Un recente viaggio in Sicilia mi ha insegnato molte cose. Soprattutto, mi ha insegnato a non generalizzare e a tenere ben presente che, anche in situazioni che appaiono irreparabili ed inguaribili, scavando più a fondo si può trovare qualcosa di buono. Persino in Sicilia…

Dopo gli scandali relativi alle truffe e agli sprechi nella regione Sicilia, le cui notizie si sono susseguite nell’estate appena trascorsa con ritmo quasi quotidiano, mandando su tutte le furie migliaia di cittadini italiani, mi ritengo davvero fortunata nell’aver potuto trovare, in questa terra dilaniata dalla criminalità organizzata e dalla collusione politica, dei piccoli fragili semi di capacità, volontà ed onestà. Vorrei quindi dedicare questo breve articolo a queste persone, che con tanta passione si impegnano nel loro lavoro, con la speranza che presto la cultura e la mentalità dei loro conterranei possa cambiare, affinché questa regione, dalle grandi potenzialità, impari a camminare con le proprie gambe ed a sostenersi e crescere con le sole proprie forze.

La Sicilia, come sappiamo bene (abbiamo anche scritto diversi articoli in questo blog), soffre di molte radicate problematiche. Tuttavia, credo che il primo grande problema, quello che fa da fondamento alle disoneste consuetudini che caratterizzano la terra sicula, sia rappresentato da una forma mentis completamente sbagliata, che purtroppo si è instaurata ed insinuata così a fondo da essere ormai diventata normale e comunemente accettata. Mi riferisco al fatto che in Sicilia, per quanto ho potuto notare nel corso del mio breve viaggio, alla gente mancano un po’ troppo l’orgoglio e le ambizioni: le persone, in generale, sembrano più portate al raggiungimento del massimo risultato con il minimo sforzo, laddove il massimo risultato coincide con quello che altrove viene considerato come il minimo appena indispensabile. In altre parole, la tendenza è quella ad accontentarsi di ciò che si ottiene lavorando giusto il tempo strettamente necessario.
La Sicilia avrebbe tutte le carte in regola per poter basare la propria economia sul turismo. In effetti gode comunque, fortunatamente, di un buon afflusso di turisti, proprio grazie alla bellezza del suo mare. Eppure…

… eppure, nel corso del mio viaggio, ho visto cose che potrebbero far fuggire a gambe levate i turisti, come di primo acchito avrei voluto fare anch’io: sporcizia abbandonata un po’ ovunque, dove capita, lungo le strade come sulle spiagge, ed una scarsissima attenzione alle necessità dei turisti, costretti a vagabondare alla ricerca di bar, servizi e luoghi da visitare mal posizionati e non indicati da alcun tipo di informazione turistica. Essendo avvezza ai lungomare della riviera romagnola, allegri e straripanti di negozi e servizi, in Sicilia (a Trapani per esempio), mi sono quasi depressa nel percorrere un lungomare completamente deserto, vuoto, triste e desolato. Altrettanta depressione mi ha pervaso il cuore durante la visita al sito archeologico di Segesta, dove si trovano uno splendido teatro del III secolo a.C. ed un meraviglioso tempio del V secolo a.C., eccezionalmente ben conservati, ma che purtroppo solo un archeologo esperto ed appassionato avrebbe potuto apprezzare, a causa dell’incuria del luogo, dell’assenza di un percorso pedonabile confortevole da percorrere (bisogna percorrere un sentiero in salita sotto il sole cocente), dell’assenza di una visita guidata e della pessima qualità dei cartelloni esplicativi del sito archeologico, pedanti, prolissi ed intrisi di terminologie specialistiche. Un luogo, nel suo complesso, troppo ostico da visitare, sia per una qualunque famiglia con prole al seguito (ho visto infatti bambini piangere disperati sotto la sottile striscia d’ombra formata da un piccolo muretto a secco) che per una compagnia di giovani turisti che vogliano alternare al mare un po’ di cultura. Chi non si è mai recato laggiù, sappia che la sola, tutt’altro che allettante dal mio punto di vista, proposta turistica che troverà, sarà costituita da un’insulsa gita in quad su e giù per le colline nei dintorni del sito archeologico. In una mattinata non ho visto molta gente approfittare della magnifica proposta, anzi non ho visto proprio nessuno. Infine, il tempo è trascorso molto vivacemente, grazie alla impellente necessità di spostarsi alla ricerca di temperature vivibili tra le sporadiche zone d’ombra presenti, ad eccezione di un piccolissimo boschetto a qualche centinaio di metri dal tempio.
Un’altra gita, anch’essa accompagnata da un vuoto culturale desolante, è stata quella fatta alla tonnara di Scopello: un sacrario della tradizione marinara locale, un luogo di interesse storico, molto caratteristico dal punto di vista architettonico (tanto da essere infatti utilizzato per girare film e spot pubblicitari), completamente invaso e violentato da “branchi” di bagnanti spiaggiati, interessati solo all’immediatezza della vita mondana che non alla storia celata in luoghi come questo. All’estero sappiamo che il turismo funziona molto diversamente: ogni luogo di interesse storico viene valorizzato e diventa meta di un turismo culturale di ben altro spessore. In America, per esempio, hanno persino convertito in museo ed attrazione turistica i luoghi del progetto Manhattan. All’interno della tonnara di Scopello, mentre mi aggiravo evitando la fauna spiaggiata, ho immaginato un museo della pesca ed un centro educativo, per sensibilizzare ad esempio sui principi di un’alimentazione su base ittica sostenibile e sul rispetto dell’ambiente e dell’ecosistema marino. Sapete, purtroppo, qual è il pesce maggiormente presente nei menù dei ristoranti locali? Il pesce spada (vedi rif. in fondo all’articolo). Ho immaginato anche un teatro/cinema all’aperto, da poter utilizzare anch’esso come strumento didattico per la proiezione di film e documentari tematici, sia per bambini che per adulti, come ad esempio “Profondo blu”, “The cove”, “Oceani”, “L’incredibile viaggio della tartaruga” eccetera, oppure dei cartoni animati come “Alla ricerca di Nemo”. Sapete qual è stato l’incredibile fenomeno che si è verificato quando uscì nelle sale questo cartone animato? Accadde che decine di poveri pesci d’acquario vennero buttati nel water di casa, perché la gente pensava di poterli così liberare credendo che avrebbero viaggiato fino a raggiungere il mare. Davvero pazzesco…

