In questo articolo, pubblicato su Il Foglio, si parla di come è ripartita attualmente la società italiana, in base alla distribuzione delle forme di tutela e della ricchezza. Sostanzialmente possiamo suddividere la cittadinanza italiana in tre classi:
  1. Gli iper-privilegiati (indovinate un po’ chi sono…);
  2. I cittadini di serie A o privilegiati di seconda classe;
  3. I cittadini di serie B o “sudditi” (vedi l’articolo “Le tasse sono come i farmaci: dose troppo alte possono uccidere…“).
Le prime due classi si possono poi unificare, formando la categoria che viene chiamata “tax consumer“, cioè di coloro che consumano il denaro pubblico proveniente dalle tasse, in contrapposizione alla categoria dei “tax payer“, cioè di coloro che producono ricchezza e che pagano le tasse che andranno a rifornire quel serbatoio di denaro pubblico utilizzato per retribuire lautamente gli affamati consumatori delle nostre tasse. Oltre che affamati, sono anche tanti, troppi: troverete molti articoli nel blog che parlano appunto del sovradimensionamento dell’apparato pubblico italiano: troppi Parlamentari e troppo personale a loro disposizione, troppi manager, funzionari e dipendenti pubblici. Tutti pagati tanto e bene. La distinzione tra “tax consumer” e “tax payer” può anche essere letta come “consumatori di ricchezza” e “produttori di ricchezza” o come “lavoratori improduttivi” e “lavoratori produttivi“, un tema, quest’ultimo, sul quale si è molto dibattuto in passato in merito alla costituzione dell’indice economico PIL (vedi l’articolo “Il PIL e i suoi nipoti: il problema degli indicatori economici“). E’ ovvio che se il lavoro improduttivo, a carico del lavoro produttivo, ha dei costi non sostenibili, il sistema fallisce. Si tratta di semplici calcoli matematici, banali somme algebriche. Il problema è che in Italia è sempre mancata la supervisione, il controllo delle uscite del denaro pubblico (vedi gli articoli “Spending review: la prova della verità per il governo Monti” e “La spending review che vorremmo: uno Stato che non regali posti di lavoro e stipendi“). Non c’è alternativa: il nostro attuale sistema va cambiato radicalmente, se vogliamo salvare il nostro Stato ed il nostro attuale benessere…L.D.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/15264

Chi si mangia le nostre tasse?

I casi Fiorito sono “una fortuna”: ci ricordano che sui tax payer gravano migliaia di tax consumer

10 ottobre 2012

[…] Pur se è probabile che quegli incredibili sperperi non rappresentino il comportamento della totalità dei nostri governanti, essi materializzano, proprio grazie alla loro dimensione teratologica, quella che è nei fatti la funzione stabile, non contingente, endemica, direi inguaribile del nostro apparato pubblico: emungere ricchezza dalla massa dei cittadini, in primo luogo per beneficare chi è incardinato in esso, e produrre beni e servizi a un costo immensamente superiore a quello necessario. Se è vero che da ogni male può nascere un bene, tali episodi – che però non hanno nulla di episodico, ma marcano una realtà strutturale – possono servire a ogni “cittadino comune” per veder chiaro quale sia l’effettiva destinazione del denaro che ogni governo pretende da lui come dovere giuridico e morale. O per dirla diversamente: quanto siano ipocrite le giustificazioni dei nostri governanti quando con il pretesto di risanare i conti pubblici impongono tasse su tasse ai cittadini comuni, e conseguentemente quanto il minaccioso sermone di Mario Monti contro gli evasori, pur giustissimo in via astratta, sia profondamente immorale, in quanto viziato alla radice per almeno quattro ragioni.
  1. Monti trascura il dato essenziale della mostruosità, in Italia, del carico fiscale – relativo e assoluto – sui contribuenti (total tax rate);
  2. Monti non tiene conto della incomparabilità tra il nostro indice grezzo di total tax rate e quello di altre nazioni civili. Per rendere significativo il confronto infatti andrebbero applicati dei correttori in relazione alla diversità nelle “controprestazioni” rese dalle altre nazioni ai cittadini e quelle di casa nostra. E lo stesso vale per i raffronti della diversa propensione a evadere tra noi e gli altri paesi. Questo servirebbe tra l’altro a sfatare il trito luogo comune secondo il quale in Italia l’evasione sarebbe un ineluttabile dato antropologico e non l’effetto naturale delle politiche spoliatrici dei governanti. Cose che un presidente del Consiglio economista non può ignorare;
  3. Monti persevera nella deplorevole frode linguistica dei suoi predecessori con il confondere (semplice ignoranza?) “redditi accertati” con “redditi evasi”, quando ormai è noto lippis et tonsoribus che i redditi evasi sono in realtà meno del 40 per cento di quelli “accertati”, cioè di quelli illegittimamente e infondatamente “pretesi” dal fisco;
  4. Monti assume nel suo ragionamento una unica indifferenziata categoria scolastica, quella dei “cittadini”, che se è ineccepibile sul piano politico-costituzionale, non lo è di certo, anzi è gravemente sviante, su quello della realtà economica, sociale ed etica. E mi spiego.

