Davvero molto bella questa trattazione del concetto di “merito”, che parla anche delle difficoltà che realisticamente si possono incontrare nel nobile intento di premiare la meritocrazia. Ne consigliamo vivamente la lettura!

Qui di seguito troverete un estratto (al link invece l’articolo completo).

L.D.

http://gandalf.it/arianna/meritocr.htm

Il filo di Arianna

aprile 2011 – Giancarlo Livraghi

Pubblicato nel numero 18 (aprile 2011)
della rivista l’attimo fuggente

Le contraddizioni della “meritocrazia”

[…]

La demeritocrazia (e il destino dei meno meritevoli)

Sarebbe interminabile un elenco delle situazioni e dei comportamenti che provocano e moltiplicano la demeritocrazia. Ognuno, osservando i fatti, può aggiungere esempi e interpretazioni. In generale, si può applicare anche in questo senso il concetto che riguarda la stupidità. Non è eliminabile, ma non è invincibile. Capirla e conoscerla vuol dire controllarla e ridurne le conseguenze.

Ma c’è un altro problema. Che cosa ne facciamo dei “meno meritevoli”? Immaginiamo (per quanto improbabile possa essere) che un criterio di scelta e ridefinizione dei ruoli sia infallibilmente meritocratico. Ne consegue, inevitabilmente, che qualcuno sia scartato – e rimanga senza lavoro, oppure sia demotivato da una mancata promozione. Non solo si produce un danno sociale, ma anche un degrado crescente di efficienza e qualità all’interno dell’organizzazione.

Oltre a evitare promozioni all’incompetenza, è importante aver cura di chi è rimasto dove è bene che sia. O più in generale di chi, benché a livelli non elevati nella gerarchia, svolge compiti necessari e insostituibili. Farlo con meccanismi formali o con generica (spesso ipocrita) benevolenza serve a poco – può essere irritante quando è vacuamente rituale. Ma, al di fuori di ogni schematismo, una cura attenta e sincera dei valori umani è molto più importante di qualche banale cerimonia.

Sono poche le persone totalmente prive di merito. Ma, anche in quel caso, nessuna società civile può permettersi di ignorarle. Perfino i criminali devono essere trattati con umanità. A parole, questa è la legge – e un’opinione diffusa fra le persone più consapevoli. Ma anche nella patria di Cesare Beccaria i fatti sono spesso di disgustosa barbarie.

Accade anche che i meccanismi scartino, o non sappiano valorizzare, il merito migliore. Le persone più attente, brillanti, davvero innovative, sono spesso bizzarre rispetto alla cultura dominante. Impazienti, impertinenti, irriverenti, disobbedienti, non convenzionali. Scoprire e incoraggiare il talento è un’arte. Difficile, quanto preziosa.

Il merito non è potere – e spesso il potere non è merito

Non è una pignoleria etimologica chiederci che cosa succede quando “merito” si combina con “crazia”. Le parole che finiscono con -crazia o -archia sono tutte, in qualche modo, pericolose. Come lo è il concetto di potere.

Perché un’organizzazione o una comunità umana, dalla più piccola combriccola fino al governo del pianeta, possa funzionare, è necessario che a qualcuno sia dato un adeguato “potere”. Quando è inteso come responsabilità, funziona bene. Ma troppo spesso diventa prepotenza. Perché c’è un meccanismo, nella natura del potere, che funziona in modo antievolutivo – cioè favorisce i meno adatti.

Come fa una persona ad avere potere? Qualche volta ci arriva senza volerlo. A qualcuno si dà fiducia perché ci si fida di quella persona. In quel modo il potere viene spesso attribuito a persone capaci, competenti, ben motivate e con un forte senso di responsabilità. Questo processo ha buone probabilità di generare potere meritevole e meritato. Ma ne vediamo assai meno esempi di quanto ci piacerebbe.

Il motivo è che c’è concorrenza. Una forte, talvolta feroce, spesso ansiosa, sempre impegnativa competizione per il potere. Le persone che non cercano il potere in quanto tale, ma badano di più al bene altrui, hanno meno tempo ed energie da spendere per conquistare il potere – o anche per cercare di conservare quello che hanno. Mentre le persone assetate di potere, anche indipendentemente dai suoi effetti sulla società, si concentrano sulla lotta per il potere. Con conseguenze tutt’altro che meritocratiche.

Diceva Friedrich Nietzsche: «si paga caro l’acquisto del potere; il potere istupidisce». Il potere è una droga, uno stupefacente. Molte persone al potere sono afflitte da megalomania. Indotte a pensare che “poiché” stanno al potere sono migliori, più capaci, più intelligenti, più sagge del resto dell’umanità.

