Dalla puntata del 23 novembre di Focus Economia di S. Barisoni.

Si stanno introducendo deroghe a leggi attualmente in vigore: saranno possibili scostamenti dal contratto nazionale e non sarà automatico l’aumento dello stipendio in base al potere di acquisto. Nei casi di ristrutturazione aziendale, sarà possibile essere spostati ad un nuovo incarico meno gratificante e a stipendio riadeguato (situazione sempre migliore rispetto al licenziamento). Superabili le 8 ore giornaliere e 40 settimanali e ridefinite le rappresentanze sindacali in azienda.

In Italia ci sono 65000 posti di lavoro vacanti: termoidraulici, camerieri e progettisti informatici, senza farsi mancare ruoli

Intervista a Federico Maione, AD di Adecco:

Il mercato del lavoro non riesce ad ascoltare le richieste delle aziende, che chiede persone specializzate e già formate.
In Italia la formazione è troppo generica o troppo specifica? La situazione è nel mezzo, ma anche in questo caso sono le aziende interinali che devono colmare quel gap. Ad oggi la richiesta di specializzazione è del 41% e queste figure cercate non risentono della crisi (in quanto a richiesta).
Ci sono molte richieste nell’ambito tecnico, sia come professionisti sia come ingegneri. I neolaureati sono richiesti dalla Germania, che ne ha pochi. Anche il lusso è ricercato. Per l’età non è un problema, se ci sono figure aggiornate e specializzate.
Le Agenzie interinali hanno anche la capacità di consigliare il futuro lavoratore nella direzione della chiusura dei gap formativi, prevedendo anche corsi di formazione interni e con il cliente. Purtroppo la riforma Fornero ha ridotto di un 1/3 il contributo per la formazione, ma questo è uno dei pochi punti sfavorevoli della riforma a fronte di molti vantaggi.
In Italia c’è il paradosso che contrappone bassi diritti e sicurezze ad alti stipendi e certezza del posto fisso. Ricordiamo ad esempio la difficoltà di accesso al credito di chi non ha un lavoro fisso.
C’è anche un sistema di assunzioni delle agenzie interinali che assumono figure molto ricercate a tempo indeterminato per poi allocarle temporalmente in diverse aziende: un incontro tra i picchi di lavoro richiesti da certe aziende e una continuità lavorativa del lavoratore.
In Europa abbiamo economie in crescita ed altre che rallentano: le agenzie che avevano investito verso l’estero stanno reagendo meglio. Teniamo conto che va tolta l’idea del posto fisso per i giovani e che le sicurezze deriveranno esclusivamente dalle loro capacità.

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Aggiornamento del 2 gennaio 2013:

 www.nuovoapprendistato.gov.it

Apprendistato: lavoro e formazione in un unico contratto 

Ai giovani un contratto di lavoro per imparare a svolgere ruoli aziendali e per conseguire un titolo di studio. Alle imprese incentivi contribuitivi e previdenziali, formazione mirata di figure professionali.

  • Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale. Da 15 a 25 anni. Contratto di assunzione e conseguimento di qualifica o diploma professionale, con certificazione dell’assolvimento dell’obbligo di istruzione.
  • Apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere. Da 18 a 29 anni. Contratto di assunzione e conseguimento di qualifica professionale nell’ambiente di lavoro.
  • Apprendistato di alta formazione e ricerca. Da 18 a 29 anni. Contratto di assunzione e conseguimento di un titolo tra:
    • diploma di scuola superiore
    • titolo universitario e alta formazione (anche dottorato di ricerca)
    • specializzazione tecnica
    • praticantato e accesso alle professioni regolate da Ordini

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Aggiornamento del 15 febbraio 2013:

http://www.repubblicadeglistagisti.it/article/mismatching-domanda-e-offerta-di-lavoro?prov=nl

Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, un problema sottovalutato

Di Ilaria Mariotti – 01 agosto 2012

[…] Un problema sottovalutato in Italia, che tecnicamente viene definito mismatch tra domanda e offerta di lavoro. In pratica, nonostante i numeri allarmanti sulla disoccupazione crescente specialmente tra i giovani, si verifica il paradosso per cui migliaia di posti di lavoro rimangono vuoti. Gli annunci non trovano risposta e le aziende rinunciano a cercare.
C’è ovviamente chi mette in guardia dalla scorciatoia di accusare i giovani di presunzione o “snobismo” verso lavori considerati poco gratificanti, sottolineando quanto sia comprensibile che una persona, a cui è stato “venduto” il sogno di una laurea e l’aspirazione a un’occupazione intellettuale in linea con le proprie attitudini, storca il naso di fronte a mansioni che avrebbe potuto svolgere anche senza passare per un ateneo. Innegabilmente è uno spreco per la società mandare a vuoto una risorsa meritevole e competente, costringendola a svolgere un mestiere per il quale non è necessario il grado di istruzione ottenuto.
La questione ha infatti diverse sfaccettature e non si limita alla giacenza di posti di lavoro di natura manuale. Da una recente pubblicazione dell’Isfol emerge non solo un generico problema di mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro, ma anche di un educational mismatch, ovvero di «mancata corrispondenza tra livello di istruzione raggiunto e quello richiesto da un’impresa», oltreché di skill mismatch, vale a dire di «mancata corrispondenza tra le abilità di un individuo e quelle richieste dall’azienda». Insomma non si tratta solo di non riuscire a trovare giovani disposti a dedicarsi a impieghi manuali, forse perché cresciuti nel falso mito della superiorità dei lavori intellettuali o della poca dignità di quelli in cui si utilizzano le mani. Si ha a che fare con uno sfasamento più profondo, che inficia tutto il mercato del lavoro a vari livelli. Come appunto il caso dell’overeducation, ovvero di quando si viene assunti per svolgere un impiego per il quale è richiesto un grado di istruzione inferiore. […] La recessione economica mette tutti nelle condizioni di essere più pragmatici. E allora, se è la concretezza l’obiettivo, forse anche il sistema dell’istruzione andrebbe riformato e adeguato alle richieste del mercato del lavoro. E i ragazzi andrebbero indirizzati da subito, da giovanissimi, prospettando loro quali sono le effettive possibilità di impiego una volta che si affacciano al mercato del lavoro. Così facendo, si andrebbe peraltro incontro alle richieste dei giovani: quasi il 60% di quelli intervistati da Eurobarometro nel 2011 ritiene molto utile l’orientamento ai fini della ricerca di un’occupazione. […]

