L’ipocrisia dei concorsi in Italia

La mia esperienza personale è stata questa: ho inviato decine e decine di e-mail e curriculum (come anche molti di voi avranno fatto immagino), per poter trovare un posto di lavoro in strutture pubbliche (oltre che private naturalmente). Ho contattato ospedali, agenzie per la protezione ambientale (ARPA), università, ed almeno per due volte ho anche partecipato, illudendomi di avere qualche possibilità, a dei concorsi. Ma in breve tempo ho capito tutto, e, con rassegnata tristezza, ho provato sulla mia pelle la sensazione di essere OUT: se non conosci nessuno che possa procurarti un posto di lavoro (non sto parlando di lavori d’amministrazione e d’ufficio, di cui di personale ne abbiamo già in abbondanza, ma di attività di analisi e ricerca in laboratorio), nel settore pubblico sei OUT. Mi sono interessata anche per entrare in polizia scientifica ed anche nel corpo dei NAS, ma nulla da fare: anche qui, se non conosci nessuno, sei OUT. I concorsi vengono fatti ovunque ad personam: quando si vuol far entrare qualcuno, si pubblica un concorso apposta per lui, e non c’è nessuna possibilità, per i poveri disgraziati (magari anche un po’ disperati) che si presentino come candidati estranei, di far valere il proprio curriculum e le proprie competenze. Così funziona l’Italia, l’ipocrisia è ovunque e pervade capillarmente ogni singolo ente, ogni singolo ufficio, ogni singola persona all’interno di quell'”Italia parallela costituita appunto dal settore pubblico. Quando mi reco in un ufficio pubblico, mi domando quale sia la percentuale di chi è entrato per conoscenza e chi per merito: credo che la percentuale, nel primo caso, si aggiri almeno intorno al 99%. Chi ha creato questo sistema? Non cerchiamo codardamente di dare la colpa a qualcun altro: l’abbiamo creato noi italiani. Ma siamo seri, per favore, guardiamoci in faccia: non sarebbe ora di smetterla? Purtroppo lo so, un appello all’etica individuale non può bastare… Ma come possiamo fare adesso per reintrodurre meritocrazia nel sistema pubblico? Le strade possono essere soltanto due:

  1. privatizzare tutto quanto;
  2. riformare il sistema pubblico con delle nuove regole, molto più stringenti, ammesso che gli italiani non trovino il modo di sabotarle nuovamente per mantenere in vita il sistema clientelistico attuale (in questo siamo bravi, ammettiamolo…). Ad esempio? A me piacerebbe che l’ipocrisia di fondo venisse meno: o fare dei concorsi VERI, attraverso i quali selezionare in modo serio il candidato migliore, oppure non fare alcun concorso. In questo secondo caso, se c’è già un candidato che possiede un’esperienza adeguata e tutte le competenze necessarie al ruolo da ricoprire, sarebbe inutile sprecare tempo ed illudere altre persone nello svolgimento di un concorso. In entrambi i casi, sia la selezione con concorso che la certificazione di un candidato che si ritiene in possesso di tutti i requisiti necessari, dovrebbero sottostare alla valutazione di almeno 2/3 enti esterni, magari sorteggiati a caso e possibilmente non corruttibili. Difficile? Si, ma forse non del tutto impossibile…
N.B. Vorrei qui citare anche il caso della congrega di Comunione e Liberazione: non prendiamoci in giro, sappiamo tutti che costituiscono una vera e propria setta all’interno della nostra società, nella quale gli affiliati si aiutano e proteggono a vicenda. Anche questa è mafia: dovunque ci sia una setta c’è mafia.
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I precari sfruttati

