Quanto cibo viene sprecato, in Italia e nel mondo? Quali iniziative sono state messe in atto, in Italia, per ridurre tale spreco? Cosa può fare ciascuno di noi?

Facciamo una breve panoramica sulla situazione:

http://chepianetafaremo.blogspot.com/2010/04/la-societa-post-crescita-di-giampaolo.html

“La società post-crescita”

di Giampaolo Fabris – 5 aprile 2010

Ormai è un dato di fatto incontrovertibile: la crescita economica non produce più benessere né migliora la qualità del nostro vivere. E’ l’assunto dal quale prende spunto il bel libro dal titolo “La società post-crescita” (Edizioni Egea, pp.420, €. 26,50), di Giampaolo Fabris, docente di Sociologia dei consumi alla IULM. In passato la crescita dell’economia è sempre stata considerata quasi un sinonimo e/o un presupposto del benessere che si identificava con la celebre American way of life, ovvero quel modello esemplare di vita e di consumi che gli USA, per circa un secolo, hanno proposto al mondo.
La crisi economica ha drammaticamente messo in luce quanto la strada del consumismo portato all’eccesso, come unica via per la risoluzione dei nostri problemi, sia sempre meno praticabile. Non è pensabile continuare a consumare sempre più, non solo per scelta, ma addirittura per una sorta di doverosità morale a sostegno dell’impalcatura economica, così come talora invece sentiamo suggerirci da alcuni.
Ha senso cambiare cellulare sempre più spesso (le statistiche parlano per l’Italia di una media di 18 mesi di vita per il nostro cellulare), ha senso dilatare il nostro guardaroba con nuovi capi quando i nostri armadi a casa non ne contengono più, ha ancora senso avere non una ma 2 auto di proprietà parcheggiate sotto casa e che le statistiche ci dicono in media usiamo 2 ore al giorno? Luoghi emblematici di questo modello considero l’edicola sotto casa – dove ci vengono propinate settimanalmente collezioni di ogni genere di oggetti-paccottiglia (dai modellini di auto agli orologi) privi di qualunque valore – e il nostro ufficio postale ormai trasformato in gran bazar dove si acquista dalla scheda sim, ai giocattoli, ai libri, (e dove tra l’altro riuscire a pagare un bollettino è divenuta un’esperienza estenuante!). Ormai le imprese inseguono il consumatore in tutti gli aspetti della sua vita, fino a creare in lui talvolta stadi di vera esasperazione. Non so a voi, ma nella mia esperienza personale, ad esempio, non passa giorno in cui a casa o in ufficio non riceva telefonate e/o fax – non parliamo poi delle decine e decine di mail- con proposte di nuovi piani tariffari, cambi di gestore telefonico, offerte di acquisto di prodotti alimentari! Il classico spot pubblicitario va sempre più perdendo efficacia ed allora si cercano nuove strade sempre più invasive. Il mondo occidentale sembra affetto da una sorta di bulimia da consumo che contraddistingue tutti gli aspetti della nostra vita. Un recente studio dell’Università della Carolina ha rilevato come per la prima volta nel mondo il numero di obesi (circa un miliardo) abbia superato il numero delle persone denutrite (circa 800 milioni).
Uno studio dell’Istituto Mario Negri mostra che in Italia ogni anno vengono gettate via perché scadute circa 10 confezioni di medicinali a famiglia (equivalenti a 800 milioni di Euro), ed i cui due terzi terminano in discarica in quanto non sono differenziate nella raccolta dei rifiuti. Ed a proposito dei rifiuti, il packaging dei nostri prodotti ci sta letteralmente sommergendo.
Le nostre città corrono il rischio di diventare sempre più simili alla Leonia che Italo Calvino, in uno dei suoi celebri racconti, immagina travolta dagli stessi rifiuti che produce (e i recenti casi di Napoli e Palermo in fondo ne sono un esempio emblematico).
Guido Viale osserva come “il costo di una confezione di pomodori in scatola è di pochi centesimi ma il costo del suo smaltimento come rifiuto è tre volte tanto. Se si considera poi il degrado ambientale che questo rifiuto provoca, il costo complessivo di questo imballaggio sarebbe anche dieci volte maggiore”. La spesa alimentare va costantemente riducendosi nei bilanci delle famiglie: ancora agli inizi degli anni Settanta essa assorbiva circa il 36% della spesa mentre nel 2009 ammonta al solo 15,6%. La spesa per la comunicazione sta superando quella alimentare. Il solo cellulare assorbe il 6% della spesa familiare per non parlare di quanto incida sui nostri budget quella per l’auto. Oggi un litro di benzina costa quanto un kg. di pasta che a sua volta costa quanto un biglietto per il tram!

