Colgo l’occasione per consigliare un film dal mio punto di vista davvero da vedere: “Tutto tutto niente niente” con Antonio Albanese. E’ un ritratto grottesco e sarcastico della politica italiana, anche se molto vicino alla realtà, tanto vicino da essere definito dagli stessi autori come “neorealistico”. Ne vale la pena, è divertente, nonostante il riso sia in certi punti piuttosto amaro…

Sulle vergogne dell’attuale politica abbiamo parlato molto nel blog, chi ci segue sa già come la pensiamo: bisognerebbe ripartire da zero, eliminare i vecchi partiti e fare in modo che la politica non possa più costituire una professione da svolgere a vita, come invece lo è oggi. Tutti sono coinvolti nel grande circo dei privilegi, delle tutele e delle speculazioni, un vero schifo: con Berlusconi che promette di togliere l’IMU, il Pd che vuol mettere la patrimoniale, Grillo che dice cose insensate e tutti gli altri che se ne stanno zitti zitti quatti quatti per non farsi notare troppo e continuare a galleggiare nella melma dei palazzi della politica…

Complimenti ad Antonio Albanese, perchè è riuscito a dipingere con leggerezza una situazione drammatica e fuori controllo (il dubbio è: riusciremo a tirarci fuori da questa situazione? Mah…).

L.D.

www.tuttotuttonienteniente.com

Perché Cetto La Qualunque, Rodolfo Favaretto e Frengo Stoppato finiscono in carcere? E, soprattutto, perché riescono a uscirne? Qual è il destino che li unisce? C’è qualcuno che trama nell’ombra? O costui preferisce farlo in piena luce? Tre storie, tre personaggi con un destino che li accomuna: la politica con la “p” minuscola. Cetto La Qualunque, il politico “disinvolto” che abbiamo imparato a conoscere, questa volta alle prese con una travolgente crisi politica e sessuale (in lui le due cose viaggiano sempre di pari passo). Rodolfo Favaretto, che rincorre il sogno secessionista di un nordista estremo, e che per vivere e combattere la crisi commercia in migranti clandestini. Frengo Stoppato, un uomo stupefacente, in tutti i sensi, che torna dal suo buen retiro incastrato da una madre ingombrante, con un sogno semplice semplice: riformare la chiesa e guadagnarsi la beatitudine. Un ritratto folle ma non troppo dell’Italia di questi anni, in una girandola di situazioni paradossali e travolgenti. In realtà, forse, è semplicemente neorealismo.

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http://www.fermareildeclino.it/articolo/italia-prigioniera

Italia prigioniera

Pubblicato: Sab, 15/12/2012 – 08:45  •  da: Redazione di Fermare il Declino
Da Pensieri Liberali de IlSole24Ore; Giovanna Guercilena intervista Luigi Zingales
[…]
Professor Zingales, lei è proprio un fan del capitalismo. Cosa le piace tanto?

L’aspetto che io amo del capitalismo è la libertà fornita dalla concorrenza. E’ la concorrenza che dà al consumatore appunto libertà di scelta e che genera la pressione verso efficienza e meritocrazia. E’ l’ingrediente magico che permette al capitalismo di estendere i propri benefici a tutti e non solo a pochi. Quando nel 1984 un giudice americano ruppe il monopolio telefonico di AT&T, un minuto di chiamata da New York a Parigi costava 3,54 dollari, oggi, grazie alla concorrenza, costa solo 9 centesimi. Se oggi le imprese occidentali fanno a gara a investire in India e Cina, così aumentando lo standard di vita di questi paesi, è grazie alla concorrenza, probabilmente lo strumento più efficace di riduzione della povertà nei paesi in via di sviluppo.

Il titolo originale del suo ultimo libro è Capitalism for the people, che forse meglio della traduzione italiana rende il succo delle sue tesi. Ci spiega il senso di quel titolo?

Troppo spesso il capitalismo è visto come un sistema a vantaggio dei soli ricchi, percezione che purtroppo non è infondata, perché quando il capitalismo si fa clientelare e corrotto, diventa un sistema ad uso e consumo di una ristretta élite. Ma a questo capitalismo, io contrappongo l’idea di un capitalismo per la gente, che dia opportunità a tutti, soprattutto a coloro che non hanno la fortuna di nascere ricchi. Un po’ come era in origine il capitalismo americano.

C’è differenza fra il capitalismo americano e quello italiano?

