Riportiamo qui una serie di articoli che riguardano appunto la condanna alla Commissione Grandi Rischi per non aver informato in modo adeguato i cittadini de L’Aquila sul rischio reale che un terremoto di ingente entità avrebbe potuto verificarsi in quella zona. Attenzione: ovviamente la condanna non riguarda il fatto di non aver saputo prevedere il terremoto, poichè tutti sappiamo che i terremoti non si possono prevedere. Gli errori, quindi, sono attribuibili più a chi si è occupato del lato politico della vicenda, piuttosto che a chi si è occupato della parte scientifica. Ma siamo in Italia, la nostra mentalità è prevalentemente anti-scientifica, un po’ da caccia alle streghe. Per questo sono stati condannati gli scienziati. Gli errori, gravissimi, riguardano più la mancata prevenzione (costruzione di edifici anti-sismici e adeguamento delle strutture già esistenti) e la pessima comunicazione del rischio, che non la previsione in sé del terremoto. Come sempre, in Italia siamo molto superficiali nel gestire questioni di questo tipo, inoltre la politica italiana è diventata troppo avvezza nel fare una cosa: raccontare bugie ai cittadini, dicendogli esattamente ciò che essi vorrebbero sentirsi dire. Troppa demagogia, troppo populismo, troppa sottovalutazione dei problemi reali. D’altra parte, agli stessi cittadini manca la capacità di accettare la realtà: tendiamo a pensare che la fortuna ci assisterà e che non potrà mai capitarci nulla, quando invece dovremmo prendere atto del fatto che le catastrofi naturali, non solo i terremoti ma anche le alluvioni, per esempio, sono dietro l’angolo. Non siamo preparati ad affrontare il rischio: quante volte, nelle scuole, negli edifici pubblici, nei nostri luoghi di lavoro, vengono fatte delle esercitazioni di evacuazione, nel caso si verificasse un incendio o un terremoto? Praticamente mai, o molto raramente. La politica dovrebbe fare da guida per i cittadini, dovrebbe insegnare che queste cose possono accadere e dovrebbe fare tutto il possibile per sensibilizzare la popolazione e prepararla ad affrontare in modo lucido e consapevole queste eventualità. La condanna al team di scienziati della Commissione Grandi Rischi ha un solo effetto: quello di incentivare la disistima nei confronti della scienza e di creare diffidenza nei confronti degli scienziati. Mentre ci vorrebbe soprattutto rispetto: rispetto per questi scienziati che evidentemente non hanno fatto sufficientemente valere le proprie ragioni. Provate ad immaginare la situazione opposta: la Commissione Grandi Rischi decide che il pericolo di terremoto è reale e la popolazione viene costretta a dormire fuori casa la notte. Passano i giorni, le settimane, i mesi, e nessun terremoto sconvolge la città. Non sarebbero stati forse accusati di aver generato un falso allarme, creando inutili disagi per la popolazione? Il fatto è questo: con questa sentenza è stato trovato semplicemente un capro espiatorio per vendicare le morti provocate dal terremoto, ma nessuno ha condannato i politici che non hanno sensibilizzato la popolazione e soprattutto non hanno disposto piani di prevenzione edilizia. Non facciamoci prendere in giro di nuovo, come sempre: l’Inquisizione non è solo nei Tribunali, ma è anche nelle nostre teste. Cerchiamo di capire la realtà e di trovare chi sono i veri colpevoli…

L.D.

http://www.meteoweb.eu/2012/10/terremoto-laquila-gli-scienziati-di-tutto-il-mondo-si-mobilitano-contro-la-sentenza-e-scandalosa/158532/

Terremoto L’Aquila, gli scienziati di tutto il mondo si mobilitano contro la sentenza: “è scandalosa”