La mia esperienza personale è di sicuro assimilabile a quella che molti giovani della mia età hanno vissuto e stanno vivendo, un’esperienza fatta di stage e precariato, che è tutt’ora in corso (nel blog potrete trovare diversi articoli in merito). Ho trascorso un periodo in cui venivo inquadrata come “frequentatrice volontaria”, già, volontaria perchè ovviamente non c’era la possibilità nè l’intenzione di pagarmi. E’ stato davvero un piacere andare a lavorare a gratis, dopo aver fatto fare sacrifici ai miei genitori per pagare le rette universitarie nonchè il costo del pendolarismo in treno per raggiungere la sede dell’Università che frequentavo. Illudendomi, per la prima volta, che potesse servire a guadagnarmi un contratto a progetto (annuale o addirittura triennale), ho persino scritto di mia iniziativa un progetto di ricerca su un argomento che avevo studiato e che mi appassionava molto. Ma naturalmente ero OUT, dunque non c’era nessuna possibilità di entrare senza raccomandazione nella struttura a cui avevo inviato il progetto, nè tantomeno di ricevere finanziamenti per lo svolgimento del progetto presso la struttura che frequentavo “volontariamente”.
In un secondo periodo ho avuto una grande fortuna: una borsa di ricerca universitaria. La mia “ricerca”, frutto dell’incosciente ingegno di un folle docente, e che a nulla è valsa se non ad aver messo in pericolo la mia vita e la mia salute, consisteva nella preparazione di campioni da sottoporre all’analisi tramite microscopia elettronica. Ero praticamente una neofita, una giovane biotecnologa alle prime armi, eppure mi sono state messe in mano sostanze di questo tipo:
  • tetrossido di osmio: “OsO4 è molto tossico, anche a bassi livelli di esposizione, e va maneggiato con adeguate precauzioni, dato che è molto volatile. Oltre a contenere un metallo pesante, OsO4 è un forte ossidante e attacca tutti i tessuti biologici. In particolare, l’inalazione anche a concentrazioni inferiori a quelle necessarie a percepirne l’odore può portare a edema polmonare, e successiva morte. I sintomi possono essere percepiti anche ore dopo l’esposizione. OsO4 attacca inoltre la cornea umana, e può portare a cecità se non si rispettano le prescrizioni di sicurezza.”
  • acetato di uranile: un composto contenente uranio, dunque radioattivo, che dovrebbe essere utilizzato solo da personale specializzato e sottoposto a severi controlli medici (vedi LINK).
  • cromo esavalente: diversi studi hanno dimostrato che l’esposizione a cromo esavalente “è una delle possibili cause di tumore al polmone”. Infatti l’apparato respiratorio rappresenta il principale bersaglio dell’azione tossica e cancerogena e “l’esposizione professionale, acuta e cronica, avviene soprattutto per assorbimento mediante inalazione”. (vedi LINK).
Potrete dunque immaginare la mia felicità, ma questa era la sola possibilità di lavoro che avevo. Fortunatamente non dovevo svolgere quotidianamente questo tipo di attività, che si alternava ad altre attività che dovevo compiere presso la medesima struttura. Questo per dire che i precari spesso sono costretti a fare di tutto e di più, per un misero stipendio da 1000 euro. Ora svolgo un tranquillo, banale e noioso lavoro da tecnico, che mi fa quasi rimpiangere di aver frequentato l’Università. Non penso proprio che esperienze come le mie siano così rare, anzi, sono situazioni piuttosto comuni tra i giovani della mia generazione.
Non c’è nessuna forma di tutela e nessuna forma di incentivo: perché non ci sono ad esempio degli incentivi economici oppure altre forme di tutela per chi è precario? Lo so benissimo che noi giovani il posto fisso ce lo possiamo scordare, ma vorrei almeno che il lavoro temporaneo abbia una sua dignità: anche in America il precariato è molto diffuso, ma è un precariato che stimola la competitività e premia il merito. Oltre al problema del fatto che lo stipendio di un precario è sempre risicato e ridotto al minimo, c’è anche un altro piccolo problemino: quale banca fa un mutuo a chi ha un lavoro provvisorio, con un orizzonte temporale che, in genere, si estende al massimo ad un anno? Nessuna, naturalmente. Può, in queste condizioni, un precario acquistare anche soltanto un piccolo appartamento o una casa? Le possibilità sono davvero infime. Allora ecco che i poveri precari si trovano costretti a ricorrere all’affitto, ed ecco che, impeccabilmente, i prezzi degli affitti si fanno sempre più cari.
Laureati magistrali e precari, come me, che, anche dopo diversi anni di lavoro, guadagnano stipendi comparabili (spesso anche inferiori) a quelli di stradini e diplomati professionali triennali. Con tutto il rispetto per queste categorie di lavoratori, che ho semplicemente preso ad esempio, ma quello che vige attualmente in Italia non mi sembra proprio un mercato del lavoro meritocratico… Ma cosa volete mai, del resto in Italia fanno fortuna i gelatai che non sanno fare il gelato…
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La classe media sta scomparendo

