Come fare per prevenire gli abusi di potere da parte di chi fa politica? Nell’ultimo capitolo del suo libro “Privilegium” Michele Ainis lancia alcune interessanti proposte, tra cui:

  1. fare in modo che i candidati non abbiano alcun tipo di conflitto d’interessi;
  2. la possibilità di revocare dalla carica chi è immeritevole, strumento che si chiama appunto “revoca del mandato” o, in inglese, “recall”;
  3. introduzione della possibilità di effettuare referendum propositivi in aggiunta a quelli abrogativi;
  4. istituzione di una Camera dei cittadini, estratta a sorte tra i cittadini che possiedono le necessarie competenze.
Interpretando la relazione tra politica e cittadini attraverso il modello universalmente applicabile della Teoria dei Sistemi, le proposte qui sopra elencate fungerebbero da retroazione negativa e sarebbero funzionali alla stabilizzazione del sistema:
[…] Si parla di retroazione negativa quando i risultati del sistema vanno a smorzare il funzionamento del sistema stesso stabilizzandolo. I sistemi con retroazione negativa sono in genere stabili e tipicamente portano il sistema a convergere. […] 
L.D.

http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/5906_privilegium_ainis.html

Libro “Privilegium” di Michele Ainis

I figli dei bancari ereditano il posto del padre. Le mogli dei ferrovieri viaggiano in treno gratis. I sindacalisti sono esentati dai contributi pensionistici. I docenti di religione guadagnano più di chi insegna matematica. Piccole cose? Tutt’altro: sono i segni rivelatori di una rete di privilegi e ingiustizie, in gran parte sommersa, che copre l’intero Paese. E ora che una fase politica della nostra storia si è chiusa e che ci accingiamo a raccogliere i cocci di un’Italia provata dalla crisi economica, la parola d’ordine è: sviluppo. Ma non c’è sviluppo senza rilancio economico, e non c’è rilancio economico in un mercato prigioniero di mille corporazioni che vivono beatamente e pigramente delle proprie rendite di posizione. Notai, petrolieri, banchieri, farmacisti, commercialisti, assicuratori sono solo alcune delle lobby, ben rappresentate in Parlamento, alle quali paghiamo conti salatissimi imposti dai loro cartelli. E che lo Stato foraggia con le nostre tasse, confezionando di volta in volta leggi su misura che ne garantiscono la legittimità e il benessere. Tanto che abbiamo in circolo 63.000 norme di deroga, con buona pace del principio di eguaglianza. Uno schiaffo al merito, alla concorrenza, alla mobilità sociale: e infatti un italiano su due rimane intrappolato nel proprio ceto d’origine e dagli anni Ottanta la disuguaglianza sociale è cresciuta del 33%. In questo libro documentato e appassionato, Michele Ainis individua il ganglio fondamentale su cui si gioca la prossima, decisiva, partita dell’Italia: liberarci dalla dittatura degli interessi privati per diventare un Paese dinamico e competitivo. Come? Grazie a una vera liberalizzazione, con leggi ferree e senza eccezioni. Come scrive Ainis, “Non resta che la rivoluzione. Pacifica, ordinata; ma senza dispense né indulgenze, senza salvacondotti per i vecchi vassalli e valvassori. Di eccezioni, fin qui, ne abbiamo sperimentate troppe. Ora è il tempo della regola”.

Michele Ainis è tra i più noti costituzionalisti italiani. Insegna all’università di Roma Tre. Scrive sul “Corriere della Sera” e su “l’Espresso”. Ha pubblicato una ventina di saggi su temi politici e istituzionali (da ultimo L’assedio, 2011). Questo è il suo primo romanzo.

http://www.rimini5stelle.it/2012/04/revoca-del-mandato-alleletto-uno-strumento-di-democrazia-diretta/

Revoca del mandato all’eletto, uno strumento di democrazia diretta

DI MASSIMO MANDUCHI – 24 APRILE 2012

Duecento anni fa Alexander Hamilton scriveva: «La speranza dell’impunità rappresenta un notevole incitamento alla ribellione; il timore di una punizione la scoraggia, invece, in ragione direttamente proporzionale».

Oggi l’opportunità d’individuare degli strumenti che consentano di garantire un controllo sull’operato degli eletti si palesa, in Italia, in modo drammatico.

