Cari animalisti, invece di accusare la ricerca scientifica (rif. all’articolo “Trilogia dell’anti-scienza italiana – parte 2: perché è importante la sperimentazione animale?“), perchè non accusate chi alleva gli animali a fini alimentari senza adottare delle condizioni di allevamento che rispettino il benessere degli stessi animali? Perchè, prima di acquistare carne, uova e salumi, non andate a vedere dove sono stati prodotti e come lavora l’azienda che li mette in commercio? Cari animalisti, scendete dalle nuvole e guardate alla realtà vera, per favore…

L.D.

http://www.ilfattoalimentare.it/maiali-regole-benessere.html

Benessere animale: per i maiali in arrivo nuove regole dall’Europa, ma alcuni supermercati le anticipano

In Europa sono in arrivo nuove regole sul benessere dei maiali da allevamento, in vigore dal 1 gennaio 2013 secondo la direttiva 2008/120 che stabilisce le norme minime per la protezione dei suini. Ma c’è chi le ha anticipate. Già oggi importanti catene della grande distribuzione, come l’inglese Marks & Spencer, selezionano in tutta Europa i produttori “animal friendly”, che garantiscono agli animali da carne, standard di benessere più elevati di quelli previsti dalla legge.

L’obbiettivo si raggiunge «attraverso appositi disciplinari che controllano l’intera filiera produttiva, regolando le condizioni di vita, di trasporto e di macellazione» spiega Domenico Viola, responsabile qualità e sicurezza alimentare di Italcarni.

Per questo motivo Compassion in world farming, un’associazione internazionale che promuove il benessere degli animali da allevamento, ha assegnato quest’anno a Marks & Spencer il primo premio Good Pig, nato sulla falsariga di altri riconoscimenti simili per allevatori di pollame o bovini e destinato alle aziende che promuovono migliori condizioni di vita per scrofe e suini.

Le condizioni di vita dei maiali destinati alla macellazione sono da sempre un punto dolente. Secondo la legislazione europea vigente, negli allevamenti intensivi gli animali dispongono di un metro quadro per un maiale adulto, dai 110 Kg  e oltre,  «ma il discorso è diverso applicando questa norma per maiali di 110 Kg e per maiali di 170-180 chili, come quelli prodotti in Italia e soprattutto in Emilia Romagna» spiega la dott.ssa Irene Alpigiani, medico veterinario del Dipartimento di Scienze Medico Veterinarie dell’Università di Parma 1.

Inoltre le scrofe destinate alla riproduzione sono costrette a vivere in gabbie da parto che permettono solo di alzarsi e sdraiarsi senza potersi girare o muovere per evitare lo schiacciamento dei suinetti.

Questi ultimi entro i primi sette giorni di vita vengono castrati senza anestetico o analgesico, si tratta di operazioni previste dalla legge adottate per evitare di conferire alla carne sapori non sempre graditi tipici dei maschi adulti. Anche  le code vengono amputate per evitare aggressioni da parte di altri maiali.

«Bisogna tenere conto che i maiali sono animali sociali, che hanno bisogno di “manipolare” materiale di arricchimento come paglia o pezzi di legno» precisa Alpigiani.

La situazione è migliore negli allevamenti dove gli animali crescono allo stato brado e semibrado, comunque in situazioni che offrono maggiore libertà di muoversi e la possibilità di grufolare in ambienti esterni.

«Molto si sta facendo a livello europeo per elevare gli standard di benessere animale nell’allevamento suino – precisa Alpigiani – e molto è stato fatto dagli allevatori che, su base volontaria, scelgono di adottare un modello di allevamento con una tutela maggiore degli animali, inserendosi in particolari nicchie di mercato che premiano l’etica e il benessere».

Anche le condizioni di trasporto e macellazione possono essere migliorate rispetto alla legislazione vigente: «Marks & Spencer – spiega Viola – richiede informazioni dettagliate sulla durata del trasporto, esclude l’uso dello stimolatore elettrico che la normativa vigente consente – se pur con alcune limitazioni – per agevolare lo spostamento dei maiali, e richiede che gli animali siano trasportati in gruppi omogenei, senza separare i soggetti che hanno vissuto insieme in modo da evitare conflitti e stress.  Tutti questi passaggi devono essere documentati dai vari soggetti della filiera: allevatori, trasportatori e macello»

Molte di queste norme sono comprese nella normativa europea che entrerà in vigore dal primo gennaio 2013. Le  scrofe e le scrofette (le femmine destinate alla riproduzione che non hanno ancora partorito) non potranno più essere tenute isolate, ma dovranno stare in gruppo  anche se  l’indice di affollamento non è cambiato rispetto alla vecchia norma. C’è un altro aspetto da considerare: gli animali devono avere accesso a materiale manipolabile (paglia, fieno, legno).