Le differenze di stipendio tra chi è laureato o tecnico specializzato (posto che ricoprano posizioni qualificate naturalmente) e chi invece svolge lavori da tecnico di base o di bassa manovalanza, sono ridotte a poche centinaia di euro. Si guadagna di più facendo l’operaio turnista, molto probabilmente. Ecco perchè la classe media (intesa come costituita da coloro che hanno ottenuto un titolo di studio superiore ad elevata professionalità oppure un titolo di laurea e che dovrebbero percepire, in virtù di ciò, uno stipendio commisurato alle proprie competenze) sta scomparendo. Vale la pena studiare tanto solo per 100 o al massimo 500 euro in più al mese? Non so se questo sia effetto della crisi economica o meno, ma so che è piuttosto deprimente per chi vorrebbe esprimere le proprie capacità e ricevere per questo un adeguato compenso. Tutto viene schiacciato verso il basso, disincentivando anche chi ne avrebbe le possibilità a mettersi in gioco.
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La politica come lavoro e fonte di reddito per coloro che non sanno lavorare!

E’ davvero uno scandalo: la politica è diventata un mestiere. O meglio, chi non sa fare alcun mestiere, si mette in politica. Siamo riusciti a deselezionare la nostra classe dirigente, che ormai è costituita dalla peggio società. Una peggio società che, arrogantemente, si ricandida ed esclama: Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo (“Il Marchese del Grillo“)!

Libro “Mediocri. I potenti dell’Italia immobile” di Caporale Antonello 

Appalti senza gara, treni senza bagni, traghetti con la ruggine, carrozze dei pendolari piene di pulci… Ma anche yacht e macchine di lusso. I soldi non hanno colore, però hanno un buon sapore. C’è un’Italia che vince, immobile e grassa. C’è un’Italia dove tutto fa spettacolo, e persino tra la gente famosa conta, oltre al portafogli, la famiglia: padre, madre, figlio e figlia, ovvero attore, attrice, regista, aiuto regista. E lo stesso nelle università e nelle aule del parlamento. A scuola chi galleggia tra il sufficiente e lo scarso è considerato un mediocre. Ma nel nostro Paese sono proprio i mediocri che comandano, che legiferano, che diventano statisti. Il loro potere misura la distanza che separa il talento dal successo. È un’equivalenza matematica. Antonello Caporale, insieme a sette ragazzi che in tasca hanno solo un centodieci e lode, si è messo alla ricerca di questa formula. Ha girato il Paese per scoprire i volti e i luoghi dei mediocri e scovare i talenti persi o dimenticati. Mediocrità e talento. Chi comanda e chi patisce. Chi è fermo e s’ingrassa. Chi corre e non si sfama. Due Italie, una sola storia.

http://www.progetto-rena.it/2008/10/percha%C2%A9-i-mediocri-sono-tanto-potenti-in-italia/

Perché i mediocri sono tanto potenti in Italia?

