Dopo il bestiario del fisco italiano (vedi l’articolo “BESTIARIO DEL FISCO ITALIANO: tutte le tasse più folli e creative che stiamo pagando!“), vediamo ora qualche esempio che riguarda invece il bestiario della burocrazia italiana: un pazzesco e intricato groviglio di norme inutili, che a nulla servono se non a giustificare una mole aggiuntiva di uffici e personale. Si tratta quindi di un duplice ed insensato aggravio: da una parte delle norme e dall’altra del fisco, poichè tutti questi posti di lavoro pubblici gravano sul lavoro dei privati. Quanti dipendenti pubblici mantiene ciascun lavoratore privato? Il rapporto dovrebbe essere molto vicino all’1:1… una cosa davvero incredibile, penso proprio che l’Italia abbia il primato mondiale di elefantiasi dell’amministrazione pubblica!

L.D.

http://news.supermoney.eu/news/2012/10/ikea-l-italia-vittima-di-un-assurda-burocrazia-005455.html

Ikea, l’Italia vittima di un’assurda burocrazia

04-10-2012 – Silvio Apa Delmonte

In Italia la burocrazia è spesso un impedimento nel velocizzare le procedure di un’attività economica d’impresa, ‘Kafkiana’ è stata definita in queste ore la situazione italiana dall’ad di Ikea Italia, la multinazionale svedese del fai-da-te che in Italia ha ben 20 punti di vendita. Il rimprovero è giunto al limite di una situazione paradossale secondo le parole di Petersson che ha messo in luce tutti gli impedimenti che stanno rallentando l’apertura di un grosso punto vendita Ikea nei pressi di Roma.

A Roma, in zona Pescaccio: 36mila metri quadrati, per una spesa di 115 milioni, con una previsione di 310 posti di lavoro diretti e 70 indiretti, questo sarebbe il difficile obiettivo da raggiungere a causa di una burocrazia davvero insostenibile, secondo Petersson unica in Europa. Petersson dipinge un quadro che ha dell’assurdo, nel senso, sottolinea l’ad, non vi è di fatto nessuna resistenza da parte delle istituzioni e né tantomeno nessun parere contrario a questa manovra commerciale dell’Ikea, semplicemente, nulla si muove, si galleggia in una vischiosità passiva.

La regione Lazio vive in queste ore vicende che hanno dell’incredibile sotto un altro punto di vista ma aprire un attività commerciale in Italia di queste dimensioni può avere lungaggini variabili tra i 7 e i 9 anni ha commentato ancora Lars Petersson. Non ci sono dubbi che le parole di uno dei dirigenti del colosso svedese vanno a toccare ancora una volta un problema mai risolto in Italia; la certezza del diritto, dei tempi  e delle procedure che dalle nostre parti in taluni casi è seriamente compromessa.

Ikea comunque investirà in Italia all’in circa 400 milioni di Euro. British Gas invece vi ha rinunciato, soffocata anch’essa da un apparato burocratico che ha ritenuto essere insostenibile e inaccettabile dopo un’attesa di ben 11 anni per costruire un rigassificatore nei dintorni di Brindisi dal valore di 400 milioni di Euro.

http://www.linkiesta.it/la-burocrazia-spiegata-mia-moglie-americana

La burocrazia spiegata a mia moglie (americana)

Marco Sarti

È venuta in Italia perché ama il nostro Paese. Le uniche volte che la vedo davvero infuriata è quando si immerge nelle sabbie mobili dei certificati (o qualcuno le passa davanti in fila). Surreale fu quando un impiegato le cambiò il cognome davanti a lei, e alle sue rimostranze rispose: “Se non ti va bene, fai ricorso al Tribunale civile”. E così ha fatto.

20 marzo 2012 – 12:40

«Honey, what the fuck». L’incipit, particolarmente volgare, è quasi sempre lo stesso. Basta un cambio di residenza, un’iscrizione all’asilo nido e tra lo stupore e lo sconcerto mia moglie inizia il racconto della sua ultima disavventura burocratica. Rigorosamente in lingua inglese, come tutte le volte in cui è arrabbiata sul serio.

Piccola introduzione. Mia moglie è americana. Sei anni fa ha lasciato il Michigan – lo stato al confine con il Canada famoso per i Grandi Laghi, le fabbriche d’auto e, da qualche tempo, Sergio Marchionne – per venire in Italia. Non ha cambiato vita per me – non ci conoscevamo ancora – e non ha attraversato l’oceano per motivi professionali. Ha deciso di trasferirsi perché è innamorata del nostro Paese. È affascinata da cultura, cibo, storia, arte. E molto meno banalmente dal calore della gente e dalla diffusa ironia (anche se non sopporta due tipologie di italiani: le persone che saltano la fila alle poste e i conduttori televisivi che urlano).