Difficilmente però l’Italia sarà pronta per la scadenza (come è avvenuto d’altronde per il divieto di allevamento in batteria delle galline in vigore dallo scorso gennaio). Compassion in world farming sì è mobilitata con una pittoresca manifestazione per sollecitare il nostro paese ad adeguarsi. «L’immagine dell’Italia è a rischio», spiega la responsabile dell’organizzazione Anna Pisapia.

Non ci sono ancora dati certi sui vantaggi per i consumatori di procedure di allevamento più umane, mentre sappiamo che i maiali allevati allo stato brado, soprattutto di razze autoctone pregiate come la Cinta senese e il Suino Nero di Parma, crescono più lentamente e vengono macellati a età più avanzata. «Anche 14/18 mesi rispetto agli 8/10 mesi degli animali che provengono da allevamenti intensivi», spiega Alpigiani.

C’è la legittima richiesta nei paesi del Nord Europa e da alcuni attenti consumatori italiani, di una scelta consapevole attraverso una sistema di etichettatura “animal friendly” che garantisca condizioni di vita decorose agli animali destinati ad essere macellati per uso alimentare.

Paola Emilia Cicerone –  31 Ottobre 2012

http://www.ilfattoalimentare.it/barilla-coop-amadori-premio.html

Coop, Barilla e Amadori vincono 3 premi europei per il benessere animale

Sono tre le aziende italiane che hanno ricevuto quest’anno il Premio Europeo Benessere Animale promosso da Compassion in world farming, l’associazione inglese nata per tutelare la qualità di vita degli animali di allevamento e assegnato due giorni fa a Londra.

Con questa iniziativa – da cui traggono beneficio ogni anno oltre 270 milioni di galline, polli, mucche da latte, vitelli e maiali – il gruppo vuole offrire un riconoscimento alle aziende che hanno autonomamente scelto di adottare standard più elevati di quelli imposti per legge.

Quest’anno tra i premiati ci sono tre aziende italiane: Barilla, premio Good Egg 2012 per aver scelto di utilizzare uova di galline allevate a terra per tutta la propria pasta all’uovo e in tutta Europa; Amadori, premio Good Chicken 2012 per aver migliorato la qualità di vita dei polli “10+” garantendo loro maggior libertà di movimento e l’uso della luce solare, di trespoli e balle di paglia per favorire comportamenti naturali. Infine Coop Italia è stata premiata come leader europeo categoria supermercati per aver dimostrato di essere la catena di supermercati italiana che in questi anni ha contribuito maggiormente al benessere degli animali da allevamento.

[…] Proprio oggi Coop Italia ha confermato il proprio interesse per il benessere animale annunciando la decisione di non vendere più foie gras ottenuto attraverso l’alimentazione forzata di oche e anitre. Si tratta di metodiche dolorose che la FAO già da dieci anni ha condannato come “una pratica non consentita”. In Italia, come in molti altri paesi europei, è già stata vietata la produzione, ma non la vendita, di questo prodotto e dei suoi derivati. Anche in questo caso quindi Coop Italia – che ha già smesso di ordinare il foie gras e lo sta eliminando dai propri scaffali – ha preceduto i legislatori: al Parlamento di Strasburgo è infatti in discussione la proposta di vietare la produzione del fegato grasso con gli attuali sistemi su tutto il territorio europeo. Nell’attesa,  commentano in dirigenti di Compassion in World Farming, non c’è che da augurarsi che le altre catene di distribuzione, italiane e non, seguano l’esempio di Coop Italia. […]

Paola Emilia Cicerone – 02 Novembre 2012

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http://www.ciwf.it/chi-siamo/

La maggiore organizzazione internazionale per il benessere degli animali da allevamento

La mission di CIWF é quella di promuovere pratiche di allevamento rispettose del benessere degli animali, dell’ambiente e delle persone.  Il nostro approccio é pluridisciplinare e mette in evidenza i legami esistenti tra benessere animale, salute pubblica, sicurezza alimentare e problematiche ambientali, proponendo alternative percorribili all’allevamento intensivo.