 25 ottobre 2012 di Peppe Caridi
Alzata di scudi dei vertici della National Society, l’accademia delle scienze britannica, e della National Academy of Science degli Usati Uniti contro la sentenza de L’Aquila che ha condannato la Commissione Grandi Rischi in relazione al terremoto del 6 aprile del 2009. La “protesta contro il verdetto” arriva attraverso una nota congiunta diffusa oggi e firmata da Paul Nurse, presidente della Royal Society, e Ralph J. Cicerone, presidente della National Academy of Sciences Usa. Nurse e Cicerone, in rappresentanza delle due fra le maggiori accademie scientifiche mondiali, temono che la sentenza possa rappresentare un precedente e condizionare in futuro gli scienziati frenandoli dall’esprimere un parere tecnico-scientifico per paura di condanne.  Il caso di sei scienziati italiani condannati ad essere incarcerati per non aver avvertito” la popolazione riguardo “il terremoto de L’Aquila, in Italia, nel 2009, mette in evidenza il compito difficile cui si trovano di fronte gli scienziati quando devono affrontare la comunicazione di un rischio” si legge nel comunicato congiunto. “Non è sempre possibile” per gli scienziati, avverte la nota, “fornire semplici, chiare risposte ai problemi che abbiamo di fronte, e il corso ragionevole è di rivolgersi a scienziati esperti che possono fornire elementi di prova e consulenza al meglio delle loro conoscenze”. I pareri “saranno a volte sbagliati, ma non dobbiamo permettere che il desiderio di perfezione possa essere il nemico del bene” aggiunge il comunicato. “Ecco perchè dobbiamo protestare contro il verdetto in Italia. Se diventa un precedente nel diritto, potrebbe portare a una situazione in cui lo scienziato avrà paura di esprimere un parere esperto per temere di essere perseguito”. Nel frattempo, la rivista Nature ha protestato in un editoriale, sottolineando che il verdetto del giudice Marco Billi non è definitivo e gli scienziati possono rimanere liberi in attesa dell’appello, un processo che potrebbe durare anni. Il tempo , prosegue, “offre però l’opportunità” per “riflettere sulle implicazioni più ampie del verdetto. Ma per ora, tutti gli sforzi dovrebbero essere incanalati in una protesta”. Per gli scienziati ora il giudice “Billi deve prontamente motivare la sua decisione”.

Comunicazione del rischio, le lezioni anglosassoni

Di Pietro Greco

[…] Vi proponiamo tre giudizi molto pertinenti, senza alcuna pretesa di completezza. Anzi, con un’ostentata scelta soggettiva.

Il primo rimanda all’editoriale che l’americano David Ropelk, esperto di comunicazione del rischio, ha scritto per lo Scientific American, considerato – non a torto – la più prestigioso rivista di divulgazione della scienza al mondo. Il pensiero di Ropelk è chiaro fin dal titolo: The L’Aquila Verdict: a Judgment Not against Science, but against a Failure of Science Communication. Sbaglia, sostiene Ropelk, l’American Association for tha Advancement of Science – la prestigiosa associazione degli scienziati americani che, tra l’altro, pubblica la rivista Science – a condannare il verdetto perché i giudici non hanno capito la scienza che c’è dietro la probabilità che si verifichi un terremoto. La tesi dello studioso americano è che, contrariamente a quanto afferma la maggioranza dei servizi giornalistici, la sentenza non è affatto un pugno nei denti della comunità scientifica. Chiamate in giudizio e condannate a L’Aquila non sono né la scienza, né la sismologia, né l’abilità degli scienziati a predire un terremoto, ma la capacità o l’incapacità (a torto o a ragione, è da vedere anche in base alle motivazioni della sentenza emessa) di sei scienziati e di un funzionario pubblico a comunicare il rischio.

Il punto non è se la Commissione Grandi Rischi tra marzo e aprile del 2009 ha fatto buona o cattiva scienza. Il punto è se ha fatto buona o cattiva comunicazione del rischio.

Un altro punto di vista interessante è quello che l’inglese David Spiegelhalter, statistico di formazione e Winton professor of public understanding of risk presso l’Università di Cambridge, ha consegnato a Gaetano Prisciantelli in un’intervista che è possibile ascoltare sul sito di Radio3Scienza. Anche Spiegelhalter sostiene che la sentenza non riguarda la scienza dei sismi ma la comunicazione dell’incertezza. Ma quello che è importante è la lezione che il matematico inglese esperto di comunicazione del rischio ne trae: se gli scienziati vogliono continuare ad avere un rapporto con la società (rapporto dal quale è impossibile ritrarsi, nota umilmente il vostro redattore) devono prestare molta più attenzione all’impatto che può avere ciò che dicono. «Devono scegliere e misurare le parole con estrema cura quando rilasciano dichiarazioni al pubblico. Devono pensare a fondo la loro strategia di comunicazione del rischio. Penso che ciò non sia stato fatto all’Aquila».