Per fortuna sembra che qualcosa stia mutando nel comportamento individuale. Una serie di indagini condotte sul consumo, e illustrate con dovizia di dati e rigore scientifico riportati in questo testo, tendono a dimostrare come stiano emergendo modelli di consumo diversi da quelli sinora egemoni e che vanno in direzione di un consumismo meno esasperato ma NON verso la cosiddetta decrescita auspicata da taluni (Serge Latouche e Maurizio Pallante, solo per citare i primi che mi vengono in mente e non tralasciando Wolfgang Sachs le cui posizioni sono tuttavia meno ortodosse rispetto ai primi due). Anzi, Fabris, nei confronti della filosofia della decrescita, è piuttosto critico definendola un’utopia anacronistica. Oggi il consumatore medio inizia a manifestare segni di disagio e sazietà nei confronti di un’iperofferta inarrestabile e cerca di reagire a questo stato di cose con un atteggiamento meno passivo rispetto al passato, più attento e consapevole e tuttavia lontano dal “fermate il mondo voglio scendere” proposto dai profeti della decrescita. A tale riguardo Fabris pone una questione molto semplice:Come è possibile – egli si chiede – imporre di tirare il freno a mano a chi si affaccia appena adesso ad un livello di benessere diffuso? Ed ancora come possiamo lottare contro la povertà e la fame che attanaglia ancora più di un miliardo di persone nel mondo, riducendo drasticamente i consumi?”

Tra capitalismo e decrescita può svilupparsi, e ciò sta già accadendo in talune fasce ancora minoritarie della popolazione italiana, una terza via, quella appunto che Fabris definisce della post-crescita e che coniuga qualcosa di entrambe le due filosofie. Sembra dunque che stia emergendo un nuovo trend. Tra i primi cambiamenti riscontrati da Fabris emerge una progressiva acquisizione di sensibilità ambientale. La presa di consapevolezza della progressiva distruzione delle risorse naturali, dell’innalzamento della temperatura del pianeta, degli effetti del consumo eccessivo delle risorse in precedenza trascurati, stanno finendo per convergere nella presa di coscienza da parte di alcuni di noi che l’attuale modello di sviluppo basato sul presupposto di una crescita continua e illimitata dei consumi comincia ormai a entrare in crisi. Sta nascendo una nuova figura di consumatore riflessivo – sostiene ancora Fabris – in cerca di un equilibrio tra l’avidità di ieri e l’anoressia predicata dai sostenitori della decrescita. A tale proposito egli prende ad esempio la nascita in questi ultimi anni di fenomeni collettivi quali i GAC (Gruppi di Acquisto Collettivi) ed i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) che si ispirano ai principi del localismo e del consumo consapevole. In fondo è proprio attraverso le scelte alimentari, del vestiario, dell’abitazione e del suo arredo, dell’impiego del tempo libero e delle letture che si definisce il nostro stile di vita. E questo in qualche modo supera, per importanza, perfino la scelta del voto politico. Oggi quando acquistiamo un prodotto esprimiamo una preferenza esattamente come quando andiamo a votare alle elezioni. La differenza sta nel fatto che il consumo appare ora un’arma molto più affilata del voto. Anche Fabris, almeno in questo in totale sintonia con Serge Latouche, prende le distanze, nella propria analisi, dal PIL come attendibile misuratore della crescita economica e del benessere di un Paese. Esso si rivela, a suo parere, ormai un sistema anacronistico e addirittura “socialmente offensivo”. Del resto già nel lontano 1968 anche Bob Kennedy in un suo celebre discorso aveva affermato come ad alimentare il PIL sono anche l’inquinamento dell’aria, il costo delle ambulanze che intervengono sulle strade per gli incidenti,… le serrature per barricare le nostre case, i costi della prigione per chi le infrange…”. Il PIL oggi non misura la qualità dei prodotti, la loro compatibilità ambientale, la qualità della vita. Da qui la necessità, ormai sostenuta da molti, di individuare nuovi indicatori per la misurazione dello stato di sviluppo di un Paese.