Compassion in World Farming (CIWF) é stata fondata nel 1967 da Peter Roberts, un allevatore inglese di mucche da latte, che scelse di opporsi alla crescente intensificazione dei metodi di allevamento e all’impatto negativo che ne conseguiva sul benessere degli animali.

Da oltre 40 anni quindi lavoriamo per porre fine a tutte le pratiche crudeli utilizzate negli allevamenti intensivi, promuovendo allo stesso tempo metodi di allevamento rispettosi del benessere degli animali.

Ad oggi Compassion  è riconosciuta come la maggiore organizzazione non governativa internazionale per il benessere degli animali da allevamento.

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Aggiornamento del 13 gennaio 2014:

Considerate le carenze alimentari a cui si può andare incontro, sembra davvero stupido fare diete vegetariane o, peggio ancora, vegane.

Sarebbe sufficiente consumare meno carne, magari acquistandola attraverso sistemi su ordinazione (on-demand), che ancora non esistono, e preoccuparsi di più del benessere degli animali che finiranno sulla nostra tavola.

http://ilventunesimosecolo.blogspot.it/2012/06/la-dieta-vegana-e-vegetariana-fanno.html

La dieta vegana e vegetariana fanno male alla salute

21 giugno 2012

[…] Da anni ormai si è diffusa la credenza che un’alimentazione vegana (cioè vegetariana in senso stretto, senza l’uso di proteine animali, quindi un’ alimentazione priva anche di derivati di animali come latte e uova) preservi dal cancro,che la carne rossa “fa venire i tumori”. Cosa c’è di vero alla luce delle attuali conoscenze mediche?

1- È parzialmente VERO
che l’alimentazione vegana diminuisce del 30% il rischio del cancro al colon e al retto. 
Chi consuma carne rossa (a causa dei grassi contenuti in essa; il rischio diminuisce se si scelgono carni rosse magre
e se si utilizzano metodi di cottura non traumatici, evitando per esempio la griglia) o altri cibi animali grassi (formaggi grassi) è quindi più a rischio per questi DUE tipi di tumore. Le più recenti ricerche dimostrano però che non sono i grassi saturi il fattore di rischio, ma il loro ABUSO: in soggetti normopesoil fattore di rischio non è aumentato.

2 – È FALSO
che l’alimentazione vegana protegge da tutti i tumori.
 Per esempio una ricerca condotta su 350.000 donne per un periodo di 6-15 anni da ricercatori della Harvard School of Public Health di Cambridge, nel Massachusetts ha dimostrato che non c’è nessuna prova convincente di una significativa diminuzione del rischio di tumore del seno nelle donne che consumano frutta e verdura in abbondanza. La ricerca ha peraltro dimostrato come nelle donne obese il rischio di tumore al seno sia più alto. Perché questa ricerca è importante? Perché dimostra che il presunto ruolo anticancro di frutta e verdura è decisamente ridotto se si considerano individui “magri”. In sostanza si deve modificare la precedente posizione secondo cui esisterebbero alimenti (come i grassi di origine animale) che favorirebbero i tumori in quella secondo cui alcuni alimenti sarebbero tanto più a rischio quanto più il soggetto è sovrappeso. Anche se preserva solo in parte dai tumori all’apparato digerente (anche i vegani muoiono di cancro), potrebbe essere un aiuto per tutti coloro che sono esposti a fattori di rischio o sono geneticamente predisposti a questo tipo di tumori. Se però si traduce in numeri il punto 1) (su 100 morti si considerano quelle per tumore; su queste si considerano quelle per tumori all’apparato digerente e infine si considera il diminuito rischio del 30%, che non è poi molto) si scopre che un’alimentazione vegana non ha un’incidenza significativa sulla vita media, tenendo conto che comporta anche svantaggi dal punto di vista salutistico, altrettanto provati come la riduzione del rischio tumorale. La genetica ha ormai dimostrato che la frase “siamo ciò che mangiamo” è solo parzialmente vera perché è anche vero che “siamo ciò che nasciamo”.