Ma voglio continuare a parlarvi del mio viaggio. A Mazara del Vallo ho visitato il Museo del Satiro Danzante, nel quale ho potuto ammirare appunto la bellissima scultura in bronzo del Satiro Danzante e vedere un documentario, della durata di circa mezz’ora, che parlava appunto del ritrovamento e dei lavori di restauro eseguiti sulla scultura e… e poi basta. Il Museo è molto piccolo, ospita il Satiro, una piccolissima sala tv ed alcune vetrinette contenenti alcuni sparuti reperti archeologici. Ma la cosa straordinaria è stata vedere che in quel museo c’era più personale addetto che visitatori: un bigliettaio ed almeno altre 4 persone che “sorvegliavano” e si occupavano dell’impegnativa “assistenza” al prezioso Satiro. Ma sarà stato il personale al completo? Immagino di no… Il tutto per la “modica” cifra di 7 euro a persona. Pensiamo quindi ad almeno una decina di persone che lavorano grazie ad una statua, con quel sovradimensionamento di personale che è caratteristico di qualunque ufficio o attività pubblica in Sicilia. Non è forse questo uno spreco di denaro pubblico? Non sono forse posti di lavoro e stipendi regalati?

Basta. Ora voglio iniziare a raccontare storie appartenenti ad un’altra Sicilia, una Sicilia che speravo davvero di trovare…

La Sicilia che mi è rimasta nel cuore non è quella del bel mare, delle belle spiagge, dei bei paesaggi costieri. La Sicilia che mi è rimasta nel cuore è quella della gente che lavora, onestamente, con impegno, passione e sacrificio, che vorrebbe fare di più, ma che non riesce e non può emergere a causa delle note problematiche locali, che non offrono tutela né aiuto per poter espandere la propria attività ed avere successo. Ci sono anche in Sicilia delle persone “speciali”, che amano la propria terra ed il proprio lavoro e che soffrono nel vedere come le cose vadano male e non si riescano a migliorare.

Ho potuto visitare, grazie ad un gruppo di volontari del WWF, le saline di Trapani e Marsala, dove la cristallizzazione del sale viene effettuata secondo la tradizione e la raccolta viene eseguita interamente a mano, anzi “a braccia” con badile e carriola, come si faceva una volta. E’ un lavoro duro, ma non viene fatto per puro masochismo: il prodotto che si ottiene, infatti, è un sale di particolare qualità e raffinatezza, non riproducibile con la procedura industriale. I paesaggi che si possono vedere qui sono davvero splendidi (vedi LINK).

Ho poi potuto incontrare il proprietario di una cantina che produce vini e liquori di straordinaria qualità. Una persona umile, che ci ha orgogliosamente accolti nel suo piccolo grande regno, la sua cantina, contente anche delle maestose botti di rovere secolari della capacità di 20.000 litri cadauna. Purtroppo non va molto di moda parlare con le persone del luogo ed ascoltare le loro storie, ma, dal mio punto di vista, chi viaggia per puro turismo, senza parlare con le persone, non viaggia per davvero ma si sposta solamente.

Un’altra delle persone “speciali” che ho incontrato è stato un produttore di olio. Un’olio buonissimo, di qualità eccellente, controllato e seguito in ogni passaggio della filiera: dal lavoro negli uliveti, alla raccolta delle olive, alla loro spremitura fino all’imbottigliamento. La sua tristezza, accompagnata da un retrogusto di amaro tradimento, era dovuta al fatto che nemmeno la maggior parte dei suoi conterranei sapesse apprezzare un olio come il suo: tutti (in ogni regione d’Italia, non soltanto in Sicilia) acquistiamo al supermercato oli d’oliva di pessima qualità e a basso prezzo, mentre in molte regioni italiane vengono prodotti degli oli buonissimi, che non vengono apprezzati come invece meriterebbero. Manca la cultura, l’educazione alla qualità e al gusto. Nel settore alimentare, oltretutto, la sensibilizzazione e la diffusione di tale tipo di cultura sarebbe molto semplice, utilizzando i luoghi di ristorazione come canale di diffusione.