Un terzo punto di vista è quello di un altro americano, il sismologo Thomas Jordan, direttore del Southern California Earthquake Center presso il Dipartimento di Scienze della Terra della University of Southern California. Jordan, sia detto per inciso, giudica inaccettabile la sentenza. Ma, in un’intervista concessa sempre a Gaetano Prisciantelli, sostiene: «Mi è stato chiesto dal governo italiano di presiedere una commissione internazionale d’indagine su ciò che è avvenuto durante il terremoto dell’Aquila e di proporre alcune raccomandazioni per migliorare il sistema di comunicazione del rischio. Ci siamo riuniti la prima volta un mese dopo il terremoto (del 6 aprile, n.d.r.). A ottobre del 2009 abbiamo consegnato al governo un set di raccomandazioni su come migliorare la comunicazione del rischio in simili situazioni».

Domanda di Prisciantelli: pensa che l’Italia ne abbia tenuto conto? Risposta: «A mia conoscenza, le nostre raccomandazioni non sono state implementate dal Dipartimento di Protezione Civile».

Questi tre punti di vista sono davvero illuminanti. E ci insegnano tre cose.

Primo: non possiamo prescindere dai fatti. Secondo: i fatti sono che essere chiamata alla sbarra all’Aquila, a torto o a ragione, non è stata la scienza ma la comunicazione della Commissione Grandi Rischi. Terzo: che malgrado tutto in Italia, dopo la disastrosa gestione dell’emergenza terremoto in Irpinia nel 1980, è stato istituito un ottimo sistema di Protezione Civile. Che questo sistema ha funzionato benissimo in molte occasioni (sebbene di recente, durante la gestione Bertolaso, la Protezione Civile sia stata utilizzata male e per compiti impropri). Ma che mai si è dotata di una struttura di comunicazione del rischio sul tipo di quella indicata da Spiegelhalter e da Jordan. Una struttura capace di fare tre cose: comunicare efficacemente il rischio durante l’emergenza; formare tecnici e scienziati alla comunicazione del rischio in modo che “sappiano misurare attentamente le parole quando fanno dichiarazioni pubbliche” e, più in generale, capaci di avere un rapporto buono e imprescindibile con i cittadini non esperti nel rispetto dei ruoli; fare ricerca scientifica sulla comunicazione del rischio, perché essa è un fattore decisivo nella gestione di un’emergenza.

Tutto questo si fa in gran Bretagna o negli Stati Uniti o in Giappone. Non si fa, ancora, in Italia. E le conseguenze sono, ora, sotto gli occhi di tutti.

25 ottobre, 2012

I tanti errori sul terremoto dell’Aquila

Di Nicola Nosengo

[…] Ho seguito questa storia a lungo per Nature, che come molte testate straniere è stata ben più attenta a questa complicata vicenda rispetto ai grandi giornali italiani, che la scoprono stamattina riportando in molti casi informazioni platealmente inesatte […] Dopo aver letto le carte del processo e averne seguito i passaggi chiave, considero la sentenza sbagliata e, per molti versi, grave. Ma non per i motivi che oggi molti miei colleghi ripetono su giornali e social network: sentenza contro la Scienza (ovviamente sempre con la Maiuscola), sintomo della radicata cultura antiscientifica italiana, e così via, senza farsi mancare la citazione di Croce e Gentile e della loro nefasta influenza.

Un processo penale va commentato con gli argomenti del diritto ben prima che con quelli della scienza. Questa condanna mi pare sbagliata non perché “antiscientifica”, ma perché giuridicamente poco fondata. Manda (manderebbe, se confermata) in galera sette persone per una accusa pesantissima senza prove abbastanza solide per farlo. Questo è sempre gravissimo, ma purtroppo non è una novità nella giustizia italiana, spesso usata per risolvere i nodi che il processo politico non sa sciogliere. Capita troppo spesso, e non diventa improvvisamente più grave perché stavolta gli imputati sono scienziati.