3 – È FALSO
che basta un’alimentazione vegana per proteggersi dai tumori all’apparato digerente. 
Infatti uno studio del dipartimento dell’Agricoltura statunitense su 71 tipi di broccoli ha rilevato che le quantità di glucorafanina (la sostanza che dovrebbe proteggere dal cancro) varia enormemente a seconda del tipo. In alcuni broccoli è addirittura assente. I nutrizionisti americani alla luce di queste scoperta pensano di realizzare ibridi ricchi di glucorafanina, addirittura con l’impiego della genetica. Ciò forse non piacerà ai vegani più naturalisti, ma il mondo va avanti. Infatti le varietà attuali più ricche di glucorafanina sono quelle più amare, meno appetibili (la glucorafanina è legata a un’altra sostanza dal sapore nettamente amarognolo) e quindi probabilmente non basteranno le tecniche tradizionali per ottenere ibridi che possano essere accolti favorevolmente dai consumatori. Lo stesso procedimento si pensa di attuare anche per i pomodori, aumentando il contenuto di licopene, un antiossidante che attacca i radicali liberi. Attualmente la quantità di licopene è proporzionale alla temperatura del luogo di coltivazione: i pomodori coltivati a Napoli contengono più licopene di quelli coltivati in Lombardia.

4) Veramente al sicuro?
Da ultimo la ricetta vegana contro il cancro non è scientifica. La morte per cancro di Linda McCartney, vegana convinta, ha messo in crisi parecchi vegani che si ritenevano assolutamente al sicuro dalla malattia.

[…]

I DANNI PROVOCATI DA UNA DIETA VEGANA

  • La vitamina B12, assieme ai folati, è necessaria per convertire l’omocisteina in metionina.
  • Se questa reazione metabolica è bloccata, allora i livelli di omocisteina aumentano, causando l’elevazione dei livelli di SAH (S-adenosilomocisteina) e bloccando reazioni di metilazione vitali.
  • I processi di metilazione sono necessari per stabilizzare DNA, RNA, proteine, produrre neurotrasmettitori e altre sostanze (coenzima Q10) e disintossicare l’organismo.
  • Una carenza di folati favorisce l’anemia megaloblastica.
  • In carenza di vitamina B12 le reazioni di metilazione sono compromesse e i folati vengono in parte intrappolati (“trappola del metile”), provocando ancora anemia megaloblastica.
  • La carenza di vitamina B12, a fronte di elevate assunzioni di folati, provoca danni al sistema nervoso, piuttosto che anemia.
  • L’omocisteina ha effetti favorenti l’ossidazione (pro-ossidanti) ed è coinvolta nel rischio cardiovascolare.
  • I livelli medi di omocisteina nei vegani sono circa 14 mmol/l. Sulla base dei risultati sopra riportati, questi elevati livelli elevati della sostanza possono essere associati con un aumento in mortalità del 40%, riconducibile soprattutto a malattie cardiovascolari e altre cause.
  • I bassi livelli di colesterolo dei vegani permettono di prevedere una mortalità per cardiopatia pari al 50% di quella dei carnivori, cosicché il risultato totale atteso dovrebbe portare alla riduzione di circa il 30% della mortalità attesa per cardiopatia, ma si riscontra anche un aumento del 40% di mortalità per altre cause, con poca differenza quindi nella mortalità totale.

CONSIGLI

Il consiglio dunque è il solito: mangiare di tutto, ridurre il consumo di carne, e (se si può) coltivarsi qualche ortaggio a casa propria. In giardino o nei vasi. Ridurre il consumo di cibi conservati (anche se ormai oggi il 99% dei cibi sono tutti pieni di conservanti (dal prosciutto al latte, dalle merendine alle olive sott’ olio). […]

E infine, attenti al cibo biologico o cibo che considerate sano!

http://love-lacto-ovo-vegetarian.blogspot.it/2009/04/troppe-carenze-per-chi-esclude-latte.html

Dieta vegan: “troppe carenze se escludi latte, formaggi e uova”

Mette a confronto i vegan e i vegetariani, e perciò può esser utile ad entrambi, un breve articolo del Corriere della Sera (19 aprile 2009), che riportiamo qui di seguito.L atte, latticini e uova fanno la differenza tra vegan e vegetariani. Dal punto di vista nutrizionistico, perciò, i due regimi alimentari possono divergere anche di molto. Ma se il soggetto lacto-ovo-vegetariano è trasandato, svogliato o tende a mangiar troppo poco e male, i regimi vegan e vegetariano possono anche assomigliarsi molto, accomunati dai difetti.