Infine, ho incontrato dei ragazzi, intorno ai 25 anni di età, che, con dedizione ed entusiasmo, hanno intrapreso un’attività imprenditoriale legata ad una tradizione del territorio che stava per scomparire: la coltivazione del frassino per la produzione della manna.
A Pollina, piccolo, sperduto e misconosciuto borgo situato nella zona del parco regionale delle Madonie, è molto carino da visitare il Museo della manna, con tanto di visita guidata. Da qui si possono contattare direttamente questi ragazzi, che vi faranno visitare con orgoglio uno dei loro campi di frassini da manna, il campo dimostrativo. Ma la ciliegina sulla torta di questa gita, che è stata quella che più in assoluto mi è rimasta nel cuore, è stata l’immersione nello splendido parco regionale delle Madonie per raggiungere, un po’ più nell’entroterra, il borgo di Castelbuono: bello, pulito (senza quelle orribili orde di spazzatura che caratterizzano il paesaggio del circuito turistico siciliano), ordinato, educato. Tutta un’altra Sicilia, tutto un altro mondo. Qui si trova il piccolo negozio (Manna, Miele e Gusto) in cui viene venduta appunto la manna insieme a molti altri prodotti tipici locali, come ad esempio le lenticchie di Ustica e vari prodotti a base di pistacchio. Delle vere prelibatezze! In questa zona si trova anche un altro caso esemplare di virtuosismo amministrativo: trattasi del comune di Gangi, dove, per tornare a ripopolare il borgo sono state regalate case abbandonate alle giovani coppie intenzionate a ristrutturarle per poi trasferirvisi.

Mi auguro che le giovani generazioni, che stanno crescendo in questa regione caratterizzata da mafie e clientelismi, riescano a cambiare mentalità e ad estirpare, con la loro forza di volontà, questi mali che stanno affliggendo la Sicilia e, come conseguenza degli esosissimi sprechi legalizzati di denaro che qui si verificano, anche lo Stato italiano. Molti siciliani si sono trasferiti in altre regioni o sono emigrati all’estero, molti altri si saranno probabilmente ormai rassegnati, ma la speranza non deve morire, anzi deve crescere e deve diventare sempre più forte, affinché possa alimentare la volontà di cambiare per davvero le cose.
Molte occasioni sono andate perdute e sono state sprecate, ma ci sono ancora parecchie risorse inutilizzate ed inesplorate, come ad esempio il mercato delle arance o la produzione di energia marina (vedi l’articolo “Ode alle Rinnovabili“). Inoltre, dagli scarti di lavorazione dei frantoi e delle industrie agroalimentari che lavorano le arance per ottenere succhi ed oli essenziali (le bucce, i detriti della polpa ed i semi degli agrumi vengono chiamati in gergo tecnico “pastazzo”), per esempio, si possono ottenere delle biomasse utilizzabili in agricoltura come fertilizzanti e ammendanti del suolo (considerate anche il risparmio dovuto al fatto che lo smaltimento di tali biomasse di scarto richiederebbe un rilevante dispendio economico). Reduce da varie esperienze nel percorrimento di vie ferrate, vedendo i monti rocciosi della Sicilia mi sono domandata se non sarebbe possibile realizzare anche lì delle vie ferrate e delle palestre di roccia, da percorrere naturalmente non nei torridi periodi estivi ma nelle stagioni più fresche. Posso capire che in Sicilia non ci sia la cultura dello scalare le montagne, ma questo potrebbe dar vita ad un ulteriore circuito turistico.

“E voi… voi che potreste vivere solo di turismo, voi che non dovreste avere neppure un disoccupato, siete nello stato in cui siete. Avete tutto, lo capisci? Dalla natura, alla storia, all’arte, alla cultura. Che peccato!”.
A qualcuno piace il caldo – 1999

N.B. Consiglio di leggere il libro “Palermo. Manuale di sopravvivenza” di Valentina Gebbia, da cui traggo questo breve brano: “la frase – abbattimento delle barriere architettoniche – qui è da sempre intesa come: – eliminazione di pregevoli strutture architettoniche risalenti a secoli passati, nel meritorio intento di far posto a capolavori di moderna costruzione, eretti su fondamenta di ottimo cemento impoverito che garantisce il deterioramento in tempi brevi, così da consentire una frequente manutenzione straordinaria degli edifici medesimi e dare lavoro ai tanti appartenenti al settore edilizio – “. Molto divertente è anche il capitolo dedicato ai mestieri alternativi, tra cui si annoverano, ad esempio, lo spicciafaccende, il parcheggiatore abusivo, il socio di cooperativa di nullafacenti, il sostituto a pagamento degli impiegati della nettezza urbana.

Cari “neosiciliani”, l’Italia confida in voi. Non traditeci!

L.D.

_______________________________________________________________

RIFERIMENTI:

http://www.repubblica.it/2004/g/sezioni/scienza_e_tecnologia/lionfish/lionfish/lionfish.html

Sulla scia del “cartoon” Disney, molti bambini hanno ributtato in mare gli ospiti delle vasche di casa: con effetti devastanti

di PIERO GENOVESI

Lo chiamano effetto “Nemo”; migliaia di bambini, dopo aver visto il film che racconta la fuga da un acquario di un piccolo pesce pagliaccio, hanno liberato in mare i loro silenziosi amici. Ma questa non sembra proprio una buona idea. La gran parte dei pesci liberati non sopravvive infatti più di qualche ora fuori dall’ambiente protetto dell’acquario e i pochi che ce la fanno rischiano di creare gravi danni ai delicati ambienti costieri. […]

_______________________________________________________________

http://www.olioextravergine.biz/olio-e-consigli/olio-oliva-scelta.html

Olio di oliva, quale scegliere?

