Un insetto che sta devastando le palme, come Cosa Grigia sta soppiantando la vecchia mafia. Per il punteruolo non c’è alcun rimedio, come per Cosa Grigia, che tutto depreda nella più assoluta impunità”.

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Brano tratto dall’articolo “Un più grande Paese” di Luca Sofri, pubblicato sul n.44/2012 del mensile del Sole 24 Ore

” […] Quelli che cercano una spiegazione allo scarso attaccamento degli italiani alla convivenza civile e orgogliosa di solito tirano in ballo alcune vicende storiche. La mancanza della Riforma, per esempio. Il nostro essere rimasti un Paese cattolico, ospite del Vaticano e del papa, e cattolico nel modo nel modo più pigro ed egoista: di quel cattolicesimo fatto di indulgenze e perdoni ideali e che trascura la concretezza delle regole e delle condotte. Quello che le religioni protestanti hanno insegnato in altri Paesi in termini di rettitudine, responsabilità, rigore, ruolo della comunità, qua non l’abbiamo visto. Abbiamo amato molto il Signore e poco il nostro prossimo, abbiamo detto molte Ave Maria, e abbiamo rimpiazzato la comunità con la famiglia, con tutto il suo sistema di deroghe e contraddizioni: al punto che “la famiglia” è diventata il modello delle organizzazioni criminali avversarie dello Stato, ovvero della comunità principale. E oggi un fronte di battaglia politica laddove si vuole sostenere che alcune famiglie siano più famiglie di altre.

Poi c’è la questione dei Comuni e dei campanili, facilmente associabile a quella delle famiglie: ovvero la tradizione di appartenenza a una comunità che prevale però su principi, valori o regole condivise e legittimate. In cui quindi contano la riga per terra, le mura cittadine, il nome che si porta, la “tradizione”: tutto il resto è nemico.

Un terzo elemento citato da chi cerca nella storia le cause della debolezza identitaria della nostra nazione è l’assenza di momenti di unificazione, di catarsi rispetto al passato, di azzeramento, di motivazione collettiva. La nazione è troppo giovane per avere l’orgoglio di un passato comune, e il passato precedente è ricondotto ai campanili e a isolati talenti. L’unità risorgimentale è molto fragile sotto questo punto di vista: uno dei momenti più liberali e liberatori della sua costruzione è la breccia di Porta Pia, ovvero un evento sentito persino come un sopruso dalle gerarchie cattoliche. Per non dire della fine del fascismo, che fu una guerra civile e a cui non seguì una rinascita comune ma piuttosto una rassegnata convivenza. L’intreccio tra il boom economico, la democrazia conquistata e l’arrivo della modernità portò qualche anno di entusiasmo, un momento sudafricano di speranza prima di accorgersi che molto era rimasto uguale.

Se questi argomenti sono veri e solidi, allora siamo spacciati. Non si cambia il passato, e se questo passato è così pesante nel definire quello che siamo, l’unica possibilità che c’è è liberarsene. La teoria prevederebbe quindi la necessità che si verificassero quel momento unificante, quella palingenesi, quel momento di costruzione condivisa che non ci sono mai stati in passato. Dolore, sofferenza, sacrificio, rinascita: una guerra. Non possiamo sognare una guerra (che dalla Bosnia in poi non è più impensabile). Ci deve essere un’altra strada. “

Libro “Un grande paese” di Luca Sofri

“Un grande Paese” è la definizione che vorremmo poter dare dell’Italia, senza che ci scappi da ridere. È il futuro che vorremmo immaginare, il presente che invidiamo ad altre nazioni ma che non vediamo intorno a noi. Eppure, è il nostro modo di essere italiani, di sognare un grande Paese, di fare come se lo fosse, a disegnarlo e farlo diventare possibile: sono le nostre volontà e capacità di rendere condivise le cose di cui siamo fieri, quelle che ci sembrano giuste, quelle che ci sembrano belle. Come possiamo trasformare l’Italia da qualcosa a cui siamo affezionati in qualcosa di cui essere orgogliosi, almeno tra vent’anni, senza ricorrere ancora a Michelangelo e Domenico Modugno? “Ci sono le cose giuste e le cose sbagliate”, spiega Luca Sofri in questo libro: “e bisogna fare quelle giuste”. Rimettendo ognuno di noi al centro del problema, distinguendo tra il partire tutti uguali e l’arrivare tutti uguali, superando la pigrizia dell'”essere se stessi”. Con l’aiuto di Gobetti, Snoopy e Michael Jackson, Sofri indica una strada, che passa per la voglia di fare, la responsabilità di ognuno, la costruzione di un orgoglio e l’umiltà di accettare lezioni. Per avere “un grande Paese” tra vent’anni, ma cominciando a lavorarci subito, domattina, e anche sul presto.