E’ abbastanza interessante, nonostante il solito irritante tono elementare e troppo sintetico con cui tratta l’alimentazione (e la medicina pratica), che il medesimo giornale si guarderebbe bene dall’usare quando parla delle “cose davvero importanti”, come calcio, tv o politica, in cui si diffonde inutilmente in colonne e colonne di particolari e minuziosità. Ma questo è un difetto di tutta la stampa italiana, e perfino degli stessi nutrizionisti quando parlano al largo pubblico.
Da notare che, una volta tanto, il nutrizionista di turno a cui spetta di dare avallo scientifico all’articolo agli occhi del lettore medio, non ripete la solita solfa del “pesce, fondamentale per il suo contenuto in Omega-3” (contenuto spesso da dimostrare, visto che quei tipi di grassi sono labili al calore della cottura, abbondano solo in poche specie, e comunque risiedono per lo più nel fegato, che però viene eliminato dalle cuoche). No, il prof. Cannella correttamente indica le noci come fonti alternative:
TROPPE CARENZE PER CHI ESCLUDE ANCHE LATTE, FORMAGGI E UOVA
“Quali sono gli effetti sulla salute delle diete vegane, che escludono tutti gli alimenti di origine animale compresi, quindi, latte e derivati e le uova? Non si sa con certezza, anche perché il termine “vegetariano” viene utilizzato per indicare diete molto diverse, compresa quella vegana, e questo rende difficile capire quali sia l’impatto di ciascuna sulla salute. Inoltre, non è facile separare l’effetto della dieta da altri aspetti dello stile di vita, che nei vegetariani, in genere, risulta spesso più attento.
Dai dati disponibili (non molti) i vegani, se confrontati con altri vegetariani, sono più magri, hanno più bassi livelli di colesterolo e di pressione arteriosa. Riguardo ai tumori, però, gli studi epidemiologici condotti sinora non hanno fornito prove convincenti che una dieta vegana fornisca una significativa protezione, e questo nonostante la grande quantità di vegetali assunti dai vegani e l’assenza di alimenti, come la carne rossa e le carni lavorate, che sono stati associati con un aumentato rischio di tumori del colon retto. Si pensa, quindi, che la responsabilità di questo mancato effetto sia da ricondurre al basso livello di vitamina D, spesso riportato nei vegani e di recente associato con un aumentato rischio di tumori. “Nella dieta vegana – ricorda Carlo Cannella – è elevato il rischio di carenze in particolare di ferro, zinco, calcio: quello contenuto nel latte e derivati è assorbito più facilmente rispetto a quello presente nei vegetali. Inoltre, la dieta vegana è priva di vitamina B12 importante per la maturazione dei globuli rossi e coinvolta nel metabolismo della omocisteina. La dieta vegana è anche povera di acidi grassi omega 3 a lunga catena che si trovano soprattutto nei pesci grassi. Gli omega 3 si possono ottenere anche a partire dall’ acido alfa linolenico presente in alcuni ortaggi e nelle noci, ma sono particolarmente necessari nei primi anni di vita e nella vecchiaia proprio quando questo processo di conversione dell’acido alfa linoleico risulta meno efficiente”.

postato da Nico Valerio

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Aggiornamento del 12 marzo 2014:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/filippo-marano/verso-unalimentazione-hi-tech/marzo-2014

Verso un’alimentazione hi-tech

[…] A quanto pare, le staminali possono essere utilizzate anche in ambito alimentare, entrando a pieno titolo nel ricettario degli chef. Nell’università olandese di Maastricht, lo scienziato Mark Post è infatti riuscito a far crescere un beef burger in provetta (e a portarlo persino al TED). Il muscolo bovino è stato coltivato a partire da cellule miosatelliti, prelevate dal collo di una mucca, normalmente responsabili della riparazione dei tessuti lesionati. Cellule che, in mancanza di vasi sanguigni, si sono moltiplicate a contatto con un siero nutriente, ottenuto – purtroppo – dal sangue di vitellini. Ma l’applicazione delle staminali a scopi nutrizionali sembra una delle strade più promettenti per risolvere i numerosi problemi legati all’allevamento industriale: inquinamento, perdita di biodiversità, qualità della vita degli animali, ecc. Lo stesso Bill Gates, uno dei padri della tecnologia moderna, è un convinto sostenitore della ricerca sulla carne artificiale, in particolare per l’impiego della soia come fonte di proteine vegetali. Ci sono poi le associazioni animaliste e vegane, che fanno di tutto per mostrare i danni delle abitudini alimentari odierne, anche in termini di consumo di energia e di terreno. La scelta spetta a noi, ma la tecnologia può darci una mano. […]