15 Novembre 2011

[…] Fidatevi solo di aziende con provata correttezza commerciale e qualora dovesse essere costretta a “tagliare” il proprio olio che almeno lo dichiarino applicando prezzi più bassi rispetto ai propri listini tradizionali. Importante….. “olio che si acquista nelle catene dei grandi centri commerciali o supermarket.”
Di fronte  a quell’olio che costa poco dovete soffermarvi a pensarci più di una volta. Produrre un buon olio non è un gioco da poco, dietro c’è un certo costo. Se ad esempio comprate una bottiglia di olio di oliva di un litro solo 3 o 4 euro, non state certo comprando un olio di ottima qualità e neanche un olio mediocre (occhio però un prezzo più alto non sta ad indicare necessariamente olio di qualità). Un litro di olio fatto con gli accorgimenti dovuti ha un costo di produzione all’origine, coltivazione, raccolta, trasporto, molitura ecc, di minimo 3 euro se bastano!! Senza tener conto di un altro dato fondamentale fortemente legato all’andamento delle annate nelle varie regioni (meno olio si produce più il costo all’origine si alza). Non fatevi ingannare dai prezzi, perché il buon olio extravergine di oliva non è un prodotto dove le contraffazioni sono sempre dietro l’angolo […]

http://www.carabinieri.it/Internet/Cittadino/Consigli/Tematici/Giorno+per+giorno/Andiamo+al+supermercato/02_supermercato.htm

[…] Le principali frodi
La frode più usuale nel settore oleario è quella di miscelare olio di semi con olio di oliva e farlo passare per olio extravergine d’oliva. In alcuni casi è stato accertato che olio di semi colorato artificialmente con clorofilla e betacarotene era venduto per olio extravergine. Un’altra frode più specialistica e raffinata, di difficile individuazione, si va sempre più affermando e consiste nel far passare per olio extra vergine d’oliva oli che all’origine erano stati qualificati lampanti o maleodoranti. Questi, opportunamente trattati e con l’aggiunta di modeste quantità di oli vergini di oliva, acquistano, sotto l’aspetto chimico, parametri propri dell’olio extravergine. […]

http://www.repubblica.it/salute/alimentazione/2011/02/24/news/l_olio_taroccato_diventa_legale_l_ue_autorizza_i_deodorati-12695578/?ref=HREC2-1

L’olio taroccato diventa legale: Bruxelles autorizza i “deodorati”

di MONICA RUBINO

[…] Per capire cosa sta succedendo, bisogna partire dai prezzi delle bottiglie esposte sugli scaffali dei supermercati, che oscillano da 2,5 a 8-9 euro al litro e più, creando molta confusione tra i consumatori che non sanno più cosa scegliere. L’oscillazione è dovuta alla presenza di bottiglie contenenti olio extra vergine trattato per eliminare i cattivi odori, quello che viene chiamato dagli addetti ai lavori “deodorato”. La chiave per capire se un olio è stato deodorato è in due parole: alchil esteri. Ossia quei composti (in letteratura noti come esteri metilici ed etilici di acidi grassi) che si formano in seguito a fenomeni fermentativi e degradativi delle olive e che comportano la produzione di alcol metilico ed etilico e la liberazione di acidi grassi dai trigliceridi. L’elevata presenza di queste sostanze è un indicatore di scarsa qualità dell’extravergine, che si impoverisce dal punto di vista nutrizionale perché perde molte delle sue proprietà antiossidanti. In pratica, gli alchil esteri testimoniano una non corretta conservazione dovuta a un cattivo stoccaggio della materia prima, accatastata per giorni in enormi cumuli (come spesso succede nei sistemi industriali spagnoli), oppure franta dopo che è già in atto un processo di fermentazione.

A una forte concentrazione di alchil esteri, dunque, dovrebbe corrispondere un difetto organolettico dell’olio: un’alta acidità oppure un odore troppo forte. Condizioni che non consentirebbero di definire il prodotto extravergine. A meno che non venga corretto, magari deodorato, per poi ritrovare “l’extraverginità” venendo miscelato con una buona dose di extravergine ben fruttato. Neppure il miglior chimico, però, è in grado di far sparire contemporaneamente i difetti organolettici e le loro tracce chimiche. E difatti gli alchil esteri rimangono anche a seguito dei trattamenti e offrono un’arma in più per stanare le possibili frodi commerciali. Diventano, cioè, testimoni scomodi di ipotetiche sofisticazioni.

“La norma europea in vigore dal 1° aprile fornisce un lasciapassare all’olio deodorato – continua La Pira – perché autorizza la vendita di extravergine con un quantitativo massimo di alchil esteri pari a 150 mg/kg. Ma un olio di qualità ottenuto da olive sane spremute subito dopo la raccolta, contiene al massimo 10 -15 mg/kg di alchil esteri, che possono arrivare in via eccezionale a 30. Se il valore aumenta di 5 volte vuol dire che le olive prima della spremitura hanno subito “maltrattamenti” (schiacciature, ammaccature, oppure sono rimaste molto tempo nei piazzali sotto il sole in attesa della spremitura) e l’olio ha un odore cattivo e risulta difettoso. Per aggirare l’ostacolo i produttori lo deodorano e lo vendono come extravergine”.

[…] Carlo Mariani della Stazione oli e grassi di Milano, considerato uno dei più attenti studiosi della materia. “In sede di dibattimento presso il Consiglio oleicolo internazionale (Coi) a Madrid per mettere a punto la norma – precisa Mariani – l’Italia era contraria ai nuovi limiti per gli alchil esteri, perché un buon olio al massimo ne contiene da 10 a 30 mg/kg, tuttavia a Bruxelles sono state ratificate le decisioni di Madrid. L’adozione di così alti valori di alchil esteri è un compromesso accettato con la prospettiva di ridurre il livello massimo nei prossimi anni”.