Ci stiamo avviando dunque ad una nuova fase che appunto Fabris definisce di post-crescita e di post-consumismo. Come protagonisti di questa nuova fase egli indica tre soggetti: il consumatore, lo Stato, il sistema delle imprese. Tra questi, a suo avviso, sarà proprio il consumatore ad avere il maggior peso e la maggiore importanza nel contribuire al cambiamento che ci attendeIl nuovo consumatore dovrà tenere un atteggiamento responsabile nei confronti delle patologie ambientali indotte dal consumo, critico verso modelli improntati allo spreco e consapevole anche del significato politico che le sue scelte di consumo potranno svolgere.
Fabris, tra le sue tante considerazioni, ne fa una che condivido particolarmente. Egli mostra seria preoccupazione e indica come uno dei principali ostacoli alla diffusione di questa sorta di new deal dei consumi, l’integralismo di segmenti di popolazione che si propongono come avanguardie di questo nuovo modello e segnatamente del cosiddetto “ambientalismo del NO” e di una cultura radical chic che hanno come comun denominatore l’avversione assoluta per il capitalismo, l’ostracismo incondizionato contro le grandi aziende multinazionali e l’adesione ad una visione del mondo tra l’ascetico e l’esclusivo impegno militante. Egli definisce queste frange che predicano una sorta di ritorno allo stato di natura preindustriale come “talebane” e stigmatizza certe loro scelte (il bagno da farsi una volta al mese, l’acqua del cesso da tirare una volta al giorno, la vocazione al bricolage e via dicendo) magari singolarmente apprezzabili ma che finiscono con lo scadere nel caricaturale quando si pretende vengano messe a sistema. Insomma pur manifestandone il massimo rispetto, Fabris teme che con il loro scostante massimalismo certi comportamenti possano alla fine scoraggiare un vasto pubblico di persone interclassista ed intergenerazionale che ha l’assoluta necessità di trovare punti di unione che coagulino queste nuove sensibilità emergenti che oggi iniziano a manifestarsi a più livelli e delle quali in questo testo viene proposta un’attenta analisi. Vediamo di elencarne le principali:
Poco meno dei due terzi della popolazione oggi afferma di preferire, a parità di costo, una marca attiva in difesa dell’ambiente.
Una fetta sempre più consistente della popolazione oggi percepisce lo spreco come un disvalore. A sostegno di questa tesi mi si permetta una breve digressione: di tutte le forme di spreco quella alimentare è certo la più imbarazzante. Si calcola che circa un quinto della spesa alimentare finisca nelle immondizie. Una media di circa 600 euro annue per famiglia: 27 kg. di cibo! Un altro trend significativo è il progressivo passaggio dal possesso di un oggetto al suo accesso: per dirla con le parole di Jeremy Rifkin si riscontra un passaggio dal regime di proprietà basato sulla titolarietà di un bene al regime di accesso basato sulla garanzia di disponibilità temporanea di quello stesso bene. Potremmo fare moltissimi esempi a tal proposito. Basti pensare alle note pratiche del leasing o del franchising. In generale tutto ciò che si può prendere in affitto, in luogo dell’acquisto, sta registrando una forte accelerazione. La stessa mitologia della seconda casa al mare o in montagna sta ridimensionandosi a vantaggio dei soggiorni in agriturismo o su navi da crociera o in alternativa delle case in multiproprietà. Lo scambio, il baratto, anche delle case, sono divenuti di grande attualità. La stessa gratuità comincia ad assumere connotazioni importanti ed in tal senso l’utilizzo di internet ne rappresenta un veicolo imprescindibile: pensiamo solo alla possibilità di scaricare dalla rete non solo una quantità enorme di dati ed informazioni gratuite, ma addirittura file musicali e film.
Una pratica già accennata è quella del diffondersi dei Gruppi di Acquistoi GAS, cui si aggiunge il parallelo sviluppo dei cosiddetti Farmer Market ovvero punti vendita di prodotti alimentari gestiti direttamente dai contadini-produttori che riducono drasticamente l’intermediazione commerciale sul prezzo e garantiscono al consumatore la genuinità e la provenienza del prodotto oltre ad abbattere le cosiddette esternalità dei costi.
[…] Ma analoghe controtendenze le possiamo riscontrare sia nel settore dell’abbigliamento che in quello del consumo dei prodotti cosmetici e perfino in quello dei trasporti dove si registra un sensibile ritorno all’uso della bicicletta come mezzo di locomozione, specie nelle grandi città. A tal proposito il costante propagarsi del bike-sharing (la condivisione della bicicletta tra più utenti) ne è un’eccellente dimostrazione.
Un altro fenomeno in costante crescita è quello del cosiddetto “ecoturismo”. E’ ormai un dato di fatto facilmente riscontrabile quello del proliferare negli ultimi anni degli AgriturismiTra le principali motivazioni che hanno indotto molti a prediligere questa nuova forma di vacanza ci sono un diverso rapporto con la natura e l’ambiente, la ricerca di una formula meno omologabile alla vacanza tradizionale, ma soprattutto l’attenzione verso l’ambiente, l’idea di una vacanza ecosostenibile e la possibilità per chi vive da sempre in città di ristabilire un contatto e anche un interscambio culturale con il mondo rurale che, ad esempio, ormai i nostri figli ignorano.
Anche nel campo dei rifiuti si registrano dei passi importanti. Farsi carico dello smaltimento dei rifiuti sta divenendo un vero dovere civico. Oggi circa i due terzi dei nostri rifiuti sono da accreditare direttamente o indirettamente alle confezioni dei prodotti che acquistiamo. In questo senso la disponibilità delle persone a farsi carico del problema è decisamente aumentata rispetto ad una decina di anni fa. Le indagini restituiscono addirittura l’orgoglio dei cittadini di certe aree o comuni (in Toscana il Comune di Capannori (LU) ne è un esempio) nel dichiarare il primato della propria zona in questo tipo d’impegno considerato ormai come una battaglia di civiltà che deve vedere la partecipazione di tutti.
Anche il recente favore verso l’utilizzo di prodotti sfusi o alla spina è estremamente indicativo in proposito.
In generale da questa ricerca emerge con chiarezza una crescente consapevolezza da parte del consumatore che tramite le scelte di acquisto si può esprimere anche un implicito messaggio di premio per marche, prodotti, servizi virtuosi. Sia pur lentamente si sta facendo avanti un sentire sempre più critico verso il mondo dell’iperconsumo e sempre più attento non solo a come le merci possono soddisfare i bisogni, ma pure a quali danni sociali e politici esse possono essersi lasciate alle spalle nel loro processo di produzione.
Si sta delineando, insomma, sempre più chiaramente una nuova figura di consumatore autonomo, competente, esigente, selettivo, disincantato, responsabile e riflessivo, quello che con una felice intuizione Maria Romana Zorino ha definito un consum-attore.
Fabbri paragona questa nuova figura del “consum-attore” al personaggio mitologico di Prometeo. Così come Prometeo riuscì ad impossessarsi del fuoco sottraendolo all’Olimpo, oggi il neo consumatore è riuscito ad impossessarsi della conoscenza del prodotto un tempo esclusiva delle aziende produttrici. Tuttavia, e il paragone non è casuale, come Prometeo fu incatenato dagli Dei così ancora oggi sono molti gli ostacoli che le aziende frappongono tra il consumatore e l’acquisizione di una sua totale consapevolezza. Questo a considerazione del fatto che molto lavoro deve ancora essere compiuto e sarebbe davvero illusorio ritenere di essere già fuori dal problema. Ancora una volta però il mito ci viene in soccorso: così come Eracle liberò Prometeo dalle catene, le straordinarie potenzialità del Web nel consentire a chiunque di accedere a dati e informazioni altrimenti di difficile reperibilità vengono considerate da Fabris come una delle armi più potenti a nostra disposizione per contrastare questo deficit di conoscenze che ancora impedisce ai più tra noi di entrare in possesso della verità ed agire di conseguenza.
Piero Bevilacqua, nel suo “Miseria dello sviluppo” scrive: “Cosa c’è da sviluppare o innovare in un habitat salubre o incontaminato, nel paesaggio delle campagne d’Italia o di Francia, nei centri storici delle città d’Europa e del mondo, nelle nostre piazze, nelle tradizioni alimentari mediterranee e di tutti i paesi ereditate da millenni di sapienza popolare? Che cosa c’è da innovare nell’immenso patrimonio artistico che ereditiamo dal passato, nell’eterno diletto di leggere romanzi, passeggiare per i boschi, osservare il mare, contemplare il cielo stellato? Che cosa rimane ancora da sviluppare della gioia di conversare con i propri figli, stare con gli amici, fare l’amore, giocare con i nostri animali? Nulla, in realtà, di ciò per cui vale la pena di vivere ha bisogno di essere sviluppato”.