Ricordiamolo ancora. La tesi dell’accusa si basa sulla catena logica della negligenza professionale, che influenza il corso degli eventi, finendo per causare la morte di una persona che altrimenti non sarebbe avvenuta. Definizione da manuale di omicidio colposo. E’ la tesi che una superficiale e inadeguata analisi del rischio fatta nel corso della riunione (punto sostanzialmente non in discussione, lo stesso Enzo Boschi l’ha definita tale) abbia portato la protezione civile a dare alla popolazione messaggi troppo rassicuranti rispetto a quanto la scienza avrebbe voluto (anche qui, diversi tra gli imputati si sono apertamente dissociati da quei messaggi che in sostanza escludevano la possibilità di un forte terremoto, ed esperti internazionali li hanno criticati), e che quei messaggi abbiano portato alcuni cittadini a rivedere i loro piani, in particolare quelli di lasciare l’Aquila per qualche giorno o di dormire in macchina. Ma comunque la si pensi sui primi due punti, è l’ultimo quello cruciale perché si possa arrivare a una condanna: il processo ha provato oltre ogni ragionevole dubbio che quei 29 cittadini de L’Aquila oggi sarebbero sicuramente vivi se quei 7 imputati avessero fatto qualcosa di diverso? Mi pare che la risposta sia no.

Gran parte dell’accusa si basa su ciò che altri ricordano sui motivi delle decisioni prese dalle vittime ormai anni fa. Con l’assoluto rispetto che si deve a chi ha perso familiari e amici in quella tragedia, e della cui buona fede non è lecito dubitare, bisogna dire che mandare in galera sette persone su questa base è un grande azzardo giuridico. Come lo è mandarci qualcuno che ha detto cose giuste (la maggior parte dei partecipanti alla riunione se ci fidiamo dei verbali, magari superficiali ma giuste) per le cose sbagliate che qualcun altro ha detto dopo averlo incontrato. O processare un soggetto istituzionale (la Commissione Grandi Rischi) e nel pacchetto mettere anche chi non ne fa parte ma era lì solo per accompagnare il capo (come Selvaggi). La condanna si basa su una idea di “responsabilità collettiva” che, sospettiamo, non reggerebbe un giorno in tribunali di altri paesi.

Anche nell’ipotesi che sia provato quel nesso causale, tuttora non è ben chiaro quale sia, secondo la Procura, l’evento specifico che avrebbe “causato” quelle morti. La riunione? La conferenza stampa? L’intervista televisiva di De Bernardinis? Non può essere stato tutto nella stessa misura. All’inizio del processo il PM sembrava indicare in De Bernardinis e nella protezione civile i “cattivi” della vicenda, colpevoli di aver orchestrato una riunione che fin dall’inizio aveva il solo scopo di produrre un messaggio rassicurante culminato in quel tristemente famoso “bicchiere di vino” da bersi per scacciare la paura (per la cronaca, a De Bernardinis va riconosciuto di avere attraversato il processo da uomo delle istituzioni, mettendo la faccia in quasi tutte le udienze e parlando alla stampa, anche ieri sera, direttamente e non attraverso gli avvocati). Alla fine del processo il PM è invece arrivato a definire De Bernardinis “vittima” dei sismologi, e della loro analisi superficiale delle possibili conseguenze di un forte terremoto in quell’area. Ora, o la riunione era una “mossa mediatica” (come la definisce Bertolaso nell’intercettazione telefonica del giorno precedente) con un finale già scritto, e allora gli scienziati sono stati almeno in parte presi in giro. O la Protezione Civile era sinceramente aperta all’opinione degli scienziati e ha deciso cosa dire ai cittadini solo dopo averli ascoltati. Le due ipotesi si escludono a vicenda, e il PM le ha di fatto sostenute entrambe. Che un procuratore stiracchi un po’ il suo argomento per sostenere l’accusa fa parte del gioco, ma il compito del giudice è notarlo e decidere di conseguenza. Leggeremo le motivazioni, ma si direbbe che il giudice Marco Billi non lo abbia fatto. […]