Non dobbiamo tuttavia cadere nell’equivoco che il nuovo regolamento europeo possa mettere a rischio la sicurezza alimentare o la produzione di olio del nostro Paese: “L’introduzione in un regolamento europeo del metodo di analisi per valutare le caratteristiche degli oli extravergini d’oliva – spiega Dario Dongo, responsabile delle politiche regolative di Federalimentare – rappresenta un primo passo, fondamentale nella direzione della trasparenza sulla qualità del prodotto. Riconoscere uno “status” legale europeo a questo metodo di analisi permetterà anzitutto di sventare la truffa degli oli deodorati. Il limite massimo che è stato fissato – conclude l’esperto – costituisce il frutto di un compromesso politico tra i 27 Paesi membri che è comunque valso a ottenere questa nuova base giuridica, e potrà venire ridiscusso e migliorato dopo l’esperienza di applicazione delle nuove regole”.

In questa situazione il consumatore cosa può fare? “L’unica possibilità – conclude La Pira – è imparare a distinguere l’olio extravergine di oliva di qualità che ha un odore, un sapore e un elevato contenuto di antiossidanti dal deodorato, che ha un sapore un po’ asettico, contiene pochi antiossidanti e assomiglia ai vecchi oli di oliva vergini, ormai spariti dal mercato”. L’ultimo consiglio è di imparare ad assaggiare l’olio come si fa con il vino, per apprezzare il sapore e le sfumature di aroma. Basta provare a condire la stessa insalata con un extra vergine da 2,5-2,7 euro al litro e con un olio di qualità a bassa acidità magari fruttato, che costa più del doppio, per capire subito la differenza.

24 febbraio 2011

Aggiornamento dell’11 aprile 2014:

http://www.ilfattoalimentare.it/frodi-olio-extra-vergine-di-oliva-cnr-metodo-analisi.html

Basta frodi sull’extra vergine di oliva, il metodo del Cnr di Pisa è rapido ed economico, ma si usa poco

Pubblicato da Roberto La Pira il 3 aprile 2014

Il metodo di analisi per identificare l’origine dell’olio messo a punto dal Cnr è un sistema interessante per l’intero settore

[…] Il sistema permette di definire una Carta di identità per la valorizzazione dell’olio extra vergine di oliva (CDI OEVO). Si tratta di una novità rilevante per l’intero settore, visto che non esistono metodi altrettanto efficaci in grado di stabilire in modo certo l’origine di un olio Dop o di una miscela. […] A tre anni di distanza dal  “lancio” ufficiale,  ci sono 20 frantoi che lo utilizzano, in abbinamento con un numero variabile da 2 a  5 aziende che  hanno la tracciabilità di filiera prevista dalla norma UNI ISO. Poi ci sono 30 produttori che aderiscono al  sistema “carta d’identità”, mentre l’associazione Assofrantoi  lo promuove sul territorio. In questi anni sono stati analizzati circa 2.500 tipi di olio e nell’ambito di Horizon 2020 è stato presentato un progetto europeo, nel quale l’Istituto per i Processi Chimico-Fisici del Cnr è project leader, per estendere  il sistema ad altri  paesi del bacino del Mediterraneo.

In questo video di 4 minuti viene descritto il metodo:

Una carta d’identità per l’olio extravergine d’oliva

Aggiornamento del 19 gennaio 2015:

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/valentina-domenici/scienza-dellolio/gennaio-2015

La scienza dell’olio

[…] La crescente richiesta di olio extra vergine di oliva, insieme alle sue proprietà nutraceutiche e al suo indubbio ruolo nella dieta mediterranea, fanno sì che questo prodotto sia, purtroppo, uno degli alimenti più sofisticati e frodati in Europa. L’adulterazione più classica consiste nella miscelazione di olii di semi, o di olii di oliva più economici, con olii extra vergini. Metodi più elaborati sono stati invece sviluppati per la deodorazione degli olii, che permette di eliminare odori sgradevoli dovuti ad esempio ad una cattiva conservazione delle olive o a trattamenti termici. Infine, come denunciato lo scorso anno dal settimanale New York Times, non sono rare le frodi legate alla vendita di olio extra vergine Made in Italy, ottenuto in realtà miscelando olii italiani con olii provenienti da Spagna, Grecia e Tunisia.
E così i consumatori, vittime di questo scenario di etichette bugiarde, finiscono per perdere la fiducia, e i piccoli produttori ne subiscono spesso le peggiori conseguenze, come quest’anno. I consumatori, infatti, hanno una sola arma: controllare il costo dell’olio. Il costo è un primo indice che può aiutare il consumatore nella valutazione della qualità e autenticità di un olio: un prezzo basso difficilmente corrisponde ad un prodotto realizzato usando solo olii extra vergini.
I produttori, soprattutto le piccole aziende e coloro che vogliono esaltare la tipicità e la genuinità dei loro prodotti, hanno grande interesse nei confronti di tecniche e test in grado di certificarne la qualità e l’autenticità. Oggi è possibile avvalersi dell’aiuto della chimica e della ricerca scientifica, che offrono idonei strumenti di analisi, sia chimica che sensoriale, adatti a rintracciare i campioni frodati e/o non conformi. […]

16 gennaio, 2015 – Valentina Domenici

_____________________________________________________________

MANNA

VIDEO YouTube: La manna (rai2)

Manna (gastronomia)
Da Wikipedia:

La manna è un prodotto ottenuto da alcune specie di piante del genere Fraxinus (frassini), in particolare Fraxinus ornus (orniello o frassino da manna). È un prodotto tipico siciliano, come tale è riconosciuto e rientra nell’elenco dei prodotti agroalimetari tradizionali (PAT) stilato dal ministero delle politiche agricole e forestali (Mipaaf).