Esiste, in verità, l’articolo 70 – “Azione popolare” – del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 – “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” – che testualmente recita:

1. La decadenza dalla carica di sindaco, presidente della provincia, consigliere comunale, provinciale o circoscrizionale può essere promossa in prima istanza da qualsiasi cittadino elettore del comune, o da chiunque altro vi abbia interesse davanti al tribunale civile, con ricorso da notificare all’amministratore ovvero agli amministratori interessati, nonché al sindaco o al presidente della provincia.

2. L’azione può essere promossa anche dal prefetto.

3. Per tali giudizi si osservano le norme di procedura ed i termini stabiliti dall’articolo 82 del decreto del Presidente della Repubblica 16 maggio 1960, n. 570.

4. Contro la sentenza del Tribunale, sono ammesse le impugnazioni ed i ricorsi previsti dagli articoli 82/2 e 82/3 del decreto del Presidente della Repubblica 16 maggio 1960, n. 570.

Ma già dalla sua semplice lettura si evince che si tratta di uno strumento praticamente inservibile, proprio per la sua stessa elaborazione. Semplice e pura propaganda. Infatti, non abbiano notizia che sia mai stato revocato, in Italia, un pubblico amministratore per mezzo di questa norma. Ed anche chi ci ha provato (a Pistoia, per esempio) non ha sortito effetti.

Eppure la rimozione dell’eletto ovvero la revoca del mandato è un esercizio della funzione di controllo politico da parte dell’elettore ed in quanto tale è una concretizzazione della sovranità  popolare prevista dall’art. 1, Comma 2, della Costituzione. Così com’è uno dei due principi su cui poggia il federalismo, ovvero la sovranità che tramite il voto i cittadini conferiscono ai rappresentanti, è inferiore alla sovranità che riservano per se stessi sui fatti. Vedasi «Del Principio Federativo» di Pierre-Joseph Proudhon

Nel corso anni molti sono stati i casi in cui si è fatto uso di questo strumento ma qui si ricorda quello più “appariscente” perché ha portato alla ribalta politica l’attore Arnold Schawarzenegger (repubblicano), dopo la rimozione del Governatore della California, Gray Davis (democratico).

Il caso di Gray Davis non è, del resto, un caso isolato ed è semplice trovare la calendarizzazione degli eventi di Recall negli USA, sia per genere di cariche pubbliche, sia anno per anno.

Si presta dunque come spunto per una, se pur veloce, valutazione dello strumento del Recall, quale esercizio di democrazia diretta, che ben si colloca in un sistema fondato sull’elezione dei rappresentanti.

Di Recall si è parlato qualche estate fa a Bell, città di 40.000 abitanti nella contea di Los Angeles. Nonostante la cattiva situazione finanziaria del Comune, il sindaco e gli altri amministratori si erano creati una legge ad hoc, in base alla quale guadagnavano cifre fuori standard (l’assistente del city manager prendeva 376.000 $ annui, e il capo della polizia 788.999, il doppio di Obama).

Il Los Angeles Times ha denunciato il fatto, dopo di che è arrivata la minaccia di Recall da parte di un’associazione di cittadini (democrazia diretta con efficacia immediata, cosa impensabile in Italia), e la vicenda si è risolta con una serie di dimissioni prima della procedura di revoca, anche se i cittadini insistono nel volere completare la pulizia.

L’istituto del Recall permette quindi la revoca di un amministratore prima della scadenza del suo mandato, semplicemente perché i cittadini “ne disapprovano le scelte politiche o per sanzionarne un comportamento inopportuno”.

Negli Stati Uniti, le procedure di Recall non previste a livello federale, possono colpire i funzionari elettivi del potere esecutivo, i membri del parlamento statale e persino i giudici.

Certamente negli Usa la maggior parte delle cariche pubbliche è elettiva: dal giudice di contea al capo della polizia fino al governatore.

Roba dell’altro mondo? Macché, l’istituto della revoca esiste anche in Canada, nelle vicine Svizzera e Germania e altrove.

Va detto che ci sono controindicazioni.

Ad esempio il Recall può essere attivato da un partito concorrente, al semplice scopo di delegittimare l’avversario di turno. Ma si pensi che questo si verifica comunque già oggi anche in Italia tramite la stampa, ad esempio.

Insomma il Recall ha lo scopo di migliorare i limiti delle democrazie rappresentative (tutte bisognose di una riforma civile immane), e di evitare che il rapporto tra governanti e governati si risolva tramite ghigliottine reali o mediatiche, oppure tramite stagnazione e latifondo.