Il risultato è una sentenza sproporzionata e incomprensibilmente uguale per tutti gli imputati. Condannare qualcuno e assolvere qualcun altro sarebbe stato forse altrettanto ingiusto, ma avrebbe almeno dato il senso che 13 mesi di processo siano serviti ad analizzare, distinguere responsabilità, dare indicazioni per un futuro ripensamento della prevenzione dei rischi, che deve per forza partire da maggiore chiarezza di ruoli: dove si fermano le responsabilità dei consulenti scientifici, dove iniziano quelle della politica, a chi spetta il compito di tradurre l’incertezza della scienza in una comunicazione efficace ai cittadini? […]

E, pur non condividendo questa sentenza, non basta dire che “i veri responsabili sono quelli che hanno costruito le case”. É vero, ma non è tutta la verità. Come può confermare il primo giapponese fermato per strada, la preparazione al rischio sismico ha due gambe, ugualmente importanti: l’edilizia antisismica e l’educazione al rischio dei cittadini. In Italia mancano entrambe, e se manca la seconda è in buona parte perché in passato le autorità (non senza qualche aiuto da scienziati di vaglia) hanno quasi sempre scelto lo stile di “comunicazione” visto a L’Aquila. Sposando la stravagante e, a modestissimo parere di chi scrive, inaccettabile teoria sostenuta in aula dal sociologo Mario Morcellini, chiamato come testimone per la difesa: “La rassicurazione è il primo obbligo di un organo pubblico”. Davvero? Credevo che il primo fosse dire la verità, e pazienza se non è rassicurante, ma forse sono un romantico.

A L’Aquila sono stati violati diritti fondamentali, troppe volte. È successo per tutti gli ultimi decenni, quando palazzinari e tecnici compiacenti delle autorità locali hanno costruito e autorizzato edifici (compresi grandi edifici pubblici come la Casa dello Studente) in spregio delle norme antisismiche, in una delle zone più sismiche d’Europa. É successo ancora tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2009, quando alla legittima e umanissima ansia di una popolazione stremata da quattro mesi di scosse si è risposto con una baracconata (perché questo fu la riunione della Commissione Grandi Rischi, di chiunque sia la colpa), con una comunicazione improvvisata, imprecisa e scientificamente infondata, in cui lo Stato semplicemente non ha trattato i suoi cittadini da persone adulte. Ma diritti fondamentali sono stati violati anche ieri, con una sentenza che non corrisponde a quanto effettivamente emerso in aula, e che commina una pena sproporzionata per responsabilità non sufficientemente dimostrate in sede giudiziaria. E non si rimedia alla violazione di un diritto violandone un altro.

23 ottobre, 2012

L’Italia e gli scienziati (de L’Aquila e de l’Ilva)

Pubblicato da Federica Sgorbissa su 23 ottobre 2012

POLITICA – Due cose sono  accadute ieri: è stata emessa la sentenza a carico dei membri della (allora) Commissione Grandi Rischi sui fatti relativi al terremoto de L’Aquila del 2009 e sono stati resi pubblici i dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità sulla salute dei cittadini di Taranto. Due facce di un quadro contraddittorio e doloroso del nostro paese e del rapporto fra società civile, politica e scienza.

[…] È vero che i terremoti non si prevedono. questo significa anche che “non si possono fare previsioni puntuali intorno ai terremoti” nemmeno in positivo, e dunque non si poteva a rigor di logica rassicurare nessuno. La domanda successiva è però: poteva la Commissione Grandi Rischi uscire dalla riunione e dire alla popolazione “non sappiamo dirvi nulla, può succedere un ‘big one’, come anche no per altre decine di anni (forse più). Fate voi in coscienza”? Poteva mostrare questo tipo di incertezza? La Commissione Grandi Rischi ha una funzione anche politica, nel senso che i pareri che esprime hanno un’implicazione sulle decisioni politiche, per la gente, sulla gente. In un mondo ideale una struttura del genere dovrebbe avere una visione sul lungo periodo, che non la dovrebbero mettere in certe condizioni. In un mondo ideale, i dati scientifici (mappe di rischio e valutazioni sulla sicurezza degli edifici ) avrebbero dovuto dar luogo a messe in sicurezza, sanzioni per chi aveva costruito in maniera inadeguata. Quegli edifici in un mondo ideale (in un area a tal rischio sismico) non avrebbero dovuto esistere. Ma questo non è un mondo ideale. Cosa avrebbe dovuto dire la commissione allora? Qualcosa tipo: “data la condizione pessima degli edifici, dato il rischio sismico della regione, quegli edifici sono inagibili. Non temporaneamente, sono inagibili punto e basta. Magari non succederà un terremoto da qui a cent’anni, ma se succede (e potrebbe) quelle case vanno giù”. Sarebbe stata una decisione coraggiosa e coerente con quello che è il sapere scientifico a oggi, compreso il fatto che i terremoti non si possono prevedere. […]