Sono anche circondate di cortigiani, seguaci e profittatori che rinforzano continuamente quell’illusione. Vittime di quel perverso meccanismo non sono solo i governati – che subiscono il giogo degli intermediari oltre a quello dei vertici. Sono anche, spesso, i “sommi potenti”, che diventano prigionieri del loro entourage.

Perciò del potere è sempre bene diffidare. Non ammirarlo, non assecondarlo, né passivamente seguirlo, senza aver verificato che chi ce l’ha se lo meriti.

Che cosa succede con merito-crazia? Sarebbe bello, se non fosse difficile, dare responsabilità solo a chi la merita. Ma comunque c’è un problema nel concetto. Ci possono essere (e in pratica sono tante) persone straordinariamente “meritevoli” che non hanno la capacità, né il desiderio, di “comandare”. Perciò un sistema “meritocratico” deve, prima di tutto, saper riconoscere, giustamente premiare, affettuosamente ammirare, il merito di chi ci dà un prezioso contributo senza avere, né desiderare, alcuna “crazia” né “archia”.

In un sistema armonioso e intelligente si può capire e usare bene la differenza delle capacità. Alcune persone possono avere migliori doti organizzative, e perciò ruoli di gestione, senza per questo avere un “rango” superiore a chi in altro modo dà un contributo non meno importante.

L’efficienza di quel metodo è ampiamente dimostrata. Ma purtroppo continuano a prevalere le strutture gerarchiche. Che sono le meno efficienti, ma gradite ai burocrati – e ai dirigenti troppo spesso motivati da carrierismo estraneo a ogni valore di qualità.

Le ambiguità del “merito”

C’è una domanda fondamentale: che cosa si intende per “merito”?

Ogni sistema che voglia definirsi meritocratico con un metodo formale è costretto a irrigidirsi in uno schema che sia aritmeticamente misurabile. Deve perciò affidarsi a un meccanismo di esami o di valutazioni attitudinali rigidamente definito. Molto simile, se non uguale, a quelli usati per misurare il “quoziente di intelligenza” – che, notoriamente, non funzionano. Per vari motivi, di cui il più importante è che sono definiti secondo schemi culturali che premiano l’omologazione e ostacolano la diversità, incoraggiano l’obbedienza a scapito dell’indipendenza di giudizio, promuovono l’abitudine e puniscono l’innovazione.

Per questo motivo l’oligarchia immaginata da Michael Young rischierebbe un progressivo intontimento, chiudendosi in una ripetitiva convenzionalità. Ma anche al di fuori di scenari ipotetici non mancano esempi reali di culture che degradano nell’abitudine e nel dogmatismo, per l’incapacità di riconoscere il merito (e l’intelligenza) delle persone e delle idee che non si adeguano ai loro preconcetti.

Occorre anche ricordare che non può esistere alcun concetto universale di “merito”. La stessa persona può essere eccellente in un ruolo, scadente in un altro. Ogni concetto rigido di “mansione” conduce all’inefficienza. (Da tutta la vita sto dicendo che gli organigrammi non funzionano perché le persone non sono rettangolari – e ho avuto la fortuna di poter verificare quali ottimi risultati si ottengono quando si riesce ad adattare la struttura alle risorse umane, non viceversa).

Stiamo assistendo, purtroppo, a un’imperversante diffusione della demeritocrazia. Un problema che c’è sempre stato – e che si potrebbe capire meglio se non ci fosse una diffusa tendenza a dimenticare le lezioni della storia. Ma senza trascurare il fatto che la situazione di oggi è per importanti motivi diversa da ogni epoca precedente.

In sintesi, il problema è di dimensioni. L’umanità non è mai stata così numerosa – e con un così grande potere di influire sull’ambiente di tutto il pianeta. Le lezioni della storia rimangono valide e utili, ma non sono sufficienti per guidarci in una situazione mai prima sperimentata. La demeritocrazia è diventata gravemente insostenibile.

È tipico, quanto disastroso, che in situazioni come questa ci sia un crollo della fiducia e una diffusione dello scaricabarile (quando qualcosa non funziona è sempre “colpa di qualcun altro”).

 È difficile, ma non è un’utopia

Insomma il concetto di “meritocrazia” è discutibile – e può essere interpretato in modi molto diversi. Ciò non significa che sia sbagliato. Al contrario, quando funziona è non solo moralmente e umanamente desiderabile, ma dà anche ottimi risultati.