Sogno il tempo in cui simili parole torneranno ad essere scontate per la maggioranza di noi.

Michele Salvadori

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Carta SprecoZero

www.unannocontrolospreco.org/it/

Con la carta SprecoZero i comuni firmatari si impegnano ad attivare il decalogo di buone pratiche contro lo spreco alimentare che rende subito operative le indicazioni della Risoluzione del Parlamento europeo contro lo spreco.

La carta è già stata sottoscritta da 175 comuni italiani, da Belluno a Napoli e dai Governatori del Veneto e del Friuli Venezia Giulia.

CARTA PER UNA RETE DI ENTI TERRITORIALI A SPRECO ZEROL’IMPEGNO DELLE REGIONI, DELLE PROVINCE E DEI COMUNI PER LA RIDUZIONE DEGLI SPRECHI E DELLE PERDITE ALIMENTARI (pdf)

http://www.ilfattoalimentare.it/spreco-alimentare-segre-trieste.html

Spreco alimentare zero: a Trieste Next cento sindaci firmano la carta con le dieci regole per affrontare il problema

[…] «La carta propone dieci azioni che possono essere messe in campo subito, a costo zero» spiega Andrea Segrè, preside della facoltà di agraria dell’Università di Bologna e fondatore di Last Minute Market, promotore dell’iniziativa e della discussione che ha portato all’approvazione di una Risoluzione dell’Unione europea su come evitare lo spreco di alimenti.