Insomma, dell’Italia alcune cose le piacciono, altre meno. E poi c’è la burocrazia. Questa è la nostra unica caratteristica su cui mia moglie non è ancora riuscita a prendere posizione. La complessa macchina di funzionari pubblici, modelli da firmare e carte bollate la lascia attonita. È una realtà troppo lontana. Non la capisce. Di solito rimane a bocca aperta, lo sguardo interrogativo. Spesso si arrabbia. Anche se ultimamente comincia a coglierne il lato ridicolo, e ha iniziato a sorriderne.

Prendete l’ultima. L’iscrizione all’asilo nido della nostra seconda bambina. Una trafila solitamente lunga e noiosa, che quest’anno è stata modernizzata da un’inattesa rivoluzione tecnologica. «Stavolta la domanda si può fare anche online» mi spiega qualche settimana fa mia moglie. L’aria trionfante. Inseriti i nostri dati sulla pagina web del municipio e ricevuta per e-mail una password, compiliamo il modulo richiesto. Qui però l’iter si fa barocco. Il modulo va stampato e inviato via fax all’ufficio comunale. Qualche giorno dopo, sorpresa. Riceviamo un’altra mail. Stavolta c’è il numero identificativo necessario per procedere alla domanda di iscrizione vera e propria (scopriamo così che quella precedente era solo una pre-iscrizione). Il numero però non è completo. Ci sono solo le prime quattro cifre. Le altre quattro arriveranno per posta. Non elettronica, prioritaria. Nella cassetta delle lettere. E così a dieci giorni dalla chiusura del bando – senza avere ancora ricevuto la seconda parte del codice – mia moglie ha preferito seguire il vecchio iter. È andata a fare la fila in comune.

A volte la burocrazia online è un’opportunità. Altre volte è un obbligo. È il caso della domanda di maternità. A partire da quest’anno – un’annata evidentemente tecnologica – il modulo dell’Inps può essere compilato solo su internet. Anche stavolta per avviare la pratica è necessario avere un codice pin (che mia moglie ottiene allo sportello senza troppi problemi). E anche stavolta – chissà perché – il codice identificativo arriva per posta. Burocrazia 2.0? Manco per sogno. Il domanda deve essere compilata online. Poi, però, bisogna stamparla, allegare il certificato medico e spedire tutto alla previdenza sociale. Per posta elettronica certificata? No. Raccomandata. «Ma si può anche portarlo a mano».

Lo ammetto. Alcune volte mia moglie esagera. Ancora mi rinfaccia la vicenda della tessera sanitaria, richiesta nel 2006 e ricevuta tre anni dopo. All’indirizzo sbagliato. («Anagrafe e Agenzia delle Entrate non potrebbero essere in contatto?» si lamenta senza rendersi conto che alla fine le è andata pure bene). Altre volte ha obiettivamente ragione. C’è una vicenda burocratica che ha caratterizzato i nostri primi anni insieme. Tra lungaggini amministrative e ricorsi in tribunale ci ha accompagnato nei primi cinque anni della nostra storia. E ormai ci siamo quasi affezionati.

Prima di raccontarla serve una piccola precisazione. Pur essendo cittadina americana, mia moglie è nata in Sudamerica. Dove, quasi ovunque, i neonati ereditano il doppio cognome (del padre e della madre). Una consuetudine antica che ha colto di sorpresa il funzionario dell’anagrafe centrale di Roma. «Per la legge italiana – si è giustificato l’ufficiale quando si è trovato in mano l’atto di nascita – nessuno può avere un cognome diverso da quello del padre». E per risolvere il rompicapo non ha trovato nulla di meglio che modificare il cognome di mia moglie. Attribuendole quello del padre e della nonna paterna. «E se non ti va bene – ha liquidato le sue imbarazzate proteste – puoi fare ricorso presso il tribunale civile». Una scena surreale: in quel momento mia moglie si è trovata titolare di tre diverse identità. Sul passaporto americano aveva il cognome del padre. Nell’atto di nascita sudamericano il cognome della madre e del padre. Sulla carta d’identità italiana il cognome del padre e della nonna paterna.

Fatto il ricorso, il giudice le ha dato ragione. Per riottenere il vecchio cognome ci sono voluti solo pochi mesi (e poi dicono che in Italia la giustizia non funziona). Ma per modificare i documenti e riacquistare una sola identità è stato necessario qualche anno. Il tribunale si era dimenticato di avvertirla.

Povero somaro Cecco. Trattato come una Pmi

05 ottobre 2012

Per accettare un asino in regalo, un contadino ha passato due settimane a inseguire le richieste burocratiche. Un problema che penalizza tutti, dalle pmi ai grandi colossi industriali che, non a caso, fuggono dall’Italia.