Chi ha esperienza di ambienti di vita e di lavoro in cui il clima è di collaborazione e rispetto reciproco, di forte motivazione, di riconoscimento del merito, sa bene quanto sono gradevoli e quanta qualità sono in grado di produrre. Ma la percezione è più emotiva che razionale, più istintiva che formale, più umana che schematica. E qui sta il problema. È molto difficile che il “merito” si possa definire e gestire secondo criteri standardizzati, burocratici o normativi.

Il tema della meritocrazia è stato – e continua a essere – ampiamente discusso. Molti pensano, non senza motivo, che sia un’utopia. Purtroppo lo è, se si immagina che possa essere universale e omogenea, applicabile a tutto e a tutti secondo uno schema rigido e con un unico criterio. Ma ciò non vuol dire che sia impossibile.

Con flessibilità e buon senso, sensibilità e comprensione, si può davvero dare valore al merito – molto più e molto meglio di quanto accada nella maggior parte delle organizzazioni (comprese quelle che immaginano, o fingono, di essere meritocratiche). E anche in ogni genere di rapporti umani.

Più che un metodo, è un’idea. Più che una disciplina, è un ideale – come tale irraggiungibile in “perfezione assoluta”, ma fertile e desiderabile come atteggiamento e aspirazione.

Potremmo, se ne avessimo davvero il desiderio, fare enormi progressi nel riconoscere il merito, dovunque sia. Ogni impegno in quel senso è, in sé, meritevole – ma anche nel “migliore dei mondi possibili” non riusciremmo mai a scoprire tutte quelle persone che, senza mai avere, né desiderare, le luci della ribalta, stanno migliorando una parte, piccola o grande, del mondo in cui viviamo. A quei tanti generosi “ignoti” probabilmente nessuno dedicherà mai un monumento. Ma meritano la nostra perenne gratitudine.

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Aggiornamento del 17 gennaio 2013:

 

http://www.montemesolaonline.it/Lettera_Aperta_direttori-stupidi.htm

 

al prossimo ministro del lavoro e Giorgio Squinzi presidente di confindustria

oggetto: Agenzia delle Entrate annuncia agevolazioni fiscali per il rimpatrio dei “cervelli”