«Lo spreco alimentare rappresenta un importante costo sociale, economico e ambientale. Un fenomeno paradossale in un forte momento di crisi, e in un momento in cui bisogna cominciare a porsi seriamente il problema di come aumentare la produzione di alimenti, per nutrire i 9 miliardi di persone che abiteranno la Terra nel 2050» ha affermato Segrè durante la cerimonia della firma. «Per questo Last Minute Market già nel 2010 ha presentato al Parlamento europeo una Dichiarazione congiunta contro lo spreco dichiarazione, che si poneva l’obiettivo concreto di ridurre il fenomeno del 50% entro il 2025».

Da quella dichiarazione è nata una discussione in sede parlamentare che ha portato infine a una risoluzione ufficiale. «Il documento contiene indicazioni che potrebbero già essere applicate» spiega l’economista bolognese. «E allora perché non farlo subito sul territorio, con l’aiuto delle istituzioni locali, in attesa che i singoli stati membri recepiscano la risoluzione?».

La proposta di Segrè ha trovato ampio riscontrotra gli amministratori del Nord Est, che hanno dunque deciso di lavorare concretamente per l’obiettivo “Spreco Zero”. La firma siglata ieri li impegna a una serie di azioni precise. Eccole:

  • Condividere e promuovere la campagna Un anno contro lo spreco, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul valore positivo del cibo e dell’alimentazione e sulle conseguenze dello spreco alimentare. 
  • Sostenere tutte le iniziative che recuperano, a livello locale, i prodotti rimasti invenduti e scartati lungo l’intera catena agroalimentare, per ridistribuirli gratuitamente alle categorie di cittadini al di sotto del reddito minimo.
  • Modificare le regole che disciplinano gli appalti pubblici per i servizi di ristorazione e di ospitalità alberghiera, in modo da privilegiare le imprese che garantiscono la ridistribuzione gratuita a favore dei cittadini meno abbienti e che promuovono azioni concrete per la riduzione a monte degli sprechi (per esempio scegliendo alimenti prodotti il più vicino possibile al luogo di consumo).
  • Istituire programmi e corsi di educazione alimentare, di economia ed ecologia domestica per rendere il consumatore consapevole degli sprechi di: cibo, acqua ed energia e dei loro impatti.
  • Adottare come orizzonte di lungo periodo lo “Spreco Zero”, attraverso il controllo e la prevenzione di tutte le attività pubbliche e private che implichino la gestione di cibo, acqua, energia, rifiuti, mobilità, comunicazione.
  • Confrontare, condividere, valutare e mettere in rete le buone pratiche finalizzati a prevenire lo spreco alimentare, costituendo anche una rete di enti territoriali a spreco zero.
  • Promuovere a livello politico nazionale la discussione su alcuni temi fondamentali quali la regolamentazione delle vendite scontate di prodotti vicini alla scadenza e la semplificazione delle diciture per la scadenza nelle etichette (la proposta è di indicare due date, una per la scadenza commerciale, oltre la quale il prodotto non si può più vendere, e una per la scadenza di consumo).

da Trieste – Valentina Murelli

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I food share

www.ifoodshare.org

I Food Share è una piattaforma on line di condivisione di cibo e permette di coniugare la richiesta di prodotti agroalimentari per scopi umanitari con il recupero e la messa a disposizione del cibo a partire dal comune cittadino fino alla grande e piccola distribuzione e alle aziende agricole che vorranno offrire il loro surplus a scopi solidali.
Il sistema è un valido supporto di mediazione e condivisione di prodotti agroalimentari a vocazione territoriale, il surplus prodotto, acquistato o invenduto di ogni territorio può essere utilizzato a fini solidali, avviando e sostenendo politiche di sostenibilità ambientale e valorizzazione di beni alimentari altrimenti destinate al rifiuto urbano.

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Libro “Schiavi del Supermercato” di Monica Di Bari e Saverio Pipitone

La grande distribuzione organizzata in Italia e le Alternative Concrete

Qual è lo scenario della grande distribuzione organizzata in Italia? Chi sono i protagonisti del sistema iper e supermercato e quali le strategie commerciali? Schiavi del Supermercato offre una visione completa di queste dinamiche, svelando al lettore e al consumatore le pratiche commerciali e di vendita scorrette utilizzate dai principali gruppi distributivi. Il viaggio comincia con un percorso tra i settori di un grande centro o distretto commerciale: alimentazione, ristorazione veloce, tecnologia, fai da te, multisala. Un’attenta analisi dei grandi marchi di distribuzione – Ipercoop, Esselunga, Carrefour, Auchan, Mc Donald’s, Mediaworld, Ikea – mette in luce le politiche di vendita non sempre corrette e la conseguente emarginazione delle piccole attività locali, produttive e commerciali. Ma cosa può fare un consumatore consapevole per sottrarsi alla trappola della grande distribuzione organizzata? Vengono poi descritte le alternative concrete sperimentate in Italia: i gruppi d’acquisto solidali, i piccoli mercati auto-organizzati, le pratiche che legano la ristorazione al cibo locale. Non mancano i consigli per uno stile di vita sobrio e sostenibile, attento alla necessaria riduzione e scelta dei consumi a sostegno dell’economia solidale e della produzione locale. Una lettura indispensabile per tutti i consumatori; una guida completa per scegliere le proprie azioni di consumo, privilegiando le risorse del territorio in cui viviamo.