Al mio amico Giuliano, contadino d’altri tempi della collina ligure, il mese scorso hanno regalato un asino: dove viveva, il somaro Cecco era diventato di troppo. Uno dice: grazie, prendo il furgone, vengo e me lo porto in cascina. Per riuscire a farlo, Giuliano ci ha messo due intere settimane e parecchi viaggi da un capo all’altro di Genova, su e giù per gli uffici pubblici più diversi a compilar carte. Non ultima la dichiarazione autografa delle generalità dell’autista addetto al trasporto del Cecco, con allegata fotocopia della patente di guida.
Sulla stessa collina, sto tentando di comprare una vecchia casa. Voglio ristrutturarla sfruttando il Piano Casa e il Decreto Sviluppo, nati apposta per mettere in circolazione denari e stimolare i consumi sul territorio.
Dico «sto tentando» perché, al momento del rogito, scopriamo che i dati in Comune sono lievemente diversi dalla mappa del catasto: un bagnetto risulta su un piano e non sull’altro e una porta finestra è riportata come finestra semplice.
Un errore fatto 25 anni fa, all’epoca della prima ristrutturazione, dai vecchi proprietari. Vabbe’, vediamo di sanare e far partire i lavori in fretta. Calma: serve il parere preventivo della Asl (un mese abbondante), poi il Comune deve sapere dall’Agenzia del Territorio l’entità della sanzione e infine – forse – verranno rilasciati i permessi.
A che punto è la pratica? Non si sa né si può saperlo. Il catasto, che adesso si chiama Agenzia del Territorio, non dialoga col pubblico e soprattutto non ha tempi certi: per una risposta può servire un mese, un anno, dieci anni, l’eternità. Aspetteremo, come aspetteranno chissà quanto i vari artigiani del posto che avrebbero già dovuto essere al lavoro e poi venire pagati.
Di esempi così, con la burocrazia che ti costringe a occuparti di altro rispetto al tuo obiettivo, l’Italia è piena. Una burocrazia molto democratica: blocca i privati cittadini come le grandi aziende, le microimprese come i colossi multinazionali tipo Bp, che dopo 11 anni ha abbandonato per sempre la realizzazione del rigassificatore di Brindisi.
Da noi prima di poter costruire – forse – un capannone in una zona industriale, una media azienda deve aspettare 258 giorni (184 in Francia, 97 in Germania, 26 negli Usa; fonte Confindustria). La World Bank ci piazza al 77° posto nell’indicatore “Starting business”, che misura il grado di complessità delle procedure per avviare un’impresa, tra burocrazia e andirivieni tra gli uffici preposti. La stessa Banca Mondiale stima che qui aprire una nuova azienda costa il 18,2% del reddito medio pro capite, contro il 4,7 di Germania e Spagna; per non dire di Uk, Francia e Usa, dove si sta sull’1%. Un ultimo dato: per tasse da pagare e complessità degli obblighi per farlo, stiamo al 134° posto nel mondo, dalle parti del Congo o giù di lì.
A tutto questo si aggiunge l’aspetto diseducativo: visto che si tratta di troppe norme che spesso hanno poco senso, noi italiani siamo abituati ad aggirarle, tanto verremo beccati una volta su mille. Pensate a certi tratti autostradali con divieto di superare i 40 all’ora, che se solo ci provi a rispettarlo il primo Tir che ti segue ti entra dentro.
E basta un divieto stupido e impraticabile per far perdere valore a qualunque altro divieto. Purtroppo all’intrico burocratico non c’è una soluzione facile, perché la pletora di norme, formalismi e vincoli serve soprattutto a giustificare l’apparato che produce queste leggi e le modifica di continuo. Tagliare la burocrazia vuol dire tagliare i posti di lavoro pubblici e privati che la nutrono; quindi campa cavallo, sia che al governo ci stia la destra, la sinistra o i supertecnici. […]

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Vedi anche l’articolo “Perchè le imprese italiane fuggono all’estero?

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Aggiornamento del 30 dicembre 2013:

La testimonianza del sindaco del comune di Berceto, Luigi Lucchi.

Puntata de “La versione di Oscar” del 18 dicembre 2013

http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/versioneoscar/2013-12-18/sindaco-concittadini-denunciamo-stato-105207.php?idpuntata=gSLAGi6sZ&date=2013-12-18

Il sindaco ai concittadini: denunciamo lo Stato!

“Uniamoci per presentare una denuncia nei confronti dello Stato”. Con questo appello il sindaco di Berceto (Parma) ha annunciato la protesta che partirà dal suo Comune il 21 dicembre. L’invito è rivolto a tutti i concittadini affinché manifestino in maniera pacifica “contro l’ingordigia dello Stato” e i “furti legalizzati” che, sotto forma di tasse troppo alte, burocrazia ed elevati costi della politica, gravano ogni anno sulle tasche dei bercetesi.

Con noi Luigi Lucchi, sindaco di Berceto (Parma)

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