Storicamente quello americano si è avvicinato di più all’ideale di un capitalismo per il popolo. Tanti i motivi, uno per tutti è che in America il capitalismo è nato dopo la democrazia e ad essa si è dovuto adattare. In Italia, invece, è successo viceversa: la democrazia si è adattata al sistema capitalista. Ne è nato un capitalismo clientelare e corrotto, che porta al fallimento. Se in Italia molte imprese falliscono non è solo per colpa della crisi o dell’elevato costo del lavoro, ma a causa dell’inefficienza creata da questo capitalismo corrotto. Guardiamo al gruppo Fonsai, portato sull’orlo del fallimento dalla gestione della famiglia Ligresti. Il male non è solo Ligresti, ma tutti coloro che in questi anni lo hanno difeso ed aiutato. Ligresti è l’esempio della peggiocrazia italiana. 

Uno dei grandi nodi del sistema italiano è proprio l’assenza di meritocrazia, che tra l’altro blocca il cosiddetto ascensore sociale.

Tra i vantaggi della meritocrazia c’è di ridurre la discrezionalità di chi è al potere e di metterne in discussione la permanenza nella posizione. Dante scrive: “Credeva Cimabue nella pittura di tener lo canto, ed ora ha Giotto il grido, si che la fama di colui è oscura”. Se questo valeva nella pittura medioevale, a maggior ragione vale nel business del ventunesimo secolo. E’ la meritocrazia che permette a un povero pastorello di diventare il più grande pittore del suo tempo, mentre senza c’è posto solo per i figli di papà. Un’indagine di Eurispes ci dice che l’85% della classe dirigente italiana è formata da uomini. Ma pensiamo veramente che le donne non siano capaci o non vogliano? Una grande banca italiana ha effettuato uno studio che dimostra come al suo interno le donne siano pagate meno pur essendo più produttive. Bene, lo studio è stato insabbiato. E’ proprio la mancanza di concorrenza, e quindi di meritocrazia, che permette la discriminazione. Quando negli Stati Uniti il settore bancario fu deregolamentato, a guadagnarci maggiormente furono le donne, perché di fronte alla competizione, i dirigenti bancari cominciarono a scegliere non più gli amici, ma le persone brave. E tra queste c’erano soprattutto donne tenute in posizione subordinata da un old boy network. In Italia avremmo bisogno di qualcosa di simile. Se no anche la sacrosanta battaglia per la parità di genere, diventa occasione solo per mettere la figlia di Bazoli nel consiglio di amministrazione dove poco prima sedeva il padre.

Un altro problema molto italiano è quello dell’illegalità diffusa. Si tratta di un tema solo politico o anche economico?

Entrambe le cose. Se sono un politico e voglio ottenere dei benefici che non mi competono, non nomino un candidato competente, ma uno a me fedele. Se sono un imprenditore e voglio assicurarmi che le mie tangenti, le mie evasioni fiscali, i miei intrecci col potere politico non saranno rivelati, non scelgo il manager migliore, ma quello più fidato. E non c’è persona più fedele del buono a nulla, di chi non ha alternative. Se l’Italia non cresce, se è a rischio di default, è perché è stata fin qui governata dai peggiori. Non i mediocri: i peggiori. Il clientelismo politico e l’economia sommersa hanno trasformato il nostro Paese in una peggiocrazia. Non a caso gli stranieri vogliono investire sempre meno da noi: per loro è troppo rischioso.

La diseguaglianza fuori di qualsiasi ragionevole proporzione fra i redditi dei comuni mortali e quelli di alcuni top manager è un tratto delle nostre società che risulta difficile a digerirsi. C’è una soluzione liberale al riguardo?

Si potrebbe cominciare con un po’ di sana competizione anche al vertice delle imprese. Oggi i top manager americani sono protetti da una regolamentazione che rende molto difficile agli azionisti far valere i propri diritti, tra cui anche limitare i compensi ai manager incapaci. In Italia è ancora peggio perché i vertici delle banche sono influenzati da fondazioni autoreferenziali, i cui dirigenti sono lì da vent’anni. Il solito old boy network che funge da blocco alla mobilità sociale. 

[…]

Difatti è fortemente impegnato nel progetto politico Fermare il declino. E’ ottimista circa le chance per l’Italia di invertire la rotta?

Per molti anni non ho visto una via di uscita. Oggi, nel profondo della crisi, vedo invece uno spiraglio. La crisi economica spinge al cambiamento e la gente disperata reclama il cambiamento. Nel 1992, però, il passaggio mal gestito portò a un peggioramento, dunque sento un dovere di dare una mano ad evitare che anche questa volta succeda così. Sembra velleitario pensare che un manipolo di intellettuali possa creare un movimento politico senza appoggi finanziari. Eppure in pochi mesi abbiamo superato i trentamila iscritti, riempito i teatri e perfino Piazza San Fedele a Milano. Se non fosse per l’abuso fatto della citazione gramsciana, direi che al pessimismo della ragione anteponiamo l’ottimismo della volontà e della speranza. Questa classe politica ha fatto di peggio che portarci al limite del fallimento, ha tolto a molti italiani perfino la speranza di un miglioramento e Fermare il declino è nato proprio per restituire questa speranza. Anche perché l’alternativa non può limitarsi a Grillo. Per cambiare non basta pensionare i vecchi politici, occorre anche cambiare le regole del gioco, se no i nuovi politici ci metteranno poco a diventare come quelli precedenti, forse peggio.

