Non è mia intenzione fare qui un ripasso di storia: tutti quanti, a scuola, dovremmo aver studiato il Decadentismo, quel “movimento artistico e letterario sviluppatosi in Europa, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli inizi del XX secolo, che si contrappone diametralmente alla razionalità del positivismo scientifico e del naturalismo”. Il termine “decadente”, in origine, fu rivolto polemicamente contro alcuni poeti che esprimevano lo smarrimento delle coscienze e la crisi di valori di fine Ottocento, un periodo storico sconvolto dalla rivoluzione industriale, dai conflitti di classe, da un progressivo scatenarsi degli imperialismi, dal decadere dei più nobili ideali romantici, avvertendo, al dì la dell’ottimismo ufficiale e spesso ipocrita della società, il fallimento del sogno positivistico, ossia la persuasione che la scienza, distruggendo le “superstizioni” religiose, sarebbe riuscita a dare una spiegazione razionale ed esauriente del mistero della vita e avrebbe posto i fondamenti di una migliore convivenza degli uomini.

Il decadentismo moderno trae origine dalla crisi economica che ci ha travolti nel 2008 e che tutt’ora ci sta rendendo la vita difficile: anche oggi stiamo vivendo una crisi di valori, nella quale viene messo in discussione il modello economico consumistico che è diventato lo standard di riferimento per i paesi avanzati a partire dagli anni ’60. Il fatto che tale modello sia ormai fallito è ben dimostrato dall’avvento di questa crisi, anche se, dal mio punto di vista, un esito del genere si sarebbe potuto facilmente prevedere (probabilmente qualcuno l’avrà effettivamente previsto, ma nessuno evidentemente ha mai dato importanza a cotale profezia). Questa ormai NON E’ PIU’ UNA SEMPLICE CRISI ECONOMICA, MA E’ LA CRISI DI UN MODELLO ECONOMICO, il modello dell’iperconsumismo appunto, che ha preso il sopravvento tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. In quel periodo ci hanno insegnato l’uguaglianza divertimento = consumo, ci hanno ficcato in testa che per essere felici e divertirsi bisognava spendere. Quello che oggi il mondo ci chiede non è facile, ma non è nemmeno impossibile: il mondo ci chiede un cambio di mentalità, un cambio di paradigma, che consiste nel passaggio dall’iperconsumismo alla “neosobrietà”. Quello a cui dovremmo aspirare non è di certo rappresentato da quella che chiamano “decrescita felice”, perchè nessuna decrescita può essere felice, ma semplicemente una maggiore razionalità e parsimonia nella gestione del denaro, secondo il razionale criterio che pur spendendo poco si può essere felici. E’ facile dirlo a parole, ma provateci se ne avete il coraggio. Ma attenzione: non vale spendere poco acquistando oggetti di scarso valore (come quelli cinesi ad esempio) allo scopo di acquistare il maggior numero di oggetti possibile. “Neosobrietà” significa trovare il giusto rapporto qualità/prezzo, in base sia alle proprie esigenze che alle proprie disponibilità economiche, mentre “iperconsumismo” significava acquistare pur non avendone la necessità o pur non avendo sufficiente disponibilità (perchè tanto si può pagare a rate).

Com’è facile notare, dopo quasi 6 anni di crisi economica non siamo ancora riusciti ad abbandonare il nostro stile di vita “chi-se-ne-frega-io-spendo”, fatto di tanti acquisti ed abbondanti sprechi, causati da una modalità di acquisto impulsiva ed irrazionale. Uno stile di vita che da sempre si è basato anche sulla necessità di spendere tanto per dimostrare agli altri il proprio status sociale e sulla frenetica rincorsa agli oggetti più pubblicizzati e all’ultima moda (vedi gli ‘articoli “Invidia e desideri insoddisfatti come motori del consumismo” e “L’era del consumismo (senza valori) sta per finire…“).