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/carlo-bernardini/rimettiamo-moto-scuola/febbraio-2013

Rimettiamo in moto la scuola

[…] dico subito che ho in mente tre azioni urgenti, che descrivo nel modo più crudo e diretto possibile.

  1. Se i giovani che fanno studi universitari con obiettivi molto impegnativi (ricerca, innovazione tecnologica, ecc.) devono passare attraverso un “dottorato all’italiana”, cioè a un corso di dottorato che si conclude con una tesi e non con una serie di pubblicazioni o prodotti che testimoniano un tirocinio di ricerca attivo e meritevole di considerazione, allora va immediatamente abolito perché così com’è non fa altro che trasformare il giovane in “eterno studente”. […]
  2. Prendendo atto della cancellazione avvenuta di ogni attività di formazione iniziale e in servizio degli insegnanti di scuola secondaria, ripristinare con la massima urgenza indirizzi didattici disciplinari a basso tasso di inutili pedagogie generali e riconsiderare le lauree magistrali abilitanti in rapporto alle necessità della scuola pubblica. […]
  3. I tecnici di laboratorio memorabili dei grandi istituti di ricerca italiani erano tutti periti industriali provenienti dagli Istituti tecnici industriali che conferivano diplomi apprezzati da ricercatori e produttori. Ebbene, quegli istituti sono stati cancellati per una ridicola trasformazione liceizzante che avrebbe dovuto essere gradita alla cultura dominante. Risultato: i laboratori e le aziende non hanno più le “mani d’oro” che realizzavano le idee trasformandole in indispensabili oggetti innovativi. Recuperiamo i periti!

Questi sono tutti problemi che si possono risolvere con intelligenza e buona volontà, più che con l’immissione di improbabili risorse finanziarie. C’è un politico che se ne occupi?

14 febbraio, 2013 – Carlo Bernardini

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Aggiornamento del 28 gennaio 2014:

http://www.universita.it/rapporto-mckinsey-competenze-giovani-occupazione-2014/

McKinsey: “Il 47 per cento degli imprenditori non trova nei giovani italiani le competenze che vorrebbe”

La disoccupazione giovanile in Italia è a livelli record, attestandosi oltre il 40 per cento. Tutta colpa della crisi? Sembrerebbe di no. Stando al rapporto McKinsey “Il viaggio tempestoso dell’Europa, dall’educazione all’occupazione”, appena presentato a Bruxelles, il 47 per cento delle aziende italiane ha difficoltà nel trovare figure in possesso delle competenze ricercate. Non che i giovani siano incapaci: il problema è l’assenza di un punto di contatto tra domanda e offerta di lavoro. E se i datori di lavoro non trovano le skill che vorrebbero, chi le ha troppo spesso non sa come farsi scovare.

Un problema tutto italiano? Leggendo il rapporto McKinsey si scopre che non è così. Se gli imprenditori italiani non riescono a entrare in contatto con giovani in possesso delle competenze di cui hanno bisogno, le stesse difficoltà sono lamentate dai loro colleghi greci (45 per cento), spagnoli (33 per cento) e tedeschi (26 per cento). Ma in termini percentuali, l’Italia batte tutti gli altri 7 Paesi esaminati.

Le conseguenze di questo mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro sono piuttosto gravi. In un’Europa col più alto tasso di disoccupazione del mondo, in Italia, Grecia, Portogallo e Regno Unito sempre più studenti scelgono corsi di studio legati a settori in cui la domanda è in calo. In sintesi, recita il rapporto McKinsey, “ci sono abbinamenti sbagliati: educatori e imprenditori non stanno comunicando fra loro”. E le cifre confermano: appena il 41 per cento dei datori di lavoro comunica con regolarità con i dirigenti scolastici e – quel che è peggio – soltanto il 21 per cento definisce “effettiva” questa comunicazione.

Quanto alle reali competenze, poi, solo il 42 per cento delle aziende le riscontra negli aspiranti lavoratori. E così solo 23 giovani italiani su 100 possono vantare una buona conoscenza dell’inglese, e solo 18 la padronanza degli strumenti informatici. Per non parlare della conoscenza pratica, difficile da pretendere da giovani alle prime esperienze lavorative. La conseguenza più evidente? Meno del 46 per cento degli studenti italiani vengono assunti dopo un periodo di stage, a fronte della media UE del 61 per cento. Con conseguenze per il tasso di occupazione giovanile che sono sotto gli occhi di tutti.

Il nodo – cruciale – del rapporto tra istruzione e mondo del lavoro, dunque, è tutto aperto. Ecco perché da Bruxelles giunge l’invito, per governo ed educatori, a fare qualcosa che faciliti l’inserimento dei giovani e aiuti ad accrescerne la percentuale di occupazione.

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