Tranquilli, cari mediocri, il nuovo libro di Antonello Caporale non é un attacco contro la vostra esistenza. Anzi, “servono pure i mediocri”, dice il giornalista di Repubblica in un’intervista con RENA. Il problema, secondo l’autore di “Mediocri. I potenti dell’Italia immobile”, è semplicemente la cattiva allocazione delle risorse intellettuali del nostro paese. “Il mediocre per valere di più ha bisogno di un talento, in un rapporto tre a uno o quattro a uno. Ma a volte il mediocre mangia tutto, e quando mangia tutto il sistema implode”. E’ questa la condanna principale che fa Caporale al sistema all’italiana. Dove chi è scarso comanda, e chi ha talento fatica a trovare un posto di lavoro a 900 euro al mese. Nel suo saggio, già in libreria, denuncia un sistema che protegge i “figli di” e che allontana quelli che hanno sogni e ambizioni diverse da quelle di loro padre, di loro madre, dei loro nonni o zii. Con l’aiuto di sette giovani meticolosamente selezionati dal giornalista, con un 110 e lode in tasca e senza esperienza lavorativa alle spalle, Caporale è andato alla scoperta di un’Italia schizofrenica. Dove chi lavora duro è scemo e chi è opportunista è considerato intelligente. Ma c’è una cosa che ha toccato il giornalista più di altre, e che mi ha esplicitamente chiesto di riportare: il fascino discreto dell’incompetenza. Questa attrazione per l’incompetenza deriva – secondo Caporale – dalla nostra paura di essere sorpassati da coloro che sono più bravi di noi. Quando dico che al potere voglio “uno come me”, sto in realtà ammettendo che non voglio essere governato da una persona che sia più capace di me. “Perché i reality show vincono in termini di audience?”, si chiede Caporale. “Perché loro sono come noi, non devi saper fare nulla, non devi avere nessuna qualità”. Il suo non è solo un libro di accusa. C’è anche speranza. In nove mesi di lavoro, viaggiando per l’Italia ed in giro per il mondo, Caporale ha avuto l’opportunità di entrare a contatto con realtà affascinanti, composte di creatività, eccellenza ed entusiasmo. Ha così scoperto i giovani di Montella, Irpinia, dove il mondo viene ad imparare il latino, degli imprenditori nelle Marche che aiutano i loro operai a spiccare il volo, e quelli di Melinda, le mele buone. Girovagando ha incontrato anche i giovani di RENA [Rete per l’Eccellenza Nazionale], che gli hanno raccontato le loro storie di “contromigrazione intellettuale”, a ulteriore dimostrazione che il problema dell’Italia non è la mancanza di talento, ma l’oppressione del capitale intellettuale esistente. Queste storie gli hanno trasmesso la convinzione che non sia ancora venuto il tempo di gettare la spugna e che sia ancora possibile trovare un nuovo equilibrio sociale, con il talento al servizio del paese. “Se noi non troviamo un equilibrio, un rapporto, moriamo. Anzi peggio, campiamo”, dice Caporale. Per trovare questo equilibrio, Mediocri è un buon punto di partenza, dove troverete anche una formula che vi aiuterà a capire come la mediocrità altera il rapporto altrimenti lineare tra talento e successo. Poi, però, bisognerà che tutti noi ci diamo da fare.

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Scandalo Lazio. Ulisse, Batman e gli altri si ricandidano: “Ormai la politica è il nostro lavoro”

Scandalo regione Lazio, dopo le dimissioni di Renata Polverini, i suoi consiglieri non si abbattono: “Ricandidarci? Certo! Ormai la politica è il nostro lavoro”.

Lo scandalo dei fondi regionali finiti nelle tasche dei consiglieri ha scosso nelle fondamenta la regione Lazio. La governatrice Polverini non ha retto al colpo e si è dimessa.

Il Corriere della Sera si è chiesto allora che cosa faranno adesso molti dei protagonisti di questa indecente storia di sprechi e li ha cercati al telefono. E la scoperta che ha fatto non ci stupisce più di tanto: quasi tutti quelli rintracciati, infatti, hanno ribadito di volersi ricandidare. Noi tiriamo un sospiro di sollievo, per la possibilità di poter vedere ancora sui banchi della politica “Er Batman” Franco Fiorito, “Ulisse” Carlo De Romanis, l’ex cubista del Gilda Chiara Colosimo e altri ancora.

Franco Fiorito, l’ex capogruppo del Pdl che gestiva i fondi regionali, ha rassicurato tutti sulla sua futura candidatura già davanti alla procura di Viterbo, dove ieri è stato ascoltato. “Mi ricandido! – ha assicurato – Capito? D’altra parte, perché nun dovrei? Nun so’ mica un ladro, io!”.