Filippo Marano – 10 marzo, 2014

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Aggiornamento del 18 aprile 2014:

http://www.ilfattoalimentare.it/sostenibilita-della-carne-ambiente.html

La sostenibilità della carne: è possibile consumarla senza danneggiare noi, gli animali e l’ambiente?

Pubblicato da Redazione Il Fatto Alimentare il 8 aprile 2014

La carne può essere sostenibile? È la domanda che ormai da qualche anno sempre più persone si stanno facendo. Per vari motivi: salutistici, economici, ambientali, etici. La risposta è sì. […] cosa si intende per carne sostenibile: è il prodotto che si ottiene da allevamenti in cui l’ambiente e il benessere animale sono tenuti in massima considerazione, e il cui consumo (moderato) porta benefici, e non danni, alla nostra salute. […]

Al di là della necessità di andare oltre la visione limitante e parziale che la CO2 emessa dà dei nostri impatti ambientali,  si può dire che la produzione e il consumo di carne possono essere sostenibili eccome. Basta rispettare le leggi, almeno in Europa, e le regole del buon senso. E andare oltre slogan pro o contro il consumo di carne, approcci ideologici e prese di posizione che, spesso, oltre a non stare né in cielo né in terra, possono distogliere la nostra attenzione dal vero problema: il modello di crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite.

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Aggiornamento del 7 maggio 2014:

http://oggiscienza.wordpress.com/2014/05/07/allevamento-2-0-il-progetto-all-smart-pigs/

Allevamento 2.0, il progetto All Smart Pigs

FUTURO – Quattro allevamenti di maiali, cinque provider di servizi e tecnologie, due enti dedicati a ricerca e sviluppo (RTD). In tre parole, All Smart Pigs.

Si tratta di un progetto di precision livestock farming (PLF) finanziato dall’Unione Europea allo scopo di trasformare le classiche aziende agricole in aziende intelligenti e tecnologicamente avanzate, mantenendo costi ridotti a fronte di un allevamento più redditizio. Nei prossimi 15 anni è previsto un aumento della richiesta di carne a livello mondiale di circa il 40%, il che rende evidente come sia necessario intervenire al più presto con modelli di allevamento che siano sostenibili oltre che produttivi, e che garantiscano il benessere degli animali.

Il coordinatore del progetto è Heiner Lehr, partner dell’azienda spagnola Syntesa, società di consulenza internazionale che lavora nell’ambito dell’innovazione. Sul fronte di All Smart Pigs, dalla Syntesa sono dunque arrivati dei sensori che rilevano le esigenze degli animali, permettendo di risolvere i problemi più rapidamente e avere, come risultato, maiali più sani e che crescono velocemente. I tre aspetti che vengono monitorati sono: alimentazione degli animali, crescita e condizioni di salute.

Le tecnologie sviluppate finora sono state installate in quattro aziende tra Spagna e Ungheria, dove uno dei vari tipi di monitoraggio ha già cominciato a dare i suoi frutti: controllando gli episodi di tosse (negli allevamenti vengono registrate non solo immagini ma anche suoni), gli allevatori sono stati subito in grado di riconoscere la presenza di malattie respiratorie, e uno degli aspetti che è immediatamente stato implementato è la qualità dell’aria, a beneficio degli animali. Anche il controllo sull’alimentazione, in termini di quantità di cibo ingerito e aumento del peso corporeo, fornisce un potenziale allarme preventivo per problemi di salute legati proprio al consumo dei mangimi. Se per molti gli investimenti in tecnologie avanzate sono giustificati solamente da introiti sicuri e un cospicuo ritorno di quanto speso, nel caso dell’allevamento intensivo anche il benessere degli animali costituisce un driver non trascurabile. […]

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