Manna, Miele e Gusto:
www.cnapa.it/vedi.asp?nomelink=aziende%20in%20rete&idsubsublink=271&tipo=subsublink
Nel nostro negozio “Manna, Miele e Gusto”, sito a Castelbuono, pittoresco paesino delle Madonie, proponiamo prodotti tipici siciliani  singolari e genuini realizzati da piccole realtà contadine secondo antiche tradizioni artigianali di produzione insieme alle particolari ed altrettanto uniche ceramiche del Laboratorio MED di S. Stefano di Camastra. Molti di questi prodotti sono realizzati da aziende che aderiscono al progetto dei “Presidi Siciliani Slow Food”. Siamo produttori di “Manna” da tante generazioni. Aderiamo al progetto dei “Presidi Siciliani Slow Food” perchè questa antica tradizione contadina, che proponiamo insieme ad altre nel nostro negozio “Manna, Miele e Gusto”, sia riscoperta. La “Manna” nell’antichità era conosciuta ed apprezzata dai grandi medici della Grecia e di Roma che la chiamavano “Miele di rugiada” o “Sudore delle stelle”. Si ottiene praticando delle incisioni sul tronco dei nostri frassini nel momento in cui la pianta è in amore. Da tali incisioni sgorga un succo che a contatto dell’aria dell’estate siciliana condensa rigando di bianco i tronchi.

http://www.naturaintasca.it/lenticchie-di-ustica.html
Lenticchie di Ustica
Su una piccola isola siciliana crescono le lenticchie più piccole d’Italia, coltivate esclusivamente a mano sui terreni lavici e fertili di Ustica. Si seminano a gennaio e si raccolgono nella prima metà di giugno. Non si utilizzano concimi, né erbicidi di sorta, le erbette infestanti si tolgono con una zappetta. Cibo povero per eccellenza, le lenticchie sono un ingrediente fondamentale della cucina locale cui donano, da sempre, gusto, tenerezza e sapore. Ricercatissime per le loro qualità gastronomiche, ancora oggi, visitando Ustica alla fine della primavera, è possibile assistere alla tradizionale trebbiatura tramite la “spagliatura” manuale: le piantine si calpestano con grosse pietre trascinate da asini e, con un tridente, si lanciano in aria in modo che il vento elimini la paglia. Infine le lenticchie vengono setacciate, onde eliminare pietruzze ed altre impurità.

_______________________________________________________________

AGRICOLTURA – ARANCE:

http://www.uominietrasporti.it/archivio_dettaglio.asp?idArticolo=1763

Anno XXV n. 224 Gennaio 2007

Centri logistici e specializzazione territoriale: e la Spagna va…
a cura della redazione
Difficile fare confronti precisi. Soprattutto per le arance di Valencia, troppo vicine all’Europa rispetto alla Sicilia. Eppure anche l’Andalusia, che dista dai Pirenei più di mille chilometri, ha trovato un percorso logistico molto efficiente. Ecco in che modo. Le arance spagnole, questo uno dei principali crucci dei produttori di agrumi italiani. Gialle, grandi, resistenti, la Navel o le Blancas non sempre così buone e particolari come un’arancia del Sud italiano. Eppure, nel centro e nel nord Europa sono le prime a dominare, o quasi, lo scenario dei vari mercati continentali. Anche in questo settore, dunque, i cugini spagnoli ci hanno superato? La situazione di partenza in realtà non si può comparare: “La produzione spagnola viene principalmente dalla zona di Valencia”, ci spiega Jorge Palacios, giornalista free-lance, con anni di esperienza al quotidiano El Mundo come specialista di economia e trasporti, “e se un prodotto parte da Valencia ha sicuramente un vantaggio competitivo rispetto a uno che parte, per esempio, dalla Sicilia”. Due conti ci fanno capire immediatamente la sostanziale differenza. Da Valencia a Barcellona, ci sono circa 360 km di strada. A Barcellona c’è il Mercabarna, il più grande mercato di distribuzione alimentare di Spagna, con un’estensione di 90 ettari e 550.000 m3 di aree refrigerate, una perfetta piattaforma di lancio per i prodotti spagnoli, vicinissima alla frontiera con la Francia. L’oro di Valencia, i milioni di tonnellate di arance che lasciano il levante spagnolo per i mercati del nord, viaggiano meno di 400 km per raggiungere un gigantesco centro logistico, di vendita e di distribuzione. Vogliamo mettere questo breve viaggio a paragone di quello che devono percorrere le arance siciliane, per arrivare non solo a Milano, uno tra i tre grandi centri di distribuzione alimentare per gli agrumi in Europa, ma anche soltanto ai mercati generali di Roma? “Vediamo passare molti camion con i prodotti valenziani”, racconta Juan Montenegro, “direttore della rivista Solo Camion, con sede a Barcellona, “merce che in parte si ferma qui, in parte attraversa la frontiera a Port Bou-Cerbere e prosegue il viaggio per pochi chilometri, fino a Perpignan, dove c’è il più grande centro di logistica e distribuzione dei prodotti ortofrutticoli di tutta Europa, il mercato di St. Charles”. Anche per arrivare a Perpignan, le arance spagnole viaggiano molto meno di quelle del sud d’Italia per giungere a Milano. E da Perpignan tutti gli agrumi sono pronti per essere lanciati sui mercati francesi ed europei. Ma le arance spagnole vengono solo da Valencia? La zona del levante è quella dove si concentra la maggiore produzione, quindi il vantaggio competitivo del prodotto iberico è indubitabile, anche se ci sono anche arance che vengono da province più a sud, come quella di Murcia, al confine orientale con l’Andalucia, e quelle di Almeria, Malaga e Siviglia, il profondo sud spagnolo. Da qui iniziano a essere prodotti in maniera scientifica molti tipi di agrumi, e la previsione per i prossimi 7 anni dice che l’Andalucia aumenterà notevolmente la sua produzione. […] Ma, anche se partendo dallAndalucia i chilometri aumentano, i problemi sono sempre relativi, se paragonati a quelli italiani. Qualche esempio? Per arrivare da Murcia a Barcellona si percorrono 600 km di autostrada, 8-9 ore di viaggio, da Malaga 1.009, da Siviglia 1.125. In questi ultimi due casi ci avviciniamo alle distanze che separano la Sicilia dal nord Italia. Ma dove sono lo Stretto di Messina, la Salerno-Reggio Calabria, anche il semplice intasamento cronico delle autostrade italiane? Il camionista spagnolo che risale la penisola iberica con il suo carico di arance, e spesso in alta stagione si tratta di carichi completi, marcia relativamente tranquillo, con poco traffico, poche interruzioni e pochi colli di bottiglia. “Viaggiamo sempre con carri frigoriferi”, dichiara Claudio Lopez, responsabile della Transfrutas, azienda di Murcia che movimenta una settantina di camion. Portiamo le nostre arance a Barcellona in circa 10 ore. Per arrivare a Parigi o a Bruxelles impieghiamo il doppio autista perché non possiamo permetterci di rallentare la marcia, e non vogliamo infrangere le nuove norme sui tempi di guida e di riposo. Poi, magari, una volta scaricata la frutta e la verdura, per evitare di ritornare a vuoto, portiamo giù altri prodotti magari giornali e riviste. Da Murcia a Bruxelles viaggiamo per 36 ore, due carichi completi ripagano del trasporto, anche se con l’aumento del prezzo del gasolio si fa veramente fatica a chiudere i bilanci in attivo: negli ultimi quattro anni c’è stata crisi, l’offerta di trasporto frigorifero in Spagna supera la richiesta di trasporto”. E che dovrebbe dire un trasportatore del meridione italiano? Se parliamo di posizione geografica sfavorita e di minor competitività dovuta ai maggiori costi della distanza dai mercati centrali del continente, l’Italia si trova forse nella situazione peggiore. E il gasolio costa di più. Solo con un’organizzazione logistica gli svantaggi possono essere annullati. […]