Come lui Carlo De Romanis, detto Ulisse per la sontuosa festa in costume costata ai contribuenti circa 70mila euro: “Certo che mi vorrei ricandidare… – ha detto al telefono al giornalista -. È il mio lavoro, la politica, no?”.

D’accordo pure Chiara Colosino, 26enne neo capogruppo del Pdl ed ex cubista del Gilda. “Ricandidarmi? Embé… sì, per forza! È  il mio lavoro ormai! Se con il Pdl? Ah, boh! Sì, per ora con il Pdl”.

E non vuole arretrare nemmeno Luciano Ciocchetti, ex democristiano, capo dell’Udc laziale e vice-presidente del Consiglio regionale, che denuncia il suo caso umano: “Io lasciai Montecitorio per venire qui! Io guadagno, anzi guadagnavo, solo 8.500 euro netti al mese, sia chiaro…”.

Redazione Le Novae/pp

 set 25 2012
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Stratificazione sociale

Da Wikipedia

[…] Secondo i sociologi in tutte le società vi sono disuguaglianze tra un individuo e un altro (universalità della stratificazione), mentre secondo gli antropologi possono esistere società egualitarie in cui tutti i gruppi sociali hanno più o meno lo stesso diritto ad accedere a determinati privilegi.

Stratificazione e classi sociali

[…] Teorie della stratificazione

La teoria funzionalista

Per i suoi sostenitori la teoria funzionalista spiega l’esistenza universale della stratificazione sociale, perché questo è uno strumento utile per collocare e motivare tutti gli individui nella struttura sociale. Quattro sono i punti principali di questa visione:

  • In ogni società non tutte le posizioni hanno la stessa importanza (si pensi agli sciamani o ai medici)
  • In ogni società il numero di persone disponibili per ricoprire quelle posizioni è limitato
  • La conversione delle capacità in competenze richiede un periodo di addestramento durante il quale vengono sostenuti sacrifici di varia natura da parte di coloro che vi si sottopongono
  • Per indurre le persone a sottoporsi a questi sacrifici è necessario dar loro un compenso sociale, materiale o morale.

Le teorie del conflitto

La teoria del conflitto afferma che la stratificazione non è un fattore universale, se non inteso come una naturale misura adottata dalle classi dominanti per mantenere lo status quo contro le classi inferiori entrambe in un continuo conflitto. All’interno di questa teoria esistono due prestigiose posizioni:

  • La posizione di Marx: dato che la base delle classi si trova nei rapporti di produzione e nelle relazioni di proprietà, la stratificazione si regola di conseguenza (chi detiene i mezzi di produzione e chi no). Marx distingueva poi fra classe in sé e classe per sé. La prima indica un insieme di persone che si trova nella stessa posizione rispetto allaproprietà dei mezzi di produzione, la seconda è quando questo gruppo di persone è cosciente della sua posizione condivisa, diventando così un attore socio-economico di conflitto. L’unico modo per evitare questo è un elevato tasso di mobilità sociale all’interno della società.
  • La posizione di Max Weber: A differenza di Marx, Weber non si soffermò sulla sola importanza delle classi sociali, ma elaborò una teoria della stratificazione a più dimensioni. I principi fondamentali di aggregazione di classi erano così l’economia, la cultura e la politica. Inoltre il criterio principale non era la proprietà o meno dei mezzi di produzione, bensì la situazione dei mercati: del lavoro (operai/imprenditori); del credito (debitori/creditori); delle merci (consumatori/venditori).

C’è poi la distinzione delle classi in:

  • Classi possidenti positive: quelli che vivono di rendita;
  • Classi possidenti negative: i nullatenenti;
  • Classi acquisitive positive: gli imprenditori;
  • Classi acquisitive negative: i lavoratori.

Sistemi di stratificazione

[…] Le classi sociali moderne

La società moderna, nata dalla rivoluzione francese, è caratterizzata dall’eguaglianza di diritto di tutti i suoi membri. A differenza quindi delle società dell’Ancien régime, le classi moderne sono raggruppamenti di fatto, non di diritto.