Libro “Tentativi di Eco Condotta – Per nuovi stili di vita” di Cristina Gabetti

La natura è fonte di vita, espressione di sublime bellezza, e amarla e rispettarla dovrebbe essere un piacere, non un dovere. Questo ci suggerisce l’autrice, fornendoci preziose informazioni e soluzioni concrete alla portata di tutti, per cambiare il nostro comportamento e adottare una vera “eco-condotta” con cui far respirare la Terra.  Quindi cosa ci fanno in questo libro due distratti, un ingordo, una famigliola di viziati, un ragazzo gasato, un’impiegata pessimista, un inguaribile pigro, una coppia di rampanti, una nonna indifferente e, per finire, una saputella in giro per il mare? Nove persone diverse, nove stili di vita “ecologicamente” insostenibili: attraverso l’analisi dei loro comportamenti, Cristina Gabetti ci apre gli occhi sulle loro azioni, anche banali e apparentemente insignificanti, che hanno una ripercussione negativa sull’ambiente.

Libro “Occhio allo spreco. Consumare meno e vivere meglio” di Cristina Gabetti

Una via d’uscita dalla crisi c’è. É una strada praticabile, piena di buon senso e di gesti semplici ma efficaci. Cristina Gabetti ce li elenca, descrivendo in dettaglio quello che ognuno di noi è chiamato a fare – a casa, in ufficio, nel mondo – per diminuire gli sprechi, consumare in modo consapevole, rispettare i diritti degli altri e della natura che ci circonda. È questa la migliore scommessa del nostro tempo: partecipare in maniera attiva alla transizione verso un mondo ecologicamente più sostenibile. Perché, come afferma l’autrice, “ogni gesto, preso da solo, può sembrare insignificante, ma sommato alle volte che lo ripetiamo e a quanti fanno come noi, il segno diventa concreto”.

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Aggiornamento del 15 luglio 2013:

http://www.pastobuono.it/PastoBuonoCheCosa.htm

COS’E’ PASTO BUONO

Pasto Buono è un progetto di recupero del cibo sano invenduto dal settore ristorazione a fini di solidarietà sociale. 

La legge 155/2003 detta “del Buon Samaritano”, consente la raccolta di piatti pronti e alimenti freschi in perfetto stato, che risultano invenduti e che quindi verrebbero distrutti. In questo modo, è possibile trasformare uno spreco in risorsa recuperando tali cibi e donandoli ad enti caritativi che li distribuiscono ai bisognosi.

Gli ultimi dati Istat segnalano che sono in stato di povertà circa 7.537.000 persone, cioè il 12,9% della popolazione. Dati testimoniati anche dal costante aumento delle persone che si rivolgono alle associazioni no-profit e alla Chiesa per ricevere generi di prima necessità (solo quelli registrati dalla Caritas sono 30.000 ogni mese).

Ancor più allarmanti sono i dati relativi agli sprechi che ogni anno vengono registrati, dai 1.500 chilogrammi di generi alimentari commestibili invenduti che un ipermercato di medie dimensioni getta via (equivalenti a circa 500 pasti giornalieri), alle cifre ben più difficili da individuare riguardanti gli sprechi di piccole attività commerciali alimentari, quali i bar e le piccole tavole calde, che comunque si attestano su una media di 100 kg annuali per singola attività. Di fronte a tutto questo,Gregorio Fogliani Presidente di QUI! Group, non è rimasto indifferente e ha dato vita a questa iniziativa per la prima volta a Genova nel Giugno 2007 insieme ad importanti realtà del mondo non profit.

Nel frattempo, grazie al sostegno della neo costituita QUI Fundation, Pasto Buono si è consolidato ulteriormente nel capoluogo ligure raggiungendo ottimi risultati (quasi 50.000 pasti donati nel solo 2012).

Ad oggi Pasto Buono, forte anche del grande interesse suscitato nelle istituzioni e nei media per il successo riscontrato dall’iniziativa nel capoluogo ligure, estende la realizzazione del progetto all’intero territorio nazionale, nella sua personale lotta contro la fame e lo spreco. Da poco attivo anche nella Capitale dove ha ricevuto a dicembre 2012 il patrocinio di Roma Capitale, sta arrivando a breve anche nelle città di FIRENZE, MILANO, NAPOLI e PALERMO.