Alla Vostra cortese attenzione,
non ci sono posti vacanti per il rientro in patria dei cervelli perché non c’è nessuna disposizione per l’esilio degl’imbecilli.
Un dibattito sulla stupidità, forse è meglio per ovvie ragioni di etichetta definirla improduttività dei dirigenti, non è mai stato affrontato politicamente e, considerato il particolare momento di crisi economica, le polemiche sulla flessibilità, produttività e il confronto concorrenziale dei costi nella globalizzazione sfavorevole per l’Italia, poiché direttori e quadri portano troppo in alto l’indice del costo del lavoro 
(gli imprenditori anziché chiedersi quanto costa un operaio utile, dovrebbero chiedersi quanto costa un dirigente inutile). Credo pertanto che non sia affatto un tabù discuterne nelle sedi opportune affinché si avvii al più presto un disciplinamento in merito.
Molto spesso nelle aziende, ma anche nella pubblica amministrazione, nel mondo politico e nel sistema finanziario, i capi non sono affatto operativi, sono sterili di idee e si limitano esclusivamente al comodo ruolo di rappresentanza interna tra i vari livelli delle maestranze e più delle volte rappresentano se stessi facendo uso del linguaggio del corpo.
Sono convinto che verrebbe fuori una bella e costruttiva disputa tra chi non fa di tutta l’erba un fascio e chi pensa come il sottoscritto che in un seminato o sono tutti intelligenti o tutti stupidi. In un collegio dirigenziale se prevale l’intelligenza, l’imbecille non avrebbe chance di imporsi e coabitare, mentre in quello opposto sarebbe esattamente il contrario.
Dove già domina la stupidità in un qualsiasi ambiente di lavoro, gli incapaci sono apprezzati, presi in considerazione e avviati in carriera poiché non innescano rivalità professionale, i capi stupidi temono la competizione. Gli imbecilli sono potenzialmente scarsi e non creano imbarazzo mettendo in luce l’incompetenza.. e convivono in simbiosi.. tra cani non si mordono 
(se non concorrono per lo stesso obiettivo). Invece chi sin da subito rivela talento viene mobbizzato e messo in condizione di non poter nuocere da chiunque, è consapevole di avere posizione non meritata. Purtroppo il fenomeno della presenza dei capi imbecilli avviene con ricambio esponenziale ed è in crescita, caricando sempre più i passivi aziendali.
I dirigenti stupidi, oltre ad essere incapaci nel proprio mestiere, sono anche di basso profilo etico, attributi concatenati.. se si trovano in un pasticcio pur di scaricarsi dalle proprie responsabilità sono abili ad incolpare chiunque, ma sono sempre pronti ad accollarsi meriti altrui. E se si vedono ad un certo punto della propria carriera in prossimità di un imbuto, intensificano le leccate ai diretti superiori e ognuno, pur di mettere in difficoltà per scavalcarlo, complotta contro il rivale, sembrano più ratti che cani, sono codardi e agiscono con pretesti personali e non mettendosi in evidenza con contesti  professionali. Queste condotte sono una piaga quotidiana, rendono impestato l’ambiente lavorativo = meno rendimento.. e si tratta di produrre in malora, ma ora si muore anche per la stupidità di un comandante, com’è accaduto a Costa Concordia. La dilagante stupidità dei capi non può essere più accettata.. la sindrome dello schettino, così la chiamo io, è ormai diventata una piaga nazionale e sta cancrenizzando tutto il settore produttivo e amministrativo, è devastante.. ci sta affondando tutti.
Parliamoci chiaro, la crisi economica non è una cosa venuta dal cielo, né saturazione del mercato.. un mercato globale è aperto e fa aumentare la domanda di prodotti e servizi, per cui l’unica causa possibile è l’incompetenza di chi ha poteri decisionali che decide male, o non decide affatto. Ed è ridicolo che sono gli stessi a pretendere di portare l’Italia fuori dalla voragine, poiché sono tutti ancora ben saldi ai loro posti.
C’è assolutamente bisogno di derattizzare gli ambienti delle attività e di investire nei cervelli d’opera e nella mano d’opera e non negli abiti del monaco come si è sempre fatto e si continua ancora a fare. Se “fannulloni e ladri fanno storia”, le ultime parole famose di Marcegaglia, è perché sono remissivi i capi stupidi, altrimenti non starebbero oltre il terzo giorno sui luoghi di lavoro. Se, come dice ancora Marcegaglia, è colpa dei giudici che reintegrano fannulloni e ladri, si potrebbe indurli alle proprie responsabilità, Berlusconi contro di loro ha già infranto un tabù, e non solo i giudici ma anche i medici dalla certificazione facile.
Sempre più spesso sentiamo parlare di meritocrazia, anche se è più un ritornello che un reale progetto, ma condivido solo in parte poiché un concetto veramente doc dovrebbe includere la stupidocrazia, premiare il merito si.. ma anche penalizzare gli imbecilli.
Vi rammento che la produttività non si tratta, non è come chiedere lo sconto.. tu lavori tanto e io ti pago poco, né lavoro in offerta speciale prendi 3 e paghi 2.. tu lavori tre ore e io te ne pago due. L’improduttività la si conosce, la si capisce e la si migliora.
Tengo a precisare, per evitare che qualche stronzo di dirigente tenti di cavalcare il cavallo contro la mia tesi semplicemente reclamando il merito di tutta la categoria per l’eccellenza di molte aziende italiane che effettivamente lo sono, che quanto affermo accade in quelle dove intermedia una trafila di individui tra la proprietà e i dipendenti di base.. sembrano masserie senza padrone. A differenza di tante piccole aziende dove responsabili e maestranze vengono quotidianamente sottoposti individualmente a continui test di professionalità e capacità produttive in modo diretto dal padrone stesso, e se esse soffrono, malgrado la passione e il costante impegno, è perché devono sostenere tutto il carico dell’imbarazzante “sistema Italia”.
Presidente Squinzi, La informo che non ho mai avuto riscontro a questa stessa lettera dal suo predecessore Emma Marcegaglia, probabilmente perché ha qualche schettino nell’armadio.
Onorevole nuovo Ministro, il ministro del lavoro del precedente governo Monti, Elsa Fornero, celebre più per il suo patetico pianto che per il buon risultato.. come se fosse stata pagata per piangere il morto e non per resuscitarlo, idem!

Per il sottoscritto questo argomento non lo è assolutamente un tabù, quindi ho avuto l’ispirazione a scrivere e mettere online la mia esperienza sul rapporto con la stupidità dei miei ex direttori dello stabilimento di laterizi Ala Fantini di Montemesola (Taranto) di proprietà del Gruppo Fantini di Lucera (Foggia), dal titolo La vera storia del re nudo“.

Cordiali Saluti
Coro Cosimo

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