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Aggiornamento del 21 dicembre 2012:

FINE DEL MONDO??? BE’, SE FINIRA’ IL MONDO O MENO NON LO POSSIAMO SAPERE, MA DI CERTO DAL 24 DI FEBBRAIO (DATA DELLE ELEZIONI POLITICHE), A SECONDA DI CHI ELEGGEREMO A GOVERNARCI, POTRA’ FINIRE O MENO L’ITALIA!!!

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-12-21/fine-mondo-edizione-2012-084917.shtml?uuid=Abegw4DH

Fine del mondo edizione 2012 tra riti, rituali e ironia

di Giuditta Mosca – 21 DICEMBRE 2012

 

Trovate questa vignetta, insieme a molte altre, sul n°22 de “Il Metro” http://ilmetro.wordpress.com/2010/06/24/il-metro-22/

 

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Aggiornamento dell’11 gennaio 2013:

Per un ripasso su tutto quello che ha combinato la politica fin’ora con i soldi derivanti dai rimborsi ai partiti, potete trovare vari articoli nel nostro blog oppure “godervi”  questa puntata di Presa Diretta:

http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-7e5aadef-1666-4fb0-8e73-c66341aeddff.html

 

LADRI DI PARTITO

Sta per partire la campagna elettorale PRESADIRETTA inizia la sua lunga stagione di sedici appuntamenti con una puntata speciale dedicata ai casi di appropriazione indebita dei rimborsi elettorali dei partiti, soldi pubblici.

Gli inviati di PRESADIRETTA ci raccontano tutti i rimborsi folli chiesti e ottenuti da 40 consiglieri della maggioranza della Regione Lombardia,  che con i soldi dei rimborsi pagavano cene al ristorante da 27mila euro, compravano computer, telefonini, macchine fotografiche, ma anche giocattoli per i loro figli, facevano la spesa al supermercato e si facevano rimborsare dalla Regione Lombardia persino gelati, sigarette, “lecca lecca” e cartucce per fucili da caccia.

E l’inchiesta va avanti, con l’analisi da parte della Polizia Giudiziaria anche dei rendiconti delle spese dei partiti dell’opposizione, di cui naturalmente renderemo conto.

Ma PRESADIRETTA ha ricostruito come nessuno ha ancora mai fatto, tutta la vicenda di Francesco Belsito, l’ex tesoriere della Lega indagato dalle Procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria per finanziamento illecito ai partiti, truffa ai danni dello Stato e riciclaggio in favore della ndrangheta. Chi era Belsito? Come è entrato nella Lega e nei favori di Umberto Bossi e del “cerchio magico”? Come e’ riuscito a diventare membro del Consiglio di Amministrazione e Vicepresidente di Fincantieri? E infine che cosa ci faceva con i soldi dei rimborsi elettorali della Lega? Prima che scoppiasse il caso Belsito c’era stato quello di Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita che secondo l’accusa della Procura di Roma avrebbe distratto 22 milioni di rimborsi della Margherita per trasferirli sui suoi conti. E anche di questo parla PRESADIRETTA.

Ma questo è stato anche l’anno di “Batman e Robin”, Franco Fiorito, capogruppo del PDL e Vincenzo Maruccio, capogruppo dell’IDV alla Regione Lazio. Il primo si sarebbe intascato un milione e trecentocinquantasettemila euro di rimborsi elettorali, il secondo 800 mila euro e per questo sono entrambi in carcere. Più di due milioni di euro che sarebbero stati rubati dai due politici, ancora niente rispetto ai soldi che la regione Lazio ha sprecato. PRESADIRETTA infatti ha lavorato mesi per ricostruire i privilegi che i Partiti si sono regalati alla Regione Lazio, a cominciare dall’aumento del finanziamento dei gruppi consiliari, passato da un milione di euro nel 2010 a 14 milioni di euro nel 2012, con cinque delibere uscite dall’ufficio di presidenza senza che nessuno dei Partiti presenti si opponesse.

LADRI DI PARTITO puntata speciale, quindi, per i contenuti ma anche per la durata, andremo infatti in onda fino a mezzanotte, per segnalare a tutta la Politica che, chiunque vinca, gli italiani, i “lecca lecca” e le cene pagate con i soldi pubblici, i Lusi, i Fiorito, i Belsito e i Maruccio non li vogliono vedere più .

 

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