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Aggiornamento del 3 settembre 2013:

Dalla Grecia (anche se fortunatamente, per il momento, non siamo ancora messi male come loro!) potremmo prendere spunto per ridurre, ove possibile, lo spreco dovuto agli alimenti scaduti rimasti invenduti:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/08/28/grecia-crisi-arriva-nei-supermercati-cibo-a-meta-prezzo-ma-gia-scaduto/694016/

Grecia, la crisi arriva nei supermercati: cibo a metà prezzo ma già scaduto

Dal primo settembre saranno presenti sui banconi prodotti che avranno già superato la data di scadenza. Messi in uno scaffale separato avranno impressa la scritta “cibo di passata conservazione”. Intanto all’orizzonte per i cittadini ellenici si profila l’arrivo di nuove, pesanti tasse

di Francesco De Palo | 28 agosto 2013
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Quanto costa lo spreco di cibo all’ambiente

Pubblicato da Laura Pulici su 21 ottobre 2013

Ogni anno finiscono nella spazzatura 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, ancora perfettamente commestibile. Insieme al cibo vanno sprecati 250 km3di acqua, circa 5 volte il volume del Lago di Garda e 1,4 miliardi di ettari di terreno, quasi il 30% della superficie agricola mondiale. E sono prodotti – inutilmente – 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra, circa 7 volte le emissioni annuali del nostro Paese. Sono questi i costi dello spreco alimentare per l’ambiente. Il conto è stato fatto dalla FAO nel rapporto “Food Wastage Footprint: Impacts on Natural Resources”, che analizza anche le conseguenze sul clima, sulle risorse idriche e sull’utilizzo del territorio.

Secondo lo studio, il 54% degli sprechi avviene durante le fasi di produzione e stoccaggio, mentre il 46% nelle fasi di trasformazione, distribuzione e consumo. A livello di consumo, gli sprechi sono maggiori nei Paesi ad alto e medio reddito, dove rappresentano, rispettivamente, il 39% e il 31% del totale. Questo perché, da un lato, i consumatori non riescono a pianificare i propri acquisti e spesso comprano più cibo del necessario; dall’altro commercianti e rivenditori tendono a buttare alimenti perfettamente commestibili solo per il fatto che non rispettano determinati standard estetici.

Ridurre lo spreco, però, è possibile. Diversi progetti, raccolti nel manuale della FAO “Toolkit: Reducing the Food Wastage Footprint”, mostrano come governi, agricoltori, aziende e consumatori possano adottare azioni e trovare soluzioni per diminuire gli sprechi e le perdite di cibo in ogni fase della catena, dal campo alla tavola.

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Aggiornamento del 3 marzo 2014:

Contro lo spreco alimentare: la Consulta organizzata dal ministero dell’Ambiente

Pubblicato da Giulia Annovi su 27 febbraio 2014

CRONACA – Protagonista è il cibo, ma per questa volta non parliamo di Buona Tavola. Sono la prevenzione dello spreco alimentare e la riduzione dei rifiuti i soggetti principali, e hanno portato alla costituzione di una Consulta nazionale con l’approvazione e il sostegno del ex ministro dell’Ambiente Andrea Orlando. L’assemblea ha coinvolto  enti, associazioni, organizzazioni e imprese con lo scopo di elaborare proposte e buone pratiche per ridurre gli sprechi di cibo.

A volere la Consulta è stato il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, che ha visto la necessità di allestire un piano nazionale contro lo spreco alimentare (Pinpas).  Andrea Segrè,  fondatore e presidente di Last Minute Market, è invece il coordinatore dell’assemblea che si è riunita la prima volta il 5 febbraio scorso.

Il vantaggio di istituire una Consulta a livello nazionale è quello di dare maggior forza alle tante iniziative nate a livello locale, creando una rete più capillare e più collaborazioni tra enti e associazioni. Inoltre l’iniziativa coordinata dal ministero darà all’Italia maggiore visibilità a livello europeo”. Così Vincenzo Balzani, ricercatore dell’università di Bologna e membro della task force anti-spreco del ministro Orlando, ha commentato la prima assemblea della Consulta. […] La Consulta ha fissato come prossima tappa la presentazione del piano nazionale di prevenzione dello spreco (Pinpas), entro aprile 2014. […] L’ambizione del Pinpas sarebbe quella di produrre soluzioni concrete ed efficaci in termini di riduzione alla fonte della quantità di cibo che finisce tra i rifiuti. […]

Secondo i monitoraggi di Last Minute Market, in un anno si potrebbero recuperare in Italia 1,2 milioni di tonnellate di derrate che rimangono sui campi, oltre 2 milioni di tonnellate di cibo dall’industria agro-alimentare e più di 300mila tonnellate dalla distribuzione.