L’altro fatto importante sono i dati ISS sulla salute (molto poca) dei residenti intorno allo stabilimento dell’Ilva di Taranto. [vedi l’articolo “Ilva di Taranto: i guadagni fatti sulla pelle di lavoratori e cittadini“]. Sono dati allarmanti, terribili, che non lasciano molti dubbi sulla pericolosità dello stabilimento pugliese. L’Ilva con ogni probabilità sta uccidendo i cittadini di Taranto da decenni. Siamo in una situazione diametralmente opposta a quella de L’Aquila. Qui c’è una comunità scientifica che fa la voce grossa e mette in allerta la popolazione civile, e c’è una popolazione civile preoccupata da uno spettro “cognitivamente” più vicino e palpabile, che è quello di perdere il lavoro, che si schiera dalla parte dell’avvelenatore. Sia ben inteso non è tutta la popolazione di Taranto a difendere l’Ilva, ma esiste un fronte operaio molto agguerrito che non vuole la chiusura degli stabilimenti. Fin qui i fatti, da qui le considerazioni. Si può barattare la salute (o peggio, la vita) per il lavoro? Assolutamente no. Lo dicono le vicende Eternit, per esempio, lo dicono le migliaia di morti sul lavoro ogni anno nel nostro Paese. Hanno ragione gli operai del’Ilva a protestare contro la chiusura dello stabilimento? A mio parere no, seppur comprendo il loro dramma. Hanno gli elementi per sapere che quello stabilimento è morte. Cosa dovrebbero chiedere gli operai? Difficile dirlo. In un mondo ideale si dovrebbe pretendere (e lo Stato dovrebbe essere coercitivo) che gli impianti vengano pesantemente ammodernati e resi compatibili con l’ambiente (nessuna acciaieria sarà mai “ecologica” ma certo si può fare molto meglio di quello che ora ILVA sta facendo, i costi però sono enormi). In un mondo reale forse bisogna scegliere se morire di fame oggi e sperare di trovare altro (con un pesante impegno del nostro Stato) o morire di tumore domani. In ogni caso non si può mettere la testa nella sabbia.

Due storie importanti, di un’Italia che sta letteralmente sanguinando. Tutte e due ruotano intorno alla responsabilità civile degli scienziati e all’importanza di comunicare al di fuori della stratta comunità scientifica i dati della ricerca. Tutte e due sono un esempio da tenere a mente, che ci deve far pensare.

PS: Personalmente, anche se credo che i membri della Commissione Grandi Rischi siano stati superficiali nel comunicare con la società civile, credo anche che con questa sentenza si sia andati un po’ troppo oltre e si sia voluto dare una punizione esemplare per dare l’impressione alla bistrattata popolazione aquilana che sia stata fatta giustizia. Vorrei vedere allora lo stesso rigore applicato verso chi ha costruito palazzi fatiscenti (ricordiamo l’ospedale de L’Aquila e la casa dello studente) in zona fortemente sismica, a chi ha permesso che ciò accadesse e a chi non ha vigilato e monitorato. Se la Commissione Grandi Rischi è responsabile di omicidio colposo, per la stessa logica queste altre persone dovrebbero essere riconosciute colpevoli di omicidio volontario (tentato omicidio, nel caso dell’ospedale, perché per fortuna non ci sono stati morti). Stessa cosa per i vertici dell’Ilva, che non potevano “non sapere”.

Vedi anche l’articolo “La pessima e scandalosa gestione del rischio sismico e delle ricostruzioni post-terremoto in Italia

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