http://www.regione.sicilia.it/Agricolturaeforeste/Assessorato/allegati/ComunicatiAssessore/Comunicato20120602I.htm
AGRICOLTURA: SEQUESTRO ARANCE SPAGNOLE SPACCIATE PER SICILIANE
Palermo, 2 giugno 2012
Durante le attività di controllo sulla tracciabilità dell’ortofrutta e sullo stato fitosanitario dei prodotti, gli ispettori del servizio Fitosanitario, che operano presso l’Osservatorio delle malattie delle piante di Acireale, insieme al nucleo operativo del Corpo forestale della Regione siciliana, hanno sequestrato a Scordia (Sr) una partita di oltre 20 quintali di arance “Navel”, di accertata provenienza spagnola, pronte per essere commercializzate e spacciate come arance siciliane. L’ispezione, guidata dal dipartimento per gli Interventi strutturali in agricoltura della Regione siciliana, rientra nelle attività di controllo messe in campo dall’amministrazione per assicurare ai consumatori la provenienza dei prodotti e la qualità igienico-sanitarie, e per tutelare gli agricoltori dall’agropirateria, che ogni anno sottrae milioni di euro agli imprenditori agricoli che hanno investito sulle produzioni tipiche del territorio.

http://www.impresamia.com/bandi/15174-agricoltura-sicilia-le-arance.html

AGRICOLTURA – Sicilia: crollo delle arance per la competizione anche extra Ue. Che fare? non possono neppure essere usate come aiuti umanitari

I dati forniti annualmente dall’Istat riferiscono che la Sicilia è prima per la produzione di arance con oltre 12 milioni di quintali. Di questi, come riporta l’associazione di categoria Confagricoltura, il 70% viene esportato, mentre il 30% resta in Sicilia. La maggior parte del raccolto a livello nazionale, secondo il dato fornito da Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare, viene spedito in grandi quantità in Svizzera e in Germania, tuttavia i numeri parlano di richiesta inferiore rispetto agli anni passati e tutto il comparto ne soffre le conseguenze. Nonostante la Sicilia sia la maggiore produttrice di arance, la Spagna fa entrare nel mercato buona parte del suo raccolto: nel 2009, sempre secondo i dati forniti da Ismea, sono state importate in Italia 113.194 tonnellate di arance, registrando un aumento del 307,1%. Ma, oltre alla Spagna, nei mercati italiani è possibile trovare arance del Sudafrica e della Francia e così la Sicilia è in difficoltà in un mercato estero sempre più competitivo. Secondo Confagricoltura Sicilia, negli ultimi cinque anni sono oltre 50mila le aziende in Sicilia che hanno abbandonato il settore dell’agricoltura, in generale. Inoltre, i prezzi dei principali prodotti agricoli siciliani, negli ultimi anni, hanno subito un crollo che varia dal -32% per il grano duro, al -35% per l’uva da vino, per non citare quasi tutti gli altri prodotti agricoli. Sempre secondo quanto denuncia Confagricoltura Sicilia, una delle principali cause della crisi agrumicola sono le massicce importazioni di succo concentrato dal Brasile, che hanno provocato un crollo dei prezzi. Le ultime quotazioni rilevate in Sicilia dalla Confagricoltura regionale sono di appena 8 centesimi di euro per le arance a polpa bionda e di 13 centesimi per quelle a polpa rossa, molto al di sotto dei costi di produzione, ma il prezzo moltiplica fino a 1,55 euro al chilo sul banco dei consumatori con ricarichi del 474% dal campo alla tavola. Contemporaneamente, però, mentre i prezzi di mercato scendono quelli del trasporto salgono. Questo l’argomento che il deputato del PdL, Francesco Genoese Catanoso detto Basilio Catanoso, ha rivolto al Governo per sapere come intendano risolvere la crisi del comparto dell’agrumicoltura siciliana […]