Ma anche noi, con le nostre abitudini quotidiane, siamo responsabili dello spreco di risorse alimentari. Secondo l’Osservatorio di Waste Watch, nelle nostre case gettiamo 200 grammi di cibo a settimana, che corrispondono a 10 kg in un anno. Evitando gli sprechi, il risparmio stimato ammonterebbe a 8,7 miliardi di euro. Sempre lo stesso Osservatorio ha  stilato una classifica delle frasi più usate dagli italiani per giustificare il proprio spreco di cibo:

Ma la filiera alimentare non genera solo rifiuti: in Europa produrre cibo significa anche consumare il 28% delle risorse materiali, e contribuire alla generazione del 17% dei gas serra. A tal proposito Balzani ha evidenziato che non è solo importante il “quanto”, ma anche il “come” mangiamo. Ad esempio un’alimentazione troppo ricca di carne porta a un maggior spreco di risorse. La produzione di 1 kg di carne rispetto a 1 Kg di grano, porta a un consumo di suolo 7 volte più grande, di acqua 10 volte superiore e di combustibile fossile 50 volte maggiore. […]

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Aggiornamento del 6 maggio 2014:

http://www.repubblica.it/fischiailvento/2014/04/23/news/pane_lo_scandalo_quotidiano-84243278/

Moltiplicato e buttato via: lo scandalo quotidiano del pane

Ogni giorno in Italia si producono 72 mila quintali di pane. Se ne buttano via, ogni giorno, 13 mila quintali. Due campi di calcio, riempiti e svuotati. Ogni giorno. Anticipazione dal reportage in onda di questa sera alle 21.30 su Repubblica.it e laeffe tv, durante la puntata “Le tasche vuote degli italiani”

di Vittoria Iacovella – 23 aprile 2014

http://www.ilfattoalimentare.it/eccedenza-alimentare-spreco-politecnico.html

L’eccedenza alimentare da problema può trasformarsi in risorsa. L’analisi del Politecnico sullo spreco del cibo in Italia e le soluzioni possibili

http://www.sussidiarieta.net/it/node/1144

Libro “Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità” di Paola Garrone, Marco Melacini, Alessandro Perego

Le eccedenze generate nella filiera agro-alimentare – in Italia 6 milioni di tonnellate, il 17% dei consumi alimentari annui – costituiscono una sfida per chi si interroga su come alleviare la povertà alimentare e per chi si impegna ad aiutare quanti ne soffrono. Si tratta di un numero di persone in continua crescita, che rende ancora più drammatica la situazione a fronte di una crisi che non sembra destinata a risolversi in tempi brevi. Quando le eccedenze non sono recuperate per soddisfare le esigenze alimentari delle persone, diventano spreco, almeno dal punto di vista sociale. Al tempo stesso, non tutte le eccedenze sono eliminabili all’origine; esse sono dunque un’opportunità per ridurre l’insicurezza alimentare. 

Il presente volume illustra i risultati di un primo tentativo di fornire una visione d’insieme del fenomeno dell’eccedenza alimentare e dello spreco nei diversi stadi della filiera agro-alimentare italiana. Sulla base di più di 100 studi di caso condotti nel settore primario, nell’industria di trasformazione, nella distribuzione e nella ristorazione e di un’indagine che ha coinvolto 6.000 nuclei familiari, vengono identificate le cause di generazione delle eccedenze alimentari e vengono stimati i valori dell’eccedenza e dello spreco, per i diversi settori e a livello nazionale. 

Il volume presenta inoltre le modalità di gestione che permettono di ridurre lo spreco e di destinare le eccedenze alla rete di food bank ed enti caritativi che quotidianamente assistono e accompagnano persone e famiglie indigenti. La ricerca offre alcuni suggerimenti e proposte per rendere più virtuoso l’utilizzo delle eccedenze e ridurre il più possibile lo spreco.

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Aggiornamento del 19 agosto 2016:

www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/04/sprechi-alimentari-bene-la-legge-ma-senza-penali-litalia-resta-indietro/2955184/

Sprechi alimentari, bene la legge ma senza penali l’Italia resta indietro

di Linda Maggiori | 4 agosto 2016

Il 2 agosto 2016, con 181 voti favorevoli, 2 contrari e 16 astenuti, il Senato ha approvato la legge contro gli sprechi alimentari. L’Italia è il secondo Paese ad avere, dopo la Francia, una normativa dedicata a evitare le eccedenze alimentari. Molto meno coraggioso della Francia, che ha reso obbligatoria la donazione, imponendo tasse e penali ai grandi supermercati che depositano la merce nelle discariche o presso gli inceneritori.

Il provvedimento italiano prevede incentivi, sgravi ed alleggerimenti burocratici, lasciando la facoltà di scegliere alla Grande distribuzione organizzata (Gdo). In poche parole, i supermercati e la Gdo italiani doneranno solo qualora tale scelta sarà più conveniente economicamente rispetto al macero della merce invenduta. Sicuramente è meglio che niente. Sicuramente però, non risolverà il problema alla radice. […]

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