Proprio alla luce di quel che rendono evidente gli scandali di cui sopra, sarebbe doveroso per chi è a capo del paese scoperchiare ipocrisie ormai intellettualmente e moralmente indecenti. Il che significa:

  • Riporre una buona volta in soffitta la favola secondo cui esisterebbe un unico gruppo socio-economico identificabile sotto il nome di “cittadini”. E prendere atto che esistono almeno due classi caratterizzate da condizioni, interessi, modi di vita diversi e confliggenti;
  • Smetterla di propinare agli italiani il menzognero insegnamento secondo cui “Lo Stato siamo noi stessi”;
  • Porre fine alla truffa politico-linguistica, in base alla quale si fa credere che essendo lo stato la sommatoria dei cittadini, il denaro che ciascuno dà allo Stato è denaro che va ai cittadini generalmente e genericamente intesi;
  • Prendere atto, di conseguenza, che lo Stato e i cittadini comuni sono due realtà concettualmente e dimensionalmente diverse, distinte, e addirittura contrapposte. Da un lato lo Stato: costituito da quel ristretto numero di iper-privilegiati (circa 1.000 parlamentari, 1.113 consiglieri regionali, le altre molte centinaia di consiglieri provinciali, le decine di migliaia di consiglieri di enti statali, parastatali, società partecipate pubbliche e semipubbliche, alte burocrazie civili e militari, magistrati civili, amministrativi, penali, organi istituzionali con i loro pletorici innumerevoli apparati appendicolari, le relative clientele dirette e indirette…), in tutto, a seconda degli scaglioni di privilegio assunti come criterio di stima, circa 250.000-500.000 soggetti. A questo Olimpo da ancien régime, a questa nuova Versailles decentrata in dependance regionali, provinciali, eccetera, dei cui insultanti privilegi e sperperi sono piene le pagine dei giornali, va poi aggiunta una seconda categoria di cittadini, rappresentata da tutti gli altri “privilegiati di seconda classe”, forse qualche milione: dipendenti pubblici e parapubblici in sovrannumero, con posto e stipendi garantiti, retribuiti ma improduttivi, magari non per propria colpa, ma che comunque a tutti gli effetti possono considerarsi, stanti le caratteristiche del posto fisso e garantito e della scarsa o nulla produttività, non già tax payer, ma tax consumer. E infine, dall’altro lato, il nuovo Terzo stato, la grande massa dei cittadini-contribuenti, privi di posto, retribuzione e reddito garantiti: tutti i lavoratori autonomi e i lavoratori dipendenti non pubblici. Ecco allora che ogni richiamo astratto alla coscienza tributaria dei cittadini non meglio specificati, in un contesto sociale in cui emergono episodi che in modo eclatante attestano l’esistenza di categorie di cittadini diverse, contrapposte e inconciliabili, ogni richiamo di questo tipo, tanto più se proveniente da un presidente del Consiglio che è esemplare rappresentante della oligarchia iper-privilegiata non può che risultare oltreché grottesco, anche immorale ed offensivo.

E’ quindi indispensabile:

  • Far capire che il denaro estorto a quei tanti milioni di cittadini che appartengono al Terzo stato non è una partita di giro, non ritorna a loro, ma andrà nelle tasche dei membri di quei più ristretti gruppi parassitari. Una forma di redistribuzione regressiva profondamente ingiusta e anche micidiale sul piano etico ed economico in quanto, operando un trasferimento di ricchezza da chi produce, a favore di chi non produce, disincentiva i capaci e i volenterosi a intraprendere. Impoverisce sempre di più il paese;
  • Far capire che quanto più si estendono le funzioni dello Stato, tanto più ampia sarà la classe dei parassiti.  Per cominciare, quindi, sarebbe onesto porre fine a quelle odiose campagne mediatiche che bollano come parassiti sociali non già, in primo luogo, i privilegiati dello Stato, ma invece proprio quei comuni cittadini che dai veri parassiti sono costretti a difendersi, attraverso la pur condannabile pratica dell’evasione. E se proprio il presidente volesse spendere il nostro denaro in costose campagne di “civiltà e progresso”, queste dovrebbero indirizzarsi proprio contro quei membri delle innumerabili arciconfraternite statali, di cui egli, come presidente e senatore a vita, è autorevolissimo esponente;
  • Infine, è assolutamente necessario prendere atto dell’ormai definitivo svuotamento di senso, nel sistema democratico italiano, del venerabile principio “No taxation without representation”. Nel nostro Paese, infatti, il legislativo, al quale compete il potere di imporre tasse come quello di spendere, è costituito da parlamentari che solo formalmente rappresentano gli interessi di noi elettori ma che di fatto curano quelli propri e della classe iper-privilegiata a cui appartengono, e il potere esecutivo, indistinguibile dal legislativo, non ne è che il braccio armato. Da questa coincidenza e identità di poteri il cittadino comune, il Terzo stato, su cui si riversa il carico della tassazione, è escluso.

[…]

di Aldo Canovari (Fondatore e direttore editoriale della casa editrice Liberilibri)

 

 

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