Proponiamo l’introduzione, negli Statuti degli Enti locali, di una normativa di revoca di semplice e tempestiva attivazione, migliorando ed “interpretando” l’articolo 70 sopra citato, ed allargandone l’utilizzo anche ai ‘rappresentanti’ nelle aziende facenti capo agli stessi Enti pubblici, proprio per materializzare una reale democrazia.

http://www.radici-press.net/a-chiarelettere46/serve-una-cura-per-l-italia-la-ricetta-del-saggista-michele-ainis-nel-nuovolibro-meritocrazia-e-democrazia-diretta

Serve una cura per l’Italia. La ricetta del saggista Michele Ainis nel nuovo libro: meritocrazia e democrazia diretta.

intervista raccolta da Rocco Femia

RADICI: Lei detta una cura per l’Italia malata: ma qual è secondo lei la malattia del nostro Paese? 

Michele Ainis: Alle radici dei guai c’è una malattia pericolosa: l’ingiustizia. C’è in giro la percezione diffusa di vivere in una società ingiusta, che non sa ricompensare i meriti. Che è feroce contro i deboli e che chiude un occhio sugli abusi dei potenti. Ormai in Italia tu vai avanti se hai la fortuna di appartenere ad una famiglia potente oppure se sei legato ad una lobby laica o religiosa che sia. Allora se il sistema funziona così, ognuno cerca di salire su uno sgabello più alto e, per farlo, pesta i piedi al suo vicino.

Ma come può la meritocrazia conciliare eguaglianza e libertà? 
Se una società è tendenzialmente meritocratica, la libertà diventa la libertà di decidere il proprio destino. Una società meritocratica rimuove gli ostacoli che falsano la gara cercando di realizzare un’eguaglianza almeno ai nastri di partenza. Per cui anche il figlio dell’operaio può arrivare primo e precedere il figlio del dirigente. In questo senso, quindi, tendere alla meritocrazia significa dare una chance di libertà e di eguaglianza.

Nel suo libro parla di mobilità sociale. Lei dice che è vitale per una vera democrazia: perché? 
Perché la mobilità sociale significa possibilità per i migliori di raggiungere postazioni di responsabilità sociale. Se questo non avviene, significa che i posti di comando sono raggiunti solo dai mediocri. E se siamo governati dai mediocri non avremo mai un buon governo e una polis che funziona. Se una polis non funziona — in termini di servizi pubblici e di giustizia — ciascuno di noi è portato a dare tutte le colpe al sistema che governa la polis e, quindi, alla democrazia, anche in nome di un malinteso senso della giustizia. Se la democrazia produce questo risultato, alla fine, ci ritroviamo a voler essere guidati da un uomo con la mascella forte (ride).

Colpa di chi? 
In un Paese come l’Italia dove il Parlamento è cooptato da chi, nei fatti, blocca meritocrazia e mobilità sociale, emerge il problema dell’inefficenza del sistema. Questo è un punto critico. Viviamo in una democrazia parlamentare con una legge del 2005 che ha praticamente stabilito che i parlamentari sono scelti dal segretario di partito e non dal popolo. In pratica una delega in bianco, a dispetto della partecipazione diretta. Questo ha significato un dominio dei partiti e pochissimi strumenti di decisione diretta per i cittadini. Quindi, visto che è difficile che partiti e oligarchie possano coltivare l’idea del suicidio, dovremmo usare quei pochi strumenti di democrazia diretta che abbiamo a disposizione.

Quali? 
Per esempio l’iniziativa legislativa popolare che oggi — è vero — è un’arma scarica perché, una volta che si sono raccolte 50 mila firme, la proposta di legge rimane a marcire nei cassetti di Montecitorio [NdR: la Camera dei deputati]. Ma se ci fosse una mobilitazione di alcuni milioni di firme, si creerebbe una forza di cui sarebbe difficile non tenerne conto. Inefficenza, ingiustizia, disuguaglianza, illegalità hanno come fattore scatenante l’incapacità di riconoscere il merito. Una scelta che cambierebbe molto il paese è quella di limitare il numero dei mandati parlamentari a due. Dopo, ognuno ritorna al suo mestiere. Il problema purtroppo è che molti parlamentari non hanno fatto altro nella loro vita che il politico.

Ma tutto questo non è un po’ utopistico? 
Non sottovalutiamo l’utopia. Questa è una direzione. Se ce l’hai sai dove andare anche se nella vita sai che non puoi realizzarla pienamente. Magari altri lo faranno dopo di te. Il problema dell’Italia è che oggi non c’è nessuna utopia che indichi un cammino da seguire.

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