Chi non cambia modello e mentalità non potrà fare altro che essere triste per tutto ciò che vorrebbe ma che non può comprare, non potrà far altro che rimanere vittima del decadentismo contemporaneo o “neodecadentismo” che sta celatamente serpeggiando nella nostra società.

Da cosa si può vedere questo “neodecadentismo”? Se saprete farci caso, si può notare da tante piccole cose. Vi faccio qui solo un paio di esempi, quelli dal mio punto di vista più palesi:

  1. Il culto dell’aperitivo: una cosa che non ha alcun senso, un passatempo superfluo creato appositamente per far spendere più soldi alla gente nonchè per rovinare le corrette abitudini alimentari. Infatti, finito l’aperitivo, bisogna trovare il modo di cenare (aperitivo + cena, tra l’altro, equivale anche a + calorie assunte naturalmente), spesso andando in un altro locale (ristorante, pizzeria o altro) per la comodità di restare fuori e non avere il disturbo di dover preparare la cena una volta rientrati a casa. Oppure ci si ritrova ad ingozzarsi di patatine, salatini e stuzzichini vari, saltando poi di netto la cena. Molto meglio, dal mio punto di vista, per esigenze sia di risparmio complessivo che di salute, saltare l’aperitivo ed andare direttamente alla cena. Con il rito dell’aperitivo sono riusciti quindi a creare uno stile di vita tanto idealistico quanto irrealistico, ricreando un clima di festa ed instillando sentimenti di euforia che non sono assolutamente consoni con il periodo di crisi che stiamo vivendo. Non voglio dire che, perchè c’è la crisi, dovremmo essere tutti tristi ed avere i musi lunghi, voglio dire soltanto che, a causa della crisi, l’aperitivo rappresenta un lusso, un’esibizione, uno spreco inutile di denaro che, razionalmente, non ha molto senso!
  2. Allo stesso modo, trovo che sia decadente il fatto di festeggiare i matrimoni esattamente come negli anni ’80, cioè con pranzi/cene dai costi spropositati e con un altrettanto spropositato spreco di cibo. Non ha alcun senso costringere gli ospiti ad ingozzarsi mangiando per ore ed ore ed ore: è una modalità di festeggiamento assolutamente vecchia e “trapassata” che, al giorno d’oggi, dovrebbe essere rimpiazzata con qualcosa di più sobrio, meno costoso e più intimo. Per le stesse motivazioni, non ha alcun senso, dal mio punto di vista, spendere milioni di euro soltanto per un abito di nozze da indossare un giorno e mai più.

Potete provare anche voi a cercare altri simboli del decadentismo moderno, in fondo non è difficile…

L.D.

Consumismo

Da Wikipedia:

Negli anni sessanta, l’economia degli Stati Uniti e dei paesi dell’Europa occidentale, Italia inclusa, attraversò un periodo di espansione. Questo fenomeno, unito alla promulgazione di leggi che, ispirate dal Welfare state britannico, ebbero l’effetto di diminuire le diseguaglianze economiche, fece raggiungere ai paesi occidentali un grado di prosperità fino ad allora sconosciuto. Vi fu un arricchimento generale, testimoniato dall’aumento della domanda di generi alimentari e dei beni di consumo (automobili, elettrodomestici, televisori, vestiti, etc…). Ma il mantenimento di questa prosperità era strettamente legato alla continua espansione della domanda di beni, vale a dire al loro consumo. Perciò i cittadini cominciarono a essere indotti, in primo luogo dalla pubblicità, ad acquistare sempre di più, anche usando il mezzo delle rate e delle cambiali. Fu così che molte persone, anche se non benestanti, iniziarono ad acquistare beni che non servivano più a soddisfare bisogni precisi e reali, ma il cui possesso li faceva sentire al passo con i tempi. Ebbe inizio, in altre parole, quel fenomeno che fu detto consumismo e che dura tutt’oggi. La contestazione giovanile che si ebbe nel 1968 attaccava anche il consumismo; infatti i giovani lo definivano una società fondata solo su beni materiali. Il consumismo fu aiutato dalla diffusione di strumenti di credito al consumo, tra cui la carta di credito, i quali consentivano di acquistare beni pur non avendo il denaro necessario per l’acquisto. […]