Due schemi di classificazione

Lo schema di Labini

Lo schema di Paolo Sylos Labini è basato sul tipo di reddito percepito da un individuo. Tre sono le categorie di reddito considerate: La rendita; il salario; i redditi misti. Da qui si articolano cinque classi sociali:

  1. Borghesia;
  2. Piccola borghesia;
  3. Media impiegatizia;
  4. Operaia;
  5. Sottopro

Lo schema di Goldthorpe

Lo schema di John Goldthorpe si basa su due criteri: la situazione del lavoro e la situazione di mercato. Su queste basi, vengono sviluppate tre categorie di lavoratori:

  1. gli imprenditori;
  2. i lavoratori autonomi;
  3. i lavoratori dipendenti.

Tenendo conto inoltre della situazione di mercato, si giunge ad uno schema che divide le classi in sette categorie:

  • Grandi imprenditori e professionisti;
  • Professionisti e dirigenti di livello inferiore;
  • Impiegati di livello superiore e inferiore;
  • Piccola borghesia urbana e agricola;
  • Tecnici di livello basso e supervisori;
  • Operai specializzati;
  • Operai non qualificati.

[…]

Rapporto annuale 2012 dell’Istat Disuguaglianze, equità e servizi ai cittadini“(pdf)

[…] Lo sviluppo del reddito medio di un Paese, pur fondamentale per conseguire miglioramenti delle condizioni economiche e sociali dei cittadini, non assicura di per sé un analogo miglioramento del benessere complessivo di questi ultimi. Ad esempio, un aumento del reddito medio che vada solo a vantaggio di una parte della popolazione può essere accompagnato da un peggioramento del tenore di vita per una parte consistente di persone; analogamente, se il reddito nazionale aumenta, ma quello reso disponibile per le famiglie si contrae, ad esempio a causa dell’aumento della pressione fiscale non controbilanciata da un miglioramento dei servizi erogati dal settore pubblico, il benessere complessivo dei cittadini può subire un peggioramento. Di conseguenza, accanto alle analisi sull’andamento complessivo dei diversi fenomeni che guidano l’evoluzione socio-economica del Paese, è importante valutare la dimensione dell’equità, distinguendo al suo interno sia la componente intragenerazionale, sia quella intergenerazionale, senza dimenticare le disuguaglianze legate a fattori territoriali, particolarmente rilevanti in Italia. […]

Naturalmente, l’equità non va misurata unicamente in termini di distribuzione del reddito, ma soprattutto rispetto alla distribuzione delle opportunità. Purtroppo, le disuguaglianze evidenziate dalla analisi della distribuzione dei redditi non vengono sufficientemente aggredite dalla mobilità sociale, che dall’esame dei dati appare non avere una spinta sufficiente a svolgere questo compito. L’Italia, infatti, pur avendo registrato un’alta mobilità assoluta, è tuttora un paese caratterizzato da una scarsa fluidità sociale. Come emerge dagli indici di mobilità sociale relativa, la classe sociale di origine influisce in misura rilevante sul risultato finale, determinando rilevanti disuguaglianze nelle opportunità offerte agli individui: al netto degli effetti strutturali, tutte le classi (in particolare quelle poste agli estremi della scala sociale) tendono a trattenere al loro interno buona parte dei propri figli e i cambiamenti di classe sono tanto meno frequenti quanto più grande è la distanza sociale che le separa. […]

Focalizzando l’attenzione sulla generazione dei nati tra il 1970 e il 1984, si vede come i figli della classe media impiegatizia registrano percentuali di ingresso in posizione atipiche più elevate (39,5 per cento) rispetto ai figli delle altre classi sociali, mentre i figli della piccola borghesia registrano il valore più basso (28,6 per cento). […]

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Aggiornamento del 25 dicembre 2012:

Libro “La fine dell’uguaglianza” di Vittorio Emanuele Parsi

http://www.lastampa.it/2012/11/19/cultura/se-finisce-l-uguaglianza-N34PXBUaikoCGFV5OGzE8J/pagina.html

19/11/2012

Se finisce l’uguaglianza

La dura crisi attuale rende evidenti i guasti prodotti dal mancato
bilanciamento tra democrazia e mercato: il nuovo saggio di Parsi
VITTORIO EMANUELE PARSI

[…] La tesi di questo libro trova fondamento in un principio assai semplice, ben sintetizzato dalle prime parole della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti : «Tutti gli uomini sono creati uguali». Da queste sette parole discende la modernità politica, fondata innanzitutto sull’uguaglianza intesa come rifiuto del privilegio.  