_______________________________________________________________

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/lecce/notizie/cronaca/2010/29-dicembre-2010/vecchie-case-centro-storico-comune-gangi-regala-181164010076.shtml

Le vecchie case del centro storico? Il comune di Gangi le regala

[…] L’iniziativa dell’amministrazione comunale di Gangi, quella di cedere gratuitamente immobili vetusti del centro storico, è tesa al recupero di case disabitate che rischiano di crollare ma è anche un modo per limitare la cementificazione in un borgo di antico pregio storico ben conservato nel suo patrimonio architettonico. Il progetto, unico del genere, ha anche catturato l’attenzione di una società di Ravenna: «Questa ditta», ha dichiarato il sindaco Giuseppe Ferrarello, «ha manifestato la disponibilità per all’acquisizione di tutti gli immobili indicati nel bando, per attuare un progetto di “albergo diffuso”, da realizzare attraverso il recupero di più fabbricati che ricadono nel centro storico. Un progetto che, oltre ad offrire ai turisti accoglienza, assistenza e ristorazione presso case tipiche opportunamente ristrutturate, continua Ferrarello, intende creare dei “laboratori della creatività” che spazieranno nelle diverse forme artistiche: lo scopo è quello di offrire soggiorni, laboratori, che permettano al visitatore di godere della bellezza di Gangi e nel contempo di poter partecipare a corsi sulle diverse tecniche artistiche».
Redazione ondine – 29 dicembre 2010

_______________________________________________________________

http://www.solofornelli.it/30092008/perche-non-bisogna-mangiare-il-pesce-spada/826

Perché NON bisogna mangiare il pesce spada

30 Settembre 2008 – scritto da Nicoletta

I dietisti consigliano spesso un trancio di pesce spada come piatto salutare e digeribile. In effetti, come tutto il pesce azzurro, anche questo è ricco di ottimi nutrienti (soprattutto acidi grassi polinsaturi), proteine digeribili e molti minerali. Eppure vi sono varie buone ragioni per non sceglierlo; eccone alcune:

  • Il pesce spada è una specie in via di estinzione. E’ un po’ come mangiare la carne di leopardo, tanto per intenderci.
  • Un quarto delle catture di pesce spada effettuate in Italia proviene da reti derivanti: questo tipo di pesca, dichiarato illegale dall’UE spazza via per chilometri e chilometri ogni forma di vita, non solo pesci ma anche e soprattutto delfini e tartarughe e mette a serio rischio l’ecosistema del Mediterraneo.
  • In Italia il pesce spada si avvicina alla costa e può essere pescato solo nel periodo che va da aprile a fine agosto. Nel resto dell’anno se ne importano grandi quantità dal golfo di Guinea in Africa, dal Golfo del Messico, dall’Oceania. Questo pesce viene ovviamente trasportato in aereo ed è quindi sottoposto a una surgelazione forzata per via dell’altitudine a cui salgono i cargo, subito seguita da uno scongelamento. Lasciamo a voi immaginare la “sicurezza” alimentare di questo prodotto, spesso irresponsabilmente consumato anche crudo! Non soltanto si rischiano guai intestinali immediati, ma bisogna tenere presente che, con la surgelazione del viaggio in aereo, anche i grassi “buoni” – che tanto bene dovrebbero farci – si ossidano e perdono tutto il loro valore nutritivo.
  • Il pesce spada non può essere mangiato troppo giovane, poiché sarebbe troppo piccolo. Poiché però si nutre di altri pesci (ognuno dei quali contiene piccole percentuali di metalli pericolosi derivanti dall’inquinamento), gli esemplari “adulti” pescati e messi in commercio contengono quasi sempre un’alta concentrazione di metalli pesanti (mercurio, arsenico e piombo) responsabili di gravissime malattie.

E pensare che in Italia ci sono almeno 5000 varietà di altri pesci tra cui scegliere, anche molto meno costose.
Quindi, per più di un motivo: siamo responsabili, non mangiamo pesce spada!

____________________________________________________________

http://it.wikipedia.org/wiki/Gibellina

Gibellina

da Wikipedia

Gibellina (Ibbiddina in siciliano) è un comune italiano di 4.298 abitanti della provincia di Trapani in Sicilia. […] Il centro abitato attuale, noto anche come Gibellina Nuova è sorto dopo il terremoto del Belice del 1968 in un sito distante circa 20 km dal precedente. Il vecchio centro, distrutto dal sisma, è stato abbandonato ed è oggi noto come Gibellina Vecchia. […] Oggi Gibellina è un museo dell’architettura moderna. […] Nonostante la grandiosità delle intenzioni dei vari architetti e artisti, Gibellina non è oggi apprezzata dal turismo culturale, poiché, da un lato, all’eccentricità dei progetti non è seguita un’attenta realizzazione tecnica, cosicché molte opere (edifici, piazze, laghetti, giardini, installazioni) si sono precocemente deteriorate e appaiono inestetiche o abbandonate; e dall’altro, l’impianto complessivo si è dimostrato inadeguato alla rinascita urbanistica del paese. Secondo autorevoli voci critiche, Gibellina è un chiaro esempio del fallimento delle sperimentazioni architettoniche e urbanistiche degli anni 70 e 80.

Tags: , , , , ,