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Aggiornamento del 31 maggio 2013:

Volete vedere un bel quadretto di decadentismo moderno? Guardate il film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, e capirete di cosa stiamo parlando…

http://www.mymovies.it/film/2013/lagrandebellezza/

Un carnevale escheriano, mai realmente tragico ma solo miseramente grottesco

Scrittore di un solo libro giovanile, “L’apparato umano”, Jep Gambardella, giornalista di costume, critico teatrale, opinionista tuttologo, compie sessantacinque anni chiamando a sé, in una festa barocca e cafona, il campionario freaks di amici e conoscenti con cui ama trascorrere infinite serate sul bordo del suo terrazzo con vista sul Colosseo. Trasferitosi a Roma in giovane età, come un novello vitellone in cerca di fortuna, Jep rifluisce presto nel girone dantesco dell’alto borgo, diventandone il cantore supremo, il divo disincantato. Re di un bestiario umano senza speranza, a un passo dall’abisso, prossimo all’estinzione, eppure ancora sguaiatamente vitale fatto di poeti muti, attrici cocainomani fallite in procinto di scrivere un romanzo, cardinali-cuochi in odore di soglio pontificio, imprenditori erotomani che producono giocattoli, scrittrici di partito con carriera televisiva, drammaturghi di provincia che mai hanno esordito, misteriose spogliarelliste cinquantenni, sante oracolari pauperiste ospiti di una suite dell’Hassler. Jep Gambardella tutti seduce e tutti fustiga con la sua lingua affilata, la sua intelligenza acuta, la sua disincantata ironia.
Anche Paolo Sorrentino, come molti registi dalla sicura ambizione, cade nella tentazione fatale di raccontare Roma e lo fa affondando le mani nel suo cuore nero, scoperchiandone il sarcofago da dove fuoriescono i fantasmi della città eterna, esseri notturni che spariscono all’alba, all’ombra di un colonnato, di un palazzo nobiliare, di una chiesa barocca. Un carnevale escheriano, mai realmente tragico ma solo miseramente grottesco, una ronde impietosa ritratta con altrettanta mancanza di pietà. A nessun personaggio di questa Grande bellezza è dato di evadere, e anche chi fugge lo fa per morte sicura o per sparizione improvvisa (ad esclusione del personaggio di Verdone, una sorta di Moraldo laziale, che si ritrae dal gioco al massacro tornando nella provincia da cui è venuto). Le figure di Sorrentino non hanno vita propria, sono burattini comandati da mangiafuoco, eterodiretti da una scrittura tirannica, verticale, sempre giudicante. Non hanno spazio di manovra, sembrano non respirare. Come fossero terrorizzati di non piacere al loro demiurgo, sembrano creature soprannaturali, evanescenti, eterne macchiette bidimensionali, schiacciate dall’imperativo letterario che le ha pensate. Con l’eccezione di quei personaggi cui è dedicato uno spazio più congruo come la Ramona di Sabrina Ferilli (davvero notevole) e il Romano di Carlo Verdone, gli altri animatori di questo circo hanno diritto a pochi concisi passaggi. Il domatore Jep Gambardella li doma tutti dispensando frusta e carota. La crisi di cui si dice portatore è senza convinzione, come i trenini delle sue feste, non porta da nessuna parte. Ma questa condanna sconfortata che cade su tutto e tutti, alla fine è assolutoria; e il ritratto di questa società decadente che si nasconde dentro i palazzi romani, mai visibile agli occhi di un comune mortale, sempre staccata dalla realtà, diventa solamente pittoresca. 
[…]

Dario Zonta

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