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Libro “Nuovi vizi – Italiani allo specchio” di Ugo Sartorio

Un libro sui «vizi di ultima generazione», quelli che vanno per la maggiore, con suggerimenti per contrastarli. Secondo un’indagine «AstraRicerche/Messaggero di sant’Antonio» gli italiani sono affetti – in ordine decrescente – da maleducazione e arroganza, individualismo e consumismo, indifferenza e irresponsabilità, disonestà e corruzione, scarso rispetto per la natura e l’ambiente, dipendenza da sostanze, carrierismo e competizione senza regole e freni, immaturità e infantilismo, intolleranza e fondamentalismo. Il testo offre spunti concreti per guardarsi dentro e intorno, cercando di dare eleganza e spessore morale al proprio stile di vita.

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Vedi gli articoli:

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LA FIDUCIA NEL FUTURO? DIPENDERA’ ANCHE DA QUANTO CI IMPEGNEREMO A CREARLA…

Libro “Italiani di domani” di Beppe Severgnini

 http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/6373_italiani_di_domani_severgnini.html

L’Italia deve pensare in avanti. Non è un lusso, è una necessità. Con questo libro Beppe Severgnini ci spinge a “riprogrammare noi stessi e il nostro Paese (brutto verbo, bel proposito)”. E offre agli italiani di domani – questione di atteggiamento, non solo di anagrafe – otto suggerimenti: semplici, onesti, concreti. Sono le otto T del tempo che viene, otto chiavi per aprire le porte del futuro.

1. Talento – Siate brutali

2. Tenacia – Siate pazienti

3. Tempismo – Siate pronti

4. Tolleranza – Siate elastici

5. Totem – Siate leali

6. Tenerezza – Siate morbidi

7. Terra – Siate aperti

8. Testa – Siate ottimisti

Dietro le otto porte, non c’è necessariamente il successo. Ma di sicuro c’è una vita – e un’Italia – migliore.

Libro “Promemoria italiano – Quello che abbiamo dimenticato, quello che dobbiamo sapere, quello che dovremmo fare” di Roberto Napoletano

“Telefonami tra vent’anni” diceva una bellissima canzone di Lucio Dalla. “Promemoria italiano” parte da qui ed esprime l’auspicio che tra vent’anni, nel 2032, non accada più quello che è successo nel 2012 rispetto a Mani pulite del ’92. Per evitare di tornare a constatare che la corruzione si è ampliata e uscire stabilmente dalla sua lunga crisi civile, l’Italia dovrà ritrovare lo spirito del Dopoguerra. Avremo bisogno di uomini della tempra di un De Gasperi o di un Vanoni, di un Costa o di un Mattioli e di uno o più eredi del pragmatismo contadino di Di Vittorio. Avremo bisogno di ritrovare i valori cattolici e laici di un tempo custoditi in piccole storie familiari, cose semplici che si tramandano di generazione in generazione, e costituiscono l’anima più profonda di un popolo. Soprattutto, avremo bisogno degli italiani. Che dovranno credere in se stessi, recuperare l’orgoglio, il gusto della fatica, il senso dello Stato, l’entusiasmo e la determinazione che consentirono, in pochi anni, di trasformare un’economia agricola in una delle più grandi economie industrializzate del mondo. Uomini e fatti di ieri e di oggi, raccontati in questo Promemoria con una scrittura narrativa, ci dicono che l’Italia ha tanti vizi ma è un grande Paese e può farcela. Dipende solo da noi.

Libro “Insegnare l’etica pubblica. La cultura e l’educazione alla cittadinanza: una sfida per la scuola” di Giuseppe Deiana 

“Partendo dal controverso problema della riforma scolastica, questo testo propone l’educazione ad una società dei valori come soluzione al rischio di fallimento dell’autonomia della scuola. Questa dovrebbe essere concepita come laboratorio culturale, luogo in cui i giovani possano sviluppare la passione del conoscere e del vivere civile, per imparare a condividere i valori della democrazia partecipata. Dopo un’introduzione teorica in cui si dà grande importanza al concetto di cultura della cittadinanza, intesa come nuova educazione civile, il testo propone una serie di interessanti laboratori e proposte didattiche realizzabili in classe sulle diverse dimensioni della cittadinanza, per lasciare spazio nel capitolo conclusivo alla verifica di questa proposta formativa, alla luce delle trasformazioni degli orientamenti giovanili rilevate dalle più recenti indagini sociali. Con questo testo l’autore cerca di sensibilizzare gli insegnanti sull’importanza di educare gli uomini di domani alla democrazia e alla responsabilità, valori irrinunciabili per agire nella complessa società contemporanea. Il volume è pensato per insegnanti delle scuole medie e superiori.”

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