Uguali e quindi tutti ugualmente liberi, liberi perché uguali gli uni agli altri. Non c’è nessuna necessaria opposizione tra il principio di uguaglianza e quello della libertà, perché senza uguaglianza la libertà si chiama privilegio. L’ uguaglianza di tutti è l’essenza della democrazia dei moderni, tanto quanto l’uguaglianza tra i pochi era il principio su cui si reggeva la democrazia degli antichi. […]

Contrariamente a quanto affermano i tanti nemici della «società aperta», il mercato e l’economia capitalista non sono di per sé ostili alla democrazia politica. Anzi, se c’è qualcosa che la storia occidentale ci ha insegnato, è che essi procedono e si rafforzano insieme. Non perché – beninteso – siano fondati sullo stesso principio: il mercato produce diseguaglianza perché premia la più efficiente organizzazione dei fattori produttivi, la migliore dotazione originaria, il merito e le capacità individuali. Di conseguenza, se premia «i migliori» punisce «i peggiori» e così facendo discrimina, accentua le conseguenze delle diseguaglianze originarie. […] Democrazia e mercato si sostengono e si rafforzano a vicenda non perché postulino lo stesso principio o predichino la medesima virtù, ma perché il mercato allevia e corregge i difetti e gli eccessi della democrazia esattamente come la democrazia allevia e corregge i difetti e gli eccessi del mercato. […]

I guasti prodotti dall’alterazione del meccanismo di bilanciamento tra democrazia e mercato sono particolarmente evidenti nell’attuale durissima fase politica ed economica che le società occidentali stanno vivendo. I dati che ci parlano della continua flessione dei consumi, dell’erosione del ceto medio, della polarizzazione dei redditi e della crescita della diseguaglianza dovrebbero quindi inquietarci innanzitutto dal punto di vista politico. Se non ci sarà più ceto medio, allora non sarà possibile nessuna middle class democracy e una nuova società dei privilegi prenderà il posto della società degli uguali la cui bandiera è stata innalzata dalle Rivoluzioni settecentesche. […]

Quando supera una certa misura e quando i meccanismi per ridurla sono percepiti come inefficaci o addirittura truffaldini, la disuguaglianza ha effetti devastanti sulla convivenza civile, minando alla base sia la democrazia sia il mercato, rendendo la prima, per la gran massa dei cittadini, una finzione lontana e il secondo, per la gran parte degli attori economici, un meccanismo di legittimazione del privilegio.

http://www.affaritaliani.it/economia/salari_cgil270910.html

Salari/ Allarme Cgil: in 10 anni il potere d’acquisto è sceso di 5.500 euro

27 settembre 2010

In 10 anni ogni lavoratore ha perso 5.453 euro di potere d’acquisto del suo stipendio: e’ quanto emerge dal rapporto Ires-Cgil nel rapporto sulla crisi dei salari. Tra il 2000 e il 2010, si legge nel rapporto, le retribuzioni hanno avuto a causa dell’inflazione effettiva piu’ alta di quella prevista, una perdita cumulata del potere d’acquisto di 3.384 euro ai quali si aggiungono oltre 2 mila euro di mancata restituzione del fiscal drag che porta la perdita nel complesso a 5.453 euro.

[…]  Il confronto tra l’andamento del potere d’acquisto del reddito disponibile familiare tra il 2002 e il 2010, secondo le elaborazioni e le stime IRES, rileva una perdita di circa -3.118 euro nelle famiglie di operai e impiegati, contro un guadagno di 5.940 euro per professionisti e imprenditori. […]

 

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